RIVISTA ITALIANA
DI
NVMISMATICA
E SCIENZE AFFINI
FONDATA NEL 1888 DA SOLONE AMBROSOU
EDITA DALLA
SOCIETÀ NVMISMATICA ITALIANA
ANNO • XXXIII •
SECONDA SERIE
VOL • III •
I e II TRIMESTRE 1920
MILANO
REDAZIONE ED AMMINISTRAZIONI MAURI, 8
OCIKT^TNYMISMATICA ITALIANA
Via Achille Mauri, 8 — MILANO
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Rivista Italiana di Numismatica
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BqNAZZI dott. P. - CORNAGGIA conte G. L. - MoNNERET prof. U.
Jlìybonamerìio annuo nel Regno L. 30 - all' Estero L. 35.
A. SE GRE
CIRCOLAZIONE TOLEMAICA
E PRETOLEMAICA IN EGITTO
Industrie Grafiche AMEDEO NICOl.A & C
MlLANO-VAREbE
Rivista Italiana di Numismatica e scienze aj^ini
Anno XXXIII. Seconda Serie - Voi. Ili - I e II trim. 1920
CIRCOLAZIONE TOLEMAICA
E
PRETOLEMAICA IN EGITTO
LA MONETA PRESSO I POPOLI PRIMITIVI
IN GENERALE.
I mezzi di scambio dei popoli primitivi quantunque com-
pletamente subordinati alle loro occupazioni ed ai loro bi-
sogni più o meno immediati, hanno in generale il carattere
comune di merci fungibili, utili e così largamente diffuse da
non presentare forti oscillazioni nella loro domanda ed offerta.
Inoltre poiché per lo più i popoli più antichi sono in preva-
lenza pastori e nomadi, poi si fissano e divengono agricoltori
e solo in uno stadio di civiltà più avanzata rivolgono le loro
attività ai commerci e alle industrie a ciascuna di queste oc-
cupazioni corrispondono più o meno mezzi di scambio diversi.
Il bestiame è la moneta dei pastori, i prodotti dei campi (in
specie cereali) quella degli agricoltori; i metalli vili, greggi
o lavorati sotto forma di oggetti utili o i metalli nobili fog-
giati ad ornamento (^\ ed infine la moneta vera e propria
fungono invece da intermediari degli scambi presso i popoli
che hanno raggiunto uno stadio economico assai più avanzato.
Questo schema che come s'intende è completamente ar-
tificiale e come tale grossolanamente approssimativo deve
(I) Negli ijoniiiii primitivi, forse più che in quelli civili, la passione
per rahbigli.imento e la soddisfazione delle vanità legate in gran parte
a questioni sessuali sono spesso non meno vive dei bisogni elementari.
essere accettato per quel che vale, perchè come nelle scienze
fisiche la sorgente di ogni progresso è l'osservazione diretta
dei fatti e l'esperimento, così ed a maggior ragione nelle
costruzioni storiche le teorie anche che abbiano un'apparenza
logica, devono essere completamente subordinate alle poche
conoscenze positive che ci restano delle età passate.
Per dare un'idea dell'antica circolazione degli Egiziani
dovrò passare rapidamente in rivista i mezzi di scambio usati
dai popoli del Mediterraneo prima dell'introduzione delle
monete coniate e ciò soltanto per mostrare come sotto questo
aspetto l'Egitto non si diversifichi affatto dalle grandi mo-
narchie dell'Oriente colle quali era in stretti rapporti d' in-
teressi. Su questo argomento poco o nulla ho potuto ag-
giungere di nuovo a quello che è stato scritto in questi ul-
timi anni (i).
E noto che nei poemi omerici, che si riferiscono ad
un'epoca anteriore all'invenzione della moneta, il commercio
si effettua in generale collo scambio di oggetti tipici che
nelle parti più antiche dell'epopea sono rappresentati invece
per lo più da capi di bestiame, buoi e vacche, quantunque
sia da ritenere che l'uso della moneta-bestiame, comune ai
popoli prevalentemente pastori (2), si mantenga come residuo
anche in epoche relativamente recenti (3).
Nei poemi omerici insieme al bestiame-moneta sono usati
i metalli, ferro, rame e bronzo, per lo più foggiati sotto
forma di utensili-monete, tripodi e lebeti (4) ed asce (5) la cui
(i) Per una ricapitolazione dei dati relativi alla moneta primitiva
vedi K. Reclino sotto Geld {Pauly Wissowa Real EncycL).
(2) I latini con le parole pecunia da pecus: i Germani con l'inglese
fee (tedesco Vieh), gli indiani rupia dal sanscrito riipa (gregge), ecc.
(3) Leggi di Dracone (fine del VII secolo avanti Cristo). Polluce,
IX, 61.
(4) Tc,'liio8«(; e Xé^Y)xs<; compaiono ancora nei più antichi frammenti
di leggi cretesi a Cnosso e Gortyna.
(5) Hesych., Script. Metrol.y I, 318, 'HjxiuéXsxxov xpi}i.valùv r^ Kevtà]j.vouv
xò 'fàp TCevtàp.voDv néXsxo xaXelxat napà Ilacp'loic ed Hesych., Script. Mctrol.,
\, 318. Il TtéXexD di Cipro probabilmente non era che uno di quegli uten-
sili-moneta comuni in Grecia nell'ultimo periodo della civiltà micenea.
Sul TcéXexu cipriota vedi anche Hill, BMC Cyprus, pag xxxiii.
grandezza in generale non essendo uniforme, né regolata a
quanto pare secondo principi razionali, deve essere indicata
nei singoli casi (i): un sensibile progresso è rappresentato
invece dal xé>.exu Cipriota al quale Esichio attribuisce una
grandezza determinata (2) e più ancora dall'aystupa di Cipro
e dagli òpzki<j-/.oi di ferro dell'Heraeum del peso di una mina
eginetica (3).
Il passaggio fra la moneta-utensile (4) e la moneta vera
e propria che avviene naturalmente quando alla prima si
attribuisce un peso determinato (5), può esser seguito nel-
l'articolo di A. Evans, Minoan weights and mediums of
currency front Crete, Mycenae and Cyprus (Corolla Numi-
smatica, pagg. 336337), il quale oltre fornire un materiale
veramente prezioso per la conoscenza degli antichi mezzi
di scambio pare dimostri come la circolazione Cretese ri-
senta l'influenza dell'Egitto assai più che quella di Babi-
lonia.
Durante la civiltà micenea il rame era tesaurizzato in
pani dalla forma caratteristica O trovati prima come segni
ideografici nel Palazzo di Knosso scoperti poi in numero di
19 ad Hagia Triada presso Festo nel 1903 dal prof. Halbherr.
Il loro uso pare fosse diffuso in tutto il Mediterraneo ; uno
ne fu rinvenuto ad Enkomi presso Salamina (Cipro), un altro
a Makarska sulla costa Dalmata da sir John Evans, altri fu-
(i) Iliade, XXIII, 264 e 268.
(2) Ved. la tavoletta Idalia CDI, 60, Hoffmann, 135, dove i conti
sono tenuti in talenti iCcXéxete; e SiBpa/fia se la solita risoluzione delle
abbreviazioni we. Ili, Tts. 11 8t. è giusta. Hill, BMC. Cyprus, p. xxii.
(3) Quando Aristotele {Polii., I, 6, 14-16), accenna al fatto che i
primi metalli usati negli scambi avevano un valore d'uso ed accenna
in modo speciale all'argento ed al ferro ha evidentemente sott'occhio
l'evoluzione monetaria del suo paese secondo la tradizione che attri-
buisce a Fidone di Argo l'invenzione delia moneta.
(4) I metalli preziosi sono usati nei poemi omerici vicino al ferro
od al rame, in generale sotto forma di «ggetti ornamentali.
(5) Anche i Brittani avevano monete del tipo di Argo e di Cipro.
Cesare trovò presso di loro Tuso di monete d'oro e di sbarre di ferro
di peso determinato : uinHlitr - aut aere^ aut nummo aureo aut takis
ferreis ad certtim pondus exaìninatis prò nuinuio. La moneta di rame yi
era invece importata.
8
rono trovati in mare vicino a Chalkis e a Serra Ilixi in
Sardegna (Evans, op. cit., pag. 355 e segg.).
Il peso medio dei pani di bronzo micenei di Hagia Triada
di kg. 29,320 che corrisponde con una grandissima appros-
simazione a quello del talento egiziano Kkri^) di 300 deben
e 3000 kife fa ritenere che essi dovessero esser usati in Egitto
come prova la pittura murale della tomba di Reckhmara
dove i capitani Keftiu li portano in dono agli ufficiali di
Tothmes, III (2). E possibile anche che questi pani di rame
del peso di un Kkr, TaXavTov, corrispondessero in valore al ta-
lento d'oro d'Omero : e meglio ancora che le unità d'oro cor-
rispondenti in Egitto (3) ad un peso di circa gr. 13,35 fossero
gii equivalenti di un Kkr di rameU); però non credo che
si possa argomentare nulla, anche in forma dubitativa dalle
tavolette di Knosso riprodotte da Evans, op. cit., pag. 361.
Assai interessanti sono pure i pezzi d'argento descritti
(Evans, op. cit., 363-67) a forma di disco dittico e di disco
circolare precursori della moneta greca primitiva che avrà
dapprima la forma elittica poi quella circolare. Prima di
questi pezzi i metalli preziosi erano usati in barre che ve-
nivano ritagliate per gli usi correnti (5).
(i) Per quanto io sappia in Egitto il Kerker ai tempi di Tothmes III
non compare in nessun documento ; perciò e per altre ragioni che svol-
gerò in un articolo già composto di metrologia orientale l'eguaglianza
dei pani cretesi al Kerker non mi riesce completamente persuasiva.
(2) Simili pani erano portati anche dagli Etiopi e dai Rutenu della
Siria settentrionale (Virey, Tombeau de Reckhamara p. VI, VII).
(3) Vedi pag. 15.
(4) Script. Metro/., I, 282. Poli. On. irspl v6|A'.a|j.àTwv : oti Se uapà tot?
è® 'Offijpoo òXiYÓv TÒ TdtXavTov vjSóvaxo, jxàOoK; ctv ex t-^c lTC7ro8po(Aiac, ev fy
Tò) jièv Tp'lto) TÒ r/.H't.ov èaxt Xé^Y]?, tò) Sé tstàpxco 8óo -^pooolo tàXavia. Il ta-
lento di Omero potrebbe corrispondere ad un'unità presso a poco eguale
al peso di un siclo sacro o di un tetradrammo attico: quando si asse-
gnasse ad esso il valore di un Kerker egiziano di kg. 29,11 circa e di un
talento babilonese di kg. 30,13 circa si avrebbe un rapporto fra Toro ed
il rame compreso fra 1:2000 ed 1:1500 circa (ved. Evans, op. cit.,
pagg. 361 e segg.).
(5) Vedi la barra di elettro di Micene di gr. 22,6, op. cit., pag. 354,
fig. IO, le barre di Enkomi di gr. 72,12, e i ritrovamenti nelle tombe
submicenee di Amathus di 22 ritagli d'oro di un peso medio di gr. 4,662
(Vi kite?) (EvANs, op. cit., pag. 355). I pezzi descritti in Hill, BMC.
L'evoluzione dei mezzi di scambio dei Greci è sotto al-
cuni aspetti diversa da quella dei popoli orientali, perchè
mentre questi, organizzati in grandi monarchie ebbero uno
sviluppo storico probabilmente molto lungo e relativamente
continuo, i popoli ellenici primitivi si trovarono rispetto agli
Egiziani e agli Assiro-babilonesi in condizioni di inferiorità
dal punto di vista economico. Così la breve durata in Grecia
di quei mezzi di scambio ai quali accennai nelle pagine pre-
cedenti, e l'assenza dell'uso dei cereali come moneta possono
essere facilmente spiegate, sia colla scarsa importanza che
aveva l'agricoltura presso la maggior parte dei popoli elle-
nici, pastori e navigatori, sia cogli influssi delle civiltà medi-
terranee più avanzate che erano giunte a servirsi nei loro
scambi in prevalenza dei metalli preziosi.
Quanto ai popoli italici, la loro monetazione si svolge
sino dagli inizi sotto l'influenza orientale ed ellenica. Dalla
moneta-bestiame, gli italici passano a quella di rame in forma
di masselli del peso di una libra divisa nei suoi sottomultipli
caratteristici, sinché la moneta di metallo prezioso coniata
assai tardi, certamente per influssi greci, soppianta di fatto
in breve volger di tempo i sistemi monetari indigeni (0.
L'Egitto invece, abitato da un popolo prevalentemente
agricoltore è forse l'unico paese del mediterraneo dove molto
probabilmente i cereali servirono a lungo come mezzo di
scambio. Il che appare più che dai documenti antichi da al-
cuni residui di economia naturale perduranti nella valle del
Nilo in epoche che seguirono la conquista macedone. Però
per i popoli dell'Oriente, Egitto compreso, sino dalle epoche
più remote della loro civiltà, l'uso di monete-bestiame e di
monete-merci non esclude quella di lingotti e masselli di
metallo di peso determinato, che generalmente venivano
scambiati a peso e richiedevano l'uso della bilancia (2). In
Cyprtis, pag. xx-xxii. non si adattano a nessun sistema metrologico
definito.
(i) Per un breve accenno all'evoluzione delle primitive monete ro-
mane ved. HuLTscH, Griech u. rum. Metrologie, pagg. 188 e segg.
(2) L'uso della bilancia nei pagamenti, attestatoci nei paesi italici
dalla fftancipntio per aes et librain e dai vari composti di pendere: ex-
pendittm, stipendium, dtspeudittm, etc, è naturalmente comune a tutti
i paesi primitivi che si servono dei metalli come mezzo di scambio.
IO
ultima analisi la moneta sia pesata che coniata, deve essere
considerata come merce sui generis perchè il suo potere
acquisitivo dipende :
i.° Dal suo valore intrinseco ;
2.° Dal suo uso comune come mezzo di scambio ba-
sato sulle leggi e sulle consuetudini.
Senza il primo la moneta avrebbe un corso ristretto al
paese al quale impera la legge che le attribuisce un potere
Hberatorio, potrebbe cioè servire solo in un regime di eco-
nomia chiusa, senza il secondo, invece, le mancherebbe quella
certezza di essere accettata da tutti come mezzo di scam-
bio, certezza necessaria a tenerne alta la domanda. Il che
implica anche l'esistenza di una moneta, quale era quella
usata presso gli Egiziani, i Babilonesi ed i popoli di civiltà
minoica, non può andare disgiunta da un grado di evoluzione
economica e politica assai avanzato.
LA MONETA IN EGITTO
PRIMA DELLA CONQUISTA MACEDONE.
Il lavoro più completo sulFuso dei metalli come mezzo
di scambio in Egitto è ancora la memoria di C R. Lipsius,
Die Metalle in den Aegyptischen Inschriften [Abh. d. k. Akad.
d. Wiss. z., Berlin, 1871, pag. 27 e segg.), illustrata da ap-
posite tavole tratte dai monumenti, dalla quale si ricava che
i metalli più comunemente usati come intermediari degli
scambi in Egitto erano l'oro, l'elettro e l'argento. •
L'oro, iiub, era raccolto in mucchi, in borse, quando
era in polvere (^v^y^xa toO xP^^^o*^, Diod., Ili, 14; Herod., Ili, 96,
tibber degli Arabi), in anelli, come ancora in Etiopia, in pia-
stre rettangolari ed in tegole.
Nei testi, per quanto sappia l'oro è misurato in debeìi
e kite ed in una unità pek (parte, frazione) eguale ad Vis*
deben o 764© ^^^^ ^^^ (circa gr. 0,758) e non ad un obolo attico
(1) Griffith, Notes oti egyptian weights and measures PSBA., XIV,
1892, pag. 436.
II
come erroneamente Lepsius, ma piuttosto a Viso ^^ ^^ ^g^- 15. ^^
circa) (i), che come ho dimostrato nelle mie misure tolemai-
che e pretolemaiche corrisponde ad Vst della e. d. mina
tolemaica.
Anche l'elettro asem e l'argento hat, erano tesorizzati
nelle stesse forme dell'oro e pesati in deben e kite. Come
mezzo di scambio servivano anche il rame, il ferro, il lapislaz-
zuli, la malachite, ecc.; ma i dati dei monumenti che in gene-
rale si riferiscono a pesature di ingenti quantità di metalli
preziosi dovuti a tributi, bottini di guerra, ecc., non ci per-
metterebbero di avere delle idee precise sull'uso dei metalli
come mezzo di scambio negli usi correnti, se all' uopo non
ci soccorressero i numerosi pesi campioni di pietra che sino
dalle prime dinastie erano destinati alle pesature dell'oro e
dell'argento.
Si sa infatti che ogni commerciante assiro o babilo-
nese portava per suo uso corrente in una tasca di cuoio pic-
coli pesi di pietra che gli ebrei chiamavano perciò pietre
della tasca (babilonese kisu) che servivano per le pesa-
ture dei metalli preziosi (Weissbach , ZDMG., 65, pa-
gina 635). Simile uso era naturalmente comune non solo agli
egiziani, come ci attestano i ritrovamenti dei piccoli pesi
campioni, ma alla maggior parte dei popoli che non hanno
una moneta coniata (2). Per gli Egiziani la moneta peso più
importante era Viiien che aveva in origine la forma di anello
(i) pek equivale dal punto di vista ctniologico al babilonese pitka
= Vs di siklit (Weissbach, ZDMG., 65, 191 1, pag. 625 e segg.) e all'e-
braico beka o mezzo schekel.
(2) Per l'uso nell'antichità di pezzetti di metallo ritagliati a scopi
commerciali cfr. W. Andrae, Mitt. d. D. Or. Ges., n. 36, pag. 22 e gli
scavi di Kalaah Sergàt, pag. 642: ancora pochi anni la in Mongolia fra
i commercianti cinesi valeva questo uso (Z. /. Ethnologie, 21, i88g,
590 e segg.), del quale del resto non mancano esempi nel nostro medio
evo (A. LuscHiN v. Ebengreuth^ Allg. Miinzkunde d. Mttielalters, pag. 110
e segg.). Questi dati mi risultano dairarti«:olo sopra citato di Weissbach,
ai quali si devono aggiungere quelli ricavati dagli scavi di Cipro e di
Creta di cui a pag. 8 e segg.
12
o di un filo piegato (i) ritagliato in trazioni di peso determi-
nato che rendevano più facili i calcoli per i bisogni correnti
del commercio (2).
Il sistema monetario egiziano che come avviene presso
tutti i popoli antichi si identifica col sistema ponderale che
per quel che si riferiva all'argento si basava suW uten di
gr. 97,06 (3) e sul decimo di ulen, la kite, di gr. 9,706.
Il Griffith (op. cit., pag. 444), ritiene col Petrie (4^ che
siano esistiti due tipi di kife, uno pesante, l'altro leggero e
che il primo di essi mostri una forte preponderanza sull'altro,
io invece ritengo che i pesi legali deWuleji e della kife fos-
sero costanti perchè legati a misure di volume e di lunghezza
(i) Anelli d'oro simili a quelli egiziani esistevano in Britannia ai
tempi della conquista di Ces re, nel Caucaso e a Micene (Th. Reinach,
L'histoire par la monnaie) e uittora in Etiopia : si tratta evidentemente
di una forma più o meno coniane di tesaurizzazione dell'oro nelle ci-
viltà primitive.
(2) La Cina per quel che riguarda la moneta presenta sotto alcuni
aspetti delle analogie veramente straordinarie coli' Egitto. Nel Celeste
Impero non esisteva moneta coniata sino all'avvento degli Europei ed
anche ora la moneta d'argento indigena è rappresentata da piccole
barre d'argento, ripiegate, emesse in generale da banche private che
ne garantiscono il titolo ed il peso mediante contromarche proprie. Per
gli usi correnti queste barre sono ritagliate in pesi unitari che presen-
tano piccole variazioni da una regione all'altra, quindi per il commercio
ordinario è necessario l'uso delle bilancie tascabili, molto probabilmente
come presso gli antichi popoli del mediterraneo orientale. In Cina non
esiste moneta d'oro.
(3) Per quanto si riferisce alla determinazione del peso normale
della kite rimando al mio articolo: Metrologia tolemaica e preiolewaica.
Aegyptiis, 1920, fase, II.
(4) Flinders Petrie, Kaìmn Giirob and their papyri. L'origine del-
Vuten leggero è probabilmente dovuta alla tradizione dei vecchi metro-
logi alia quale è rimasto attaccato Hultsch, Viedebannt e Lehmann-
Haupt (vedi p. e., Historisch-tnetrologische Fomchiwgen di quest'ultimo
in Klio, 1913, pag. 370) e di tutti quelli, e sono i più, che attingono alle
vecchie fonti. 11 deben e la Trite eguali a 90,96 e 9,096 grammi sono un
frutto delle speculazioni dei metrologi che costruiscono nel vuoto con
una facilità veramente incredibile. La tavola dei pesi della kite di pag. I4
basterà per dimostrare luminosamente quanto ho già sostenuto nella
mia Metrologia tolemaica e pretolemaica.
\
\
13
che non sembrano aver subito alterazioni sensibili nel corso
dei secoli (D.
E però molto probabile che anche sotto le antiche di-
nastie accanto dÀVuten e alla kiie reali siano esistiti uten e
ktte di un peso un poco diverso, perchè anche nell'epoca
tolemaica romana e bizantina possiamo constatare l'esistenza
di misure private e locali accanto ad altre di carattere uf-
ficiale (2),
Nulla possiamo dire per ora sulle prime, non si può
escludere a priori che queste avessero una certa importanza
pratica; ma le imprecisioni delle bilancie e la conoscenza
molto approssimativa, ma non esatta del peso della kiie ci
debbono rendere assai cauti nelle induzioni tanto piia che
anche la separazione netta deìVuten e. d. leggero da quello
e. d. pesante non è possibile perchè il passaggio dal primo
sistema al secondo avviene nei campioni di pietra raccolti
per gradi insensibili (3).
Del resto i seguenti pesi delle kùe egiziane citate da
Weigall, Some Egyptian Weights in prof. Petrie's colleciion
(Proc. of the Soc. for. Bibl. Arch., XXXIII, 190 1, pag. 390),
(i) Il deposito di queste misure nei templi e in speciali uffici, co-
mune agli egiziani, ai greci, agli italici, garantiva la inalterabilità dei
sistemi metrici.
(2) Lo studio della moneta tolemaica, romana e bizantina nn la ri-
tenere che molte delle distinzioni fra kiie reali e kiie leggere siano in-
sussistenti, e che la grandissima maggioranza dei pesi debba essere
ritenuti misure ufficiali, come nell'epoca bizantina gli exagia cort ispon-
dono sempre ai vofjL'vO|Aaxa CuY<ì> 8Yjp.ooito. Forse non sarà troppo azzar-
dato spingere le analogie fra i pesi moneta egiziani antichi e quelli bi-
zantini sino a supporre l'esistenza di kite che si comportavano rispetto
a quelle reali come solidi Ct>i'<ì> IS'.toxixcI) e C. 'A).84ov5p5Ìa- rispello al
vò)jiiO}i.a C fiirjfiooia).
{3) Le kite che conosciamo appartengono in generale alla XVIII di-
nastia e sono ad essa posteriori. È probabile che se pure esistessero
varie kiie quella tebana finisse col diventare la misura ufficiale, in ogni
modo, secondo me la kite pesava in generale gr. 9,70 circa sino dalle
prime dinastie.
14
mi sembra dimostrino abbastanza bene l'insussistenza dei
due tipi di kite pesanti e leggere :
N.
Materiale
Numero delie kite
Pese
unitario
4700
Calcare
150 (I)
g'--
9,88
7000
Granito grigio
150
w
8,92
7001
Calcare
[100]
^
10,108
7002
Bronzo
[50]
»
10,27
7003
Calcare
40
„
9,72
7004
Basalto
40
i>
9,345
A 7005
Quarzo nero
[25]
1»
9,51
4914
Alabastro
20
„
9,56
7006
Basalto
10
»»
9,10
7007
Ematite
10
„
9.04
7008
Bronzo
[10]
w
9,43
7009
Bronzo
[lOJ
,,
9,76
7010
Sienite
9
l>
9,51
7011
Bronzo
[•^1
»
9.15
7012
Bronzo
[■>]
»
9,98
7013
Rame
[5]
»
9,85
7014
Calcare
4
M
9,27
7015
Piombo
3
„
9,072
7016
Ematite
[-*]
W
9,57
7017
Bronzo
I-M
»»
10,18
7018
Bronzo e piombo
\A
„
9.95
7019
Ardesia
1?
»
'.mi
7020
Basalto
1?
„
10,18
7021
Bronzo
Il]
M
9,59
7022
Serpentino
%
•1
9.17
7023
Steatite
%
„
9,09
7024
Cristallo di quarzo
%
n
9,99
7025
Bronzo
%
n
9.45
7026
Ematite
V.
n
9.15
7027
Ematite
V..
n
9,91
7028
Serpentino
^.
n
9,38
L'unità d'oro egiziana corrisponde ad un peso di gr. 13.90,
13.30 circa che è assai vicino a quello di molti sicli sacri
delle città fenicie come appare dalla seguente tabella (cfr.
Weigall, op. cit., pag. 392) :
(i) I dati contrassegnati nella seconda colonna con parentesi quadra
sono dedotti supponendo i pesi multipli della ki/e, gli altri dati invece
risultano direttamente da iscrizioni dei catDpioni. A questa lista di dati
si possono aggiungere alcuni inediti del museo di Torino pubblicati nel
mio articolo: MetroL totem, e pretotemaica. Aegyptiis, 1920, fase. II. Non
ritengo sicura la denominazione dei nn. 7001, 7002, 7017, 7018 e 7020.
1
J5
N.
Materiale
Numero delle unita
1
Peso unitario
4902
Calcare
60
13,01
7029
M
50
13,55
7942
»
40
13,84
7030
w
30
13,98
7031
Steatite
30
13,89
7032
Calcare
30
13,92
B 7033
Alabastro
19
13,02
C 7034
»
18
1 3,69
7035
Calcare
8
12,21
7036
Basalto
6
13,77
D 7037
Serpentino
5
13,00
7038
Calcare
4
13,68
7039
Basalto
2
13,49
7040
Steatite
o
13,58
7041
Calcare
>)
13,88
7042
Steatite
1%
13,95
7043
Arenaria
2
14,16
7044
Steatite
1
12,61
7045
Alabastro
1
13,02
7046
Malachite
1
13,32
7047
Ematite
1
13,92
7048
Steatite
%
12,53
7049
Calcare
V*
12,29
7050
Rame
'U
12,99
Il peso medio di questi pezzi dà una media di gr. 13,33
e poiché gli scarti dal valore medio nei pesi dei singoli cam-
pioni sono dello stesso ordine di grandezza di quelli riscon-
trati nelle kùe, si può supporre un peso delTunità d*oro di
gr. 13,90 circa che non è facilmente commensurabile con
quello delle unità fondamentali d'argento. Ne segue che al
contrario di quanto accade in generale per la moneta per-
siana e greca, non si può escludere che il piede dell'oro
egiziano fosse di origine diversa di quello dell'argento e che
non si può per ora stabilire se il rapporto fra il valore
dei due metalli ha avuto un'influenza sul peso dell'unità
aurea (i).
(i) Se si ammettesse l'eguaglianza dell'unità d'oro a 2n kite d'ar-
gento, rapporto simile a quello che si riscontra nel darico pcrsinno eguale
a 20 sicli, si avrebbero i seguenti dati :
Peso dell'unità d'oro
Kit.
19,40
16.16
15,{,2
14,56
13,86
12,!)2
9,70
12
12 %
14
1:.
i6
Insieme alle kite e alle unità d'oro sono stati trovati in
Egitto pesi classificati come shekel fenici, il cui peso medio
nei pezzi descritti da Weigall (op. cit., pag. 388-389 e 394) (i),
è di gr. 14,56. Questi shekel possono considerarsi presso a
poco come eguali a Vjooo ^i talento egiziano Kerker di
gr. 29,11 mentre i pesi piìi alti parrebbero indicare piut-
tosto uno shekel vicino ai 15,12 gr. e i piìi bassi invece, una
unità egiziana eguale ad i V2 kite. 1 due multipli del doppio
siclo n. 7072 e 7074 corrispondono probabilmente ad Viooo
di talento egiziano e vanno riconnessi alla monetazione delle
città fenicie (2).
Le classificazioni degli shekel assiri di un peso medio di
gr. 8,16 corrispondente a quello di due darici d'oro (gr. 8,37)
sono in gran parte incerte perchè, ad eccezione dei nn. 7051,
E 7053 e 7055, i campioni sono tutti anepigrafi; è però molto
probabile che il n. 7051 indichi 30 unità di ferro ciascuna eguale
a Vg ^^^^^^ babilonese di 502 gr. circa, che il n. E 7053 sia
Vgo di mana e che il n. 7055 corrisponda ad Va» di mina o doppio
(I)
Shekel fenicio
N.
Materiale
Numero delle unità
Peso unitario
7072
Calcare
20
29,24 (doppio siclo)
H7073
Bronzo
50
3,49 (V4 di siclo)
7074
Calcare
6
29,24 (doppio siclo)
7075
Basalto
6
14,92
7076
»
2
14,64
7077
Bronzo
2
13,608
7078
Ardesia
1
14,98
7079
Bronzo
1
14,97
7080
Calcare
1
14,60
7081
Sienite
%
15.21
7082
Rame e Piombo
1
14.06
7088
Bronzo
1
14,32
7084
»>
%
14,00
7085
w
%
15,03
7086
»
.'4
14,77
(2) Cfr. i dati dei talenti di Hagia Triada a pag. 8 e quel.i relativi
alla monetazione delle città fenicie a pag. 51 e segg.
darico (i). A queste unità si riconnettono probabilmente i
sicli persiani corrispondenti a Vs di sialo assiro (Weigall,
op. cit. pag. 389 e pag. 394) (2).
Le unità di piede attico (Weigall, op. cit., pag. 387 e
pag. 393) (3) possono essere riportate a frazioni di un'unità
(i) I pesi dei sicli assiri riportati da Weigall (op. cit., pagg. 386-87
e pag. 393), sono i seguenti :
N.
Materiale
Unità
Peso Unitar.
Annotazioni
7051
Sienite
10
8,19
— Unità di gr. 24,57 : il
n. 7051 reca l'iscri-
zione " 10 di ferro „.
7052
Calcare
30
8,36
E 7053
Basalto
10
8,44
— Unità di gr. 25,32: il
n. 7053 reca l' iscri-
zione « =30 „.
7054
Vetro Bleu
l'I*
8,06
7055
Serpentino
8,14
— Unità di gr. 16,28: il
n. 7055 reca 1' iscri-
zione " 2* „.
7056
Bronzo
2
8,29
7057
»
1
8,10
7058
w
V2
8,10
7059
Vetro Bianco
V,
8,16
7060
Vetro Bleu
V2
7,91
7061
Bronzo
Va
7,78
7062
Quarzo Bianco
Vs
8,41
(2) Il peso medio dei sicli persiani è di gr, 5,604.
N
Materiale
Unità
Peso Unit.
Annotazioni
7087
Calcare
5
5,47
L'unità è di gr. 21,88
7088
4
5,65
7089
4
5,70
7090
Rame
4
5,65
7091
Bronzo
2
5,572
(3)
7063
F 7064
7065
7066
7067
7068
7069
7070
G 7071
Bronzo e piombo
Ematite
Bronzo e piombo
Bronzo
Sienite bruciata
Ematite
Bronzo
50
40
40
20
20
5
10
4
o
4,39
4,51
4,11
4,3")
4,37
4,33
4,32
4,34
4.3!
L'unità e di gr. 17,66
i8
eguale ad i Va volte il talento egiziano (29,11 X i '/s =
kg. 43,66) cioè al Kerker giudaico di 100 mine attiche (vedi
pag. 55 e segg.); in ogni modo credo opportuno di rav-
vicmare al Kerker egiziano e ai pesi fenici quelle unità elen-
cate sotto il nome di piede della dramma attica. Anche assai
incerto mi sembra il ravvicinamento di pesi di circa 6 gr. alle
dramme eginetiche (Weigall, op. cit., pag. 390 e pag. 395) d).
APPORTO FRA IL VALORE DELL'ORO
E QUELLO DELL'ARGENTO IN EGITTO
PRIMA DELLA CONQUISTA iMACEDONE.
Ben poco sappiamo su questo argomento. 11 papiro di
Bulaq II dove 5 pezzi d'argento equivalgono a 6 pezzi d'oro
si riferisce evidentemente ad unità che dobbiamo presumere
diverse fra loro, perchè i rapporti fra i due metalli usati in
Egitto come misure dei valori non potevano differire molto
da quelli che si riscontrano presso gli assiro-babilonesi e
presso i greci; si potrebbe a mo' d'esempio supporre che
l'argento fosse misurato in deben o kite e l'oro in un'unità che
corrisponderebbe rispettivamente a qualcosa come ^"/^ od 7*
di unità d'oro, in modo che il rapporto fra i due metalli si
mantenesse vicino ad i : 14.
Per questa ragione anche il P. Rhind, pi. XIX, n. 62 (2)
di assai incerta interpretazione non può secondo me indicare
un rapporto fra l'oro, l'argento, il piombo e il pezzo di
shaii di 12:6:3:1; che se questo testo indicasse un vero
(I)
N.
Materiele
Unità
Peso Unit.
Annotazioni
7092
7093
7094
7095
Basalto
Bronzo
Ematite
Bronzo
12
2
1
1
6,38
5,961
5,98
5,72
L'unità e di gr. 12,76
(2) Griffith, op. cit., pag. 436.
19
rapporto tra i valori dei metalli usati come mezzi di scambio
si dovrebbe necessariamente supporre l'uso di unità ponde-
rali diverse. In conclusione è presumibile che il rapporto fra
l'argento e l'oro si aggirasse almeno dopo la XVIII dinastia
approssimativamente fra i : io ed i : 15 e che sotto il do-
minio persiano corrispondesse abbastanza bene a quello vi-
gente in Grecia, in Sicilia e in Persia presso a poco nella
medesima epoca U) e che di conseguenza in Egitto come nei
dominii del gran re esistessero due piedi unitari, uno per
l'oro, l'altro per l'argento, calcolati in modo che, dato il rap-
porto fra i valori dei due metalli, si avesse un facile rag-
guaglio fra le due unità monetarie (vedi pag. 32 e segg).
VALORE DEL DANARO IN EGITTO
PRIMA DELLA CONQUISTA MACEDONE.
Le nostre conoscenze relative al potere acquisitivo della
moneta egiziana sono assai scarse sia per 1' esiguo numero
dei dati sia per le difficoltà che presenta V interpretazione
dei testi.
In un papiro di Kahun del regno di Amenhotep 111, dove
le merci sono calcolate a " pezzi „, un bue corrisponde ad
un pezzo d'argento che col Griffith ritengo eguale ad un
uten (2).
(1) Come è noto Erodoto III, 95, i calcola a j : 13 il valore dell'ar-
gento in oro in Pei sia ai suoi tempi "tò /puoiov TpioxaiSBxaotóoiov Xo^t-
Cóp.tvov, TÒ •j^'^lffia EÒptaxetai èòv Eòpoixv ?j'fhori%ovz'x xal é^a^ooitov xal
Tetpaaj^'.Xituv „, ina il vero rapporto Iemale tra 1 ilue metalli eia certa-
mente di 1 : 13 Vs perchè il darico che pesava gli ^/g dell'unità d'argento
corrispondeva a 20 sicli. Un rapporto analogo troviamo nella stessa
epoca (438-7 a. C.) ad Atene nel conto degli epistati incaricati di sor-
veglianza alla fabbricazione dello statua crisolefantina d'Athena come si
rileva dal CJA, IV, i, 3 (suppl. del tomo I) n. 298 bis, pag. 146 dal
quale risulta un valore dell'oro in argento di 13,96-14,04, confermato
dal CI8., I, 300-311 (434-433 a- ^'•)-
(2) L'///'''" ••fini \/;ilc in lii<<ii .1 C>J (il-;iH1Plf to! (M 11 :i i l'iir.
20
In un conto della XX dinastia un medimno tolemaico
o doppia artaba di grano è valutato 2 itteii, un bue 119
uten, un asino 40 uten.
Durante la XXII dinastia un terreno di io arure ad Abido
è affittato e venduto ad 1 uten; 370 hin di miele sono pagati
3 ^3 ^^i^^ d'argento, cioè circa una kite per io hin, mentre
in un ostrakon più antico 5 uten della stessa sostanza sono
valutati 4 uten di rame (i). E probabile che il rapporto fra
il valore del rame e quello dell'argento non dovesse differire
molto da i : 80— i : 100, quale presso a poco ci risulta dai dati
dei testi dell'epoca bizantina e da congetture relative al corso
dei metalli nella monetazione romana e siciliana primitiva.
Supponendo un rapporto rame argento di circa i :8o— i : toc
si viene ad assegnare ad i uten di rame il valore di Vs Vio
kite d'argento e ad un'artaba di grano, durante la XX di-
nastia il prezzo di circa due oboli d'argento tolemaici. Un
bue costa circa 41-32 dramme tolemaiche durante il regno
di Amenhotep III, un asino quattro o cinque dramme to-
lemaiche, uno schiavo nero 65 dramme (2 deben e 4 kite)
nei P. Ryl., Ili, pag. 15 della XXV dinastia. Per queiio che
si può indurre di questi dati assai scarsi e poco sicuri il po-
tere acquisitivo dell'argento poco prima e durante la con-
quista persiana doveva essere qualcosa come 4 volte mag-
giore di quello dell'epoca di Tolemeo Filadelfo, cosa del
resto prevedibile perchè l'introduzione della moneta coniata
aumenta ovunque di molto il medio circolante. La scarsezza
di accenni a monete-pesi diversi dal deben e dalla kite nei
documenti demotici del periodo persiano e la rarità di nomi-
nali stranieri circolanti in Egitto prima della conquista mace-
done fanno ritenere che nella valle del Nilo sino ai tempi
di Alessandro il Grande si seguitasse ad usare come mezzi
di scambio i metalli preziosi, il rame e Io stagno, pesati e che
anche sotto il dominio persiano, quando l'uso della moneta
era divenuto corrente presso quasi tutti i popoli del medi-
terraneo, in Egitto la valuta dei singoli paesi doveva essere
(l) Ponendo eguali i due prezzi del miele si ricaverebbe un rap-
porto di 1 : 40 circa fra il rame e l'argento, ma è evidente che questo
dato ha un valore quasi nullo.
21
accettata a peso e probabilmente ragguagliata in deben e
kite dagli indigeni ed in unità ponderali nazionali dagli abi-
tanti delle colonie greche e semitiche.
Certo è che le monete introdotte in Egitto dai Greci
presso a poco nel periodo persiano dal VI al I\' secolo a. C.
risultano di pezzi di origine, di tipi e di pesi assai diversi. Così
nel ritrovamento di Sokha e di Sog-el-Hager (Sais e Xois)
descritto da Dressel (Z. /. A^., 22, 1900, pag. 231 e segg.)
sono rappresentati nominali di Taso, Lete, Neapoli, traco-
macedoni indeterminati, di Egina, Corinto, Nasso, Taso, Cla-
zomene, Focea o Teo (?), Chio (?), Samo (?), Idime, Camiro,
laliso, Licia, Sardi, Fenicia, Cirene e Cirenaica e da parec-
chi pezzi di origine sconosciuta: in un altro ripostiglio tro-
vato nel 1860 presso Memfi insieme ad un notevole numero
di barre d'argento martellate, furono rinvenute 23 monete
arcaiche, descritte da Longpérier {Rev. Ntim., 1861, pag. 414
e segg.) e attribuite da questo autore, alcune con certezza,
a Lete, Egina, Corinto, Nasso, Focea, Chio, Cos, Cipro e Ci-
renaica, altre con minore certezza a Maronea, Ege, Corinto,
Eretria, Ceo, Calcedone, Samo e Faselis. Un altro ritrova-
mento del 1887 nel Delta (W. Greenwell, A'^ Chr., 1890, pag. i
e segg.), ha dato 24 monete di Taso, Lete, Mende, Neapoli,
Corinto, Cizico, Mileto, Chio, Samo, Cos, Licia, Cipro, Tiro,
Cirenaica, e 3 indeterminate ; contemporaneamente arrivarono
al medagliere di Parigi dei pezzi di Dicea, Sermile e Atene.
Negli scavi di Petrie a Naucrati insieme a barre d'argento
tagliate furono rinvenute 15 monete di Siracusa, Atene (3
esemplari), Egina, Chio, Samo (3 esemplari), Mallos, Licia
e Cirenaica.
Le barre d'argento ritagliate nei ripostigli di monete,
le tracce di forbici in alcuni pezzi arcaici e la coesistenza di
nominali coniati in uno spazio di circa 250 anni su piedi dif-
ferenti (1) dimostrano che la moneta greca in Egitto prima della
conquista macedone, era accettata a peso. Si può dire inoltre
(i) Nei ripostigli egiziani sono rappresentati in prevalenza gli sta-
teri eginetici, i didraninii attici, i nominali niaceduni di circa 10 gr. che
hanno spesso un peso eguale a quello della Kite (gr. 9,70) e i pezzi di
Chio e delle città dell'Asia Minore di gr. 7,80-7,40.
22
che in questi ritrovamenti* egiziani siano rappresentate le
principali città greche che coniavano monete fra il VI ed il
IV secolo, eccezione fatta per l'isola di Creta, forse più che
per il caso, per l'epoca tarda nella quale comincia la conia-
zione dell'argento nell'isola; è invece assai più notevole l'as-
senza in Egitto di sicli d'argento medici (i).
PIEDE MONETARIO TOLEMAICO.
L'assenza di monete coniate in Egitto nel periodo per-
siano non meraviglia; quando si pensi che paesi civili ave-
vano fatto a meno per secoli di una moneta coniata e che
il commercio internazionale dei greci e dei romani era fatto
per lo più per mezzo di metalli preziosi in barre o in pani
pesati e spesso anche saggiati, quindi la mancanza della mo-
neta coniata in Egitto non poteva costituire che un piccolo
inciampo nelle sue relazioni commerciali cogli altri popoli.
E opinione comune di tutti gli studiosi che la conquista
macedone introducesse in Egitto una moneta di piede e. d.
attico di gr. 4,30 circa (2), e che la differenza di peso fra la
dramma primitiva tolemaica e quella attica di gr. 4,366 fosse
cosa di poco rilievo, tanto più che i nominali dei primi To-
lemei per la loro affinità coi pezzi attici dovevano finire col
circolare alla pari con essi (3).
Il peso di gr. 4,2854 per la dramma tolemaica risulta :
i.° dall'esame dei nominali più elevati in migliore stato di
(i) La storia di Aryandes (Herod., IV, 166) che preposto da Cambise
alla satrapia dell'Egitto offese mortalmente Dario di Hystaspes coniando
monete d'argento che rivaleggiavano in purezza coi darici d'oro, quan-
tunque non abbia sinora una conferma nei ritrovamenti di monete
egiziane rende verosimile l'ipotesi di una circolazione sia pure ristretta
di sicli nell'epoca saitica. Però i sicli circolanti in Egitto dal VI al IV
secolo a. C. non sono in ogni modo medici, ma fenicio-giudaici, come
accennerò dove tratto dei rapporti della moneta fenicia con quella ales-
sandrina.
(2) I pezzi coniati sotto Cleomene e sotto la satrapia di Tolemeo
Soter non superano mai i gr. 4,30.
(3) Pare che in Egitto sotto il dominio persiano fossero alquanto
diffuse le imitazioni della moneta ateniese del " Vecchio stile „. Cfr.
Head, Hisf. Num., pag. 377.
23
conservazione; 2.° da considerazioni di carattere metrologico
che esporrò in questo saggio.
Un attento esame dei pezzi di Cleomene e della Satrapia
di Tolemeo Soter permette di assegnare alla dramma tole-
maica della fine del IV sec. a. C. il peso normale di gr. 4,2854
eguale a quello della moneta dei Seleucidi (v. pag. 62 e segg.
e a quello della moneta persiana degli Arsacidi e dei Sassa-
nidi U) la cui identità con quella tolemaica è confermata nella
maniera piii brillante dal peso normale di gr. 4,285 (21 del
dinar arabo dei Califfi d'Oriente.
Questa dramma che si riscontra in Siria, sotto i Seleucidi,
in Egitto sotto i Tolemei, in Persia sotto gli Arsacidi e i
Sassanidi e in tutto l'Oriente sotto forma di dinar arabo
deriva probabilmente dal cubito usato in Egitto nel periodo
saitico e sotto i Tolemei: infatti dal cubito reale eguale in
lunghezza al meh suten di 524,96 mill. si ricava un piede di
mill. 349,87 il cui cubo corrisponde a Kg. 42,854 cioè esat-
tamente a loooo dramme dei primissimi Tolemei 13).
Il sistema monetario tolemaico presenta quindi i seguenti
rapporti col piede cubico reale :
Cubo del piede di un cubito reale di mill. 524,91 kg. 42,854 i
Mina di dramma tolemaica (4) gr. 428,54 100 i
Mina di dramma tolemaica ridotta „ 357,1 120 1 Vs i
Dramma tolemaica gr. 4,2854 loooo 100 83 Vs ^
Dramma tolemaica ridotta gr. 3,571 120000 120 100 i Vs i.
(i) Per la moneta degli Arsacidi e dei Sassanidi cfr. Vasquez
QuEiPO, Syst. métr.. III.
(2> CtV. A. Segrè, Moneta bizantina. Rendiconto dell'Istituto Lom-
bardo, 1920, pag. 329.
(3) Un cubito di un piede cubico eguale a loooo dramme attiche do-
veva essere di mm. 528,1. Non so se il cubito fiietereo raggiungesse
quella lunghezza, ma è probabile che se non era identico con esso
doveva essere equiparato al meh sitteii (vedi A. Segre, Misure totem, e
pretoleiiiaiche. Aegyptus, 1920, fase. II). Il cubito tolemaico dovrebbe es-
sere secondo me eguale a quello reale quantunque il nxoXtixatxòi; w'vix'^
del Museo di Torino sia assai vicino a 526 mill., credo che la sua lun-
ghezza teorica fosse quella di mill. 524,91 che lo renderebbe facil-
mente commensurabile colla dramma monetaria.
{\} Chiamo tlramma tolemaica quella di gr. 4,2854 e dramma ridotta
quella di gr. 3,571 coniata dopo il 290 circa. La mina tolemaica di
100 dramme ponderali di gr, 4,2854 corrisponde a 125 dramme ridotte
^' Kf"- 3»57' e la libbra di 96 dramme ridotte a gr. 342,8 cioè a circa
loo dramme romane.
24
Devo premettere un breve riassunto sulla monetazione
tolemaica in gran parte tratto dalla poderosa opera dello
Svoronos, " Tà vojjLiafxaTa toO /cpà-rou; tOv -jzTolzy.of.io}^ ^^, riassunto
che è necessario presupposto allo studio della circolazione
monetaria del regno dei Tolemei.
MONETA D'ORO TOLEMAICA.
La moneta d'oro coniata in Egitto sotto Cleomene e
sotto la Satrapia di Tolemeo I ha per base la dramma di
gr. 4,2854. In questo periodo sono coniati tetradrammi di
gr. 17,1316, dramme e tetroboli (?) (0. Lo statere d'oro fu
ridotto a io oboli attico-tolemaici nei primi anni di regno del
Soter (2), sotto il quale in Cirenaica dove fu conservato forse
un poco più a lungo che in Egitto il piede attico-tolemaico (3)
furono coniati stateri d'oro di gr. 8,571 (4) contemporanei ai
tetroboli egiziani di gr. 2,857 ^5). Prima adunque della riforma
di Tolemeo I sono coniati in oro lo statere e la dramma
mentre è assai incerto se il didrammo e il tetrobolo appar-
tengano allo stesso periodo dei nominali d'oro attici coniati
prima della riforma monetaria del Soter pare siano i seguenti:
(i) I nominali d'oro di gr. 2,70 coniati a Cipro da Menelao fratello
di Tolemeo (312-311) si avvicinano in peso ai tetroboli di gr. 2,857.
(2) Mancano criteri sicuri per stabilire con precisione la data della
riforma monetaria di Tolemeo I.
(3) Dato il rapporto di 6 : 5 fra lo statere attico-tolemaico d'oro a
quello ridotto è talvolta assai difficile poter stabilire se alcuni nominali
d'oro, appartengano alla serie e. d. attica e a quella ridotta e se il
nuovo piede monetario fosse esteso contemporaneamente a tutti i do-
minii dei Tolemei. Di difficile classificazione sono i pezzi d'oro coniati
dopo il 308 con due nonnnali un tetradrammo (?) di gr. 15,03 e un di-
drammo (?) di gr. 6 89 e 6,71 dei quali per ora ci contentiamo di se-
gnalare l'esistenza.
(4) 1 pesi dello statere d'oro della Cirenaica (vedi Svor. Classe III,
pag. 50 e segg.), sono di gr. 8,54 (n. 314) e gr. 8,55 (n. 315).
(5) 1 pesi osservati dei tetroboli di Tolemeo Soter sono di gr. 2.87,
2.86, 2.85, 2.81 (2), 2.80 (2), ecc.
Nominali d'oro coniati sul piede attico-tolemaico.
! Peso nei Valore in dramme d'ar- IValorc in dramme ri-
I ed. I genio (I) col rapporto j dotte col rapporto oro
Nominali Peso
attico-tolemaici (in
d'oro grammi ! oboli attici j oro-argento di i : io
argento di i : io
Tetradramiiìo
17,iaiG
24
40
-iS
Statere
8,671
12
20
24
Dramma
4,2854
H
10
12
Tetrobolo
2,857
4
6-V:,
8
Tolemeo Soter (305-285) introdusse un nuovo tipo di
moneta d'oro che si mantenne sotto il Filadelfo presso a poco
sino al 271-70 a. C. E questo il pentadrammo o rpij^puaov (2)
del peso normale di gr. 17,855 col suo decimo o triobolo di
gr. 1,7855 che sono i nominali d'oro più comuni in Egitto in
questo periodo.
Il Tp()(^pi>(7ov che come lo indica il nome corrisponde a
3 XP'^^QS <7TaT7ipe; o a 60 dramme d'argento pari ad Vioo eli ta-
lento (3) probabilmente deve essere identificato col talento
d'oro (4) di 3 x?^<yoi al quale accennano Porfirio, Polluce e
Snida (5).
Il Tpi;^pu(Tov, coniato soltanto da Tolemeo Filadelfo, era
considerato forse soltanto come unità di conto sotto il nome
di /^pudoOv TaXavTov dai Macedoni e forse anche dagli altri
(i) Sul rapporto delle dramme d'oro e quelle d'argento vedi pag. 28.
(2) Vedi il mio articolo negli Atti dell'Istituto Veneto a proposito
del P. Edgar 5.
(3) In un conto inedito di una banca comunicatomi gentilmente dal-
l'Edgar, 85 xpixpuoa sono cambiate con 51 ^xvatìa,
(4) Non veao in che modo a questo nominale si possa assegnare
l'usuale, ma non necessaria divisione in 6000 parti.
(5) Porfirio Script. MetroL, \, 299, 21. tò 8è MaxeSovtxòv tàXavtov tptt?
•rjoftv 5^póoivot. Polluce, ntpl vojitofxàttov, Script. Metro/, I, 281, 11, •/^Sóvoto
Zk tò xoù /puoioo tàXavxov xpslc. ^(poao'Jc 'Axtuoì)?, xò 8è àpY'^p'.ou é^-r^xovxa
jivà^ 'Axxtxòc. Polluce, ««pi oxaxixij?, Script. .Metn)!.^ I, 297, 18, ó 8è ypuooù?
oxfttTjP ?óo YjYb 8pa/jjLà: 'Axxtxàc, xò 8è xàXavxov xptì? y^puooò?. Snida, Loci
ex etym. magn , Script. Metrol., I, 354. tò xóXavxov xaxà xoù? uaXaioòc
Xpoooùc ti^t xptl; 8ià «al ò <t>iXY]pL(uv ó xiupitxó(; (piriai. '$60 «l Xà^ot xóXavt«
Xpoooò? é4 s/iuv ànoiotxai. Sembra nonostante le testimonianze degli scrit-
tori metrologici che i talenti d'oro di questo tipo non siano stati co-
niati che in Egitto.
26
Greci dell'epoca Alessandrina ed era ragguagliato a 6 dramme
attiche all'epoca di Alessandro il Grande quando l'argento
era in un rapporto di i : io coll'oro e a 5 dramme quando
il rapporto fra i due metalli fu abbassato ad i : 12.
Non so se debbano essere ravvicinati ai nominali e. d.
attici quei didrammi che Svoronos chiama stateri d'oro di
piede fenicio (i) coniati da Tolemeo Soter fra il 305 e il 285;
ma da quanto si è detto dai primi anni di Tolemeo Soter
sino al 270 sono coniati con certezza sul piede di una dramma
d'oro di gr. 3,571 solo il pentadrammo o Tot/^pu^ov ed il trio-
bolo corrispondenti rispettivamente a 60 e 6 dramme d'ar-
gento come risulta dalla tavola seguente:
Nominali d'oro sul piede della dramma di gr. 3,57.
Nominali
Peso in gra.Timi 1 Peso in oboli Valore in dramme d'argento
Pentadrammo
Didrammo ?
Triobolo
17,8-55
7,142
1,7855
30
12
3
60
24
L'emissione dei Toi^^pixia che recano l'effige di Tolemeo
Soter anche durante il regno del Filadelfo, si arresta (2) dopo
la morte di Arsinoe Filadelfo (270-71) colla comparsa degli
paeia del peso normale di gr. 27,878 recanti l'effige della
regina divinizzata: dal 270-71 a. C. in poi la dramma d'oro
tolemaica di gr. 3,571 è ridotta a gr. 3,4838.
Sotto Tolemeo Filadelfo sono coniati in oro gli otto-
drammi, [AvasXa di gr. 27,868 del tipo descritto da Svoronos
(i) Svoronos, op. cit., pag. 18, nn. loi, 102, ili, 121, 126, 128, ecc.
I pesi di questi nominali sono di gr. 7.30, 7.19, 7.15 (2), 7.13 (2), ma la
maggior parte di essi hanno un peso inferiore a gr. 7.12. Il e. d. piede
fenicio corrisponde secondo l'opinione comune dei metrologi a gr. 3.638
quindi dà un didrammo di gr. 7.276 mentre il piede ridotto tolemaico
<^i S^' 3-571 dà un didrammo di gr. 7.142.
(2) I pentadrammi emessi nel 266-65 a. C. dovrebbero ora conside-
rarsi come eccezionali; probabilmente le date di queste monete dovreb-
bero essere controllate.
27
(op. cit., n. 605), i tetradrammi, i mezzi pas^a di gr. 13,934 <^),
i didrammi di gr. 6,967 (2) e le dramme di gr. 3,48385 (3'.
Nominali d'oro di Tolemeo Filadclfo coniati sul piede della dramma
di gr. 3,48.
Nominali
Dnmme d'oro di gr. 3,48 Dramme d'argento di gr. ■^,571
Mvatìov
10
100
ictvtaxpoaov
5
50
0'18pa)(jAOv
2'/.
25
«potxfxYi
l'A
12 V.
Dai nominali aurei già trattati risulta che la dramma
d'oro attico-tolemaica di 4,285 gr. sotto Cleomene è ridotta
a gr. 3,571 sotto il Soter e a gr. 3,48125 dopo la morte di
Arsinoe Filadelfo, quindi non credo esatta l'assegnazione di
Svoronos al legno di Tolomeo III Evergete dei seguenti no-
minali di peso attico che portano l'immagine di Berenice,
Rspsv'.xsia vopdfAaTx (Poli., Onom., t. X, 84, 101).
Decadrammo d'oro attico
(4)
P.
n.
gr.
42,854
Pentadranimo (5)
„
21.427
Pentemidrammo (6)
n
10,7315
Dramma (7)
u
4.2854
Triobolo (8)
H
2,1427
Triemibolo {9)
n
1,07135
Certo è che questi pezzi hanno per base la dramma
d'oro di gr. 3,571 o quella di gr. 4,2854 che si mantiene con
la prima in un rapporto esatto di 6 a 5 mentre è invece as-
(i) Pesi osservati, Svor., 11. 604.
(2) Pesi osservati, Svor., n. 605, gr. 6,95.
(3) Pesi osservati, Svor., n. 606. ji;r. 3,45.
(4) Per ia moneta d'argento dello stesso tipo vedi pag. 30-31.
(5) N. 972, gr. 42.83, 42.81, 42,76 (2).
(6) N. 962, gr. 21.42, ecc. (N. 978), ^r. 21 40 (2), ecc.
(7) N. 980, gr. 4.30 (2), 4.28 (2), 4.27 (2), ecc.
(8) N. 281. gr. 2.15(2), 2.14(2), 2.13, ecc.
(9) N. 982, gr. 1.15, 1.08. 107(2), 1.06(2), ecc.
28
solutamente da escludere la nuova dramma di gr. 3,483 (i),
quindi i pezzi che lo Svoronos e tutti coloro che si sono oc-
cupati di numismatica tolemaica, attribuiscono a Berenice II
e quindi al regno di Tolemeo III, per il loro piede monetario
appartengono secondo me a Berenice I e precisamente ai
primi anni di regno del Filadelfo, sotto il quale ebbe luogo
la divinizzazione della madre Berenice I (2). Attribuendo il
BspevUsiov vófy.tdfjLa al regno del Filadelfo non ci resta che as-
segnare a quei nominali il valore che ad essi conferisce il
confronto con la moneta coniata prima della morte di Arsinoe.
Poiché il così detto decadrammo d'oro con un rapporto
oro-argento di i : io corrisponde a loo dramme attiche o
120 tolemaiche e a 120 dramme attiche 144 tolemaiche con
un rapporto di i : 12, al BspEvtxsiov vóy/.^ay. d'oro si possono
assegnare i seguenti valori <3> :
Bepsvixeia vofJtiojxata
Oboli
Oboli
Pesi
tole-
attici
maici
Dramme attiche
rapporto
oro I argento
1 : IO I : 12
Dramme tolemaiche
rapporto
oro argento
T ; IO I 1:12
Decadrammo
Pentedrammo
Pentemidrammo
Dramma
Triobolo
Triemiobolo
42,854
(;o
72
100
120
120
21,427
30
3(i
50
()0
60 1
10,713
15
18
25
30
30
4,2854
6
17 Vs
10
12
12
2,1427
3
375
5
()
6
1,0713
IV2
17.
:^V.
3
3
144
72
30
(1) In questo caso il dodecadrammo di questo piede monetano cor-
risponderebbe a gr. 41.806 e non a gr. 42.85, e i nominali inferiori sa-
rebbero ridotti anch'essi in proporzione.
(2) Si sa che sotto il regno di Tolemeo II Filadelfo furono tributati
a Berenice onori divini insieme al suo marito. Theocr. XVII, 121 e segg.
Kallixenos F. H.G., III, 59 e 65, sul culto dei Beol ocoxvjpe? cfr. Wil-
KEN, Gel. An., 1895, 193 e segg., con accenno all'iscrizione Aduletana,
GIG.. III, 5184-5797 {IGL, 727) come moglie di Tolemeo I, dove sono
nominati i Beol ocDXYjpe?. Come madre di Filadelfo e di Arsi noe è nomi-
nata in due iscrizioni in Olympia {Dittenberg. Sylloge, 152), in GlG.y
III, 5184 e 5795 (= IGL, 727), come moglie di Tolemeo 1 in GIG., II,
2614 (Pauly Wissowa, Realenz, pag. 283, sotto Berenike).
(3) I valori del Bepevóxeiov vóixca|Aa sono stati effettivamente quelli
indicati nelle colonne 6, 7 e 9 per i cambiamenti di rapporti fra l'oro e
l'argento effettuatisi nel periodo che va dagli inizi della conquista ma-
cedone al 279-280 a. C.
29
I dati della quinta colonna della tavola di pag. 28 con-
frontati con quelli della sesta colonna di questa dimostrano
come per il Bspevixstov vójxidfAa sia più probabile il rapporto
fra l'oro e l'argento di 1 : io che quello di i : 12.
L* Evergete coniò invece il paeTov di gr. 27,868, la dramma
di gr. 3,483 e Temidrammo di gr. 1,74(1): i suoi successori
mantennero presso a poco gli stessi tipi monetari, onde quan-
tunque la maggior parte delle congetture dello Svoronos re-
lativi alla coniazione dell'oro tolemaico dopo il Filopatore
siano assai discutibili (Head, Hìst., Num.^, pag. 855 e segg.)
si può tuttavia ritenere che l'emissione di nominali aurei
cessi soltanto sotto il regno dell'Aulete (80-58 e 55-51), quando
il tetradrammo di argento divenne una moneta di biglione.
MONETA D'ARGENTO TOLEMAICA.
L'argento fu coniato su larga scala sotto Cleomene e
sotto la Satrapia del Soter sotto forma di stateri attico-tole-
maici di gr. 17,136 simili ai pezzi ateniesi, ma mentre i te-
tradrammi mantengono inalterato il loro peso legale sotto la
Satrapia di Tolemeo I, le dramme e i trioboli pare abbiano
il peso inferiore al normale (2) di gr. 3,75 e gr. 1,8725 (3).
Nel 311-305(4) e forse sino ai primi anni di regno del
Soter (5) sono coniati stateri, di gr. 15,7098 (6), su un piede
di una dramma di gr. 3,927 che lo Svoronos chiama impro-
priamente rodio (7) sinché il tetradrammo tolemaico sotto il
(i) I pesi delle dramme d'oro si mantengono generalmente inferiori
al peso normale (n. 995) gr. 3.08, gli emidrammi non superano i gr. 1.55,
"• 935» gr. 1.53. ^52, n. 983, gr. 1.55, n. 984, gr. I.51.
(2) Dato il numero abbastanza ragguardevole di pezzi che ci sono
rimasti ed il loro slato di conservazione non si può supporre che il
basso peso delle dramme e dei triboli sia accidentale.
(3) Dran.ne (n. 34) gr. 3.74, 3.71, 3.8. 3.59, 3.51, 3.50, ecc.; Trioboli
("• 35) gr- 188. 180, 1.74, 1.71 ; Dramme (n. 43) gr. 3.70, 350, ecc.;
Dramme (n. 45) ^v. 3.77, 3.70, 3.50; Dramme (n. 40) p;r. 360, 3.55.
(4) Svoronos, op. cit., n. 96.
(5) Ctr. classe A, serie A e B, di T-'U-tn,-,, 1
(6) La media di 15.71, 15.65, 15.63.
(7) Di questi piede non esistono clit ^1: suur: •.
3°
Soler subisce una nuova riduzione di peso ad assume il tipo
caratteristico della moneta alessandrina; da ora in poi esso
recherà l'effige di un Tolemeo al diritto, l'aquila al verso.
A questo statere del peso di gr. 14,99 bacile a determinarsi
data l'abbondanza e la buona conservazione dei pesi rimasti
si dovrebbero accompagnare didrammi di gr. 7,498, dramme
di gr. 3,75, trioboli di gr. 1,875, ecc.; forse appartengono a
questa serie i didrammi (i) della Cirenaica (304-285 a. C.) di
cui alcuni recano la testa di Tolomeo I, altri quella di Be-
renice I mentre invece la serie A della classe B (Svoronos,
opera citata) di Tolemeo Soter presenta ottadranimi che
appartengono almeno dal punto di vista metrologico al piede
monetario di gr. 3,57.
Non ci si può nascondere che la classificazione della
moneta d'argento alessandrina nel periodo che precedette
Tolemeo Filadelfo presenti, almeno in apparenza, non poche
complicazioni che dipendono generalmente dalle incertezze
cronologiche, dalla varietà delle zecche e dalla scarsità dei
materiali (2).
Ciò nonostante pure attraverso le difficoltà che presenta
lo studio della valuta egiziana della fine del IV secolo e il
principio del III resta accertato negli anni che precedono il
regno del Filadelfo 1' uso successivo di tetradraiiimi di
gr. 17.138, 15.098 e 14.996 (3) ed infine di gr. 14.284, dopo
Tolemeo II sotto il quale la moneta alessandrina acquista
una uniformità di peso e di tipi che ne rendono assai più
agevole lo studio dal nostro punto di vista.
Anche per l'argento secondo me va attribuito all'epoca
del Soter e ai primi anni di regno del Filadelfo il Becevì/ceiov
(i) Pesi osservati (n. 309) gr. 7.42, (n. 317) 7.42, (n. 318) gr. 7.46,
7.45, 7.42. Questi nominali appartengono alla stessa serie dei trioboli
d'oro di gr. 2,865 e dei didramini di gr. 8,56 v. p. 25.
(2) Non si potrebbe escludere che alcune delle complicazioni della
monetazione tolemaica della fine del IV e principio del III secolo po-
trebbero in parte avere origine dalla coniazione di monete di piede
straniero destinate quasi esclusivamente al commercio estero.
(3) Probabilmente le difficoltà che derivano dall'uso dei sottomultipli
il cui peso non si accorda sempre con quelli degli stateri, potrannc
essere spiegate con una revisione della cronologia dei pezzi.
3t
vó{jLi<7(j.a che Io Svoronos classifica come moneta di piede at-
tico di Tolemeo 111 Evergete (^) costituita da pentadrammi
attici (p. n., gr. 21426) (2), pentemidrammi (p. n., gr. 10,713) (3)
tetroboli (p. n., gr. 2,856) Ù), dioboli (p. n., gr. 1,428 (5> e da
un nominale d' argento di cui esiste un unico esemplare
(n. 988) di gr. 46,68 in cattivo stato di conservazione al quale
si può assegnare il peso approssimativo di 12 dramme
attiche.
Come ho già accennato dopo Tultima riforma monetaria
del Soter si intraprese in Egitto la coniazione degli stateri
di gr. 14,284 e delle dramme di gr. 3,571 che fu continuata
ininterrottamente <6ì fino all'epoca del triumviro M. Antonio
il quale forse tentò di introdurre in Egitto per breve tempo
e senza fortuna il denaro repubblicano di Ve* ^^ libbra ro-
mana. Gli stateri tolemaici ridotti a moneta di biglione sotto
l'impero da Tiberio (18-19) furono poi coniati sino al 295 circa,
anno in cui ha luogo la riforma monetaria di Diocleziano (7).
(i) Ved. pag. 28 e segg. Questi stessi nominali potrebbero essere
rispettivamente esadrammi, didrammi, tetroboli e dioboli tolemaici.
(2) (n. 963) gr. 20.20, 20.17, ("• 982) gr. 21.12, 20.05, 19.92, 19.85.
(3) (n. 990) gr. 10.17, 10.00, (n. 991) gr. 9.95.
(4) (n. 987) gr. 227.
(5) (n. 985) gr. 0.87, 0.76. È difficile si tratti di oboli di peso ec-
cedente.
(6) Dopo il 270-71 sono coniati dal Filadelfo decadrammi del peso
di gr. 35,71 colla testa di Arsinoe e tetradranmìi di gr. 14,284 sotto
l' Evergete si continuano i tipi monetali del Filadelfo; sotto Tolemeo IV
e V sono comuni i didrammi, sotto V Epifane sono coniati ottodrammt
(p. n. 28,56) (p. oss. gr. 28,47), tetradramuìi e didrammi e forse trio-
boli, dioboli e oboli. Gli altri Tolemei in generale emettono stateri che
restano sempre la moneta tipica alessandrina, didrammi e a volte
dramme e frazioni di dramma. 11 triumviro M. Antonio coniò in Cire-
naica pezzi di gr. 15.61, 15.40, 15.27, 15.16, 15.08 eguali in peso a 4 de-
nari repubblicani (Svoronos, op. cit., n. 1808) e in Egitto con scrittura
latina nel 34-35 un nominale àp^opiov Jvjvipiov di gr. 3,84 che proba-
bilmente più che a sostituire le dramme alessandrine doveva servire
per il soldo delle legioni romane.
(7) (n. 364) gr. 3.57, 3,55 (n. 372) gr. 3.33, 3.28, 3.13 (n. 570) gr. 3.38
(11. '-JT^I <' ! 2,<(i (Il ZO^,\ V'f. :> on (w zr)~: i "T o ->T
32
RAPPORTO FRA L'ORO E L'ARGENTO MONETATI
NELL'EPOCA ALESSANDRINA.
Il rapporto legale fra rargento e Toro in Grecia ai tempi
di Alessandro era certamente di i : io come appare da varie
iscrizioni che vanno dal 336-335 al 306-305.
Nei conti della PouXyi di Delfi e sotto l'arcontato di Dione
(336-335 a- C.) BCH., XXIV, 1900, pag. 124 e segg. ^i), 150
filippi d'oro (il filippo è uguale al didrammo attico) corrispon-
dono ciascuno a 7 stateri eginetici o 20 dramme attiche come
sotto Tarcontato di Theone (328-7) [BCH., XXIV, pag. 475),
dove il darico è ragguagliato a 7 stateri eginetici (20 dramme
attiche) r^apsijcol TpiTaxQCiot sIjcogi si;... toÓtwv ìtz'zx cTocTfipcrc ; quan-
tunque in questa stessa iscrizione (col II A 7), àptG(7.e!:Tai ^ì ó
^apsr/cò; éfTUTà (TTaTYip<7t x]aì ^pa/jy/7. si ha invece un corso al
darico forse eccezionalmente un poco più elevato.
Un rapporto assai vicino ad i : io (1:9,45) risulta dai
conti degli hieropi di Delfi dell'anno 329-328 (C. /. A., IV,
28346) dove 2 philippi, I dramma ed i obolo d'oro corri-
spondono a 50 dr. 5 '4 oboli (i dramma calcidica l'obolo).
Il solito rapporto può esser ricavato dal CI. A., II, 719
(321-20 a. C.) ed i Did., 728 (319-18) e dalla rubrica dei conti
dell'Arconte Coroebus (306-5 a. C), CI. A., II, 327, che ha
maggiore importanza per il mio studio perchè contemporaneo
della moneta tolemaica e perchè offre un ragguaglio per
somme d'oro e d'argento assai rilevanti.
Il rapporto di i : io fra l'oro e l'argento che ricorre
nelle iscrizioni della fine del IV secolo compare anche negli
scrittori di questo periodo come risulta dal passo della Ilapa-
ypoooù? sxaxòv TCevx-rjXovxa Tsxaaxov sv éittà
oxatTipoc, Toùxo Iy^vsxo el; àp^optoo TCocXo-.ioy
I
33
xaTa^YiìCTn di Menarra^Mi^ramandatoci da Polluce, Script.
MetroL, I, 290.
^ Tò Sèypu^iov oTi ToO àpyupiou ^exaTU/.àGtov y.v <ia(pc5; av ti; ex
TYi; Msvàv^pou llxpaxaTaOr.xT,; 'j.àOoi. 7upO(Tei-a>v yàp óXxtiv Tà).àvTOo
^pu'jiov GOt icatStov, sffTT.xa rspwv, STràys'. {xstÌ Ta'jxa T^epì tóutoo
^.syoiv, fxaxapco; sxelvo-; ^sxa xàXavTa xaTa(p«Ya>v ,,.
Anche interessante è il passo di Arriano, IV, 18, 7 sul-
l'assedio della fortezza dei Sogdiani dal quale si ricava il
rapporto di i : 10 fra l'argento e l'oro, dall'eguaglianza di
un talento, che m quell'epoca deve essere attico, a 300 da-
rici d'oro.
Questo rapporto (2) pare sia rimasto tradizionale in Gre-
cia, perchè nel 189 nel trattato di pace cogli Etoli questi
pagavano ai romani l'indennità di guerra ragguagliando la
mina d'oro a io mine d'argento: " tóìv (^£/,a (/.vóiv àpyjpiou jivav
<^i^óvTe; (3) „.
Questi dati fanno supporre che il rapporto fra l'argento
e l'oro che sappiamo vicino ad i : 15 in Atene ai tempi di
Pericle, di i : 13 S, in Persia nella stessa epoca e ad i : 12
ai tempi di Platone (Ps. Platone Hipparchus, pag. 241 D.), si
fosse innalzato ad i : io probabilmente verso la metà del
IV sec. per l'intensivo sfruttamento delle miniere aurifere
del monte Pangeo in Tracia da parte di Filippo di Mace-
donia (4). Nello stesso senso influirono certamente anche le
conquiste di Alessandro che riversarono sulla Grecia tesori
per quei tempi immensi. Però a questo riguardo devo osser-
vare che non basta l'abbondanza o meno dell'oro nella cir-
colazione di un paese per inferirne i rapporti legali fra la
valuta aurea e quella d'argento, che come dimostrerò nel
(i) Menandro fiori fra il 320 ed il 292 a. C.
(2) EsiCHio, Script. Metrol., I, 307, '0 Ss -^pììzùb:; ittp'. 'Attixoìt; Sóvatat
t^ayj^ÒLZ 8óo u>c lloXé(iapxó(; cpfj^t, Spa)(|i-r] 2l to6 ^puooò voniafiato^ àp^upcoo
3pa)r(i.à(; 3éxa ptvàv Sé Xéfooo'.v to'j<; tcévte ^puooò; éxatov Spaj^jxat KOtoòoiv
•j.vàv |iiav
(3) PoLiB., 6, XXII, 15, 8, confermato da Livio, XXXVIII. 11. * Pro
argento si auruni dare mallent. darent coiivenit duiii prò arjienlcis de-
cem aureus unus valeiet ^ e dal commento di Zonara, X, 540 B.
. (4) Th. Reinach, l'Htsl. par la wontiait, pag. 52
3
34
corso di questo studio l'oro monetato nell'epoca ellenistica
era coniato con troppo alti rapporti fissi rispetto all'argento
per poter esser considerato semplicemente come una merce
nei riguardi della circolazione interna.
RAPPORTO FRA IL VALORE DELL'ORO
E DELL'ARGENTO MONETATO PRESSO I TOLEMEL
La dramma tolemaica d'oro è successivamente di gram-
mi 4,2854 sotto Cleomene ed il Soter, di gr. 3.571 sotto il
Soter e il Filadelfo, di gr. 3,483 dopo il 270-71. Quella d'ar-
gento originariamente di gr. 4,2854 sotto Cleomene e To-
lemeo I è ridotta a gr. 3,927 e g^r. 5,75 sotto il Soter che
probabilmente iniziò anche la coniazione della dramma ales-
sandrina tipica di gr. 3,571- 1 dati che derivano direttamente
dallo studio delle monete e quelli che possiamo ricavare dai
documenti ci permettono di determinare a volte con certezza
e a volte invece soltanto con molta probabilità il rapporto
fra l'oro e l'argento monetato nel!' Egitto Tolemaico.
Dall'epoca di Cleomene alla reggenza di Tolemeo I,
l'oro e l'argento sono coniati su uno stesso piede di gr. 4,2854.
I nominali aurei- emessi sono il tetradrammo, il didrammo(?),
la dramma e verosimilmente il tetrobolo.
Nominali
Peso normale
Dramme
Oboli
Rapporto 1:12
Rapporto 1 : IO
Tetradrammo
17,139
4
24
48
40
[Didrammo]
8,571
2
12
24
20
Dramma
4,285
1
6
]0
10
[Tetrobolo]
2,857
Va
4
8
6^/3
Il valore dell'oro in argento nella fine del IV secolo era
certamente quello che riscontrammo nei documenti di que-
st'epoca citati a pag. 32 e segg. Il rapporto decimale fra i due
metalli che in Egitto forse come in Persia era gi.à praticato Ira
le unità monetane d'oro e d'argento si adatta assai bene ai
nominali d'oro di Berenice che se fossero invece multipli di
35
dramme tolemaiche, sarebbero coniati in un rapporto di 12
coll'argento (r) e darebbero i risultati evidentemente assai
poco soddisfacenti dell'ultima colonna della tavola seguente (2):
Valori in argento dei nominali d'oko coniati in egitto
PRIMA DEL 270-71 a. e.
Pesi no
rmali dei no-
i in grammi
2 *
■o-
II
._ 0
l'i
0
_T3
:r:"u
Rapporto oro-argento
di 1 : IO
Rapporto oro-argento
di 1:12
minai
dramme
dramme
dramme
dramme
e .
- 0
e 0
" 0
- 2
ed. attiche
tolemaiche
e d. attiche
tolemaiche
^ gr.
42.854
IO
12
60
72
100
120
120
144
* „
21,427
5
6
30
36
50
60
60
72
„
17,85
-tVe
5
25
30
41^3
50
50
60
■X- ,■
Hi,71
2 Va
3
15
18
25
30
30
36
„
8,57
2
2^5
12
14 75
20
24
24
28 Vs
»
7,142?
1*/.
0
IO
12
18
20
20
24
„
4,2854
l
IV5
6
"''U
10
12
12
14%
II
2,87
*u
V.
4
4V5
6^3
8
8
9V.
1»
2,142
'U
'/5
3
3^/5
5
6
6
TVs
l,7'-\5
V,,
V2
2*/2
3
4 Ve
5
5
6
.,
1,071
V4
/IO
IV3
l*/5
2V«
3
3
3V5
I noriiilUili contrassegnali asterisco ^ appartengono esclusivaiiiente
alla categoria del Bep»vixetov vó^itofia.
Il rapporto fra l'argento e l'oro ai tempi di Tolemeo II
prima della coniazione degli {xvaeia fu certamente abbas-
sato ad I : 12 <3), come dimostra il nome di Tpiypuffov dato al
pentadrammo d'oro di gr. 17,85 coniato dal Fiiadelfo insieme
al triobolo. Questo nominale che compare nel P. Edgar, 5, 2,
è cambiato in p-vaeTa (vedi pag. 26) come una moneta equi-
valente a 60 dramme tolemaiche.
Il passaggio dal rapporto argento-oro di quello di i : 10 a
I : 12 è stato secondo me graduale. I dati di cui disponiamo
fanno ritenere che l'oro fosse coniato su piede attico sino
ai tempi di Tolemeo II, ma è molto probabile che alla dramma
d'oro attica si facessero corrispondere sino ai primi anni di
(i) I dati di questa tavola sono ottenuti i aggtiagiiando k- draninic
tolemaiche di gr. 3,571 a 5 oboli di dramma attico-tolemaica di gr. 4,2854.
(2) La morte di Berenice 1 e quindi anteriore all'emissione dei pen-
tadramini del Fiiadelfo.
(3) Questo rapporto di i : 12 fra l'argento e roro tolemaico è iden-
tico a quello che vigeva nella stessa epoca in Sicilia. Vedi A. Skgrè.
Note di monetazione e di metrologia stcìliana (sludi in onore di Ors;
36
re^no del Filadelfo non più di io, ma 12 delle dramme to-
lemaiche coniate sotto il Soter. Poiché il primo statere ri-
dotto di gr. 15,71 corrisponde esattamente a 22 oboli di
dramma attica tolemaica, il secondo di gr. 14,99 a 21 oboli
della stessa dramma se poniamo un didrammo d'oro tole-
maico eguale a 12 dramme d'argento si ricava un rapporto
fra i due metalli rispettivamente di i:ii e i : io V2 ^^^•
Dopo la riforma monetaria di Tolemeo Filadelfo (271-70),
sino alla conquista romana allo statere d'oro di gr. 13,9216
si fecero corrispondere 25 dramme d'argento tolemaiche di
gr. 3,571 il che porta ad un rapporto fra l'oro e l'argento
di I :i2^Vi6. Questi dati ci risultano con sicurezza dal
nome di (xvaeia dato agli ottodrammi d'oro tolemaici del peso
di gr. 27,845 e da un passo dello 2xut£u; di Heronda del
tempo del Filadelfo dove evidentemente 4 darici d'oro sono
calcolati come una somma più elevata di una mina o penta-
statere d'oro tolemaico (2).
(i) Il peso dello statere attico-tolemaico moltiplicato per 12 è eguale
rispettivamente ad 11 e io '/a didrammi ridotti di gr. 7,851 e gr. 7,445-
(2) Nel mimo di Heronda un calzolaio alla moda Kerdon domanda
una mina d'argento per un paio di sandali Fóvat, pif^c; fAV"^^ èouv fi^tov
i:oùxo TÒ CsùYO(; ; la compratrice si lamenta per l'enormità del prezzo;
un'amica interviene per domandare quanto costa un altro paio di cui
Kerdon ha detto sopra (v. 30) e ritorna a dire (v. 106) che è della
stessa qualità e dello stesso valore del primo; Kerdon risponde (v. 99) :
oxatYjpa? névis . vai [aoc Hsobz. cpoità
Yj 'laKxy.' EòetYjpti; Yjfxépocv TCàaav
Xa^sìv àva>Yoe)G\ àWh'^uì jxiv [èyOaJtpo)
v.YjV Téaoapàc fxoi oapeiv.oòc ónóoxYjxa'.....
Reinach e con lui la maggior parte dei commentatori trovano delle oscu-
rità sul testo perchè ponendo 5 stateri eguali ad l mina e un rapporto fra
l'oro e l'argento i : io, ritengono implicitamente che si tratti di nominali
attici. Il ragionamento non è esatto come dimostra l'imbroglio dei com-
mentatori di fronte ai darici del verso 103. Gli stateri di cui parla
Kerdon sono quelli dell'epoca di Tolemeo Filadelfo di cui 5 formavano
il ^vaelov o ottodrammo tolemaico di gr. 27,845. In questa epoca /poooó?
o xptJ30ó(; oTttTYjp è semplicemente un nominale d'oro corrispondente a
20 dramme d'argento, quindi quando Kerdon dice è^Oaipto xy^v xéoaapàg
jiéì oapetv.oìx; ÒTCÓoxviTat intende come è naturale di parlare di una cifra
più elevata : infatti 4 darici corrispondono esattamente a 33,52 gr. d'oro
o 120 dramme d'argento tolemaiche.
37
Il rapporto legale fra i due metalli si mantenne di
1 : 12 *Vie» P^r tutta l'epoca tolemaica. Su questo nuovo piede
monetario sono coniati i seguenti nominali :
Ottodrammo o jivatìov (i) gr. 27,843 = d»-. 100
Distatere o ntvt-rjxovTaipaxfxov „ 13,9216 = ^ 50
Statere „ 6,966 = „ 25
Dramma „ 3,483 = „ 12 V»
Triobolo „ 1,741 = „ 7V4
Lo Statere d*oro prende il nome di xP'^aoO; TaXavTOv, che
presso l'anonimo alessandrino, Script. MetroL, I, è raggua-
gliato a due dramme attiche di tre scrupoli (2). "'Ayei oòv tò
ypudoO? TaXavTOv 'ÀTTDtà; 5pay{j(,à; Suo, ypà{/,{xaTa ?', TETapTa?
Questo passo messo in relazione con quelli dell'epoca
romana ci dà le seguenti divisioni del pasTov :
MvaBÌov gr. 27,868, i
atot^jp „ 6,968, 4, I
^P«XK''h .; 3,4838, 8, 2, I
x»Tapr»i „ 1,7419, 16, 4, 2. I
Tpttfxjia „ 1,1613, 28, 6, 3, I Va, i
Il XP'^<^°'^ èxKT/ifLou avaelov del P. Paris, io, è con ogni pro-
babilità identico a quello che compare nei papiri dell'epoca
romana. Lo statere del Filadelfo pesante circa i ^^/ ^^ del di-
drammo d'argento ha tutta l'apparenza di essere coniato su
un piede affatto indipendente da quello tolemaico, né mi
parrebbe troppo azzardato supporre che come la dramma
d'argento di gr. 3,571 è il pentobolo della dramma e. d. at-
tica di gr. 4,2854, così lo statere tolemaico posteriore al
270-71 corrisponde ai Vg del darico d'oro (3) che come è noto
(i) Come moneta d'oro Suida, Script. MetroL, I, 336.
(2) Al solito in questo passo la confusione fra le drauuiie attiche
^' g""* 4,366 con quelle romane di 3 scrupoli deriva dall'equiparazione
della dramma romana a quella alessandrina e dalla sostituzione pres-
soché costante nei passi metrologici del denaro neroniano alla dramma
attica.
(3) Il peso del darico è approssimativamente di gr. 8,37 (Hultsch,
Griech. u. rom. Metro/., pag. 129-34): io oboli di darico corrispondereb-
bero a gr. 6,975 e le dramme d'oro a gr. 3,487.
38
sino alla fine del IV sec. circolava alla pari collo statere at-
tico ed alessandrino, ed era almeno sino alla conquista ma-
cedone la moneta aurea piìi diffusa in tutta la Grecia (>).
MONETA DI RAME TOLEMAICA.
Le monete di bronzo tolemaiche presentano m .s:enerale
una grandissima uniformità di tipi (2), e caratteri distintivi,
in generale particolari a ciascuna serie e non a ciascun no-
minale; perciò data la natura di questa mia ricerca nell'esame
della coniazione del rame dei Lagidi terrò conto quasi esclu-
sivamente del peso normale dei singoli pezzi, tanto più che
la loro grande uniformità di tipi e di pesi fa arguire che gli
oboli del Filadelfo seguitassero a circolare in Egitto fin sotto
ai primi imperatori di casa Giulia i quali si studiarono di
continuare le tradizioni nazionali nella monetazione del rame
come in quella dell'argento.
La maggior parte delle antiche ricerche sulla moneta
di bronzo tolemaica hanno perso ormai ogni interesse per-
chè la tesi degli antichi metrologi che tentava di fare di
essa una moneta vera coniata con un rapporto fra il rame
e l'argento di i a 120 è ormai completamente caduta in sl
guito alle fruttuose ricerche di Grenfell, P. Tebtunis, App. II.
pag. 580.
La stessa sorte hanno quindi subito le vecchie equipa-
razioni formulate da Hultsch (3), dei nominali di bronzo del
sistema egiziano del dehen e della kite con gli oboli e le
dramme di rame.
Il bronzo tolemaico fu coniato su due piedi monetari
differenti. La classificazione dei pezzi coniati nel periodo che
va da Cieomene ai primi anni di regno di Filadelfo è per
(i) Hultsch, op. cit., pag. 179 e segg. La menzione dei darici da
parte di Heronda (v. p. 36) non è priva di interesse.
(2) Per lo più al diritto porta la testa di Zeus Amnione e al verso
una o due aquile con le ali aperte o chiuse e la scritta ritoXBfiaioo
(uT-ripo? o IItoX8{i.aioo BaoiXéto? in epoche più recenti.
(3) Hultsch, Die Ptolemàischen Miinz-und Rechiungswerte Abh. K.
Sachs. Gesellsch.^ XVII, Leipzig, 1903.
39
ora puramente ipotetica per le incertezze e le difficoltà de-
rivanti dalla scarsità dei dati e dalla prevalenza di nominali
di piccolo peso. In ogni modo essa rappresenta certamente
le ordinarie frazioni di dramma attica anche per i suoi
pesi (i). I nominali di rame anteriori a Tolemeo 11 possono
essere rappresentati dalla tabella seguente :
Nominali
Peso
in grammi
Peso in unità egiziane
Valore *n
oboli
Valore in
yaXxoi
A
17,14
4
(iraiiniie e. d. attirhe
I
4
B
8,57
2
V
^4
-
C
4,285
!
.,
v«
1
D
2,14
Vir,
V.
E
1,07
Vs.
Vi
Questa classificazione quantunque presenti necessaria-
mente una certa indeterminatezza ed arbitrarietà, perchè
nell'antica moneta di rame specie per i pezzi di minor peso
si passa sempre da un nominale all'altro per gradi insensi-
bili, si adatta secondo me meglio di ogni altra ai dati che
possediamo.
Tolemeo li portò un completo mutamento nella conia-
zione del rame stabilendo quei tipi e quei pesi che i no-
minali di bronzo tolemaici mantennero almeno teoricamente
inalterati sino all'epoca di Cleopatra VII. Data l'importanza
dell'argomento e l' interesse che ha suscitato presso la mag-
gior parte degli studiosi di numismatica e di metrologia an-
tica esporrò brevemente i criteri che mi hanno guidato nella
classificazione delle monete di bronzo tolemaiche posteriori
al Filadelto.
I presupposti necessari della mia classificazione sono i
seguenti :
i.° - La moneta tolemaica di rame, come risulta dai
papiri corrisponde a nominali greci e quindi a multipli e fra-
zioni di <'h( i .
(I) V
pag. 64 f
malogie la moneta contemporanea dei Scleucidi a
40
2.° — I nominali di Cleopatra VII contrassegnati con
TT di gr. 20,1 — 15,8 e quelli contrassegnati con M di
gr. IO — 7,891 (Regling, Z. /. Num., 1901, pag. 115), come
assai esattamente ha riconosciuto Grenfell (App. P. Tebi., I,
595), corrispondono rispettivamente a 80 e 40 dramme di
rame — cioè ad i obolo e a Vj obolo (i), perchè l'obolo di
rame è eguale a 80 /aXxoO ^^oLyj^oLi e il talento di rame tole-
maico (2) si divide come segue :
XaXxoù xàXavTOV
I
'Apyopioo òoay[^'i\
'O^oXóc
XaXxói;
XaXv.oó 8paxM-*ri
12 Vr
600.
6000,
I
6,
48,
480,
I
8,
80,
I
IO,
Partendo dal peso dell'obolo di Cleopatra, i nominali di
bronzo più alti di gr. 100 — 92 negli esemplari ben con-
servati non possono esser classificati che come tetroboli (3);
donde risulta che le monete di rame da Tolemeo II in poi
sono multiple di un pezzo di 5 dramme di rame (Vg xa>^^^?)
che è il nominale piìi basso che compaia nei papiri (4). 11 peso
del tetrobolo che non potrebbe essere determinato con esat-
tezza matematica senza il sussidio dei dati della metrologia
egiziana è un dehen come avevano riconosciuto giustamente
Revillout, Hultsch, ecc., i quali però erroneamente (s) lo iden-
tificarono attribuendo ad esso per di più il peso inesatto
(i) La monetazione dell'Aulete e di Cleopatra VII è assai trascu-
rata, tanto per i pezzi d'argento che ormai sono tramutati in monete
di biglione che per quelli di rame ai quali non si può assegnare un
peso ben definito senza riferirsi ai nominali corrispondenti più antichi,
che invece mancano dei contrassegni del valore.
(2) Ved. pag. 46 e segg.
(3) Qualunque altra classificazione dei nominali di bronzo tole-
maici posteriori al Filadelfo incontrerebbe difficoltà insormontabili per-
chè dovrebbe assegnare ai pezzi di rame un valore esprimibile facil-
mente in frazioni attiche di dramma e compatibile nello stesso tempo
col peso dell'obolo di Cleopatra.
C4) Cfr. Erone, nveojiattxà, 1, 21, dove il it^.'xàSpa^^iJLOv vó|Aiofi.a do-
veva essere una monetina di rame destinata a mettere in moto delle
macchine che fornivano l'acqua lustrale all'ingresso di alcuni templi
di Alessandria.
(5) A. Segrè, Misure tolem. e pretolemaiche, Aegyptus, 1920, fase. IL
41
di gr. 90,96. Assegnando adunque al tetrobolo il peso del
deben, 50 dramme di rame tolemaiche corrispondono a ' /a^
di deben cioè al re, unità ponderale usata frequentemente
nei testi almeno sino dalla XVIII dinastia <J).
Queste premesse mi permettono di affermare che il si-
stema monetario di rame tolemaico deriva da un adattamento
del sistema ponderale egiziano a quello monetario greco
come del resto risulta ancor meglio dai dati raccolti nella
seguente tabella (2) :
Moneta di bronzo tolemaica posteriore al 270-71 a. C.
Peso dei nominali
di bronzo
Valori
in oboli
Peso in decimi
di re
Valore in
Valere in dram-
me di rame
1 titen gr.
96,408
4
64
32
320
*'/io re „
72,306
3
48
24
240
5 ktìe
48.204
0
32
16
160
^Vio re „
36,153
iV.
24
12
120
2 re
30,127
V,
20
10
100
2 V, re
24,102
1
16
8
80
"/ao re „
18,076
'U
12
6
60
1 re
15,064
';,
10
5
50
'Uo re „
12,051
'/.
8
4
40
'1x0 re ..
9,038
'.
6
3
30
^/,o re „
7,532
'/.,
5
2'/,
25
Vio re
6,026
•/.
4
'>
'20
'Uo re
4,52
»/,.
3
Tv.
15
*/.o re „
3,0
'/,
2
1
lo
Vio re
1,51
'/,,
1
V,
5
Assegnando alla dramma di 6 oboli il peso i Vt ki^e si
ricava che il rapporto fra l'argento e il rame tolemaico co-
niati dopo il Filadelfo è di 40.50, quello fra Toro e il rame
di 40.50 X 12 = 486 e 40.5 X 12.81 = 518.8 dopo la riforma
del Filadelfo ; in questi calcoli non si tiene conto dei cambi
variabili delle dramme dei vari metalli.
(i) A. Segrè, Aegypius^ 1920, fase. II.
(a) Fondamentalinenle errato è rarticolo di Hultsch, che serven-
dosi degli studi di Revillout trasse da un presunto rapporto di i ; xao
fra il rame e l'argento una classificazione della moneta di bronzo to-
lemaica che non si accorda né con i dati dei papiri, nò con quelli della
moneta di Cleopatra, né colla divisibilità che presenta il nominale (te-
trobolo) del peso di un uien.
42
CIRCOLAZIONE TOLEMAICA.
Lo studio della circolazione tolemaica quale appare dai
papiri richiede una distinzione per lo meno in tre periodi.
Il primo che va dall'epoca di Cleomene al regno del Fila-
delfo è assai intricato per i continui cambiamenti del piede
monetario dell'argento di cui ho trattato a pagg. 29 e segg. il
secondo va dal 270-71 fino alla fine del II secolo a. C, il
terzo da quest'epoca giunge agli inizi dell'impero.
I papiri anteriori al regno di Filadelfo si contano sulle
dita : perciò poco possiamo dire di questo periodo che è
forse il più complicato della monetazione tolemaica. Per ora
il primo esempio di dramme egiziane di Alessandro h TTI
àpyupioi» 'AXsJavSpeioo compare nel P. Eleph., I (31 1-3 io), i,
11-12 se il Dittenberger. Sylloge, I, 3, 387, non è piij antico
di due anni (i).
Le dramme alessandrine di questo periodo di peso e. d.
attico prendono costantemente il nome di 'A>^£;av5p£iou àpyupiou
^^(x.jjxcf.1, come ci risulta oltre che dallo scarso materiale epi-
grafico, dai pezzi coniati sotto Tolemeo Soter, che tranne
qualche rara eccezione portano tutti la scritta AAESANAPOT (2).
Il passaggio dall'unità e. d. attica a quella tipica tolemaica
può essere ricostruito soltanto mediante induzioni.
Ritengo che i nominali e. d. attici quotati alla pari della
dramma ateniese (3), per il commercio estero fossero valu-
tati a Vg di dramma tolemaica perchè il loro valore in que-
st'epoca doveva dipendere quasi esclusivamente dal peso e
(i) RuBENSOHN P., Eleph., I, nota 21.
(2) Rari pezzi anonimi furono coniati pare dopo la morte di Ales-
sandro IV (SvoRONos, n. 25 e segg;.). Un'altra serie di monete (Svoro-
Nos, n. 32) reca l'iscrizione nTOAEMAIOT AAEEANAPEION (scil.
vó|j.ta(Ji.a).
(3) La quotazione delle dramme di Alessandria alla pari colla
dramma attica è certa perchè la differenza di peso dei due nominali
« inferiori a quella che intercede fra lo statere attica e il darico che
pure corrispondevano ad egual numero di dramme d'argento.
43
dal titolo. Per contro nei paesi soggetti al dominio dei Tole-
mei il potere liberatorio della valuta egiziana dipendeva tanto
dal suo valore intrinseco che dalla legge, quindi non è im-
probabile che le vecchie dramme di peso e. d. attico fossero
ritirate dalla circolazione con quei mezzi ai quali si accenna
nel P. Edgar, 5, per i Tpi^^puaa e le altre monete d'oro (') :
è quindi probabile che l'argento di Alessandria fosse tolto
di mezzo prima da una bassa valutazione legale che ne
rendeva proficua la fondita, l'esportazione o la conversione
in moneta nuova, e successivamente da leggi fiscali che ne
vietavano l'uso.
Sotto Tolemeo li la dramma d'argento serviva come
moneta di conto effettiva, però il suo cambio con quella di
rame non era fisso. Lo statere d'argento in rame, alla pari,
corrisponde a 24 oboli, come risulta dai documenti greci e
demotici dell'epoca tolemaica dove 24 monete di rame sono
scambiate con due unità. Nei papiri demotici dove Grifììth
legge " rame 24 = 2 kite (2) Spiegelberger „ oboli 24 = 2
kite (Grenfell, P. Tebt., App. II, pag. 581-83), il senso è cer-
tamente 24 oboli = I statere perchè la kite nei documenti
demotici è eguagliata costantemente al didrammo, né ormai
si hanno più dubbi sull'interpretazione di questa frase che
trova il suo riscontro nel Revenue Laws, LX, 15, Xr.^óixeSa
si; TÒv (TTaTYipa òpo>.où; xS' e nel P. Eleph., 17 (22322), i, 27,
yivovxai yjxhioxj et; >c$ h^p,.
Nel periodo anteriore alla fine del li sec. a. C. l'unità
monetaria tolemaica è, come ho detto, lo statere d'argento
che fa un aggio del io % circa sul rame (y7Xy.Q^ oò àiWaL-^rì)
quando non venga a stabilirsi per convenzione un cambio
alla pari (^.a^itò? ìdóvOfjLo;) (3).
Non c'è dubbio, secondo me, che il corso dell'argento
abbia un carattere puramente legale perchè se esso fosse
(1) Vedi pag. 45.
(2) Vedi anche Griffith, F. Ryi, III, XVB, pag. 135, a, Il e pag. 137
e segg:. P. Ry/., Ili, XVI, pag. 140, ecc.
(3) Un fenomeno analogo si riscontra nei primi ire secoli dell'im-
pero quando il tetradrammo d'argento è quasi costantemente raggua-
gliato a 28 oboli di rame.
44
dovuto alle condizioni di un mercato libero si riscontrerebbero
nelle valutazioni dei tetradrammi in rame quelle forti oscil-
lazioni caratteristiche della valutazione dello statere tolemaico
in dramme di rame o del solido d'oro bizantino in voo{y.fi,ia.
Il tetradrammo d'argento è quasi costantemente raggua-
gliato a 26 V2 oboli di rame con piccole oscillazioni quasi
sempre trascurabili, ed ancora meno accentuate di quelle
che appaiono nella valutazione dello statere di biglione in
oboli sotto l'impero (i).
Come l'argento fa un aggio sul rame così è probabile
che l'oro non fosse cambiato alla pari cogli altri metalli, ma
nulla possiamo dire di preciso su questo argomento. Certo
è molto probabile che si tenessero generalmente separati i
conti nelle diverse specie monetarie (2) e che si raggua-
gliasse poi tutto in unità di conto tenendo calcolo del corso
dei cambi.
I testi dove si trovano accenni a monete d'oro sono per
(i) Sul Revenue Law., app. II, n. 5 in un conto di xepàtia pel pa-
gamento deU'àicójAotpa (III secolo a. C. metà) si hanno i seguenti rag-
guagli fra U2:uali valori nominali di rame e d'argento :
rapporto
rame argento rame argento
A) col. II T157 dr. 3 ob. =: 1043 dr. 3 ob. 11.09257 : io
B) 3429 dr. Va ob. = 3091 di. Vj ob. 11.09257 : io
C) 3891 dr. 1V2 ob. = 3399 dr. 4 Vi ob. 11. 151 : io
Calcolando in questo testo un rapporto di *°/, fra la drannna d'argento
e quella di rame si ricava che lo statere d'argento è ragguagliato quj
a 3673 oboli di bronzo. Un corso di 26^3 oboli di rame per lo statere
compare in Wilcken Ostraka, I, 331, nel P. Zois, I, 33 (II, sec ), ne]
P. Louvre, 62 col., 5 1., 16, nel P. London, III, 1200, 1. 10-12 (192-168
a. C.) y^ctKiiob èv KS e. e nel P.S. I. V., 518 (251-50 a. C.) dove 1408
dr. 4 Vj ob. di rame corrispondono a 1275 dr. 5 ob. d'argento. Nel P
S. I., 338 (244 a. C), invece in un conto di à\iv.'f\ ed altre tasse che do-
vevano essere pagate in argento lo statere è di 26,43 oboli di rame
perchè a 61 dr. i ob. di rame si aggiungono 6 dr. 2 ob. per trasformare
il rame in argento cfr. i, 4346 è? tò ^aotXtxòv Sci xà^aoO-at -/aXxo'I/
xal àXla^y] h <;= (h 4Cf). Nel P. Hibeh, 1, 51 (245 a. C.) il tetradrammo
di rame pare sia quotato ufficialmente a 25 oboli, xal oópia? Xàjipave
é|(a8p)àxfiOoc ^«l ènaXXaYv)? xo5 rni'iQOoc, tòóv Sfpa^iJLwv) (Ò^oXòv) (-^jitwpéXiov),
TùooÒTo fàp txxEuat èy PaoiXixoù.
(2) Tale è l'uso in Grecia e nell'Egitto sotto il dominio romano.
45
ora assai rari e poco importanti fatta eccezione per il P.
Edgard, 5 (del 25 anno del Filadelfo), relativo al cambia-
mento del piede monetario aureo avvenuto sotto Tolemeo II.
Il P, Edgard, 5, è interessante per la politica finanziaria del
Filadelfo il quale colla soppressione dei To{/pu<Tx e degli altri
nominali attici che probabilmente prima del 270-71 erano
già valutati a 12 volte il loro peso in argento aveva tentato
di realizzare un discreto guadagno, costringendo i privati e
le banche a cambiare alla pari i Tot/puda cogli (y-vaeta. Questo
cambio che dava un guadagno al re del 8,55 V,, circa sulla
moneta d'oro circolante in Egitto prima della sua iiforma,
non sembra si tosse effettuato colia speditezza desiderata,
perchè i privati avevano preferito tenersi le vecchie monete
che seguitavano a circolare ancora nel 25 anno del Filadelfo.
Interessante è anche il papiro di Zenone, comunicatomi
dall'Edgar, per il cambio alla pari dei Tpi/pu<ya in paeToc che
è necessario complemento per intendere il P. Edgar, 5.
Gli altri testi nei quali si accenna a valuta aurea sono
scarsi e poco interessanti; P. Hibeh, no (270), P. Petrie,
119, verso {III sec.) e il P. Eleph., 14 (223-22), i, 7; 20, i,
i8-2o; 1. 30; 14, 22321, I, 7 e segg., ttì; Tuàir; TÌ]u.f.; tò ^'
[xéoo; ypu[<itou] r [àjpyupioo toO xaLvoO vo|y-[i]'7(xaTo; tò Si >.oi7coO
/a[>./CoCI] Axi TT.v £ì^i<7{Jt.svirjv àX^ayriV io; tt.i avaL 'X ò[...t(ov ^è
à>.[>.oj]v èvyattuv /aXxoO xal tt.v £t0'.<7(jL£vnv àXXavYìv 'azI, il quale
fa supporre che l'oro e l'argento circolassero alla pari dopo
le riforme del Filadelfo, perchè in esso è data facoltà di pa-
gare una parte delle somme dovute, in oro o in argento
ToO xaivoO vop.(<7fj(.aTo; mentre pel rame è prescnito il solito
aggio TTiv £Ì0'.(j(jLÌvyiv xXkxyh che è come ho già dimostrato a
pag. 44 dovrebbe essere di io dr. e 2 Vg oboli (').
La mancanza di monete d'oro nei testi tolemaici dimostra
che questo metallo non era usato che scarsamente nell'in-
terno dell'Egitto, mentre doveva essere meno raro ad Ales-
sandria ed in generale negli empori coininerciali, perchè è
più che probabile che l'uso di valuta aurea per il lom-
(n La cifra del I'. Eleph, i^, I. 9, f poco chia: > nicnda-
zioni che propone Rubensolin non mi sembrano rntendibili.
46
mercio internazionale, specie quando nel I secolo a. C. il le-
tradrammo tolemaico divenne una moneta di biglione. 1 ri-
trovamenti di nominali d'oro tolemaici in Egitto confermano
il mio punto di vista sia per Tepoca dei Lagidi che per il
periodo imperiale.
Naturalmente non è possibile dire se l'oro fosse cam-
biato sempre alla pari coll'argento specie per i regni degli
ultimi Tolemei — ma non è improbabile che ciò sia avve-
nuto per il basso rapporto fra i due metalli (12 'ViJ fissato
dal Filadelfo in un'epoca in cui l'argento pare valesse circa
un decimo dell'oro. Non sono affatto alieno dall'ammettere
che anche per l'epoca tolemaica il metallo bianco funzionasse
da moneta vera, perchè è evidente che non si può parlare
di un vero bimetallismo a rapporto fisso nell'Egitto dei La-
gidi quando si confronti la moneta tolemaica con quella con-
temporanea degli altri paesi del mediterraneo (i).
E opinione comune di coloro che si sono occupati di
monetazione tolemaica che nel II sec. a. C. il rame acqui-
stasse una posizione preponderante nella circolazione egi-
ziana. Quest'idea che spesso va accompagnata col vecchio
pregiudizio di un rapporto di i : 120 fra i due metalli è com-
pletamente sbagliata.
Innanzi tutto si deve osservare che sarebbe stato inve-
rosimile che un paese civile quale l'Egitto dei Tolemei in
pieno II sec. a. C. fosse tornato da una moneta vera d'ar-
gento ad una di rame che evidentemente non avrebbe mai
potuto soddisfare alle più elementari necessità del commercio,
specie quando fosse stata moneta vera come era l'opinione
dei più (2).
La differenza fra la monetazione del III sec, e quella
della fine del II e I sec. a. C. è puramente formale, perchè
in quel periodo essa resta eguale a quella del Filadelfo per
(i) Vedi i rapporti fra l'oro e l'argento a pagg. 34 e segg.
(2) Anche il ferro in via eccezionale può esser considerato come
mezzo di scambio nel P. Tebt. I, 99 (148 a. C), xdiv 8' è^ è?petXY)}i.aTcijv
(TCupoù) a8 M 'Bttc6 xa(Xìco5) où {àlla-^ri) xàXavta jxC 'K^v ta[o('vójJLOu)J 'AtS
'Bot atSYj(poo) (tàXavTa) 2.
47
tipi, pesi e nominali coniati e solo alle vecchie unità di conto
che prima erano lo statere e la dramma d'argento si ag-
giunge la dramma di rame (iccKK.orJ Spa^^pL-f,) unità di conto,
che, come fu dimostrato da Grenfell nei P. Tebiunis I, App.
II, corrisponde ad Vjooo — ^/isoo ^^ tetradrammo. Il rapporto
di I : 500, I : 450 fra la dramma di rame e quella d'argento
ci risulta anche da un passo di Festo in generale passato
sotto silenzio e travisato dagli scrittori perchè in contrasto
colle vedute di chi si occupava di monetazione alessan-
drina: questo passo {Script. Meirol.,\\,^i) che sembra sfug-
gito anche al Grenfell — Talentorum non unum genus. At-
ticitm est sex milium denariornm. T^hodiuni et Cistophoriim
quaituor milium et quingentoriim denarium, Alexandrimnn
XII denarium^ Neapolitanum sex denarium, Syracusantim
triiim denarium, Rheginum victoriati — vale tanto per l'epoca
alessandrina che per il principio dell' impero. Esso assegna
al talento alessandrmo 12 dramme e per conseguenza alla
dramma di argento 500 dramme di rame. Si tratta però di
un ragguaglio, di fatto soltanto approssimativo, per le con-
tinue oscillazioni alle quali era soggetto il rapporto fra i no-
minali d'argento e quelli di rame che molto probabilmente
fu scritto per l'epoca tolemaica e per i primissimi anni del-
l'impero, come fa supporre l'equiparazione della dramma
alessandrina al denario romano (0. Ora il rapporto effettivo
fra le dramme d'argento tolemaiche e quelle di rame nel
Il-I secolo a. C. è stato determinato da Grenfell in base ai
P. Tebtunis /, né dati nuovi sono venuti sinora a rischiarare
i problemi connessi colla circolazione della moneta tolemaica
di questo periodo, quindi il meglio che ci resta da fare è di
rappresentare nelle tavole seguenti i corsi del tetradrammo
tolemaico in dramme di rame nel II-l sec. a. C.
I M I
(1) L'I «. <1lll'.l.l <JH ■^^^•llu^l I Ili! mii ili.llC.i tl.i I .1 j^^ u .i t; 1 1 .» i.v m y^\
a 3 sesterzi, ma Festo probabilmente la equipara a quella neronuma.
Anche l'^-i i talenti siciliani si osserva una inesattezza dello stesso
generr.
-|8
o »>Ì
'i^ 08 .io
Testo
Data
f^ h s
§-2
55 73 O
a -a
a^-^
P. Tebtunis I, 113
114-113
8 + 8
437 Va 1750
I, 185
112
12
375 1500
I, 256
112
12
410 1640
I 112, 1, 122
112
4
487 Va 1950
475 1900
„ h 111
112
8 '
I, 35
III
40
500 2000
1. 116, 184,5
II sec. a. C. (fine)
12
450 1800
^ „ 1, 116, 1, 4, 5
>f » »
4 + 4
460 ; 1840
■ . 1> 1^79
n » »
20
495 i 1980
H „ I, 120, 1, 108
97 0 64 ,
f 4
^495 / 1980
„ 1, 40
„ „ '
\ 49
Ì487V2\ 1950
„ 1, 51-54
» »
,12 + 4
487 Voi 1950
.1, 140
1
' -^ (
'425
f 1700
„ 1, 175
v n
8 '
475
1900
8
462 7.
1800
: I, 253
96 o 69
6
450
1800
I, 121, p. 502
94 o 61
4
412 V.
1650
1, 1, 5
,.
260
400
1600
I, 1, 39
t »
6
,,
1, 1, 55
} }>
8
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1, 1, 64
t M
8
,i
»
1, 1, 69
; -*
4
,^
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ì, 1, 81
, M
8
V
1. 1. 139
• »
4
..
n
I. 123, 1, 2-3
I sec. a. L. (prii e.)
—
462 V-,
1850
1, l, 189
<
i 8
400 \
i 1600
I, 1. 209
76
^ 12
410
> 1640
76
76
16
432 V2
450
458
[ 1730
M »
4 <
1 1800
t» ,;
20
• 1832
II, 475
I sec. a. C. (fine)
8
400
1600
A questi dati do
bbiamo a^g-jungeie i
seouenti testi :
Testo
Numero delle
Quotazione e
Iella
Quotazione del
di
amme scambiate
dramma
tetradrammo
450
1800
455
1820
P. Paris, 59, 1, 2, 5
8
532 V,
2300
P. London, 29, 1, 6
8
522 V
2050
P. Petrie II, 29 d.
1
>0
625
2500
Dalla fine del II secolo alla metà del I a. C. il cambio
della moneta d'argento in rame non presenta più il solito
aggio del 10(1); perchè se alla pari la dramma d'argento
(i) Quantunque il passo di Pesto assegni alla dramma d'argento
il valore di 500 dramme di rame i corsi dell'argento nell'epoca tole-
maica sono in genere un poco più bassi.
49
doveva valere 480 /aXxoO W/f^at (O il corso dello statere a
26 Vj oboli avrebbe portato ad assegnare alla dramma d'ar-
gento 530 dramme di rame; valutazione che alla fine del
II sec. principio del I sec. a. C. non trova riscontro in nes-
suno dei testi conosciuti.
L'argento in quest'epoca non fa più aggio sul rame
come ai tempi del Filadelfo, anzi nella tavola di pag. 48
dove sono riportati i valori delle dramme d'argento in -/^oLky-oO
^pa/(i.ai spesso è il rame che fa aggio sullo statere, il che
fu supporre che in quest'epoca il tetradrammo di fronte
alla moneta divisionale di bronzo non serbi la posizione
privilegiata che aveva sotto i primi Tolemei. Non credo però
che il ribasso della moneta d'argento rispetto a quella di
rame sia dovuta ad un peggioramento nella coniazione dello
statere tolemaico, perchè soltanto sotto l'Aulete comincia
l'emissione dei tetradrammi di biglione che diverranno la
moneta alessandrina per eccellenza (2).
Il corso a 26 '^j oboli dello statere tolemaico aveva cer-
tamente un carattere ufficiale (vedi pag. 44) quindi non è dif-
ficile ammettere che quando si assegnò alla dramma di rame
il carattere di moneta di conto si migliorasse la sua posi-
zione rispetto a quella d'argento accordandole una maggiore
protezione legale che certamente può avere influito sul corso
dell'argento nelFultimo secolo del regno dei Lagidi. Rimane
ancora però da sapere se i nominali dei primi Tolemei cir-
colassero alla pari insieme a quelli dell'Aulete e a quale
epoca precisa si possa far risalire l'alterazione del titolo dei
tetradrammi d'argento.
Alla prima questione si può tentare una risposta basan-
dosi dall'analogia che presenta la coniazione del denaro ro-
mano con quella del tetradrammo alessandrino. In generale
le monete imperiali d'argento del I e II secolo compaiono
(i) La valutazione delle dramme d'argento a 450 dramme di rame
assegnerebbe all'argento coll'aggio un corso di 500 dramme, però se-
condo me, non alla pari nonostante i dubbi in proposito di Grenfcll
P. Tebtunis I, Appendix 11, pag. 600-601.
(a) Ancor meno si può pensare ad una pletora di nominali d'ar-
gento, che anzi nel II e 1 sec. a. C. sono coniati con maggiore parsi-
monia che ai tempi del Filadelfo.
50
con scarse frequenze nei ripostigli dove prevalgono i denari
di biglione del III sec. a. C. perchè certamente i vecchi
pezzi fatta eccezione per quelli repubblicani che in linea ge-
nerale non compaiono nei ripostigli posteriori alla riforma
neroniana essendo valutati alla pari con i più recenti, veni-
vano per il loro forte valore intrinseco demonetizzati sia da
parte dello stato che dei privati. Analogamente ritengo l'ar-
gento dell'Aulete e di Cleopatra III fosse calcolato alla pari
con quella del III sec. a. C, ma che i Lagidi facessero la
fruttifera speculazione di emettere nominali di biglione e di
ritrarre nello stesso tempo gradualmente i pezzi di buona lega.
Il corso dei cambi della moneta tolemaica d'argento è
assai variabile come risulta dalla tavola a pag. 48; negli
stessi testi e a distanza di pochi giorni a Tebtunis il corso
dell'argento subisce notevoli oscillazioni.
Allo stato attuale delle nostre conoscenze è difficile
poter stabilire le leggi che regolavano 1 cambi dell'argento.
Non credo possibile che nella valutazione dei tetradrammi si
tenesse conto del loro peso e del loro titolo come per i so-
lidi d'oro bizantini, che un simile saggio avrebbe intralciato
completamente il commercio; merita invece maggior favore
l'ipotesi di un cambio indipendente dal valore intrinseco dei
pezzi che però ci costringe a ricercare le cause delle oscil-
lazioni della valuta nelle condizioni del mercato o in dispo-
sizioni legali che attualmente ignoriamo nella maniera piij
completa.
Questo stato di cose muta dopo la conquista romana :
si ritorna allora a conteggiare in dramme d'argento perchè
la x°^ly.o\) ^p«xP--n tolemaica, usata piuttosto di rado sotto l'im-
pero e in generale con un rapporto fisso col tetradrammo
era stata già abbandonata dagli ultimissimi Tolemei, l'Aulete
e Cleopatra, che erano ritornati ai sistemi di conto del Fila-
delfo. Questi però col loro statere di biglione diedero ai ro-
mani un esempio di frode monetaria che i nuovi conquista-
tori seguirono co.i entusiasmo.
51
MONETA TOLEMAICA NEI TESTI DEMOTICI.
Non è dubbio che nei documenti demotici siano ripro-
dotte le unità monetarie usate nei testi greci.
In linea generale si può affermare che il debeìi corri-
sponde sempre a 20 dramme, a 5 stateri e a io kite. Le
dramme sono successivamente quelle di Alessandro di gr.
4,285 (i), quelle di Tolemeo Soter, ed infine quelle del Fila-
delfo di gr. 3,571 ed anche quando si sostituisce alla dramma
d'argento quella di rame come moneta di conto si seguita
a chiamare deben 20 dramme di rame equivalenti al TCTap-
TTifxdptov e ad indicare col nome di statere e di kite rispetti-
vamente 4 e 2 dramme di rame (2),
Concludendo le unità monetarie dei testi demotici sono
le seguenti:
Kerker i
Deben 300 i
Sttr 1500 5 I
Kite 3000 IO 2 I.
RELAZIONI FRA LA MONETAZIONE FENICIA
E QUELLA TOLEMAICA.
Sono note le relazioni commerciali fra i paesi fenici e
l'Egitto, che hanno sempre maggiori conferme nei continui
ritrovamenti di pesi e misure fenicie nell'Egitto pretolemaico
(i) Nel P. Ryl., Ili, pag. 144 del regno di Alessandro IV 2 pezzi
d'argento, eguali a io stateri, sono pezzi e. d. attici, vedi pag. 29.
(2) Nel II sec. a. C. si usavano nei documenti demotici le unità di
rame; come risulta dai papiri di questo periodo (vedi p. es. le cifre
dei P. Ryl., Ili, XVI, pag. 139; P. Ryl., lil, XL, pag. 64). Quantunque
manchino perora prezzi di mercanzie di uso frequente il P. Ryl. XXXVII,
pag. 162-63 della tìne del II sec. a. C. assegna ad un'asina il prezzo di
300 pezzi d'argento che corrispondono ad un talento di rame (12*/,
dramme d'argento circa) che si accorda discretamente con altri dati dei
testi greci. Per le monete d'oro invece non ho potuto per ora trovare
dati precisi. Le unità d'oro sono accennate nel P. Ryl., Ili, XX, 149 (6)
e nel P. Ryl., Ili, XXXVII, pag. 163, dove a piccoli pezzi d'oro sono
ragguagliati a 40 pezzi d'argento cioè a 800 dramme di rame. In questo
caso il piccolo pezzo d'oro corrispondeva in valore a 5 oboli d'argento
ed in peso di '/xs d' dramma d'oro.
52
e di misure egiziane nei paesi delle coste orientali del Me-
diterraneo però i dati monetari per la loro evidenza e per la
loro importanza si distinguono da tutti gli altri.
Il gruppo di monete di Sidone che Baheìon {Histoi're de
la monnaie. Descripiion historique, II, 2, pagg. 561-671) clas-
sifica sotto Bodastoret (Bodastor) 380-374 a. C. e che reca
al verso nel carro del re dei re un personaggio che è un
Egiziano, come indicano senza che sia possibile il dubbio,
il suo scettro, il suo costume, la sua pettinatura, la sua at-
titudine, la sua quadratura di spalle e le sue anche strette,
si presenta frequentemente nei ritrovamenti in Egitto, in Fe-
nicia e sulle coste meridionali dell'Asia Minore (Dressel,
Z. /. N., XXII, pag. 243). Queste particolarità e sopratutto
la presenza dell'Egiziano dietro il carro fecero pensare a
Babelon (op. cit., pag. 563 e segg.) d) che queste monete fos-
sero state coniate in una zecca diversa dalle altre e che
come i nominali di Sidone, di Stratone III (345-332 a. C.)
fossero emesse in Egitto. Del pari evidente è l'influenza egi-
ziana sulla moneta di Tiro.
Il peso nominale delle monete fenicie non sembra si
possa riconnettere facilmente con quello del kkr egiziano di
kr. 29.1, ma come si vedrà in seguito sembra piuttosto che
possa essere di sovente ricollegato col sistema ponderale
giudaico ed alessandrino tardo (2).
La moneta delle città fenicie coniata prima della con-
quista di Alessandro è rappresentata per lo più dai sicli o
tetradrammi fenici di un peso oscillante in generale fra i
14,28 ed i 13,60 grammi circa. Come dimostrerò appresso
in questo saggio, il talento giudaico era effettivamente di
43,66 kg. secondo il sistema ponderale, di kg. 42,85 secondo
il sistema monetario e si divideva in 50 mine pesanti eguali
a 100 mine leggere che corrispondevano alla loro volta rispet-
tivamente a 60 e 30 sicli sacri di gr. 14,18. Questi dati però
sono confermati solo parzialmente dai pesi dei nominali fenici
perchè la monetazione delle varie città era subordinata ad
esigenze di natura economica oltre che metrologica (3).
(i) Babelon pone queste monete fra il 380 ed il 374 (pagg. 565-72).
(2) Vedi le mie misure alessandrine dell'epoca romana.
(3) Questi argomenti sono ripresi in un mio saggio di metrologia
orientale che uscirà tra breve.
53
Gebal (Byblus) conia stateri di peso in generale inferiore
ai 14 gr. (i), Sidone presenta invece una serie di ottadrammi
e doppi sicli sacri di un peso assai vicino a quello di otto
dramme alessandrine che parrebbero far supporre che il
piede fenicio ivi usato avesse per base un siclo di gr. 14,20-
14,00 quasi identico allo statere alessandrino ^2); ma le mo-
nete di Sidone col tempo vanno abbassandosi di peso sino
a divenir più leggere di quelle di Tiro coniate su uno shekel
di gr. 13,80 circa <3). Come si vede è probabile che il piede
fenicio differisse di qualche decimo di grammo da una città
ad un'altra e da un'epoca all'altra, presso a poco come acca-
deva per i solidi bizantini coniati in diverse regioni.
Una reciproca influenza fra l'Egitto, la Fenicia e la Siria
non può essere negata nel V e IV sec. a. C, ma essa diviene
molto più appariscente nel periodo che va dal IV sec. alla
fine del IL Allora l'influsso dei Tolemei e dei Seleucidi, di-
retto o indiretto, sulla moneta delle città fenicie nell'epoca
alessandrina è fortissimo, sia nel periodo del dominio tole-
maico durato a Sidone dal 261 al 202 e a Tiro dal 267 al
201-200 che nel periodo del dominio seleucidico, durato a
Sidone dal 202 al in e a Tiro dal 201-200 al 126-125. Del
resto anche la coniazione dei nominali autonomi di Sidone
iniziata dopo il in non si sottrae all'influsso alessandrino (4)
(i) Gli stateri di Byblus, coniati dal 410 al 374, pesano gr. 13.89,
13.67, verso il 360 gr. 14.35, 1412, verso il 340 gr. 13.27, 13.15, verso
il 333 g»"- 13-56. 13 ao, 1306 (Babelon, op. cit., pag. 535-552).
(2Ì Gli ottodrammi di Sidone coniati verso il 475 presentano i
pesi di gr. 27.40, 27.10 (frusto), verso la metà del V secolo di gr. 28.25,
28.07, 28.01, 28. Verso il 400 a. C. i doppi sicli pesano gr. 27.50, 27, fra
il 380 e il 374, gr. 28.40, 28.33, 28.04, 27, ecc., dal 373 al 362, gr. 25.82,
25.78, 25.75, 25.72, ecc., dal 355 al 361 gr. 25.87, 25.80, 25.50, ecc., sotto
il Satrapo Mazaios (359-55) gr. 26, 25.82, 25.77, dal 343 al 338 gr. 25.77,
25.10, dal 349 al 346 gr. 25.96, 25.91, 25.60, ecc., dal 345 al 332, gr. 25.72,
25.70, ecc. (Babelon, op. cit., pag. 543-607).
(3) Siclo, verso il 470 gr, 13.80, 1360, 13.47, 15.15, verso la metà dei
V sec. gr. 13,65, dal 420 al 400 circa gr. 13.54, 13.50, 13,40, 13.18, al
principio del IV sec. gr. 13.28, 13.24, 13.18 (metà e seconda metà del
IV sec.) gr. 13.90, 13.57, 13-27, ecc. (Babelon, op. cit., pagg. 607-622).
(4) Vedi p. es. il tetradrammo che porta al verso l'aquila sulla
prua di una galera. Head, Hist. Num.y pag. 797; statere gr. 14.45. di-
drammo gr. 7.01.
54
e così pure quella autonoma di Tiro (126-125 a. C. 56-57
d. C.) (i). Anche Tottodrammo d'oro coniato nel 103 sotto l'in-
fluenza di Tolemeo X del peso di gr. 28,33 non può essere
che il solito fxvaetov alessandrino, colla differenza però che
mentre i Tolemei avevano ridotto le dramme d'oro a gr.
3,48, quelle di Tiro avevano mantenuto inalterato il peso
di gr. 3,571 che vigeva in Egitto prima della riforma mone-
taria del Filadelfo (vedi p. 26). È quindi certo che nelle città
fenicie come nel regno tolemaico il rapporto oro-argento era
esattamente di i : 32 72 mentre presso i Tolemei nonostante
si facesse valere la dramma d'oro 12* ^ volte quella d'argento,
la piccola differenza di peso fra i due nominali faceva risa-
lire il corso dell'oro a 12 ^V^g rispetto a quello del metallo
bianco (2).
Tornando alla metrologia delle monete fenicie un'iscri-
zione di un siclo di Tiro ci permette di ricostruire il sistema
ponderale fenicio quale è applicato alla monetazione. Esi-
stono infatti a Tiro due shekel d'argento (Babelon, op. cit.,
pag. 611) che recano nel verso l'iscrizione schiloschon che
in ebraico vuol dire V30 [di mina] ed un mezzo siclo d'argento
con l'iscrizione al verso fna-kntzi kesepk (mezzo siclo) eguale
presso a poco in peso ad una dramma alessandrina. Questi
dati ci permettono di stabilire che il siclo sacro di gr. 14,18
era eguale ad Vgo di un'unità che come appare immediata-
mente non può essere che una mina di gr. 428,5 (3) i cui
centesimi sono probabilmente spesso quelle unità che il
prof. Petrie chiama dramme assire o dramma attiche ed i
cui cinquantesimi sono coniati frequentemente dei nominali
di gr. 8,80 circa nei pezzi piìi alti (4).
Ci restano da esaminare le altre frazioni del siclo. il
siclo sacro si divideva in due sicli volgari, 60"" di mina,
questi alla loro volta in 2 mezzi sicli ma-hatzi-keseph o 120°*'
(i) Vedi la moneta di Tiro descritta da Head, Hist.Num , pag. 800.
Il peso del tetradrammo di Tiro in questo periodo è eguale a quello
del tetradrammo alessandrino.
(2) Vedi pag. 37.
(3) La moneta chiota presenta qualcosa di analogo a questi 30."^
colle sue xtoaapaxooxat di mina eginetica.
(4) Gr. 8.B6, 8.85, 8.76, 8.71, 8.70, 8.68, 8.60, 8.42, ecc.
55
di mina che si dividevano alla loro volta in unità di 0,86-
0,80 gi\ che Babelon classifica come triemioboli fenici. Se la
classificazione di Babelon fosse esatta questi pezzi corrispon-
derebbero ad V48 ^' mina, ma non è affatto detto che la mo-
netazione fenicia ammettesse divisioni analoghe agli oboli
greci, anzi da Ezech, XLV, 12 (testo greco) e dalTExod.
XXXVIII, 25, 26. si ricava che il talento doveva essere rag-
guagliato come in antico a 60 mine, ma la mina a ^o shekel
soltanto e che quindi il talento era uguale a 3000 shekel,
erano divisi in metà o beka Gen., (XXIY , 22, Ezech,
XXXVIII, 22) e in 20"* (Ezech., loc. cit.), chiamati gerah o
grani in ebraico ed oboli nella versione greca {Jewish En-
cyclop. sotto Numismatica voi. IX, pag. 350). E quindi evi-
dente che quelli che Babelon chiama triemioboli non sono
che i gerah ventesimi di siclo sacro i quali alla loro volta
si dividevano ancora per metà. Prendendo quindi a base del
sistema monetario di quest'epoca la mina, si ricavano le
seguenti frazioni di mina che costituiscono una gran parte
dei nominali coniati nelle città fenicie.
Mina gr. 428,5, l
Siclo sacro gr. U,28. 30, 1
Didrammo e. d. attico gr. 8,57, 50, 1 Vs. 1
Siclo volgare gr. 7,14, 60, 2, 1 V.v 1
Dramma e. d. attica ^r. 4,285, 100, 3 V3, ^. l 'Ai ^
Dramma fenicia o mez-
zo siclo volgare gr. 3,57, 120, 4, 2V5, 2, 1 Vv 1
Gerah gr. 0,857, 500, 16 V3, 10, 8 V3, 5, 4 V^, 1
Mezzo gerah gr. 0,428, 1000, 33 7,, 20, 16 V3, 10, 8 V3, 1.
Mentre dai dati antichi pare che gli ebrei usassero in
origine un talento di 3600 sicli (60 mine di 60 sicli), più tardi
dopo la cattività di Babilonia il sistema ponderale giudaico
pare fosse mutato in modo che la mina ne contenesse sol-
tanto cinquanta. Secondo me è probabile che il talento di
3600 iiicli, fosse quello assiro-babilonese che Erodoto rag-
guaglia a 70 mine attiche e che il vero talento ebraico fosse
quello che, secondo Giuseppe Flavio, corrispondeva a 100
56
mine (^) che equivalgono, prendendo come unità monetaria
la dramma e. d. attica usata in Siria sotto i Seleucidi e
conservatasi sotto il dominio arabo (2) a kg. 42,854.
Un'altro passo attribuisce alla mina ebraica il valore di
2 Vt libbre che a mio avviso potrebbero essere vere e pro-
prie libbre giudaico-alessandrine e non libbre romane perchè
dividendo per 50 il talento ebraico si ricava un'unità ponde-
rale di gr. 857,08 che corrisponde a due mine di gr. 428,54
e a 2 Vs volte un'unità ponderale eguale a gr. 342,83 assai
vicina alla libbra ebraica, secondo me eguale a quella ales-
sandrina di gr. 349,83 (3).
Il talento giudaico in ogni modo corrispondeva a 3000
sicli sacri eguali al tetradrammo fenicio o a 6,000 sicli voi"
gari eguali al didrammo alessandrino. Il siclo sacro di gr.
14,28 corrispondeva a sua volta a 20 oboli (gerah) di dramma
seleucidica o alessandrina di gr. 4,285; il siclo volgare a
IO gerah.
Sui ragguagli dei sicli coi nominali alessandrini non può
esistere dubbio perchè se non bastasse la testimonianza degli
scrittori dell'età bizantina e dei commentatori dei testi sacri,
ci restano le monete attribuite a Simone Maccabeo (143-145
a. C.) o alla prima rivolta dei Giudei di un peso di gr. 14,26
recanti la scritta shekel Israel e i mezzi shekel chatzi-ha-
shekel (cfr. Head, Hist. Nitm., pag. 807) il cui peso si ac-
corda esattamente con quello del siclo volgare o trentesimo
di Tiro recante l' iscrizione ma-catzi-keseph.
I testi bizantini che equiparano il siclo a V, e a \'^^ di
(1) Il talento ebraico kikkar (pane, cerchio, disco) indica una massa
di metallo a forma di disco (cfr. greco «pBotSec ^^puoioo) del peso di 100
mine come risulta da Ioseph, Antiquitates, 86, 7, nella descrizione dei
candelabri del tempio " Ao/vio ex ^^poooù xgxcuveDjisvfj Siaxevo? ota6fxòv
•XODoa }i.vac Ixatòv, "E^paìot jaèv xaXoùoiv xt^/aps?, «l? 3è xyjv 'EXX*r)viX7]v
f*.tTapaXXó|X8vov yXòiooav oirjjxaiVBt taXavtov. Il talento giudaico equivaleva
quindi a 125 libbre giudaico-alessandrine come dimostra del resto anche
il ritrovamento di un peso campione di un kikkar di kg. 42 circa nel tem-
pio di Gerusalemme {The Harvard Theological Review, 1915, pag. 525).
(2) Joseph, Antiquitaies, XIV, § 7, i Xaftpàvn 8è, xal Soxòv èXoo<pi>pHq-
XotTOV xp"'3Yjv ix jivùiv Tpiaxooicttv 7ie«0fr)|JLévYiv, 4) 8è fi.và :rap' 4)jjlìv loxótt
Xitpa? Suo xal "/jiiioo.
(3) Alla libbra alessandrina si deve assegnare il peso di gr. 349,33
circa, ved. A. Segrè, Sistema metrico alessandrino sotto l' impero.
57
oncia romana sono invece inesatti, perchè partono da una
dramma neroniana di gr. 3,41 invece che da quella alessan-
drina di gr. 3,571, essi quindi in definitivo non fanno altro
che ragguagliare il siclo a Vj e ad V4 di oncia che è quella
giudaica e non quella romana di 20 e io gerah (D.
Altri nuovi contributi alla metrologia e alla numismatica
giudaica sono portati dal ritrovamento di alcuni nuovi pesi-
campioni. In Palestina sono stati trovati 6 pesi chiamati
neseph e 2 pesi di V4 di ntsephi^) dei quali uno reca l'iscri-
zione " 5 „. I pesi del neseph sono rispettivamente di gr. 10,20
perfetto, 9,50 (rotto), 8,99 (rotto), 8,68 (bucato), 9,25 (perfetto);
i quarti di neseph corrispondono rispettivamente a gr. 2.54
(perfetto) e gr. 2,50 ed i 20'"' a gr. 0,54 circa. Il peso del
neseph che può essere calcolato come eguale a gr. 10,20
circa è un poco troppo alto per adattarsi ad essere il 50.'"**
della mina babilonese (3), mentre può essere facilmente il
40."^" di una mina monetale di Tiro (4), tanto più che è più
logico ridurre ad un piede giudaico pesi trovati in Palestnia
che ad un piede, che probabilmente era estraneo a quella
regione. Altro peso della Palestina sono il payam di gr. 7,61
e 7,27 (E. Pilcher, op. cit., pag. 115) che può essere rag-
guagliato a % di neseph e quindi a metà di quel nominale
di circa 15,30 gr. coniato ad Arado fra il 137 e il 46 a. C.
(vedi pag. 58) ed il beka eguale a V^ siclo sacro rappresen-
(i) Hesych, Strip/. MetroL, I, 325, SixXo? t«xpa8pax}iov 'Attixóv. Dalla
Gal., Scrip. MetroL, 238, io, xò oixXov fj^ti Po xò?', e. Gal. 231 e lab. Orib.
245 si ricava l'eguaglianza in peso di un siclo a 3 solidi o ad i statere.
L'eguaglianza del siclo sacro a 20 gerah risulta da Epiph, Script. Metrot.,
I, 275, SixXo; Si èoxt oxaOjAÒ? «f?, «pòi; hi xb àp^ópiov r^óo, xat f ivovxoti òpoXot,
x'ó Y^p otxXoc ó ^aotXtxòc x' ò^oXoi elatv xal reap' aXXrj^ xò téxaoxov :•?]';
o(l)f*i*C, tlai l'^L'i e lexicis veteris tebtaiiienii, Script. Metro/., l, 304,
ot/Xov òpoXot xéooapt^ ó Jè Hto8tt»pfjxo<; èv xoì? ànópoi? xr^z YP*f*'l'» ^•T*^
otxXov x' ò^oXoóc. Negli Script. Metro/., I, 305, naXiv 8è xò oixXov 3 foxiv
•rjfitau xou oxaxr^'^oz, Ttxapxov xyjc oò'Cfiaf: ^x*' Xenxà x' ed in EiMPH, Script.
Metro/., I, 266, A«f«i Y^P ^^ '^4* AtuiT'.x(p xò Sé 8i8pa/p.ov «txooi òpoXoi Stt
3è xéxapxóv èoxi x-Fj^ oÒYxta? xò 5t8pax|Aov, -r^òe £?ì'.Ò'Ì''/<l£v som.» .•.n.fnvi 1
sacro con quello vulj;are.
(a) Pilcher, PStì/?, XXXIV, iQia, pag. .i-,.
(3) Al solilo il peso del neseph deve essere calcolato nei pezzi
più alti.
(4) Si deve ricordare che le monete di Tiro prima della conquista
macedone pesavano un poco meno di quelle di Sidone, il siclo p. es.
era di circa gr. 13,70.
58
tato per ora da 3 pesi della Palestina di gr. 6.55, 6.21,
5.89 (■).
Il neseph sul cui piede sono state trovate monete nei
paesi fenici (vedi appresso) potrebbe anche essere stato un
peso d'oro corrispondente a io sicli reali o a 20 sicli vol-
gari (2), ma sinora è stato trovato soltanto come moneta d'ar-
gento ad Arado la cui monetazione nonostante le apparenze
si riduce facilmente alle solite frazioni di mina.
Il neseph aveva ivi un peso medio di gr. 10,60 (3) così
che i pesi delle monete fenicie potevano esser rappresentati
dalla tavola seguente :
Peso di Sidone — Peso di Tiro
mina gr
. 428,5
— 409,3 1
i^/, neseph (4) „
16,07
— 1535 26 2
/a 1
neseph „
10,71
— 10,23 40
IV. 1
dramma e. d.
attica (5) „
4,285
— 109 100
3^5 2^
/. 1
V3 neseph (6) „
3,571
— 341 120
4, A 3
IV5 1
I/o neseph (7) „
1,785
— 170 240
9 6
2V5 2 1
V,, neseph (8) „
0,89
— 0,85 480
18 12
5V5 4 2
1
\/,o neseph (9) „
0,178
— 0,170 2400
90 60
28 20 10
5 1
Vi2oneseph(io)„
0,089
— 0,085 4800
180 120
56 40 20
10 2
(i) Non ritengo esalto il ragguaglio del beha a ^j^ di kiie supposto
di Pilcher, op. cit., pag. 115. Per altri pesi fenici vedi Benziger, He-
bràische Archàologie, pag, 196.
(2) Il rapporto fra Toro e l'argento in Palestina molto probabilmente
doveva essere ai tempi di Dario eguale a 13 V3 come nel regno di
Persia quindi il neseph molto facilmente era un'unità d*oro che si com-
portava rispetto al siclo volgare di Tiro, come il darico rispetto al
siclo medico. Il quinto di neseph d'oro è eguale a 2 sicli d'argento.
(3) IV sec. a. C- princ. Cfr. Hill, BMC. Phoenicia dal quale traggo i
pesi delle varie monete di Arado di gr. 10.68, 10.63, 10.61, 10.59, 10.58(2),
10.56, ecc.
(4) Le monete coniate ad Arado su questo piede, fra il 137 ed il 465,
gr. 15.36, 15.34, 15.32, 15.23(2), 15,20, ecc., darebbero come le dramme,
una mina di gr. 409 circa.
(5) La dramma coniata dopo il 374 pesava gr. 4.18, 4.13, 4.11,
410, 4.08.
(6) Vs neseph (IV s. princ), gr. 3.35, 3.24 (IV s.), gr. 3.51, 3.47, 3 45.
(7) IV sec. princ, gr. 1.65, 1.61, 1.41.
(8) IV sec princ, gr. 0.71, IV sec, gr. 0.94, 0.79, 0.78.
(9) IV sec, gr. 0.15, 0.13.
(io) IV sec, gr. 0.7, ecc., alcune monete di gr. 2.46, 2.36, 2.33 e
gr. 1.81, 1.80, coniate fra il no non trovano facile sistemazione con
frazioni di mina, ma è probabile che ciò sia dovuto a deficienza di peso
di quei pezzi.
59
In conclusione pare che nei paesi fenici ed in Palestina (i)
e nei paesi filisto-arabi fa) fosse usata una mina di gr. 428,5
che probabilmente deve essere identificata con quella egi-
ziana, seleucidica e araba dell'epoca bizantina, ecc.
Secondo me quindi questa mia ricerca sposta compieta-
mefite molte questioni di metrologia e di monetazione egiziana,
fenicia, seleucidica, ecc. perchè la riforma monetaria di To-
lemeo Filadelfo che conia i tetradrammi di piede fenicio non
ha queir importanza che ad essa si attribuisce quando si am-
metta che la monetazione tolemaica parta da una mina eguale
a quella usata in Fenicia prima del VI secolo.
La moneta delle città fenicie inoltre data già dal VI sec.
a. C. mentre quella egiziana risale appena alla fine del IV sec.
onde è ragionevole ammettere che sino da epoche assai
antiche in Egitto si computasse oltre che in kite, in sicli
e in mine fenicie, come del resto provano i numerosi pesi
ritrovati in Egitto classificati come shekel fenici (vedi pag. 16).
Anche la quasi equivalenza di un doppio shekel a Vi^^o,
di kerker di 3000 kite doveva facilitare l'adozione da parte
degli egiziani del piede monetario usato a Sidone, d'altra
parte è da ritenere che più tardi 1* Egitto più ancora che la
Siria abbiano esercitato un'influenza conservatrice sulla mo-
netazione e sui sistemi metrici della Fenicia e della Pale-
stina che probabilmente tendevano ad una certa anarchia per
il predominio delle misure locali su quelle ufficiali più antiche.
Perciò io credo che tutta la monetazione giudaica e fe-
nicia dopo il III secolo sino alla cessazione completa delle
emissioni autonome si svolga sotto influssi paralleli del-
(i) I sicli della prima rivolta (66-70 a. C), G. F. Hill, Palestine,
pag. xc e segg. e pag. 269 e segg., pesano gr. 14.27, 14.22, 14.14, 14.12,
14.09, 1408, ecc., i mezzi sicli gr. 7.08, G.99, 6.98, il quarto di siclo
gr. 3.33. I sicli della seconda rivolta '^iss-iss), BMC, pag. 284 e segg.,
gr. 14.90, 14.79, 14.68, 14.27, 14.04, ecc. Questi pesi sembrano indicare
l'esistenza di un siclo giudaico eguale al tetradrammo alessandrino e
non al tetradrammo di 4 denari di gr. 13,64.
(2) Le più antiche monete della Palestina. G. F. Hill, BMC, Pale-
stina, pag 176 e segg., filisto-arabe simili alle dramme attiche che pe-
sano gr 4.21, 4.07, 4.02, 4.00, con mezza dramma di gr. 2.09, 2.08 e
nominali di gr. 0.76, 0.74, 0.73, 0.68 fanno supporre una mina di gr. 420
circa.
6o
r Egitto e della Siria, che per avere goduto di un'unità e di
un accentramento da parte delle dinastie dei Tolemei e dei
Seleucidi erano riusciti ad acquistare i sistemi metrici uffi-
ciali stabili di uso corrente. Dopo la conquista macedone
sono tolti dalla circolazione egiziana tutti i sistemi monetari
persiani, assiri, unità di oro, ecc.
I ritrovamenti di numerosissimi pesi monetari in Egit-
to, Palestina, ecc., ecc., danno all'antico studio di metro-
logia un carattere completamente nuovo. E certo che col-
Taumentare dei dati i problemi si vanno continuamente modi-
ficando perchè molte opinioni accettate comunemente, sono
cadute e dubbi e certezze nuove vanno continuamente sor-
gendo. Intanto i vecchi sistemi di ricerca hanno un valore
assai scarso che diviene poi nullo quando si introducano
tutte quelle ipotesi ingiustificate che fanno dello studio delle
antiche misure un inutile giuoco di aritmetica.
CIRCOLAZIONE EGIZIANA NELLE COLONIE
SEMITICHE DELL'EPOCA SAITICA,
I problemi della circolazione egiziana nelle colonie giu-
daiche durante l'epoca saitica, strettamente collegati col pro-
blema delle relazioni fra i sistemi monetari giudaico-fenici ed
egiziani non sono secondo me risolti, in modo soddisfacente
da Mayer (i) che elaborò i dati dei testi aramaici del V
e IV sec. a. C. Per ora è certo che l'argento era computato
in questi testi in kars (2) di 10 schekel con un sistema di
conto perfettamente parallelo a quello del deben e delle kite (3>
e che la schekel si divideva in 4 7 o quarti (YD) 7 ed i quarti
a loro volta in io challur (4).
(i) Zu den aramaischen Papyri von Elephantùie. Sitztmgsb. d. k.
preussl. Ak. zu Berlin, a. 191 1, pagg. 1026 e segg.
(2) Il kars era eguale ad *|g di mina assiro-babilonese come dimostra
il peso di 2 kars di gr. 166,724. Weissbach {ZDMG, 61,402).
(3) Vedi pag. 51.
(4) Nell'epoca tolemaica il sckekel era equiparato al tetradrammo
alessandrino, il quarto alla dramma e il challur {gerah) ad Vj, di sckekel
6i
Sin qui sono d'accordo con Mayer, dove però mi sembra
che questi abbia torto è nell'interpretazione della frase che
ricorre spesso nei testi aramaici '* argento 2 7 (quarti) per
kars o argento 2 7 (quarti) per unità di io sicli „. Secondo il
Mayer il kars corrisponde in quei documenti a io sicli me-
dici d'argento di gr. 5,6 e il 7 ad */< di ^^^^ cosicché colla
frase 2 7 per kars si verrebbe ad indicare la vera unità
kars di 83,7 ^v. Questa interpretazione ora non mi sembra
giusta :
i.° perche trovo arbitraria l'assegnazione del nome
kars che era V^ d' marta babilonese ad una unità di io sicli
medici che per quanto ho scritto a pag. 22, n. i contraria-
mente all'opinione di Mayer non ritengo fossero le unità d'ar-
gento correnti in Egitto sotto gli Achemenidi ;
2.° ritengo che il nome (YD) 7 debba indicare il quarto
di un schekel piuttosto che un quarto di kars ;
3.° perchè secondo Mayer la Irase '' argento 2 7 più
1 kars „ piuttosto complicata verrebbe a significare sempli-
cemente Vg di mina babilonese che è proprio quello che si
chiamava kars.
Un altro argomento non meno probante è secondo me
offerto dal documento L di Cowley assegnato da questi al
primo anno d'Artaserse I, epoca della rivolta di Inaro, dove
la formula usata per indicare l'unità monetaria, è " nel peso
campione di Ptah, argento un schekel per io unità (kars) „ nel
quale il Ma^^er attribuisce, secondo me arbitrariamente, a kars
il significato di unità di io doppi sicli persiani d'argento di
gr. 11,20. Nei testi di Elephantina dell'epoca saitica tarda
2 schekel d'argento sono sempre equiparati ad uno statere
quando le relazioni colla Grecia dettero alla valuta ellenica
una certa diffusione nel paese, così per es., in questo periodo
in un documento di Chabbas del 340 a. C. (O, il deben è
ragguagliato a 5 stateri. Secondo me l'interpretazione che
si deve date alle formule che indicano la valuta d'argento
nei testi aramaici è completamente diversa da quella del
Mayer: per me il kars o sesto della mina babilonese è una
unità di IO sicli di gr. 83,7, che il siclo eguale al darico era
(i) Mayer, op. e.;., |>ai4. 1034.
62
anche una unità fondamentale di peso mentre il siclo medico
introdotto in Persia sotto gli Achemenidi non pare avesse
avuto diffusione, né in Fenicia, né in Egitto (vedi pag. 22). Il
Y37 poi secondo me nei testi citati è un quarto di siclo e non
un quarto di kars (i) dimodoché l'unità di misura dei papiri
aramaici sarebbe in generale di io V^g schekel o gr. 87,9 ed
eccezionalmente di gr. 92,1 nel testo dell'epoca di Artesersel.
Nel primo caso l'espressione corrente si presterebbe a
supporre un'unità di misura accomodata ad un piede fenicio
od attico che infatti 5 stateri ateniesi corrispondono a
gr. 87,33 ^ 5 sicli-tetradrammi o sicli fenici di gr. 16,145
corrispondono ad un'unità di gr. 85,7 (2). In effetti i pesi
sinora raccolti in Egitto (vedi pag. 17, n. i) ci fanno sup-
porre che il piede e. d. attico o assiro fosse più assai dif-
fuso del piede del siclo persiano e che le kite d'argento fos-
sero d'uso corrente anche sotto gli Achemenidi contraria-
mente a quello che sembra ritenere il Mayer.
RELAZIONI FRA LA MONETAZIONE DEI TOLEMEI
E QUELLA DEI SELEUCIDI.
Le monete dei Seleucidi, coniate sullo stesso piede mo-
netario di quello di Alessandro il Grande e dei Tolemei
hanno per unità ponderale la dramma di gr. 4,285 ^3) e sono
(1) Se dovessimo invece dare al YD7 il significato di ^/^ di kars si
otterrebbe invece il peso di gr. 135,65.
(2) Si deve ricordare ciie deben e kite nel periodo tolemaico hanno
sempre indicato unità di 20 e di io dramme siano queste di peso at-
tico, di peso e. d. fenicio o dramme di rame.
(3) Il peso dei tetradrammi d'argento dei Seleucidi si mantengono
in generale inferiori a gr. 17,10 nel BMC. Seleucia Kings of Syria :
su un rilevante numero di tetradrammi poco più di una dozzina
superano questo peso. La media di questi pezzi più alti è di gr. 17.155,
il peso da me stabilito per il tetradrammo attico-tolemaico è di gr. 17,142
mentre quello tradizionale del tetradrammo ateniese è gr. 17,466. Con
questo mi sembra dimostrato che la moneta tolemaica come quella se-
leucidica deriva da una dramma di Alessandro di gr. 4,2854.
63
assai simili a quelle dei primi Tolemei. Come nella mone-
tazione egiziana ed ateniese per unità di conto lo statere è
coniato molto più abbondantemente degli altri pezzi; seguono
subito dopo, in ordine di frequenza le dramme, i dioboli, i
trioboli e gli oboli. Dal regno di Alessandro I (150-145) ri-
comincia nelle città fenicie l'emissione sistematica di tetra-
drammi il cui peso non può essere determinato esattamente
per la poca accuratezza nella loro coniazione. Poiché però
essi nei pezzi meglio conservati non superano in generale il
peso di gr. 14,25 (i> è da ritenere che gli stateri fenici co-
niati sotto i Seleucidi siano senz'altro di peso tolemaico (2),
tanto più che l'influenza egiziana su di essi anche in que-
st'epoca è notevolissima (3). E da ritenere che le città fenicie
soggette ai Seleucidi per ragioni di indole commerciale si
servissero di moneta tolemaica e di moneta indigena coniata
sul piede tolemaico insieme a moneta di piede e. d. attico
quale è quella coniata nella Siria. In moneta siriaca di peso
e. d. attico lo statere fenicio corrispondeva a 20 oboli.
MONETA D'ORO SELEUCIDICA.
L*oro dei Seleucidi è relativamente scarso. Il nomi-
nale coniato con maggior frequenza è lo statere di gr. 8,56
che almeno sotto i primi Seleucidi doveva corrispondere
in valore al )(pu<ToO; di 20 dramme d'argento (4), però sotto
Antioco III il Grande (223-186) insieme ai soliti stateri che
rimangono sempre la moneta d'oro più diffusa, sono co-
niati gli ottodrammi di gr. 34,283 (5), che secondo tutte
(i) Qualche rarissimo esemplare giunge a gr. 14.40.
(2) Gr. 14,284.
(3) Il peso e il tipo del rovescio, l'aquila col tulmine, la fattura,
tutto la farebbe considerare come moneta alessandrina se mancassero
in esse i nomi dei Seleucidi.
(4) Vedi pag. 34.
(5) Il peso massimo riscontrato negli ottodrammi d'oro e t.. ^i. .^,-..
che corrisponde con una esattezza notevole al peso massimo normale
da me stabilito per questi pezzi che non possono essere considerati
come di poso fenicio, perchè almeno alcuni di essi sono coniati in Siria
(vedi Hkad, Hist. Nitnt., pag. 761).
64
le probabilità dovevano essere considerati come pasta di
dramme seleucidiche, analoghi sotto questo aspetto ai no-
minali d'oro dei Tolemei coniati dopo la morte di Arsinoe
Filadelfo (i). Secondo me quindi, il rapporto oio-arg-nto al-
meno dagli ultimi anni del III secolo a. C. sino alla fine
della dinastia dei Seleucidi era di i : 12 "g.
MONETA DI RAME.
La moneta di rame dei Seleucidi relativamente nume-
rosa è costituita per la massima parte di nominali che vanno
da un diametro di 21 mill. e di un peso di 7 gr. circa a
pezzi di circa 14 mill. di un peso di gr. 2-3,50 la classifi-
cazione allo stato attuale delle nostre conoscenze non può
essere che ipotetica.
I primi pezzi che portano un contrassegno del valore
appartengono al regno di Antioco IV Epifane (175-164) e
sono un TerpàyaXxov (2) contrassegnato con x di gr. 16,468
(diametro mill. 27, lavato in un bagno d'argento), un ^^x*^'
xov (3) contrassegnato con x (diametro mill. 18) di gr. 8,50
circa ed un y aXxó; (4) contrassegnato x (diam. mill. 18,16) di
gr. 4,25 circa. Contemporaneamente sono coniati dai Seleu-
cidi nominali di tipo egiziano di un peso di gr. 38.88, 37.25,
29.60 (5) insieme a pezzi di gr. 17.62, 16.78, 14.20 (6) e ad altri
di gr. 7.90, 6.42. Si può tentare una classificazione delle monete
di bronzo di Antioco IV partendo dai pezzi contrassegnati coi
segni del valore, ammettendo che i nominali di rame abbiano
un valore proporzionale al loro peso ; in questo caso la mo-
neta di bronzo dell'Epifane potrebbe essere classificata come
segue (7) :
(r) Vedi pag. 35.
(2) BMC. Seleucidi Kings of Syria, pag, 36, n. 23, p. o. gr 1G.45.
(3) Op. cit., pag. 36, nn. 24-25, p. o. gr. 8.68, 7.71.
(4) Op. cit., pag. 36, nn. 26-30, p. o. 5.44, 5.18, 4.41, 4.00, 3.95.
(5) Op. cit., pag. 38, nn. 42-44.
(6) Op. cit., pag. 38, nn. 45-47.
(7) Questa classificazione ciie può essere considerata come esatta
per le zecche siriache dei Seleucidi dei tempi di Antioco IV, non pare
possa valere per tutte le zecche e per tutti i successori di questo re.
65
Obolo p. n. 34,23
= H dramma di rame
dm. mill. 27
Tetracalco ^ 17,14
= 4 „
IH
Dicalco „ 8,57
— o
16-17
Calco _ 4,285
= 1 „
14-15.
Per quanto sia per ora difficile una classificazione pre-
cisa della moneta di rame dei Seleucidi possiamo conside-
rare come approssimativamente esatta quella che ci risulta
dai pezzi di Antioco IV Epifane, facendo corrispondere il
^a^xd? di rame al peso di una dramma e. d. attica.
Il rapporto rame-argento di i : 48 che ne risulta non è
lontano da quello tolemaico di i : 40,50.
Il confronto della monetazione di bronzo dei Seleucidi
con quella tolemaica del periodo di Cleomene e dei primi
anni del Soter ci permette di riscontrare una corrispondenza
tra i pezzi tolemaici e quelli seleucidici che fa ritenere come
assai probabile la classificazione dei bronzi tolemaici da me
indicati a pag. 39.
Da quanto ho sinora esposto risulta che la moneta di
rame presso i Seleucidi più ancora che presso i Tolemei era
moneta divisionale d'importanza assai scarsa, rappresentata
per lo più da ^i^aX^a e ji^olImì II rapporto rame-argento di
1:48 che era molto probabilmente comune a tutte le mone-
tazioni dei primi successori di Alessandro ha la sua origine
probabilmente nelle monetazioni elleniche più antiche, non in
ogni modo in quella attica, perchè in Atene una vera pro-
pria moneta divisionale di bronzo pare fosse coniata sol-
tanto dopo il 339 (Head, HisL Niim., pag. 376) (i), con pezzi
di 19-17 mill. che probabilmente vanno ricollegati coi nomi-
nali di Eleusi, nei quali lo stesso Babelon riconosce dei
yaAxoi.
Probabilmente lo sviluppo della monetazione di bronzo
attica non può avere avuto influenza su quella seleucidica o
tolemaica perchè contemporanea o posteriore alle prime
emissioni delle monete di Alessandro. Anche pel rame ate-
(i) La moneta di bronzo alla quale accenna Aristofane (Rane 725)
ha tutta l'apparenza di essere una moneta a corso forzoso e non una
moneta divisionale. In ogni modo sarebbe stata ritirata nei 393 (Ansi.
Ecci, 819).
66
niese una classificazione probabile può essere tentata rag-
guagliando al i(xX''^6q i pezzi di un peso medio di una dramma
di rame.
In ogni modo la coniazione del bronzo che nell'Attica
è scarsissima si sviluppò in vari paesi della Grecia prima
che in Atene. Così nel regno di Macedonia i nominali di
rame la cui coniazione risale ai tempi di Archelao I (413-
399 a. C.) con diametri che vanno dai 20 ai 14 mill. e
pesi fra i 7 e i 2 grammi, corrispondono probabilmente, a
2 yjxXvjìi. In generale la moneta di rame manca ovunque di
contrassegni del valore: fanno solo eccezione alla regolagli
oboli di Metaponto (dopo il 330 a. C.) del peso di 8 e 9 gr.,
alcuni pezzi seleucidici siciliani e tolemaici. Ma tutti questi
casi ci permettono di stabilire con certezza che nei paesi
di civiltà greca i pezzi di bronzo devono essere considerati
come moneta puramente sussidiaria e che non vi è paese el-
lenico dal IV sec. in poi che abbia conservato il rame come
moneta vera. I principali appoggi alla teoria del rame mo-
neta-merce, erano tratti dall'Egitto e dalla Sicilia: ora tanto
per l'una che per l'altra regione la vecchia teoria di Mommsen
è completamente caduta ed infatti sarebbe stato praticamente
impossibile conservare al bronzo il carattere di moneta vera,
quando i metalli preziosi colla relativa loro abbondanza sui
mercati avevano finito col perdere gran parte del loro potere
acquisitivo. Si può quindi ora con sicurezza affermare che
in epoche già molto antiche i soli argento, elettro ed oro
insieme od alternativamente, rappresentavano le vere monete
antiche. Anzi mentre la coniazione del rame come moneta
divisionale è comune a quasi tutti i paesi ellenici, in Atene
la serie delle frazioni delle dramme giunge sino al YipTSTap-
TYipptov d'argento che fu sostituito dal x'^'kY.6; pare soltanto
all'epoca di Alessandro il Grande, tanto era radicato nel po-
polo l'abitudine di considerare la moneta come una merce
che col suo valore intrinseco garantiva il suo potere acquisito.
Il nominale più basso che si incontra nella moneta di
tipo attico è in generale il TSTapTYippiov o ^t/a>./cov, ma come
dimostra la monetazione ateniese, seleucidica, tolemaica e
chiota del I sec. a. C, ecc., che sono tutte più o meno di
tipo attico, ai tempi di Alessandro, il jol\y.qz era certamente
67
coniato in rame come lo dimostra il suo stesso nome. La
divisione del x*^^^* *" io dramme di rame è invece proba-
bilmente esclusivamente tolemaica (').
E certo che la moneta di bronzo che aveva funzione di
moneta divisionale aveva naturalmente un corso ristretto al
luogo di emissione. Nei mercati dove si convenivano greci
di tutte le regioni come p. es. a Delo, probabilmente le
banche raccoglievano il rame che scambiavano coll'argento
e coH'oro, probabilmente con un aggio che serviva a pagare
il servizio che esse rendevano al pubblico. L'ufficio del cam-
biavalute (2) aveva nella civiltà ellenica un'importanza assai
maggiore di quella odierna, dato l'ingente numero di stati
autonomi che emettevano moneta. A questo proposito si deve
dire che mentre conosciamo abbastanza bene le leggi colle
quali si effettuava il cambio variabile della moneta divisio-
nale y.h[LOi nell'epoca bizantina (3), fatta eccezione per l'Egitto,
(i) Non credo si possono riferire alla moneta attica il passo tratto
da Fozio, Script, Meirol.y I, 330; Suida, Script. Metroi., \, 320, è^oXóc 6
tóxoc ti^oi vo}xia|*aTO':, ò^oXòc 8è nap' 'AQfjvatOK; i^ toT' ^(aXxcùv, ó òè x**^-
xoùi; ).8TCiù»v éntà-TÒ de TàXavxov toù ÀpYupcou Xttpòjv tóùv vòv/8oaapu>v xaì vofii-
3{iàTu>v òxxòi xal e »^^.. perchè non esistono oboli attici di 6 x*^*o^ ^
non c'è traccia di una divisione del x^^^^C in 7 Xtictà. Come per la
moneta Tolemaica le divisioni della dramma attica non dovevano an-
dare oltre il mezzo x*^*^^C se pure non si arrestavano al x*^*^- Po-
trebbe forse giovare a risolvere le questioni relative alla moneta di
rame attica un buono spoglio delle iscrizioni.
(2) Il cambiavalute prende vari nomi xoXXtxTdpto?. àpYt>po{iotpóc,
àpYopoicpàtTjc. ecc., vedi p. es. Script. Metroi., I, 307, xoXXtxtdipio?, 6 àp-
Yupa}i.oi^ò(; ì^TOt ó «ép(i.a àvrl àp^opioo àXXaoaófxtvo; xpaiitCt'Cf)(:, ò àpYO-
poitpàxfj*;. In generale xo^Xu^tCeiv e xtpfxaxt-^ttv sono sinonimi (cfr. Script.
Metroi. f I, 306, xtpfiaTiCiiv aòxò tooxBoxi xoXXo^tC«iv). Anche nell' Kgitto
pare esistessero banche la cui funzione era puramente quella di cam-
biare la moneta: xoXXopioxixal xpanéCat. P. Oxy., XII, 141I, BGU., 74I,
BGU., 1053, spesso nel BGU., 1118-1156, P. Hamb , i, C.P.R.I., P.
Strasse., 34, PSL, 204. Quantunque non si possa con sicurezza limitare
il campo delle uoXXoPioxtxal xpauéCac al cambio delle monete è giusta
secondo me la veduta degli editori del P. Oxy., XII, 1419, n. 4, che
vedono nelle xoXX. tpait. romane un equivalente delle àjioi^ixol xpanéCoii
tolemaiche contrapposte alle xp'HH'-^'''"^*'^*- ^ ttctx*r)pY,xat xpcttiéCai {/\ Oxy.^
XII, 1411. n. 4).
(3) A. Segre, Monete bizantine. Rendiconti dell'Istituto Lombardo,
a. 1920. pag. 323.
68
nulla sappiamo di preciso delle leggi che regolavano lo
scambio dell'argento e dell'oro in moneta di bronzo in altri
paesi. Nelle poche iscrizioni finanziare che si riferiscono al
cambio di moneta d'argento p. es. nominali attici e vopi
HoCkiy.oi in dramme eginetiche di Delfo si deve ritenere che
i cambi si effettuavano alla pari, perchè le oscillazioni dei
rapporti ponderali fra le varie specie d'argento sembrano
dovuti alla imprecisione delle antiche coniazioni. Certo per
piccole somme non si bada a differenze minime di peso che
d'altronde anche per le grosse partite sono molto spesso
compensate dalla maggior voga dei nominali.
Per es. dalle iscrizioni si rileva che l'argento di Ales-
sandro (i) di piede e. d. attico circolava alla pari con quello
ateniese nonostante tra i pesi normali i due tetradrammi in-
tercedesse una differenza di circa un terzo di obolo. Il da-
rico d'oro, il xP^toO; attico e quello di Filippo di Macedonia
pare fossero egualmente quotati, quantunque il darico avesse
un peso inferiore di circa un quarantesimo agli altri due sta-
teri: è anche probabile che qualcosa di simile accadesse coi
nominali d'oro tolemaici di peso ridotto rispetto a quelli di
peso intiero e di peso e. d. attico. Si capisce come nei cambi
la maggior diffusione di un nominale potesse avvantaggiarlo
di un poco rispetto a quelli meno in voga, ma si tratta
sempre di aggi minimi (2). Sino a che si rimane nel cambio
di nominali di uno stesso metallo non si superano mai certi
limiti che presso di noi sono chiamati punti dell'oro e che
presso gli antichi forse si dovrebbero piii propriamente chia-
mare punti dell'argento, data la preferenza che generalmente
si accordava dai greci al metallo bianco. Quando invece
si doveva scambiare un metallo con un altro subentrano
altre considerazioni. Così come ho dimostrato la moneta
d'oro aveva presso i Tolemei un valore nominale i2^7i«
(i) Naturalmente sotto il nome di argento di Alessandro si inten-
dono anche i pezzi di peso e. d. attico coniati dai suoi successori.
(2) Vedi p. es. l'iscrizione del Tholos di Epidauro, Iscriz. Arg., I,
1485, dove la valuta eginetica in pieno secolo era in corso alla pari
con quello attico. Invece per un caso di aggio vedi CIG., 2334, dove
le dramme di Tenos a parità di peso con quelle Rodie sono scambiate
col 5°/, di perdita, Mommsen, Mannaie Rom., I, 51.
69
volte superiore a quello dell'argento, presso i Seleucidi 12 V^
volte, presso i Siculi probabilmente 12 volte; s'intende quindi
che ove esistesse la possibilità di un facile cambio in ar-
gento, la valuta tolemaica d'oro doveva essere preferibile a
quella seleucidica e siciliana e che naturalmente la maggiore
o minore difficoltà del cambio in argento, a parità di condi-
zioni, doveva influire sul corso delle varie monete.
In generale, sulla fine del IV sec, filippi, stateri e da-
rici correvano alla pari ed equivalevano a io dramme attiche,
anche nel II sec. a. C. i differenti rapporti legali fra l'oro e
l'argento dovevano creare afflusso di oro e conseguente uscita
di merci e d'argento nei luoghi dove questo metallo era pa-
gato più caro. E possibile che in questo modo si possa spie-
gare la relativa abbondanza di nominali aurei nel regno dei
Tolemei rispetto a quello del regno dei Seleucidi e di altre
regioni, ma bisogna andare assai cauti in questo genere di
deduzioni quando si rifletta che la storia antica non meno
di quella moderna è ricca di spogliazioni di popoli vinti da
parte dei vincitori. Si può solo affermare che un basso rap-
porto fra il valore dell'argento e quello dell'oro coeteris fa-
ribiis contribuiva a mantenere uno stok d'oro nel paese,
ma la scarsità di nominali aurei nei paesi ellenici non va
spiegata tanto colla preferenza che i Greci dimostravano
per l'argento, quanto colle spogliazioni metodiche delle quali
andarono soggetti i paesi di civiltà greca da parte dei ro-
mani dell'ultimo secolo della repubblica. Evidentemente i rag-
guardevoli stok di aurei coniati a Roma da Cesare in poi pro-
vengono in grandissima parte da spogliazioni di tesori greci.
CAMBIO DELLA MONETA VERA
IN MONETA DIVISIONALE.
È probabile che il cambio del rame di una stessa re-
gione con l'argento e l'oro fosse effettuato generalmente alla
pari a meno che leggi forse di carattere fiscale non stabi-
lissero un corso della moneta divisionale un poco diverso da
quello nominale {xXkoL^rì) come avveniva presso i Tolemei.
Dalle iscrizioni anteriori all' impero non credo che un fatto
70
simile risulti chiaramente in paesi che non siano soggetti al
dominio dei Tolemei. E del pari probabile che i nominali
antichi di bronzo avessero un corso ristretto a pochi anni
in paesi che mutavano di regime e di piede monetario con
una certa frequenza. Quanto poi alla valuta di rame straniero
è evidente che in generale esso non aveva corso e che il
suo cambio portava con sé una certa perdita che andava a
beneficio del cambiavalute. Ma in generale la moneta antica
non poteva allontanarsi molto dal suo valore nominale rap-
presentato quasi interamente dal suo valore intrinseco per-
chè l'argento che è quasi sempre la moneta vera per eccel-
lenza nei paesi di civiltà ellenica è coniato possibilmente
puro con un titolo che va per lo piij dal 96 al 98 '^ ^ ga-
rantito per l'eventualità di falsificazioni (monete di piombo
e di suberaté), generalmente assai rare, dalle saggiature
specie nei pagamenti di una certa entità ù).
Quanto alle monete d'oro, non credo privo d'importanza
l'aver dimostrato che almeno dal II sec. a. C. i Seleucidi,
le città fenicie e i Tolemei (dal 270-71 a. C.) avevano sta-
bilito che lo statere d'oro valesse 25 dramme d'argento.
Mentre sinora si era creduto che nell'epoca ellenistica il rap-
porto legale fra l'oro e l'argento fosse di i : io i documenti
tolemaici rettamente interpretati ci danno modo di stabilire
invece un rapporto fra i due metalli assai vicino ad un
1 : 12 Vg il che prova che i romani derivarono l'aureo certa-
mente dallo statere ellenistico dei Tolemei e dei Seleucidi
e non certamente dai '/^o\j(soX attici e dai pezzi di Filippo e di
Alessandro. La imitazione è troppo palese per non essere
immediatamente ravvisata: l'aureo ha in origine il peso esatto
di V.J2 di libbra e di due dramme ; se subisce qualche leg-
giera modificazione nel peso è solo per adattarsi ai rapporti
variabili fra i due metalli preziosi che sono a base della mo-
netazione romana (2).
A. Segrè.
(1) Vedi p. es. nel CIA.y II, 327, àp^oplou 'AXs^avBpeiou 8oxip,aoTà
xàXavxa.
(2) Vedi A. Segrè, Moneta Alessandrina dell'Impero.
FALSIFICAZIONI DI DENARI
DELLA
REPUBBLICA ROMANA
Nell'estate del 1918, durante una mia breve permanenza
a Roma, mi vennero offerti alcuni denari della Repubblica
Romana, di una certa rarità, che, ad un esame sommario,
mi parvero abili falsificazioni, poiché le leggende non corri-
spondevano né al tipo né allo stile delle monete cui si ri-
ferivano.
Le giudicai falsificazioni imperfette atte a gabellare dei
semplici collezionisti, non già degli studiosi che avessero
rocchio esercitato sulle monete consolari. Rimasi però col-
pito per r imitazione perfetta. Per fattura, qualità del metallo,
superficie, patina, in nulla differivano da denari autentici.
Ora la cortesia di un amico (i) che aveva acquistato un
certo numero di questi denari sofisticati insieme ad un mi-
gliaio di denari comuni ma di ottima conservazione, mi ha
permesso di farne un esame attento che mi condusse ai se-
guenti risultati.
Si tratta di una quarantina di monete che hanno l'aspetto
di denari consolari del tutto normali, di buona conservazione
e indubbiamente antichi ed autentici.
Questo aspetto al primo momento mi sconcertò alquanto,
perché non potevo fare a meno di dire a me stesso : Se è
possibile eseguire con conii moderni monete di tale appa-
(I) L'ingegnere Pietro Gariazzo di Torino che gentiimcnle ha tallo
dono degli esemplari stessi alla Società Numismatica Italiana.
A nome della Società ringrazio sentitamente.
72
renza in tutto simili alle antiche, come distinguere le mo-
nete autentiche da quelle falsificate ?
Ma questa mia meraviglia ebbe breve durata, perchè
ben presto mi accorsi che, benché non si vedesse traccia di
bulino, un abile, perfetto ritocco aveva contraffatti dei comuni
denari facendone risultare denari rari, altri con strane va-
rianti, altri ancora con leggende o gruppi dì lettere scono-
sciuti.
Come dissi, il lavoro di ritocco è, specialmente in alcuni
esemplari, assolutamente perfetto ; con forte ingrandimento,
e se si è prevenuti, appena si riesce a vedere una lieve al-
terazione della superfice laddove è avvenuto il lavorìo del
bulino. Il colore nella località lavorata è perfettamente ac-
compagnato col resto della moneta. Però, esaminando alcuni
esemplari con ingrandimento e a luce radente, si riesce a
distinguere una differenza lieve di colore, una tenue sfuma-
tura che corrisponde alle lettere o punti asportati. Questo
in conseguenza della compressione più o meno forte del
conio a seconda delle parti rilevate o compresse, il che pro-
duce un grado diverso nell' aggregazione molecolare del
metallo.
Ho già detto, che malgrado la loro onesta apparenza
di autenticità, detti denari non possono certo trarre in inganno
chi ha famigliarità colle monete in questione per il fatto che,
leggende, monogrammi, ecc., non combinano col tipo normale
al quale si riferiscono, trovandosi una dicitura riferentisi ad
un personaggio su di un denaro che appartiene ad un altro
magari di epoca assai anteriore o posteriore.
Credo utile, non solo a titolo di curiosità, ma anche allo
scopo di mettere in guardia gli amatori e collezionisti, di il-
lustrare alcuni di questi tipi falsificati o per dir meglio con-
traffatti.
I (due esemplari). Col denaro di Cneus Lucretius Trio a
leggenda CN • LVCR nel rovescio sotto i Dioscuri e TRIO
al diritto dietro la testa di Roma (Babelon (i), Liicretia,
(i) Babelon, Monn. de la Rep. Rom. Paris.
73
n. t) fig. I, si è fabbricato un pseudo denaro di Quintus
Fig. I.
Lutatius Catulus (Bab., LiUatia, n. i) togliendo le let-
tere N • V • R al rovescio e TRI al diritto; il primo C è
stato abilmente tramutato in Q (osservando bene se ne
vede la traccia); nel diritto poi l'O di TRIO figura come
un simbolo con l'apparenza di una coroncina, fig. 2. La
Fi!
moneta non può appartenere a Q. Lutatius Catulus non
solo per il fatto della scoperta sofisticazione, ma perchè
in tutto diversa per stile. Basti confrontare la testa di
Roma del denaro autentico, vedi fig. 3.
I^'g- 3.
74
2. 11 denaro di Q. Marcus Libo, con Q • MARC al rovescio e
LIBO dietro la testa di Roma (Bab., Marcia, n. i) fig. 4,
Fig- 4.
opportunamente lavorato, diventa un denaro a leggenda
C . AL riferibile a C. Allius (Bab., Alita, n. 2). Nel di-
ritto, con criterio analogo al precedente, si cancella LI O
e si ricava dal B uno strano simbolo, fig. 5.
Fig. 5.
3. La stessa leggenda, vedi fig. 4, è trasformata in un'altra:
AVR legata in monogramma che vorrebbe rappresentare
un denaro di Aurelius (Bab., Aurelia, n. 8) fig. 6.
Fig. 6.
75
4. Pure dalla stessa moneta di Q. Marcius Libo è ricavato
il seguente denaro con Q . L • C sotto i Dioscuri, fig. 7.
Fig. 7.
Il lavoro è buono; si osservi però lo sforzo per ottenere
la lettera L restando Q e C invariati. Si distingue per
il tipo, vedi fig. 3.
5 {sette esemplari). Comuni denari di C. Valerius Flaccus
(Bab., Valeria, n. 7) con leggenda al rovescio: C • VAL •
C • F • in basso e FLAC in alto, fig. 8 sono trasformati
Fi-. 8.
in fantastici denari di Allius e C. Allius togliendo parte
della leggenda in basso e FLAC in alto, fig. 9 e io. La
Fig. 9.
Fig. IO.
76
contraffazione è assurda portando i denari autentici
(Bab., Alita, n. i e 2) i Dioscuri nel rovescio e non la
Vittoria in biga, tipo questo assai posteriore.
6. Si comprende che il falsario aveva spiccata simpatia per
il nome di Allius perchè opera una quarta trasforma-
zione in suo favore, riducendo il denaro di Caius Ante-
stius con C • ANTESTI al rovescio e cane corrente al di-
ritto dietro la testa di Roma (Bab., Antestia, n. 2), fig. 11,
Fig. II
in un altro tipo di Allius (Bab., Alita, n. i). Nel diritto
il cane, con metamorfosi degna di Ovidio, si trasforma
in una specie di coppa, fig. 12.
Fior. 12.
7. Riduzione, sempre collo stesso sistema, di un denaro di
C. Plutius (Bah.. Fluita, n. i). fig. 13, in uno di L. Itius
77
'Bab., Itia, n. i), fig. 14. Anche in questo caso la con-
Fig. 14.
trafifazione è assolutamente ridicola, dato lo stile barbaro
del denaro di C. Plutius in confronto al normale stile
romano dell'autentico denaro di L. Itius, fig. 15.
Fig. 15.
8 [quattro esemplari). Per costruire il raro denaro di M. Au-
fidius (Bab., Atifidia, n. i) è stato scelto quello di L.
Antestius Gragulus (Bab., Antfistiay n. 9), fig. 16. La
Eig. 16.
leggenda al rovescio è stata opportunamente cambiata
in M • AVF, creando una M a spese di due gambe di ca-
78
vallo. Si osservi che le gambe dei cavalli nella pseudo
Aufidia sono 6 anziché 8, fig. 17.
Fig. 17.
La figura 18 rappresenta un denaro con iscrizione ME le-
gati in monogramma ma, che dovrebbe riferirsi a un
Metellus (Bah., Caecilia, n. i) con quadriga invece dei
Dioscuri. Si tratta invece della comunissima moneta di
P. Maenius Antiaticus (Bah., Maenia, n. 7) con leggenda
alterata, fig. 19.
Fig. 18.
Fig. 19.
Credo inutile consumare altro spazio per illustrare altre
falsificazioni sempre dello stesso genere; mi limiterò ad enun-
ciarle semplicemente :
10 (due esemplari). Una strana fantastica leggenda: CARISI
{sic) tratta dal denaro di C. Aburius (Bab., Aburia, n. i).
11 {sei esemplari). Varianti di S. Afranius (Bab., Afrania,
n. 2) con S • AFRA all'esergo sotto ROMA. Non è che il
denaro di Baebius Tampilus (Bab., Baebia, n. 12).
12 {due esemplari). Denaro con AVR in monogramma, ridotto
dal denaro di Garbo (Bab., Fapiria, n. 7).
13. Denaro con la Vittoria in biga, sotto A. È quello di Sa-
ranus (Bab., Atiliay n. i) tolte le lettere S ed R.
79
14- Altro denaro di L. Itius ricavato da M. Atilius (Babelon,
Attila, n. 9).
15. Denaro con leggenda A • RI (?) Alterazione di C • ÀBVRI.
Infine alcuni altri denari con lettere insignificanti e fan-
tastiche ottenute sempre mutilando leggende di denari comuni.
Per imbrogliare maggiormente la matassa tra i detti
denari ve ne erano alcuni abbastanza rari ed autentici : due
di Itius, uno di Aufidius, due con testa femminile sotto i
Dioscuri (Bab., Horatia, n. i).
* *
Come si vede l'opera dei falsari è indefessa e non si
raccomanderà mai abbastanza di mettersi in guardia e di
stare al corrente di ogni nuova mistificazione. È appunto
con questo criterio che ho illustrato uno degli ultimi pro-
dotti in materia di falsificazioni.
L'arte di contraffare monete autentiche per trarne va-
rianti o addirittura monete rare da monete comuni non è
certo di oggi, ne di ieri. Anche in tempi lontani e forse più
di oggi, questo sistema di contraffazione è stato in onore.
Antiche e rinomate raccolte pubbliche e private ne sono più
o meno inquinate, ed una revisione attenta di certe raccolte
da lungo tempo abbandonate e sepolte nei musei, non solo
farebbe risultare che la mia opinione non è errata, ma senza
dubbio, riserverebbe molte sorprese in materia di falsificazioni.
Per quanto riguarda le monete cosidette consolari, colgo
l'occasione per raccomandare che i conservatori dei musei
e i collezionisti abbandonino una buona volta l'antiquata ed
illogica classificazione alfabetica, o come suol dirsi, per fami-
glia. Se Tordinamento cronologico preconizzato da Goltz e
desiderato dal Cavedoni d) fin dalla metà del secolo scorso,
presentava difficoltà allora, bisogna riconoscere, che dopo
gli studi e le ricerche del Salis, Bahrfeldt, Grueber, Hill, ecc.,
oggi l'ordinare cronologicamente le monete della Repubblica
(I) Cavedoni, Ragguaglio storico archeologico citi precipui riposti-
gli, ecc., prefazione pag. 9.
8o
Romana riesce sufficientemente agevole. Valga l'esempio del
catalogo del British Museum compilato dal Grueber (^i) che,
salvo qualche lieve modifica in rapporto a studi ulteriori, si
può considerare perfetto come base.
Col metodo di classifica per famiglie, essendo impossi-
bile avere sottocchio le monete contemporanee di date epo-
che, si può incorrere precisamente nel pericolo di essere
ingannati da monete abilmente contraffatte del tipo delle
suddescritte.
Basterà invece, mettere una di esse tra quelle che do-
vrebbero essere contemporanee, perchè l'occhio più malde-
stro riconosca subito, dalla fattura, dallo stile o dal tipo, un
anacronismo palese.
Febbraio, 1920.
Pompeo Bonazzi.
(i) Grueber, Coins of the Roman Republic in the Brithis Miiseum.
L GROSSO AUTONOMO DI COMO
Rileggendo attentamente l' interessante opuscolo del
compianto numismatico, dott. Solone Ambroscli, L'Ambro-
sino d'Oro (J), argomento da me già trattato (2)^ e sul quale
ho intenzione di ritornare, mi vien fatto di rilevare una nota
la cui importanza mi era altre volte sfuggita. Si tratta pre-
cisamente della nota (3) nella quale si espone che nel ripo-
stiglio di Cameri (Novara) ed in quello bergamasco i quali
non possono essere, come è stato luminosamente dimostrato,
posteriori alla metà del secolo XIV, si è trovato il grosso
autonomo di Como (fig. i), attribuito dal Friedlaender alla
breve Repubblica Abbondiana del 1447-48, e, malgrado i
serii dubbi del Caire e dell'Ambrosoli (4), fino ad ora dai
numismatici ritenuto per tale.
Or bene, per questa circostanza, e per altre ragioni che
andrò esponendo, con " buona pace del tedesco autore „
come ben diceva il Caire " non solo il fatto sembra poco
** probabile „, ma sono arrivato alla persuasione che il grosso
autonomo non possa essere stato coniato sotto il governo
popolare del 1447-48.
L'argomento dei ripostigli è dei più serii e dovrebbe
sempre far pensare gli studiosi; è impossibile che si riscon-
trino anomalie, e se a tutta prima queste sembrano esistere,
andando in fondo alla questione si potranno trovare cose
nuove; anomalie mai. Parliamo un po' del nostro grosso.
È mia abitudine limitarmi ad un campo assai ristretto
di studi, a quello che per ragioni speciali di località e, dirò.
(1) L* Ambrosino d'oro (ricerclie storiche numismatiche). Milano»
tip. editrice !.. F. Coghati, 1897 (estratto del volume: Ambrosiana, scritti
varii pubblicati pel XV Centenario della morte di S. Ambrogio.
(2) Rivista Italiana di Numismatica, 1912, pag. 203.
(3) ^P- <^i^M L' Ambrosino d'oro, pag. la e 13, nota 2".
(4) GaMteita Numismatica, Como, 1881, pag. 47 e i88a, pag. 85.
82
di simpatia, si presenta più indicato ; e, per quanto le mo-
deste cognizioni lo permettono, approfondirlo.
Como (la cui zecca abbracciava sotto la sua giurisdizione
anche il caro mio paesello natale) per il grande interesse
delle sue vicende storiche ed artistiche, delle quali magnifici
campioni ci sono rimasti, ebbe sempre per me un fascino
particolare, e le sue, non molte, ma interessanti monete, fu-
rono da parte mia oggetto di costante studio ed osservazione.
Orbene, confesso che al mio sguardo il grosso auto-
nomo, così interessante per sé stesso, ha sempre avuto un
non so che di speciale, una fisionomia particolare, per il che
ebbi come la sensazione che non fosse al suo posto. Troppa
differenza presentava con quello della Repubblica Ambro-
siana del 1447-50; un regresso artistico anziché un progresso
su quello di Franchino II Rusca (1408-12) (fig. 3) che pure
era la copia perfetta del grosso di Giangaleazzo Visconti
per Milano (1378-1402) (fig. 4) : ma pur sotto questa sensa-
zione non riuscivo ancora a fermarmi su qualche cosa di
positivo, e mi domandavo perchè solo questa moneta non
aveva, come le altre, corrispondenza in quelle milanesi.
Una circostanza, che per se stessa non avrebbe alcun
interesse, ne acquista invece messa in relazione con le altre.
Qualche anno fa trovai assieme, in una cittadina nelle vici-
nanze di Como, due monete d'argento talmente ed ugual-
mente ossidate di nero che sembravano coperte di pece e
quasi irriconoscibili; certamente queste due monete dovevano
aver passato assieme dei secoli I ripulitele, una di esse era
il nostro grosso autonomo, l'altra il grosso di Azzone Vi-
sconti per Milano; entrambi della medesima buona conser-
vazione.
Colla mente sotto queste impressioni rilessi le note del
Caire e dell'Ambrosoli ; fu una rivelazione! ecco il motivo,
dirò così, della mia diffidenza, ecco il motivo della compa-
gnia secolare dei due grossi suaccennata, ecco perché il
grosso di Como si trova nei ripostigli di Cameri e di Ber-
gamo, che non possono essere posteriori della metà del se-
colo XIV: perchè é stato coniato precisamente prima di que-
st'epoca; invero confrontandolo colle monete di Azzone Vi-
sconti (1335-1339) risulta luminosamente come sia stato co-
83
niato contemporaneamente o quasi al suo mezzo grosso
(fig. 2); lo giudichi dalle illustrazioni il cortese lettore. La
figura del Santo, le lettere singolarissime, tutto insomma di-
rebbe che i due conii vennero incisi dalla medesima mano.
Fig. I.
Fig. 2.
Fig. 3-
''A- }■
84
E come ciò? Mi mancano il tempo ed i mezzi per poter
far ricerche particolareggiate, e d'altronde in questo campo
è sempre arduo trovare la documentazione perfetta, ed il
più delle volte si deve fermarsi ad induzioni.
Può darsi che il grosso autonomo sia stato coniato prima
che Azzone assumesse la Signoria della città di Como, dopo
aver scacciato Franchino I Rusca (1335) lasciando un mo-
mento r illusione ai comaschi d'aver ricuperato l'autonomia
comunale; oppure subito dopo l'immatura sua morte (1339)
allorché la Signoria della città passò agli eredi dei Visconti,
che però non si curarono di battervi moneta (0; quello che
è certo si è che, per le suesposte circostanze e ragioni, cor-
roborate dal confronto delle monete, non vi ha dubbio che
il grosso autonomo fin qui dato alla Repubblica Abbondiana
del 1447-48, debba essere riportato a mio avviso indietro di
oltre un secolo, verso l'epoca della Signoria di Azzone Vi-
sconti, e per ora sotto la seguente denominazione : Moneta
autonoma della prima metà del secolo XIV.
Torno (Como), agosto 19 19.
Pietro Tribolati.
(i) Solo nel 1408 venne riaperta la zecca allorché la città di Como
passò di nuovo alla famiglia Rusca (Franchino II) precisamente all'epoca
del dissolvimento del ducato di Milano per opera del malgoverro di
Giovanni Maria Visconti.
Tessere di Savoia inedite o corrette
Come contributo alla pregiata opera di Vincenzo Promis
sulle Tessere di Principi di Casa Savoia o relative ai toro
antichi Stati (i) ho il piacere di presentare ai lettori della
Rivista due tessere molto interessanti.
La prima che io ritengo inedita, venne coniata a ricordo
del matrimonio di Emanuele Filiberto duca di Savoia, con
Margherita di Francia, duchessa di Berry, avvenuto nel-
l'anno 1559.
Porta nel campo del diritto lo stemma inquartato di Sa-
voia, con la corona ducale e col collare dell'Annunziata sul
quale è ripetuto quattro volte il motto: FERI, ed in girci la
leggenda esplicativa del motto stesso, cioè: FORTITVDO •
ElVS - RODVM • TENVIT.
Nel campo del rovescio sono raffigurati due guerrieri
che si appoggiano alla lancia con la mano sinistra e con la
destra sostengono un giglio fiorito. Sopra lo scudo di Francia
entro contorno a cartocci, fra i segni zodiacali di Marte e
di Venere. Ai piedi del guerriero di smistra vi è un piccolo
(1) Torino, 1879.
86
toro ed un gallo è ai piedi del guerriero di destra, all'esergo
due rami d'alloro intrecciati. Attorno la leggenda: GALLIA-
FORTIT per Galliae Fortitudo.
Data l'allusione del toro al Piemonte e del gallo alla
Francia, completata dai simboli di Marte e di Venere troppo
chiara risulta Tallegoria, che non ha quindi bisogno di ulte-
riore spiegazione.
La seconda tessera è illustrata dal Promis al n. 8i del-
Topera citata, ma in modo non esatto, forse per la cattiva
conservazione dell'esemplare da lui studiato.
È stata coniata nel 1558 in onore di Michele Borgarelli
da Poirino, consigliere del re di Francia, dalla Camera dei
Conti di Piemonte e Savoia.
Mentre in quella riportata dal Promis la leggenda del
diritto è trascritta così :
MIC • B&ARL POD- IVAR • 9DNS • E • COS cioè: Michael
Burgarellus Podiovarini Condominus et Consiliarius — nel-
l'esemplare da me riprodotto in figura si legge chiaramente
R • COS • in fine di leggenda, cioè : Regiiis Consiliarius.
Nel rovescio è perfettamente uguale a quella pubblicata
dal Promis, cioè porta entro ricca corona d'alloro e di fiori
la leggenda in 7 righe : • LACH — AMBRE • - • DESCOMP
— TESDEPIE — DMONTET — SAVOIE • - 1558, con sopra
una piccola crocetta.
Torino, novembre 1919.
Emilio Bosco.
I
IL CARDINALE LAMAKMORA
E LE ZECCHE DI
CREVACUORE e MESSERANO
PARTE SECONDA (1)
BIBLIOGRAFIA
Adriani (G. B.). — Lettere e monete inedite del secolo XVI appartenenti
ai Ferrerò Fieschi, antichi conti di Lavagna e marchesi di Messerano,
iltustrnte con nuove annotazioni. Torino, Fontana, 185I (2 varianti
di Promis, VI, 11, colla data 1572 e una variante di Promis, IV, 6,
ed è tutto).
Ambrosoli (dott. Solone). — Di un singolare cavallotto al tipo bellinzo-
nese in R. L N,, 1896, pagg. 435-446 (cavallotto anonimo, che però
egli attribuisce alla zecca di Messerano dal motto Non nobis, ecc.,
del diritto, quantunque il rovescio abbia S. Martinus Episcopus,
giacché questo Santo lo troviamo anche in un testone di Ludo-
vico II Fieschi, edito da Vincenzo Promis e in un altro di Pier
Luca II, edito dal conte Papadopoli).
Ansberoer (D*). — V. D'A.
Argelati (Filippo). De Monetis Italiae, vmriorum illusttium virorum Dis-
sertationes. Milano, 1750-59, 6 Tomi, con tavole e figure nel testo.
Beeldenaer of te figuer hook dienende op te nieuve ordonnantie van der
munte, ecc. Aja, 1608, in-4 (pag. 25, Ludovico II Fieschi, dalle Ta-
vole sinottiche di V. Promis).
Bellini (ab. Vincenzo, f 1783). — De Monetis Italiae Medit Aevi hacttnus
non evulgatis. Dissertazione prima, alquanto varia dalle susseguenti
e meno corretta, in-4. Ristampata in Argelati, Tonio V.
Idem. — Idem. Disscrtationes quatuor, volumi 4. Ferrara, 1755-79, in-4*
Vedi Tomo 3», tav. VI, n. i, Ludovico II e Pier 1.! : 1' « ^ 'i ;
(1) Vtdi pane prima tlN, a. XXXII, acconda «erir, 4 » irimeatre, i^iq, pagg. ai9-39Q
88
Tomo i», pag. 50, n. 3, Ludovico II Fieschi ; Tomo 2°, pag. 60, n. i,
Lud. II Fieschi; Tomo 3°, tav. VI, n. 2, Lud. II Fieschi; Tomo I,
pag. 50, n. 1-2, Pier Luca Fieschi.
Berg (Adam). — Neu mùntz biieck. Miinchen, 1597 (riporta monete di
Messerano, come può vedersi nelle Tavole sinottiche di V. Promis).
Billon d'aur et d'argent de plusieurs royaumes, etc. Gand, 1552, in-12
(pagg. 24, 37, 50, 158, Ludovico II Fieschi. dalle Tavole sinottiche di
V. Promis).
Bollettino Italiano di Numismatica, 1909. — v. Cunietti.
Idem, 1911. — V. Bosco.
BoRELLi (Gio. Battista). — Editti antichi e nuovi dei Sovrani principi
della R. Casa di Savoia, delle loro tutrici e dei Magistrati di qua dai
monti. Torino, 1681, in-fol., fig. (pagg. 324, 327, 329, Fr. Fil. F. F. ;
pagg. 355. 356, n. I, 3, 4, Paolo Besso F. F. ; pag. 365, Paolo
Besso F. F. ; pagg. 355, 356, n. 2, Carlo Besso F. F.).
Bosco (ing. Emilio). — Torino. Attribuì a Pier Luca Fieschi una falsi-
ficazione in rame del testone bellinzonese in Boll. It.di Num., 1911,
pag. 67.
Brambilla (Camillo). — Alcune annotazioni numismatiche. Pavia, 1867,
in-8 (tav. ann., n. 11, Ludovico lì Fieschi, dalle Tavole sinottiche di
V. Promis ; n. 12, attribuito a Francesco Ludovico Ferrerò Fieschi,
principe (1667-85), come rilevasi dalla R. 1. N., 1918, pag. 127, ove
è detto trattarsi di un quattrino del tutto simile a quello pubblicato
ivi dal Cunietti, salvo che nel diritto invece di LAETA . BEAT .
PAX reca ALIS TEGIT).
Idem. — Altre annotazioni numismatiche. Pavia, 1870, in-8 (pubblicò
' qualche altra moneta).
Bullettino di Numismatica Italiana. — Firenze, anno li, 1867-8, v. Caucich;
anno III, 1868-9 (pubblicò una moneta inedita, posteriormente alla
Memoria di D. Promis. Forse fu lo stesso Caucich, che infatti con-
tribuì qualcosa di Messerano all'annata III, ma non ho potuto ve-
dere questa ormai vecchia pubblicazione).
Carli-Rubbi (conte Gioan Rinaldo). — Delle monete e delle istituzioni
delle zecche d'Italia sino al secolo XVII. Mantova, 1754.
Carte on liste contenant le prix de cìiacun niarq^ etc. Anvers, 1627, in-4
(pagg. 45» 74» Ludovico II Fieschi ; pagg. 224, 229. 236, 250, 270,
280, 285, Fr. Fil. F. F. dalle Tav. sin. di V. Promis).
Caucich (A. R.). — Monete inedite, corrette o rare. Masserano, in Bul-
lettino di Numismatica Italiana, anno II, n. i. Firenze, novembre
dicembre 1867, pag. 5, tav. I, n. 2, Paolo Besso F. F., dalle Tav.
sin. di V. Promis (pubblicò anche qualcosa di Messerano nello
stesso Bull, di Num. Ital., anno 111, n. a, pag. 17, variante dello
scudo di Paolo Besso, Promis, XII, i e non so se altro, non avendo
avuto modo di vedere tale antica pubblicazione).
89
Ciani (nob. dott Giorgio, di Trento, /- 13-1-17). — (pubblicò due mone-
tine in R. I. N., 1896, pagg. 76-78 : la contraffazione anonima d'un
quattrino del doge Marino Grimani, con S. Teonesto e nel rovescio
il motto NON NOBIS D... che assegna a Francesco Filiberto, e
la contraffazione pure anonima della gazzetta veneta del 1570, con
FACTVS • MAIOR • VEHITVR invece di Sanctus Marcus Venetus,
che il Ciani attribuisce alla zecca di Messerano perchè sarebbe il
pezzo da 6 quattrini che Francesco Filiberto contraffaceva a quelli
di Venezia, la gazzetta valendo 2 soldi, ossia 6 X 4 = 24 denari,
come ricorda D. Promis, pag. 106).
Corpus Nummorum Itaiicorum. — (il volume II, uscito nel 191 1, include
la zecca di Crevacuore, pagg. ai8 a 220 e la zecca di Messerano,
pagg. 296 a 357 e pag. 497).
CuNiETTi-CuNiETTi (ten.-col. barone cav. Alberto). — Roma (pubblicò in
Boll. hai. di Num. e di Arte della Medaglia, dal 1906 al 191 1, alcune
varianti di Messerano).
Idem. — (pubblicò in R. I. N., 1909, pagg. 474-8, dalla collezione Luigi
Cora di Torino, un tirolino di Crevacuore, anonimo dei Fieschi, e
due varianti di monete già conosciute di Messerano : il doppio giulio
contraffatto da Francesco Filiberto e uno scitdo o tallero di Paolo
Besso, imitato a quelli di Casale).
Idem, col modificato cognome Cunietti-Gonnet. — (pubblicò in R. 1. W
1918, pag. 127 un quattrino-. LAETA . BEAT . PAX, testa a de-
stra, cerchio lin., rovescio . SI . ROSTRO . FERIT, aquila spiegata
con la testa a sin., e. Un., che attribuì a Francesco Ludovico Fer-
rerò Fieschi, principe (1667-85) e alia zecca di Messerano).
Damoreau. — Traile des négociations de banque et des monnaies etran-
gères. Paris, 1727, fol. (tav. I, pag. 176, n. 5, Ludovico II Fieschi;
tav. II, pag. 176, n. 20, Fr. Fil, F. F., dalle l^av. sin. di V. Promis)
D'Ansberger. — (tavole di monete, menzionate dal Viani nelle sue an-
notazioni al manoscritto del card. Lamarmora).
Demole (E.). — Monti, inéd. dans le livre de Zuric/i (citato dal Corpus
al n. 15 di Paolo Besso ; è il suo Monnaies inedites d'Italie, Bru-
xelles, 1888?).
Documenti inediti: Tra le lettere di Gaetano Marini, bibliotecario della
Vaticana scritte tra il 1777 al 1790 al celebre G. A.Zanetti e pub-
blicate nel 1916 a Roma da Enrico Carusi, scrittore della Biblio-
teca Vaticana, ve ne sono alcune con cui il Marini manda all'amico
dei documenti sulle zecche di Messerano e Montanaro. Il chiaris-
simo Ercole Gnecchi, nella R. 1. N., 1916, pag. 421, scriveva : ** Di
** queste zecche non vi è traccia nell'opera dello Zanetti. Se ne
• troverà probabilmente tra i numerosi suoi mss. che da tempo
" giacciono inediti e dimenticali e che forse presto vedranno la
** luce ,.
90
Documenti Visconieo-Sforzeschi per la storia della secca di Milano, pub'
blicati da Emilio Motta in R. l. N. (1893, 1896), vi trovo i seguenti
accenni alle zecche di Messerano e Crevacuore :
39 XII 1519, Novara. — Scuti novi de ... Messerano (i) L. 4 s. 2 d. — ;
Testoni (di Messerano) da s. 16 dané 3 l'uno s. 15 d. 6; Grossi
(di Messerano) da s. 7 dané 3 l'uno s. 7 d. — .
15 IX 1522, Pavia. — Divieto d'importazione e spendizione delle monete
delle zecche forestiere di ... Crevacuore ... Messerano ....
I X 1524, Milano. — Bando " dei dinari appellati da cornoni dui, sive
da Cavatoti tri fabricati ne la cecha di ... Misserano ... quali pen-
sandosi non fosseno fatti in le ceche predicte per la varietate nova
del stampo, se spendevano per s. 20 e ale volte per grossono i
per caduno „.
19 II 1527, Milano. — " et anchora sono comparsi de dicti denari (gros-
soni) da s. 17 fabricati ne la cecha de Messerano, quali hanno da
uno canto una Aquila, et da l'altra uno homo armato in pede . . . .
valeno solum s. 7 per caduno „. Di nuovo si bandiscono le monete,
tra altre, di Crevacuore e Messerano.
31 I 1530, Milano. — Bando delle monete, tra altre, di Crevacuore.
I III 1530, Milano. — Bando delle monete, tra altre, di Crevacuore.
Dotti (E.). — Tariffa .... secondo l'ordine seguito dal Corpus Nummo-
rum Italicorum, voi. 2*. Milano, U. Hoepli, 1913 (è quello che in-
clude Crevacuore e Messerano).
DuvAL et Froelich. — v. Monnaies, etc.
Erbstein. — (citato dal Corpus al n. 74 di Francesco Filiberto).
Ferrara (Franc). — Esame storico critico di Economisti (Ter. U. T. E.,
1890) (contiene considerazioni economiche sulle monete di queste
zecche, voi. II, parte i*, pag. 336, nota 2).
Ferrerò (Gio. Stefano, vesc. di Vercelli). — Sancii Eusebii Vercellensts
Episcopi et Martyris ejusque in episcopatu successorum viice et res
gestce. Vercelli, 1609, in-4 (riproduce a pag. 129 la moneta, Pri-mis.
IV, 6 o una sua variante). Una prima edizione di quest'opera porta
la data, Roma, 1602.
Fioravanti. — Antiqui romanorum pontificum denarii. Roma, 1738, in-4
(pag. 263, Ludovico II Fieschi e Pier Luca Fieschi, dalle Tav. sin.
di V. Promis. Ma F . IO come è in dette Tavole stampato e che
corrisponde alla suddetta opera, è un errore per F'II cioè il Fio-
rino d'oro illustrato, del Vettori).
Fiorino {II) d'oro antico illusirato. Discorso di un accademico etrusco.
Firenze^ MDCCXXXVIII, nella stamperia di S. A. R., per i Tartini
e Franchi, v. Vettori.
Frova (Filadelfo Libico). — Lettera al can. F. I. Fileppi. Venezia, 176 1
(riproduce nel frontispizio una variante di Promis, IV, 9 e il IV, 6).
(i) Anteriore al 1521, cioè del periodo anonimo dei Fieschi, esiste
uno scudo d'oro del sole {Corpus, Messerano, n. 5).
91
Gazzetta Numismatica. — Como, 1881, anno I, v. Miari.
Idem. — anno I e IV, v. Rossi.
Gradhnigo. — Lettera su quattro monete dei secoli di mezzo. Venezia.
1758, in-8 (il n. 2 della tav. II, Crevacuore). — Indice delle monete
d'Italia raccolte ed illustrate dal fu monsignor G. A. Gradenigo ve^
scovo di Ceneda (il n. 60 della tav. VI, Crevacuore); dalle Tav. sin.
di V, Promis.
Grillo (Guglielmo). — Contributo al Corpus Nummorum Italicorum., in
Riv. Hai. di Num., 1914, fase. 364, pag. 365 (In questo articolo,
del gennaio 1914, vi sono le seguenti varianti e una moneta nuova
spettanti alla zecca d» Messerano :
Anonime dei Fieschi : la contraffazione finora inedita d'una mo-
raglia modenese con MO ' NOV • C ■ M • C nel diritto e S. GER-
MANVS nel rovescio e un sesino contraffatto a quelli di Milano;
Pier Luca Fieschi: due testoni;
Filiberto F, F. : due contraffazioni di Milano e un quarto con
grande F;
Besso F. F. : tre quarti, due soldi^ il quattrino papale t la contraf-
fazione di Lucerna ;
Francesco Filiberto F. F. : la contraffazione veneta e due quat-
trini col busto a destra e la leggenda FRANCISCVS nel diritto
e rispettivamente NON " NO ' DO * SED ' NO ' TVO " D • GL e
SALVS NOSTRA nel rovescio attorno alla croce ;
Paolo Besso F. F. : quattrino contraffatto a quelli di Milano ;
Anonime degli ultimi F. F. : quattrino del leone di S. Marct» colla
leg-enda FACTVS ' MAIOR ' VEHITVR nel diritto e DILIGITE
IVSTITIAM nel rovescio.
E' da osservare che il primo dei due suddescritti quattrini di
Francesco Filiberto, dato come inedito dal Grillo, era già stato pub-
blicato in un oscuro giornale di provincia. V Eco dell'Industria di
Biella, del 15 novembre 1885, ^^ Cesare Poma, sotto il titolo: Di
una monetina inedita della zecca di Messerano.
HoFFMANN. — Alter und neuer miinz-schlussel. Norimberga, 1692, in-4
(tav. xii, xiv, xvii bis, xlììì bis — Ludovico II Fieschi; tav. xxvii bis,
XLviii, xLviii bis — Fr. Fil. F. F., dalle Tavole sinottiche di V. Promis).
JoACHiM (Johann Friedrich). — Das neu eròfnele Miinzcabinet, eie. No-
rimberga, 1761, in-4, a spese di Giorgio Bauer (tav. xxx, n i —
Carlo Besso F. F., dalle Tav. sin. di V. Promis).
KoEHLER. — Historische mùnz-belustigung. Norimberga, 1729-50, voi. 22,
in-4 (tav. ix, pag. 113 — F'r. Fil. F. F. ; tav. xxii, pa^. 17 Paolo
Besso F. F., dalle Tav. sin. di V. Promis).
KuNZ. — Miscellanea numismatica italiana. Venezia, 1867, in-tì (lav. ami.,
n. 10 — Fr. Fil. F. F., dalle Tav. sin. di V. Promis).
Lamarmoka (Cardinale). - Memorie relative alla zecca e monete di .Messe-
rana e Crevacuore battute dai Fieschi e Ferrerò Fieschi — MS drl-
PArchivio Lamarmora, palazzo Lamarmora, Biella-Piazz>
92
LiTTA (PoMPEOj. — Il fasc.o dei Ferrerò in Fani. Celebri Italiane. Milano,
1841 (Le monete incise dal Litta gli furono comunicate dall' insigne
Domenico Promis, come questi ricorda nella prefazione alla sua
propria opera).
Loopliede handboucxkin. Gand, 1546, in-12 (pagg. 90, 106, 185 — Ludo-
vico II Fieschi, dalle Tav. sin, di V. Promis).
Maestri (Augusto). — Zecca di Messerano, doppia d^oro inedita del prin-
cipe Paolo Besso F. F. Modena, tip. G, Ferraguti, 1915, in-8, pag. 9,
ed. di 100 es. fuori comm. (è una contraffazione del 1631 circa,
colla leggenda P ■ FER "MA' IDUX " AC • S ■ R ' E • P ' >^ V e
al rovescio AV ' MO " DV ' FLOR ritrovata a Spilamberto (Mo-
dena) nell'aprile 1915).
Manuael of liiste naer de welche de ivissel-bancken, etc. Aja, 1630, in-4
(pag. 29 — Fr. Fil. F. F., dalle Tav. sin. di V. Promis).
MiARi (conte). — (Pubblicò qualche moneta di queste zecche in Gaz-
zetta Numismatica, anno I, Como, 1881).
Molano (?) Giovanni. — De Historià SS. Imaginum. Lovanio, 1594 (ci-
tato da Zanetti, III, 205-6 -iccome menzionante le monete di Mes-
serano con S. Teonesto)
Mowiaies en argent du Cabiiul de Vienne (Dnval et Froelich). Vienna,
1769, in-fol., 2.* ediz. (pag. 468 — Fr. Fil, F. F. ; pag. 469 — Paolo
Besso F. F.; pag. 469 — Carlo Besso F'. F., dalle Tav. sinottiche
di V. Promis).
Monnaies en or du Cabinet de Vienne (Duval et Froelich). Vienna, 1759,
in-fol. (pag. 260 e suppl. 74 — Besso F. F.; pag. 260 — Fr. Fil.
F. F. ; pag. 260 — Paolo Besso F. F. ; supplemento 74 — Fr. Lud.
F. F., dalle Tav. sin. di V. Promis).
MoREL Fatio. — Imitations ou coìitrefa^ons de la monnaie suisse. Zu-
rigo, 1862 (tav. II, n. II — Besso F. F. ; tav. II, n. 12 — Fr. Fil.
F. F., dalle Tav. sin. di V. Promis).
Idem. — Monnaies inédites de Genève et imitations italiennes, Zurigo,
1866, in-8 (tav. ann., n. 4 — ma l'attribuzione a Fr. Fil. F. F. non
è sufficientemente provata ; dalle Tav. sin. di V. Promis).
Idem. — V. Revtie Numismatique belge.
Motta (Emilio). — v. Documenti visconteo-sforzeschi.
Muratori (Lud.-Ant.). — De Moneta sive jure cudendi numnios in An-
tiquitates lialicae Medii Aevi; Diss. XXVII, T. II, Milano, 1739, con
disegni, ecc.
Museum Nummarium Milano- Viscontianum hoc est quod vir illustris
atque nobilissimus Gisbertus Franco de Milan-Visconti, ex antiquis-
sima Vicecomitum mediolanensium progenie ortus, Liber Baro S.
Rom. Imperli Germanici, Dynasta Hinderstenii, Valdhusii, Bylen-
veldae, Rosweidoe, Reyerskopii, Lictenbergae, veteris Rheni, et
Kej^kopii, Supremo Procerum Trajectinorum Senatui ab actis, et
Consiliis rei. rei. Incredibili studio et opera nec mmori sumptu a maio-
93
ribus suis, avo et patre, apparatum servavit et locupletavit —
Trajecii ad Rhenum apud Bartolonieum Wild, MDCCLXXXII (opera
menzionata dal cardinale Lamarmora a pag. 153 delle sue memorie^
che ne vide una copia nel 1800 circa in Casale presso il marchese
Mosòi di Merano).
Ordonnance du Roy sur le descry de monnoyes de billon ètrangères.
Lyon, 1578 (citata da D. Promis a proposito di V. 9 e V, io — ma
resta dubbio se tratti direttamente di queste due monete oppure
di quelle di cui desse sono imitazioni).
Ordonnance du Roy sur le faide et règlentent general de ses monnoies.
Paris, 1615, i""8 (pagg' 93-94 — Fr. Fil. F. F., dalle Tav. sinottiche
di V. Promis),
Ordonnance pour les changeurs (o Ordonnances et instruction?) Anvers,
1633, fol. (pagg. 37, 66, 206 — Ludovico II Fieschi ; pagg. 189, 193,
198, 210, 217, 224, 229 — Fr. Fi'. F. F., dalle Tav. sin. di V. Promis).
Papadopoli (conte sen. comm. Nicolò). — (Pubblicò 16 monete di Mes-
serano e Crevacuore in R. 1. N., 1896, faso. 3.°).
Placcard du roy sur le reglement de ses monnoyes. Anvers, 1644, in-4
(pag. 36 — Ludovico li Fieschi, dalle Tav. sin. di V. Promis),
Plantino, 1575 (in una sua opera intitolata.... menziona le monete di
Messerano con S. Teonesto, a detta dello Zanetti, III, 205-6).
Poma (Cesare). — Di una monetina inedita della zecca di Messerano nel-
VEco dell'Industria di Biella, 15 novembre 1885 (E* il quattrino ri-
pubblicato recentemente, come inedito, da G. Grillo, R. I. iV., 1914,
Contributo al Corpus, n. 94).
Idem. — A proposito della zecca di Messerano e di alcuni punzoni di
monete sconosciute (/?. /. N., 1918, fase. 3-4).
Promis (Domenico). — Monete delle zecche di Messerano e Crevacuore dei
Fieschi e Ferrerò. Memoria. Torino, 1869, in-4 (Nella prefazione av-
verte che per le incisioni si valse anche degli esemplari della col-
lezione Lamarmora).
Promis (Vincenzo). — Tavole sinottiche delle Monete Italiane. Torino, 1869.
Idem. — Monete di zecche italiane inedite o corrette^ Memoria 4.* Torino,
1882, in-4 (' ""• 34-25 della tav. II (Crevacuore); n. 32, tav. III (Lu-
dovico II e Pier Luca II Fieschi — oro). E* uno scudo d'oro del
sole: uno di questi fu pagato L. 265 alla vendita Durazzo, in Ge-
nova, nel 1896; n. 33, tav. Ili (contraffazione antica in rame d'un
testone d'argento di Ludovico li Fieschi); n. 34, tav. Ili (Besso F. F.);
n- 35, tav. IV, Besso F. F.; nn. 36 a 39, tav. IV, Fr. Fil. F. F. ;
nn. 40 a ^a, tav. IV, Paolo Besso F. F. ; n. 43, tav. V, Fr. Lud. F. F.).
Reformatio monetarum auri et argenti in ditione citramontanà 111. D.
Saò. Duci suddita. Torino, 1529, tav. in-fol. (nn. 4. 6, Ludovico II
e Pier Luca II Fieschi; nn. 2, 3, 5, 8, Pier Luca F^ieschi, dalle Ta-
vole sin. di V. Promis).
Revut de la Numismatique belge, sèrie V, voi. I. Bruxelles. 1869 (L'il-
lustre Morel-Falio vi descrisse a pp. 257-8, posteriormente alla Me-
94
moria di D. Promis, un pezzo inedito, Io scudo d'oro esistente a
Parigi nel Cabinet des medailles).
Revue numismatique frangaise. Parigi, 190I, pag. 76 (pubblicò la moneta
che nel Corpus è il n. i di Filiberto F. F. (tav. xxix, io e che è
uno scudo d'oro contraffatto a quelli del Delfinato con leggende
fantastiche).
Rivista Italiana di Numismatica, 1896, v. Ambrosoli, Ciani, Papadopoli;
1909, V. Cunietti; 1914, v. Strada e Tribolati. Grillo; 1915, v. Za-
netti; 1918, V. Cunietti, Poma.
Rivista Numismatica Italiana, 1865, sospesa dopo un fase, dell'anno II,
da non confondersi colla R. 1. K.
Rossi (dott. Umberto) in Gazzetta Numismatica, anno I, n. 5, 15 luglio
1881, a pagg. 25, 26 (Alcune monete inedite di Messerano, cioè ro-
labasso e cavallotto contraffatti a quelli trivulziani di Mesocco e
Roveredo). — Osservazioni sopra alcuni sesini di Messerano, ibidem,
a pagg. 33-34. D. Promis lasciò in dubbio l'attribuzione di tre se-
sini che i Fieschi contraffecero a quelli di Francesco II Sforza per
Milano. Il Rossi adduce varii motivi per poterli attribuire a Fili-
berto Ferrerò Fieschi. In ultimo dà poi notizia di un altro sesitio
di Paolo Besso, col motto SALVS ' MONDI : il Rossi però non
propenderebbe a considerare questa moneta come contraff"atta ai
sesini di Piacenza, ma bensì a stimarla " uno dei pochi prodotti
genuini dell'officina di Messerano „. — Pubblicò anche qualche altra
cosa di Messerano in Monete inedite del Piemonte {Gazz. Num.,
a. III, pagg. 82-94; a. IV, pagg. 57-62; a. VI, pagg. 81-83), "la '"
quale dei citati volumi e quali monete non ho modo di accertare.
Saraceno (V.). — // corso delle monete seguito negli Stati del Re di Sar-
degna e particolarmente nel Piemonte dal ijoo sino al presente, To-
rino, 1782, Toscanelli, in-4.
Savoia (Tariffa di), v. sub Torino.
ScHòTTLE (dott. Gustav). — Die Mì'inzfàlschungen von Masserano iind
Crevacuore, und ihre Einfuhr nach Deutschland ums jahr 16-20 (Ber-
liner BIàtter, n. 143, nov. 1913).
ScHWEiTZER. — Indice delle zecche italiane (il n. 9 della tav. Ili, Cre-
vacuore, dalle Tav. sin. di V. Promis).
Sommario dei delitti che vengono ascritti al signor I. F. F. F. principe
di Messerano. MS della Bibl. del Re, Torino, mise. v. Ili (In questo
processo, preparato tra il 1620 e il 1625, e citato da D. Promis,
uno dei capi di accusa si riferisce alle contraff"azioni di questo prin-
cipe. Da questo processo devono essere estratti i 16 capi d'accusa
noverati in un MS intitolato: Memorie d'Antichità del Principato,
presso il geom. A. Gibba Mecco di Crevacuore e dei quali quello
delle contraffazioni è il n. Io).
Strada (M.) e Tribolati (P.). — Varianti inedite di monete di zecche
italiane appartenenti alla collezione M. Strada di Milano in R. I. N.^
1914, fase. 1, pag. 57 (In questo articolo, del novembre 1913. di ag-
95
giunta al Corpus^ vi sono le seguenti varianti e una moneta nuova
di Messerano ;
Anonime de' Fieschi — una terlina del K — 3 sesini contraffatti
a quelli di Milano ;
Besso F. F. — 2 soldi e i quarto ;
Paolo Besso F. F. — una trillina contraffatta a quelle di Filippo IV
per Milano, con PBF nel centro del diritto sormontato da corona,
inedita; e una variante inedita di quattrino.
Tariffe citate in D. Promis, Monete di Messerano e Crevacuore e in V.
Promis, Tavole sinottiche:
Torino, 1529 — v. Torino.
Gand, 1546 — v. Loopliede.
Gand, 1552 — v. Billon.
Tolosa, 1558 — V. Tolosa.
Lione, 1578 — V. Ordonnance (resta però dubbio se tratti diret-
tamente di monete di Messerano).
Anversa, 1580 — v. Tresoor.
Monaco, 1597 — v. Berg.
Aja, 1608 — v. Beeldenaer.
Parigi, 1615 — v. Ordonnance.
Anversa, 1627 — v. Carte.
Aja, 1630 — V. Manuael.
Anversa, 1633 — v. Ordonnance.
Anversa, 1644 — v. Placcard.
Norimberga, 1692 — v. Hoffmann.
Parigi, 1727 — V. Damoreau.
Tariffe citate dal card. Lamarmora, siccome contenenti menzione di
monete di Messerano e Crevacuore :
Parma, 1519 — 14 agosto e 22 ottobre: vedi Zanetti, op. cit., T. V.
pagg. 121-125.
Germania, 1546 — E' la tariffa di Gand, 1546, che il Cardinale
chiama di Germania, come risulta dal confronto delle pagine da
lui citate, cioè Der Looplieden Handbouxkin. Gand, 1546 — v.
Loopliede.
Germania, 1548 — ?
Germania, 1550 — deve essere quella chiamata fiamminga dal
Viani, qui appresso.
Anversa, 1580 — v. Tresoor.
Germania o Anversa, 1633 — è la stessa, citata sotto due nomi
diversi — v. Ordonnance.
Tariffe citate dal Viani nei suoi appunti manoscritti alle memorie del
cardinale Lamarmora :
Mantova, 1519 — 7 febbr., 2<i ffhhr. <• iS «ittobrc v rimami. i a
Gobio, Tractatus varii.
Ferrara, 1526 (febbraio) — e rnnaiuia a nriimi, t unantu" / ira
ftrrarese.
96
Mantova, 1528 (23 aprile) — e rimanda a Gobio, ut supra.
Fiamminga, 1550 — dev'esser la stessa che il Cardinale chiama
di Germania.
Fiamminga, 1559 — ?
Mantova, 1614 (19 settembre) — è una grida e rimanda a Gobio.
ut supra.
Tolosa (tariffa di), dal titolo: S'ensuit la forme et manière de cognot-
stre, etc. — Tolosa, 1558 (citata da D. Promis, ha due testoni di Lu-
dovico Il Fieschi. Promis, II, 4 e III, 11).
Torino (Grida impressa nel settembre 1529 in), il suo titolo è: Qua sotto
è depinto et descripto singularmente il valore delle monete quale non
è lecito expenderky ma suono reducte a bigUone (citata da D. Promis
che, per essere stata emessa da Carlo III duca di Savoia, la chiama
anche Tariffa di Savoia^ ha l'impronta dell' ongaro anonimo dei
Fieschi. Promis, I, 2 e il testone di Lud. II Fieschi. Promis, II, 4).
Trattner. — Mon. d'oro e d'argento del Museo imp. di Vienna (Il Car-
dinale cita queste opere sotto il nome di Trattner, ma questi non
è che lo stampatore e le opere sono certamente le Monnaies en or
(en argent) du Cabinet de Vienne (Duval et Froelich), vedi sub Mon-
naies, e Duval et Froelich. Infatti trovo : Monnoies en or qui com-
posent une des différentes parties du Cabinet de S. M. l'Empereur,
depuis les plus grandes pièces jusqu'aux plus petites. Vienne, chez
Jean Thomas Trattner, MDCCLIX.
Tresoor oft schat van alle de specien, figuren en sorten van gouden ende
silveren munten, etc. Anversa, 1580, in-8 (pagg. 62, 99, 136, 400 —
Ludovico II Fieschi, dalle Tav. sin. di V. Promis).
Trésor de numismatique et de glyptique. Paris, 1846, in-fol. (tav. xxxviii,
n. 14, 16 — Ludovico II Fieschi; n. 15 — Pier Luca Fieschi, dalle
Tav. sin. di V. Promis).
Tribolati (P.). — v. Strada.
Vettori. — E' l'autore di // Fiorino d*oro antico illustrato. Firenze,
1738, in-4, v. sub Fiorino; v. l'errore sub Fioravanti (descrive a
pagg. 203 e 263 due monete di Ludovico II Fieschi; a pag. 263 una
moneta di Pier Luca Fieschi).
Zanetti (Guido Antonio). — Nuova raccolta delle monete e zecche d'Italia.
Bologna, Lelio dalla Volpe, 1775-1789, 5 voi. in-4 con tavole (Inoltre,
nella sua lettera n. 151 da Bologna, 12, xii, 1781 in R. I. N., 1915,
scrive : « tengo .... una moneta d'argento del valore più d'un paolo
" .... nel diritto il busto d'un Papa colle parole Martinus Papa lUI
" e nel rovescio un leone colla bandiera ed il motto : Bona boni
" docent ^; egli pensò, quantunque esponga diverse obbiezioni, che
potesse essere d'Orvieto — ma ora questa contraffazione del bianco
bolognese è assegnata alla zecca di Messerano, v. Corpus, pag. 297,
n. 7, tav. xxvii, 11).
Biella, Piazzo 34.
Cesare Poma.
RITROVAMENTI
Ripostigli registrati nelle « Notizie degli Scavi »
(Anno 1918, Fase. 4).
Sardinia.
I. Decimoputzu (Cagliari). Scoperta di un ripostiglio dt
bronzi di età romana a monte de sa Idda. Importante ripo-
stiglio di bronzi nuragici; fra l'altro vennero trovate io pa-
nelle di rame lenticolari e parallelepipede e kg. 12 di fram-
menti di panelle e frustoli di rame per la fondita. Tutto il
materiale è attualmente al Museo Naz. di Cagliari.
III. (I) NuRAGUS . . . una moneta di Claudio Gotico di
piccolo modulo.
Notizia di A. Taramela.
Regione Vili. Cispadana.
CoppARo fra le tombe due monete di bronzo
romane consunte dell'alto impero (?).
Notizia di A. Negrioli.
Fascicolo VI. Sicilia.
I. Siracusa. Catacomba Trigilia, sepolcro n. 31
sul basso petto di uno dei due scheletri si trovò un peculio
di 31 monete in bronzo, di piccolo modulo, molto ossidate
dell'epoca di Costantino e successori circa il 350 d. C
VII. Catania. Scavi del 1913 regione Orto del Re, predio
Manola, una ventina di monete, metà bizantine, una Catana
in bronzo; delle romane la più antica un Domiziano.
(I) Vedi ii paragrafo li (ripostiglio di Viiia Lrr);ina) in: Kurina-
mentii RIN, anno 1919, tasc. I, pag. 49.
7
98
JX. Paterno. Ripostigli monetali. Neil' inverno del 1915
in contrada Molinazzo un contadino trovò una quarantina di
pezzi; il proprietario del suolo riuscì a ricuperarne 14 pezzi
e cioè: di Messana 2 tetradrammi arcaici, i di transizione;
di Siracusa 7 tetr. are; di Gela i didramma are; di Agri-
gento 3 didr. are. Nel 1914 si ritrovò, dicesi dentro il paese,
un tesoretto di denari consolari; 157 ne acquistò il Museo
di Siracusa che rappresentano 44 famiglie oltre qualche ano-
nima e 7 inclassificabili.
XII. AiDONE. Altipiano di Serra Orlando. Un oggetto stra-
nissimo e di grande curiosità cioè un (zocpauTriov o " marsu-
pium „ in forma di portafoglio moderno di mm. 145X103
in spessa lamina di piombo accuratamente ripiegata, il quale
racchiudeva un peculio di 89 denari vittoriati quasi tutti fior
di conio.
XIV. Terranova Sicula. Nel 191 1 in contrada Feudo in
un pentolino 27 pegasi o stateri di Corinto tutti in mediocre o
cattivo stato di conservazione.
Notizia di P. Orsi.
Fascicolo VII. Regione I. Latium.
VI. Ostia. Edificio delle Pistrine, n. 38 monete, di cattiva
conservazione avendo subito il fuoco ed una profonda ossi-
dazione, che abbracciano il periodo da Claudio I a Gallieno.
Notizia di G. Calza.
Fascicolo Vili. Regione I. Campania.
Vili. Pompei. II zona, Reg. II ins. Ili, n. i, gennaio 1915,
dodici monete di bronzo; 2 GB di Vespasiano (Cohen, 313
e 433); I MB di Ottaviano (228); i MB di Claudio (84);
5 MB di Vespasiano (71 (?), 151, 152, 396 e 411); 3 MB di
Tito Cesare (326 (?)).
Reg. Ili, ins. IH. Meda bronzi: di M. Agrippa i (Cohen,
TI. 2) ; di Tiberio con l'effigie del padre i (228) ; di Claudio
I (47) ; di Galba i (16) ; un GB di Vespasiano (239) ed un
denaro d'argento di impossibile classificazione.
{Continua).
LIBRI RICEVUTI
Hill G. F. Medals of the Renaissance. Oxford, at the Cla-
rendon Press, 1920, pagg. 204, tav. 30 (Scell. 50).
Interessante studio d'assieme sulla medaglistica del rinascimento,
con un'accurata bibliografia e delle magnifiche tavole tratte in gran
parte da esemplari esistenti nel British Museum.
Papadopoli Aldobrandini Nicolò. Le Monete di Venezia
descritte e illustrate con disegni di C Kunz. Parte III.
Da Leonardo Dona a Lodovico Manin, 1606-1797. Testo.
Milano, U. Hoepli, 1919, pagg. 1102; Tavole. Milano,
U. Hoepli, 1919, tavv. LII-CL.
Con questi due volumi si completa l'opera monumentale del P.
sulla ricca e variata monetazione di Venezia, opera che mantiene il
suo pregio anche dopo la pubblicazione del Corpus, per il testo e la
documentazione accurata.
Martinori Edoardo. Annali della Zecca di Roma. Giulio III-
Pio IV. Roma, 1918, pagg. 90; Pio V-Gregorio XIII.
Roma, 1918, pagg. iii; Sisto V-lnnocenzo IX. Roma,
1919, pagg. 83; Clemente VlII-Paolo V. Roma, 1919,
pagg. 140; Sede vacante (1621) - Urbano Vili. Roma,
1919, pagg. Ili; Sede vacante (1644) - Clemente IX.
Roma, 1919, pagg. 112.
Dell'importante lavoro ci riserbiamo di parlare distesamente a pub-
blicazione ultimata.
lOO
Gli atti del Comune di Milano fino all'anno MCCXVI a cura
di C. Manaresi. Milano, Capriolo e Massimino, 1919, vo-
lume di pagg. CLxx-730, con 7 tavole eliotipiche.
Il massimo nostro istituto bancario, la Banca Commerciale Italiana,
per celebrare il venticinquesimo anniversario della sua fondazione, con
gesto di alta munificenza e di profondo senso culturale ha voluto sop-
perire a tutte le spese, per compiere l'edizione di questa raccolta di
documenti, che il dott. Manaresi ha raccolto ad illustrare la storia po-
litica e giuridica di Milano innanzi la promulgazione delle Consuetudines.
Sono 402 documenti editi con cura malgrado qualche inesattezza
quasi inevitabile in un simile lavoro: così il Manaresi, pubblicando l'atto
piacentino del 7 ottobre 1172, lo da di su la recente copia del Bonomi,
non avendo rintracciato l'originale che sta alla Biblioteca Reale Pala-
tina di Parma, N. 3652, ne conosciuta l'edizione che di questo originale
è data in un'opera fondamentale per lo studio dell'epoca federiciana,
cioè H. SiMONSFELD, Urkundefi Friederich Rothbarts in Italien^ sechste
Folge, in Sitzungsberichte d. K. Bayer. Akad. d. Wiss. Phil.-Philol.
und Hist. Kl. Monaco 1911, 14 Abhandlung., pagg. 34-35. Il Manaresi
poi assevera a pag. 548, nota i, che nessuna fonte ci dice aver avuto
luogo, nel 1190, la " quarta consularia „. Egli ha trascurata la Chronica
archiepiscoporutn itiediolanensium, condotta fino al 1318, testo non privo
d'importanza malgrado sia giunto sino a noi in un solo manoscritto
{l'Ambrosiano H. 56. sup. copiato nel 1438) assai scorretto e trascurato,
nelle date sopratutto. Anche questa cronaca non è inedita perchè fu
pubblicata, un po' affrettatamente è vero, dal Savio nella Rivista di
scienze storiche, voi. V, Pavia, 1909. Essa contiene proprio il passo :
In MCXC facta quarta consularia. Cosi sarebbero da tener presenti i
dati di essa Cronaca relativi al governo del Podestà Rodulfuc de Con-
cesso ed alla quinta consularia del 1191, nonché quelli degli anni 1203-
1204 relativi ai vari podestà ed alla Società de Galiardia. I dati della
cronaca, che fu una delle fonti del Fiamma, coincidono in molte parti
con quelli degli Annales tnediolanenses minores e della Cronaca dei Po-
destà di Milano usata dal Giulini.
Per i numismatici il volume del Manaresi è interessante perchè
riproduce, copiandolo dalla edizione Lehmann-Sachsse, lo statuto del
1204 (doc. N. CCLXVII) contro i fabbricatori e gli spenditori di mo-
nete false.
Ai dirigenti della Banca che con si alto spirito ci hanno procurata
questa signorile edizione, deve andare tutta la riconoscenza degli stu-
diosi e dei milanesi.
U. MONNERET.
ATTI
DELLA
SOCIETÀ NVMISMATICA ITALIANA
(Estratto dai verbali).
Assemblea ordinaria e straordinaria del 25 gennaio 1920.
Indetta dal Presidente il 24 dicembre 1919 per le ore 15
del 25 gennaio 1920 nei locali sociali col seguente
ORDINE DEL GIORNO :
I. — Lettura del verbale dell'Assemblea ordinaria e straordinaria del
2 febbraio 1919;
II. — Modificazioni agli articoli 3°, 5° e 6» dello Statuto Sociale;
III. — Ricupero delle attività sociali non ancora ottenuto e provvedi-
menti relativi;
IV. — Raccolte sociali e loro sistemazione;
V. — Bilancio Sociale;
VI. — Nomina di tre membri del Consiglio Direttivo in luogo rispetti-
vamente dei Consiglieri Cagiaii e Laffranchi scaduti per anzianità
e Ricci dimissionario.
La seduta è aperta dal Presidente alle ore r6. Sono pre-
senti Laffranchi, Cornaggia, Sola Cabiati con procura Can-
ziani, Strada con procura Rosa, Gavazzi, Ratto, Cagnoni,
Grillo, Bonazzi, Ravajoli, Tribolati, Hirschler, Monneret e
Johnson.
I. — È approvato il verbale dell'Assemblea del 2 febbraio 1919 ;
II. — L'articolo 3* dello Statuto Sociale non viene modificato, ma sj
delibera che per Atti Sociali si intendano i soli verbali delle
Assemblee Generali dei Soci. L'art. 5" rimane invariato. L'art. 6«
viene modificato nella quota dei Soci che viene portata col i» gen-
naio 1921 a L. 40 ;
III. — Il Presidente ed il Segretario danno relazione dei ricuperi otte-
nuti e da ottenere. Dopo lunga discussione viene approvata la
proposta Cagnoni che chiede sia conferito aila Presidenza 11 più
largo mandato a definire le pendenze;
102
IV. — Vien proposto il riordino del Medagliere. Si approva la selezione
del materiale sociale e la cessione ai Soci di tutti quei pezzi che
risulteranno non avere un interesse numismatico. Della selezione
vengono incaricati Bonazzi, Laffrancìii, Grillo e Ravajoli'.
V. — Si approva all'unanimità il Bilancio sociale consuntivo dell'eser-
cizio 1918 e 1919 e preventivo 1920 come segue :
Situazione patrimoniale della Società al 31 Dicembre 1919.
Attività: Cassa esistenza L. 8.146.35
Mobiglio ....
Biblioteca ....
Monete e Medaglie
Pubblicazioni sociali
Annate sociali arretrate
Crediti vend. pubbl. e abbon. arretrati
L. 20837.35
Debiti verso fornitori L. 1.330. —
i.ooo. —
7.000. —
i.ooo. —
i.ooo. —
430.—
2.261. —
Passività
Contributi Soci anticipati
Abbonamenti anticipati .
Svalutazione per quote inesigibili
360.—
40.—
491.—
Patrimonio sociale netto
L. 2.221. —
L. 18.616.35
L. ao.837.35
Rendiconto della gestione 1918 e 1919.
Entrata: Contributi Soci perpetui L. 4.500. —
„ , annuali , 2.660. —
„ anticipati 360. —
y, arretrati „ 240.—
Contributo speciale del sig. Stefano Carlo Johnson , 2.570. —
„ del comm. Paolo Caldara Monti . - 150. —
L. 10.480.—
Abbonamenti Rivista „ 2.062. —
„ anticipati ^ 40. —
, arretrati „ 82. —
L. 2.184.—
Vendita libri L. 180.85
^ pubblicazioni sociali , 704. —
„ monete ^ 189. —
L. 1.073.85
Interessi su depositi L. 398.10
Sopravvenienze attive e rimborsi y, 417-05
Ricupero attività ex-Circolo Numismatico Milanese . . .^ 268.15
Totale generate L. 14.821. 15
Uscita
Rivista ed estratti
Stampati sociali
Affitto ed illuminazione Sede
Spese postali ....
Sconti a Librai
Spese generali
Acquisto mobili ....
w pubblicazioni
Liquidazione ex-Circolo Numismatico Milanese
Sopravvenienze passive 1917 ....
103
1 . 12.377.65
481.—
220. —
436.80
38.80
43205
^ 485.-
23.—
880.—
737-50
L. 16.111.80
Eccedenza uscita L, 1.290.65
L. i4.82x.15
Bilancio preventivo 1920.
Entrata: Contributo Soci
„ arretrati
Abbonamenti Rivista
„ arretrati
Vendita pubblicazioni
„ monete
Interessi su depositi
L. 1.500.—
100. —
2.000. —
200. —
250.—
2.000. —
250. —
fatate entrata L. 6.300. —
Uscita: Rivista ed estratti
Affitto .
Spese postali
, generali .
1 . 4-500.-
200.-
200.-
400.-
Totale uscita L. 5.300. —
VI. — Il Consiglio propone all'Assemblea la riconferma di Laffranchi
e la nomina di Bonazzi e Gavazzi. Vengono acclamali all' una-
nimità. Cagnoni propone all'Assemblea un volo di plauso alla
Presidenza per il suo operato a favore della Società. Tulli i pre-
senti si associano.
Alle ore 17.25 la seduta è tolta.
// Presidente
Marco Strada
Il Segretario
G. CORNAGGIA.
I
I04
NUOVI SOCI.
2 gennaio 1920
6 febbraio „
IO n V
21 maggio ,,
Lemmi prof. Nazzareno.
Besozzi Carlo.
Corradini rag. Angelo.
Lancellotti Vitige.
Corvini dott. Giovanni.
DONI RICEVUTI AL 30 APRILE 1920.
Ratto Rodolfo. 3 fascicoli Periodico di Numismatica e Sfragistica
dello Strozzi. Repertoire des Collectionneurs 1895-96. Cinque falsifica-
zioni di bronzi romani. — Cornaggia Gianluigi. Una medaglia del Sa-
ronni. Quattro falsificazioni di bronzi romani. — Gariazzo ing. Pietro.
37 falsificazioni in argento di monete consolari. — Sola Cabiaii Gian-
lodovico. Una cassetta per schede. — Mattai Edoardo. Una vetrina per
medaglie.
CATALOGHI RICEVUTI.
Rodolfo Ratto. Catalogo di libri di Numismatica. Vendita all'asta il
405 maggio 1920, n." 868. Milano (1920) pagg. 43.
P. e P. Santamaria. Catalogo delle monete di Zecche Italiane^ ecc. Ven-
dita all'asta il 26 aprile 1920, n.'' 320. Roma (1920), pagg. 52 con
12 tavole eliotipiche.
Louis Ciani. Catalogne illustre des Monnaies fratifaises de la Guerre
1914191^. N.""* 1136. Parigi (1920), pagg. 39 con illustr.
CONDOGLIANZE.
Inviamo sincere condoglianze al nostro socio ing. Emilio
Bosco che nel febbraio del corrente anno ebbe la sventura
di perdere la madre.
Romanenghi Angelo Francesco, Gerente responsabile.
Industrie Grafiche AMEDEO NICOLA & C.^ - Milano- Varese.
LA FIGURA TAURINA
SULLE MONETE DELLA MAGNA GRECIA
Chi si proponga di studiare i culti delle colonie greche
deir Italia Meridionale sotto un punto di vista al tempo stesso
antiquario e storico, deve considerare le monete coniate dagli
Italioti come una delle principali, se non addirittura la prin-
cipale fonte di informazione.
Solo di poche fra quelle città parlano un po' più ditVu-
samente gli antichi testi, per molte di esse non ci offrono
che scarse notizie, di alcune tacciono affatto. Manca sopra-
tutto, per la conoscenza della diffusione dei diversi culti
nella Magna Grecia, il sussidio dell'opera che fornisce a chi
si proponga una siffatta indagine per la Grecia propriamente
detta, la più copiosa miniera di dati : la descrizione di Pau-
sania. E d'altra parte non possiamo attingere che pochissimo
alle fonti monumentali: il suolo della Magna Grecia, specie
in tutta la regione che cinge il Golfo di Taranto, attende
ancora il lavoro assiduo e sapiente del piccone che penetri
ad esplorarne i misteri : quanto codesta esplorazione — al-
lorché sarà intrapresa — potrà aggiungere alle nostre co-
noscenze in mento alla religione stessa ed ai culti degli
Italioti, si può immaginare facilmente considerando come i
felici scavi praticati ripetutamente da Paolo Orsi, da tren-
t'anni a questa parte, nella Calabria meridionale, ci abbiano,
direi, permesso di ricostruire la vita religiosa dei Locresi
Epizefirl, nel V'I e nel V secolo a. C. Naturale conseguenza,
in parte, della scarsa indagine archeologica di queste regioni
io6
é la relativa esiguità di testi epigrafici, specialmente arcaici,
venuti finora in nostro possesso. Cosicché alle monete, le
quali per fortuna abbondano, dobbiamo specialmente, e in
qualche caso unicamente rivolgerci, per conoscere resistenza
e la storia dei culti e dei miti delle colonie greche in Italia:
alle monete, sulle quali — come ha riconosciuto uno studioso
illustre di numismatica — è impressa tutta la storia di al-
cune di quelle città.
Procedendo in codesta ricerca, c'imbattiamo in un gruppo
di monete, quasi tutte arcaiche, appartenenti a località e ad
epoche diverse, le quali debbono essere studiate tutte in-
sieme da chi voglia arrivare a conoscere il significato reli-
gioso del tipo impresso su di esse : giacché a concetti reli-
giosi sono quasi universalmente ispirati i soggetti delle mo-
nete greche più antiche. 11 simbolo a loro comune è quello
del toro, rappresentato sotto aspetti differenti; ma sull'inter-
pretazione che ad esso debba darsi, v'é discordia di pareri
e molteplicità di ipotesi.
Il presente studio si propone appunto di esporre e rias-
sumere la complessa questione e di additarne la soluzione
più probabile.
Ecco, senz'altro, la serie dei tipi (i) :
I. Sybaris. Monete d'argento incuse.
^' — VM Figura del toro, con la testa voltata a guardare
indietro.
^ — Lo stesso toro, incuso.
Epoca: tipo anteriore al 510 a. C. (data della distruzione di Sibari).
(Gardner, tav. I, n. 11; Imhook-!3lumer-Keller, tav. Ili, n. 28, pag. 20;
Babelon, II, I, pag. I4H, tav. LXVIl ; Head, pag. 84).
(i) Le monete sono citate dalle opere seguenti :
British Museum Catalog of greek coins, lialy, by R. Stuart Poole^
Londra, 1873.
Gardner. The types of greek coins. Cambridge, 1883.
ImhoofBlumer u. O. Keller. Tier-und Pflanzenbilder atif Miinsen tiìid
Geiìimen der klass. Alierthmns. Leipzig, 1889.
E. Babelon. Traile des tnonnaics grecques et romaines. II, i. Paris, 1907.
B. V. Head, Historia Numonun. 2.» ed. Oxford, 191 1.
2. Sybaris (tentativo di restaurazione) [" hekte ,X
^ — VM Posidone che vibra il tridente.
9 — MOn Figura del toro stante.
Epoca: emessa nei cinque anni di vita di questa seconda città
(453-448 a. C), in alleanza con Posidonia.
{Br. M. Cai. It , pag. 287; Head. pag. 85).
3. Thurioi. Distinguiamo tre tipi di monete con la figura
taurina : a) [" Trite „].
^ — Testa di Atena, rivestita delTelmo con corona di
olivo.
9 — lYBAPI Toro con la testa voltata a destra, a guar-
dare indietro.
Epoca: emessa nei primi anni della vita di Turii, e cioè fra il
443 (data della fondazione) e il 431 circa. La moneta non può attribuirsi
a Sibari sul Traente, com'è l'ipotesi dell'Head, per le ragioni addotte
da Beloch {Griech. Gesch. IF, i, pag. 200, nota 4).
(Gardner, lav. I, nn. 31, 34; Head, pag. 85; cfr. Br. M. C, It.,
pag. 286).
ò) [" Nomos „].
JB' — Testa di Atena, elmo con serto di olivo.
9 — eOYPin(N) Toro gradiente: nell'esergo, un pesce.
Epoca: di poco posteriore al tipo precedente e probabilmente an-
teriore al 431 a. C.
(Imhoof-Blumer- Keller, tav. Ili, n. 29, png. 21. Lo stesso tipo, con
qualche variante, in Gardner, tav. I, n. 32, pag. 103, e Head, pag. 86).
c) [" Nomos „].
/B" — Testa di Atena : sull'elmo, Scilla.
R) — eOYPiriN Toro che si slancia alla carica, con la
testa bassa: nell'esergo un pesce (occorrono anche
altri simboli).
Epoca: 400350 a. C. Il tipo del rovescio continua anche sulle mo-
nete del III secolo.
(Gardner, tav. V, nn. 17, 24; Imhoof-Blumer-Kellkk, tav. Ili, n. 30,
pag. 21 ; Head, pag. 86 e seg.).
4. Laos. Stateri incusi.
r^ — Z^^i Toro androprosopo barbato, con la testa vol-
tata a sinistra, a guardare indietro (il disegno e
la posa delle gambe e del corpo, della coda e
io8
della testa sono identici a quelli della figura tau-
rina sulla moneta di Sibari, descritta al n. i); nel
campo, al disotto, una ghianda.
^ — MON Toro androprosopo, incuso.
Epoca: è il tipo comune deile monete arcaiche di questa città, fino
alla metà del V secolo.
(Gardner, tav. I, n. 35 ; Babelon, II, l, pag. 14I9, tav. LXVIII, n. i
Head, pag. 74, cfr. Imhoof-Blumer-Keller, tav. XIII, 11. 17, pag. 76).
5. PosEiDONiA. Stateri d'argento.
3' — TT02EIAANIATAZ (più o meno abbreviato). Posidone,
vestito di clamide, in atto di colpire col tridente.
Di rado è aggiunta qualche altra iscrizione; come
A^(I3^
1$ — nOIEIA Toro stante.
Epoca: è un tipo che si ripete, con qualche variante, per tutto il
corso del V secolo, dal 470 in poi, e cessa solo con la caduta della
città nelle mani dei Lucani, al principio del IV secolo.
(Gardner, tav. I, nn. 14, 15, V, n. 5 ; Babelon, II, i, pag. 1435
Head, pag. 81. Cfr. Im.Bl. Keller, tav. Ili, n. 31, pag. 21 [diobolo]).
6. SiRis in alleanza con Pyxus. Staterò.
(B' — MOM^^^M (2i:lvo;). Toro voltato a guardare indietro
(simile a quello di Sibari).
I^ — PVXOEM (Uiilóz;). Stesso tipo, incuso.
Epoca : questo staterò si dovè coniare verso la metà del VI sec,
perchè Siris fu distrutta da Metaponto, Sibari e Crotone collegate, nei
primi decenni della seconda metà del secolo stesso.
(Babelon, li, i, pag. 1407, tav. LXXVII, n. 2; Head, pag. 83).
7. Metapontion. Distinguiamo anche qui tre tipi :
a) l" hede „].
^ — META Spiga di grano, accompagnata spesso dalla
locusta.
F$ — Testa di toro, di fronte ; incusa.
Epoca : circa 550-470 a. C.
(Babelon, II, i, pag. 1403, n. 2080; Head, pag. 75).
b) [staterò].
^ — AT3M Spiga di grano, spesso col simbolo della
locusta.
I09
t^ — Il fiume Acheloo, in forma umana, barbato, con
corna e orecchie di toro, nudo e stante ; tiene
nella destra una lunga canna palustre e nella si-
nistra una patera. Talvolta, un delfino nel campo.
Iscrizione: ^^^^^^
Epoca: il tipo è emesso certo nel V secolo; il Babelon, in base
alia paleoo:ratia dell'iscrizione e allo stile della rappresentanza, ne de-
terminerebbe la cronologia al primo quarto del V secolo (Traité, II, i,
pag. 1405. n. 2082) ; l'Head (pag. 76) assegna invece la moneta al pe-
riodo 470-400 a. C.
(Babelon, II, i, pag. 1405, tav. LXVI, n. 20; Head, pag. 76).
c) ['' hecte „].
^ — Eguale al precedente.
9 — Testa di toro androprosopo, in profilo.
Epoca : V secolo.
{Br. M. C, It., pag. 244; Head, pag. 76).
8. Rhegion. Dracme arcaiche incuse.
B' — VIOMDES Toro androprosopo: in alto, una locusta.
1^ — Lo stesso tipo, incuso.
Epoca : 530-494 a. C.
(B.\BELON, II, I, pag. 1469, tav. LXXI, n. 8; Head, pag. 107).
9. Neapolis. Nella serie più antica di monete (classificazione
del Sambon, Les monnaies antiqiies de V Italie, tomo I
(Paris, 1903), pagg. 193 e segg.) troviamo il didramma
del seguente tipo :
^ — Testa di Atena, con elmo; oppure: testa di giovane
divinità femminile.
9 — NEOnOAITHI Toro androprosopo.
Epoca: 450-340 a. C. Questo tipo si ripete nei didrammi del III se-
colo, che portano sul rovescio il toro androprosopo incoronato da una
Vittoria.
(Gardnkr, tav. XI, n. 19; Head, png. 39).
no
II.
Nella serie dei tipi ora descritti, la rappresentazione
della figura taurina comparisce sotto tre aspetti distinti: negli
antichi stateri incusi di Sibari e nella hecte della seconda
Sibari, nelle diverse monete di Turii, nei coni del V se-
colo di Posidonia, nello staterò antichissimo di Siris e Pyxus
strette in lega e infine nella hecte di Metaponto, il toro è
rappresentato nella sua integrità (salvo sulla moneta di Me-
taponto, ov*è incusa soltanto la testa), in pose e in atteggia-
menti diversi; non vi si riscontra alcun elemento estraneo
alla sua natura, che informi la rappresentazione ad un ca-
rattere mostruoso o fantastico.
E questo invece il caso di un secondo gruppo dei tipi
della nostra serie : vale a dire, degli antichi stateri incusi di
Laus, delle due monete di Metaponto, delle dracme incuse
di Reggio, della lunga teoria dei didracmi neapolitani. Il tipo
di tutte queste monete (tranne una) è il toro androprosopo,
un toro cioè, la cui testa è trasformata, nella metà inferiore,
in una faccia umana. Notiamo anche qui come la moneta " e „
di Metaponto porti sul rovescio, invece dell'intiera figura
taurina, la semplice testa del toro androcefalo.
In uno infine dei tipi descritti, e cioè sul rovescio dello
staterò metapontino, il toro è richiamato soltanto da due at-
tributi che manifestamente gli appartengono — le corna e
le orecchie — aggiunti ad una figura virile, rappresentata
nuda e stante.
Vediamo ora di determinare il significato della figura
taurina sotto questi tre diversi aspetti, ma specialmente sotto
quello che si presta alle interpretazioni piij disparate e che,
perciò appunto, più c'interessa: il primo. Giacché sul valore
degli altri due consente ormai la quasi generalità degli
studiosi.
La figura del toro androcefalo non occorre in verità con
molta frequenza sulle monete della Grecia propriamente detta
Ili
e del mondo coloniale ellenico d' Oriente (0; mentre è in-
vece uno dei tipi più soliti a riscontrarsi sui coni dell'Occi-
dente greco, di una regione cioè che abbraccia la Sicilia, la
Magna Grecia e i territori a Nord del Golfo di Patrasso
(Acarnania), donde probabilmente questa rappresentazione ri-
pete le sue origini mitiche.
In Sicilia, essa comparisce sulle monete di almeno do-
dici città: in primo luogo, a Gela e a Catana; ma poi anche
a Megara, Selinunte, Tauromenio, Etna, Alunzio, Agyrium,
Entella, Mozia, Erice, Panormo. E se anche alcuni di questi
tipi sono derivazioni o copie (come, per esempio, quelli delle
tre città puniche o quelli di Etna, derivati dai tipi campani,
o anche quelli di Tauromenio). non si potrebbe certo negare
Toriginalità di altri (Gela, Catana). Nella Magna Grecia, tro-
viamo il toro androprosopo sui coni di Metaponto, di Lao,
di Reggio, di Neapolis ; sulle monete neapolitane sono natu-
ralmente modellate quelle di parecchie città campane esi-
benti lo stesso tipo (Cales, Hyria, Nola, Suessa Aurunca,
Teanum Sidicinum). Chiudono la serie i tipi monetari degli
Acarnani (2).
(i) Ricordo, nello scarso numero di tipi col toro androprosopo : lo
staterò d'argento di Phaselis, in Licia, della prima metà del V secolo
<Gardner, pig. 96, tav. IV, n. i; Head, pag. 696); le monete di Cizico,
della seconda metà del V secolo (Im.-Bl.-Keller, pag. 77, tav. XIII, n. 23;
Head, pag. 525); quelle di Cipro {^Br. M. C, Cyprus, tav. VII, nn. 1,3,
XXI, n. I e pe2:jT. ; Head, pag. 470 [Paphos, prima metà V sec.]), di
Mallos (Imhoof-Blumer, Monn. grecq., 360; Head, pag. 723) e di Phae-
stus (Creta) e alcuni coni iberici (Heiss, Descripfion gen. des me-
dailUs ant. de l* Espagne, tav. I, nn. 12, 13, XL). È probabile che i tipi
<Ji Cizico e di Mallos siano imitazioni di quelli siciliani (Waser in R.E.^
VI, 2781), specialmente di quelli gelei (Holm, Storia della Sicilia nell'an-
iichità, voi. III, parte 2.» (trad. ital. Kirner), Torino, 1906, pag. 59; cfr.
Head, pag. 525).
(2) Le monete siciliane col toro androprosopo si trovano in Head,
pajj^i. 115 e segg. ; i tipi più caratteristici si possono vedere anche in
Imhoof-Blumer-Keller, tav. XIII, nn. 18 e segg., pagg. 76 e segg. e
tav. VI, n. 4 e Vili, n. 40; in Gardner, tav. II. Una esposizione com-
pleta della nuuiismatica siciliana è quella dcll'HoLM, parte 2.» del III vo-
lume della Storia della Sicilia e l'altra qWW \\\l\., Coirts of ancient Sicily,
Westminstcì, 1903. Per le monete campane vedi l'opera del Sambon,
Alonnaies ant. de l'Italie, tomo I, pagg. 137 e segg. ; per i tipi degli
acarnani, Head, pagg. 328 e sgg.; Im.-Bl.-Keli.eu, tav. Ili, n. 22, pag. 77.
112
Dovremmo meravigliarci se questa rappresentazione, ca-
ratteristica comune di una zona relativamente limitata del
mondo ellenico più antico, non rivestisse, dovunque appare,
lo stesso significato e non si richiamasse ad una origine co-
mune. Come ho già avvertito, tutti — o quasi tutti — sono
d'accordo nel riconoscere nel toro androprosopo inciso sulle
monete il simbolo d'un fiume o di un dio fluviale che s'iden-
tifica col fiume stesso : è questa l'opinione così degli studiosi
più insigni di numismatica — dal Gardner all' Imhoof-Blumer
e all'Hill, dall'Head al Babelon — come degli storici e degli
antiquari dell'Occidente greco — dall' Holm al Busolt e al
Beloch — . E del resto, basta osservare più da vicino questi
caratteristici tipi monetari per farci persuasi dell' evidenza
dell' interpretazione generalmente accolta. Sui tetradracmi di
Gei
luppiO]
Gela, dove del toro androprosopo è riprodotta solo la parte
anteriore, il mostro è indubbiamente rappresentato nella po-
sizione del nuoto; e sui tetradracmi di Catana il toro, che
atteggia le gambe allo stesso movimento, è accompagnato
da un uccello palustre (oca selvatica) o da un pesce (mug-
gine), disegnati rispettivamente al di sopra e al di sotto di
esso(i): il toro stante, sulle monete di bronzo di Alunzio,
(i) Queste figure secondarie che accompagnaro il tipo del toro an-
droprosopo, non offrirebbero certo, da sole, un argomento decisivo, e
SI potrebbe attribuir loro tutt'altro significato, quando si volesse ricon-
vomita dalla bocca un abbondante getto d'acqua (hinooF-
Blumer-Keller, tav. XIII, n. 21, pag. 77), e un tipo di Ca-
tana ce Io presenta in compagnia di un serpente marino e
di un Sileno volteggiante al di sopra di esso (i) ; mentre,
sulle monete di Selinunte, la sua essenza fluviale è caratte-
rizzata dalla foglia del " selinon „, la pianta alla quale il fiume
e la città dovettero il loro nome (2).
L'origine mitica di questa figurazione deve ricercarsi
nell'altra regione che la porta pure impressa sulle sue mo-
nete : in Acarnania. Là appunto scorre, segnando col suo
corso inferiore il confine tra l'Acarnania e l'Etolia, TAcheloo
(l'Aspropotamos moderno), il massimo fiume della Grecia
propriamente detta. Come tale lo riconobbero e lo venera-
rono gli Elleni fin dal primo loro stanziarsi nel mezzogiorno
della Penisola Balcanica, e lo chiamarono con un nome che
sembra aver designato in origine l'elemento stesso dell'acqua
scorrente (3). 11 fiume grande e benefico venne naturalmente
divinizzato, e fu TAcheloo il vero re dei fiumi greci ; così
giungerle alla serie numerosa di quelle che si trovano incise nell'esergo
delle monete siceliote ed italiote — qualunque ne sia il tipo — per se-
gnalare uno dei prodoiti principali della città e del suo territorio. Vedi
però Hill, Coins 0/ arte. Sic , pag. 49.
(1) Non trajiga in inganno il carattere dionisiaco del Sileno (come
accade a Lknormant in Daukmberg-Sac.lio, I, pag. 620); i Sileni (o Sa-
tiri) non ci si presentano, nel loro primo significato, quali seguaci di
Dioniso, bensì come divinità delle fonti e delle sorgenti, ed hanno a
compagne le Ninfe. Questo anzi è il loro aspetto più familiare in Si-
cilia e in Italia, e ne sono documento evidentissimo appunto le monete
(sui tetradrammi di Imera un Sileno accompagna la Ninfa eponima
della città: Hill, op. cit., pag. 67; Head, pag. 145). Vedi Preller-Robert,
Griech. Mythotogie, I, pag. 730; Kuhnert in Roscheu, Lex., IV, 51I. Il
passagi^io dei Satiri nell'ambito del culto dionisiaco si spiega facilmente
ricordando che Dioniso, nel suo carattere originario di divinità fecon-
datrice, è strettamente collegato con le acque piovane e sorgive e con
quella costellazione del toro che gli antichi ritenevano dispensatrice di
pioggia (Gruppe, Griech. Mytholoi^ie, I, pag. 343; II, pag. 1147).
(2) Cfr. Plut., De Pythiae ornculis, 12.
(3) Sull'Acheloo vedi Roschkr, Lex., I, pagg. 6 e segg. (Stoll) ;
R. E., I, paga. 213 e sfgg. (W'entzel) e VI, 2791 (Waser). I nofui :
*AyeX(Bo;, 'Ayéc,u>v, "Iv/^^oi; sono [M.-babilineiite (ormati su una radicale
comune : 'z/ - aqua.
114
che Achille ricorderà — in Omero — che v* è solo Zeus
Cronide, tw obU xpsioiv 'Ay/kóìio; Inoo^oCCzi (//., XX I, 194). I!
suo culto fu per tempo largamente diffuso; numerosi altri
fiumi delle regioni abitate dai Greci presero il suo stesso
nome; e, nelle più antiche rappresentanze, esso è raffigurato
come l'origine prima di tutte le acque dei fiumi e delle sor-
genti. Ed anche il mito ebbe modo di svilupparsi attorno al
venerato dio fluviale (0: una saga era specialmente nota a
tutti, quella che narrava della lotta sostenuta da Eracle contro
Acheloo per il possesso di Deianira, la bella figlia di Oineus.
Durante la fiera tenzone, Acheloo aveva fatto appello alla
sua facoltà di assumere forme e aspetti svariati (2), e s'era
mutato prima in serpente, poi in toro; ma, in questa sua
ipostasi, era stato afferrato per le corna dal figlio di Alcmena
che, rimasto in possesso di uno dei corni, spezzatosi, l'aveva
regalato ad Oineus, quale dono nuziale (3).
Il racconto della metamorfosi di Acheloo in toro dovè
colpire in special modo l'immaginazione degli artisti greci,
poiché essi amarono rappresentarlo sotto quest'aspetto, ca-
ratterizzandone però la figura con una faccia umana sosti-
tuita a quella taurina (4). E cosi che il toro androcefalo passò
(i) Gli dei fluviali fanno parte del più antico Olimpo ellenico : i
poemi omerici li hanno familiari. Nel periodo più arcaico della poesia
e delle arti rappresentative, essi sono immaginati come vere e proprie
personalità divine, aventi figura umana come gli altri dei. Vedi Roscher,
Lex., I, 1487 e segg. (Leiinerdt) e R. £., VI, 2774 e segg. (Wasek) ;
Welcker, Griech. Gòlterlehre, I, 652 e segg. ; III, 44 e segg. Non ho
potuto esaminare lo studio, del resto assai antico, del Gardner, Greek
river-worship^ in " Transact. of the R. Society of literatur „, sec. ser.,
XI (1878), pag. 173.
(2) E questa una facoltà peculiare delle divinità deli'eleniento liquido :
si ricordino Neieo, Proteo, Tetide, e, tra i fiumi, cltre all'Aclieloo, il
Crimiso (vedi Roscher, Lex., I, 1488).
(3) Le più antiche fonti letterarie della saga sono Pindaro ((r. 2490,
Schroeder) e Sofocle {Trach., 6 e segg., 504 e segg.). La lotta tra
Acheloo ed Eracle è raccontata diffusamente da Ovidio, Metani., Vili,
879-IX, 97.
(4) La figura taurina per le immagini dei fiumi comparisce assai
per tempo nelTarte, a lato a quella umana. Essa fu pt obabilmente sug-
gerita agli antichi dal confronto tra l'irruenza e il muggito del toro e
il fragore e la violenza delle acque fluviali; confronto a cui alludono
115
a designare, sui monumenti figurati, il fiume Acheloo ; e
poiché " Acheloo „ era il re dei fiumi, il " fiume per eccel-
lenza „, così il suo simbolo, il toro androprosopo, fu anche
il simbolo di un qualunque fiume divinizzato. Ne ci sembra
in realtà tanto strana, quanto parve all'Eckhel, TafTermazione
di quell'erudito Ignarra del XVIII secolo: " A veteribus
" omnium terrarum fluvios dictos fiiisse Acheloos, Acheloos
" adeo esse ipsos etiam Campaniae et Siciliae fiuvios, numos
* Acheloi huius imagine insignes jure dicendos Ache-
'' loicos „ (I).
Tornando ora alle monete di Metaponto, di Laus, di
Neapolis, di Reggio, è chiaro che dovremo riguardare il toro
androprosopo in esse rappresentato come la figura di un
qualche dio fluviale che in codeste città aveva culto, oppure
dello stesso vero e proprio Acheloo, col quale esse città si
sentissero ancora, in base a qualche tradizione o per ragioni
etniche, strettamente collegate.
Metaponlion (al doppio!
già parecchi passi dei poemi omerici (per es. //., XXI, 237 : ^epLuxòj(;
Y/jte taùpoc; parlando dello Scamandro) e di altri poeti antichi. Secondo
l'opinione comune (art. cit. di Lehnerdt e Waser), questa maniera di
rappresentazione avrebbe preso le mosse dal mito di Achtloo e sa-
rebbe passata da questo agli altri fiumi; poi, nelle arti rappresentative,
si sarebbe attribuita al toro fluviale — per distinguerlo dal toro co-
mune — una faccia umana: e così sarebbe nato il toro androprcisopo.
io credo che le cose stieno in parte diversamente, e lo dimostrerò in
seguito,
(i) De Palaestra Neapolilana, pag. 232. Citato dall' Kckhel, Doctiiua
numonitn veleritin, F, pag. 131.
ii6
Che la venerazione di Acheloo fosse viva a Metaponto
è dimostrato a sufficienza dall'iscrizione che si legge sul ro-
vescio di quello staterò del V secolo, nel quale codesto fiume
è rappresentato sotto forma umana, con corna e orecchie di
toro: un genere di figurazione, questo, che se è solitamente
usato per gli dei fluviali in generale, più di rado compari-
sce a simbolizzare il vero e proprio Acheloo; ma la nostra
moneta ci esibisce appunto una di queste meno frequenti
rappresentanze. Siamo evidentemente dinanzi ad un tipo
" agonistico ,;, del genere cioè al quale appartiene forse la
più gran parte dei tipi italioti più antichi (D; la moneta dovè
esser coniata in occasione di un agone celebrato a Meta-
ponto in onore dell'Acheloo, in cui ai vincitori si offri forse
— come suggerisce il Lenormant [La grande Grèce^ I, pa-
gina ii8) — anche un premio in danaro. E importante ri-
cordare come anche in Acarnania si tenesse un agone in
onore di Acheloo K^)\ cosi che non sembra si possa dubitare
che il culto di Acheloo a Metaponto derivasse direttamente,
anche nelle sue forme esterne, da quello degli Acarnani.
Meno sicuro è il significato del toro androprosopo im-
presso sul rovescio dei tipi metapontini già descritti. In ge-
nerale si ritiene di dover vedere anche in questo il simbolo
dell'Acheloo (3); ma non è da trascurare l'ipotesi del Gar-
rucci, il quale vi riconosce l'immagine del fiume che scorre
a lato della città, il Casuento (4). In realtà, noi potremo as-
sicurarci, nel seguito di questo articolo, che un culto fluviale
non manca quasi mai in queste colonie italiote, situate in
(i) È questa la teoria sostenuta costantemente dall' Head (v. Inirod..
pagg. Lvii e segg., lxxii, e poi passim, specialmente a pagg. 80 e se-
guente e 99).
(2) SchoL ad lliad., XXIV, 616. Non riesco a capire perchè il Ba-
belon, seguendo un'ipotesi del De Luynes, voglia identificare l'Acheloo
venerato a Metaponto col piccolo fiume peloponnesiaco affluente del-
TAlfeo, solo per trovare una spiegazione plausibile al culto dei Nelidi
a Metaponto {Traile^ II, i, pag. 1396).
(3) Di questa opinione fu già il Minervini {Saggio di osserv. riunì.,
pag. 124), seguito dal Poole, Br. Al. C, It., pag. 244, e, con qualche ti-
tubsj^ a, dall' Head, pag. 76.
Garrlcci, Le monete dell'Italia antica^ II, pag. 135 (ta\ . CV, n. 7)..
117
una regione dove un rivo d'acqua vai meglio di un filone
d*oro ; d'altra parte, tracce di un culto fluviale, diverso da
quello dell'Acheloo, troveremo anche nella prima delle mo-
nete metaponiine prese in esame : a ragione quindi si può
dubitare se questo tipo del toro androcelalo, emesso su per
giù nella stessa epoca nella quale a Metaponto si disegnava
l'Acheloo in figura umana a corna taurine ^^\ fosse destinato
a rappresentare anch'esso l'Acheloo medesimo, o non stia
invece a simbolizzare il vero e proprio fiume della città, il
Casuento (l'attuale Basento), o, come mi sembra anche più
probabile, il Bradano che, oltre ad essere il maggiore de'
due fiumi che abbracciavano, coH'estrema parte del loro corso,
il territorio della città, era forse quello dalla cui vicinanza
Metaponto traeva i massimi vantaggi, anche di ordine com-
merciale (2).
Poco abbiamo da trattenerci sul toro androprosopo di
Laus. Questa città conia, fino dalla seconda metà del VI se-
colo, monete incuse i cui tipi ripetono quelli della madre
patria, Sibari. Così come quelle di Sibari, le monete più an-
tiche di Laus presentano il tipo del toro, con la variante
però della faccia umana. È questa la più antica rappresen-
tanza che ne troviamo sulle monete; e, al più, potrà dividere
con essa il primato di antichità quella delle dracme incuse reg-
gine (vedi più oltre). Il fiume simbolizzato dalla figura taurina è
qui certamente il Laos, omonimo della citta (l'odierno Lao) (3).
(i) In verità, nelle singole serie di rappresentanze, ma specialmente
in quelle nimiismatiche, è quasi sempre lecito stabilire una successione
cronologica in base alla quale il dio fluviale comparisce prima sotto
l'aspetto di loro androprosopo, poi sotto forma umana con corna tau-
Tine. Però Tintervallo di tempo che separa i due tipi di rappresenta-
zioni, è in generale cosi esiguo, spesso anzi inapprezzabile (cfr. Lehnerdt
in RoscHEM, Lex., I, 1490), che non si può, a rigore, escludere la con-
temporanea comparsa dell'Acheloo in due monete metapontine dello
stesso periodo, sotto il duplice aspetto taurino ed umano.
(2) Per la topografia di Metaponto, vedi Nissen, I/ai. Laitdeskunde,
II, pagg. 911 e segg., e cfr. " Not. Scavi „, 1877, pagg. 96 e segg., 1883,
pag- 350.
(3) PoOLE, Br. M. C, It., pag. 235 ; Head, pag. 74 ; Babelon, Tratte,
li, 1, pagg. 1419 e sejìg. Diverso è il parere del Gardner (Types^ pa-
gma 88) sul significato del toro androprosopo sui tipi italioti; e ce ne
occupcicmo in seguito.
ii8
Anche a Reggio le monete incuse più antiche, contem-
poranee air incirca di quelle di Laus, portano il tipo del toro
androprosopo, nel quale fu già dall' Holm (Storia della Sic. ^
I, pag. 360) ravvisato il simbolo del fiume Apsias, presso le
rive del quale era stata fondata la città (i).
Per determinare il significato del toro androcefalo, che
è il tipo comune del rovescio delle monete neapolitane, fa
d*uopo richiamarci ad un'altra parte della tradizione mitolo-
gica spettante al ciclo, dirò così, acheloico. Acheloo, che è
il progenitore delle Ninfe dell'acqua e di tutte le fonti — di
Dirce, di Castalia, di Kallirrhoe — è fatto dal mito anche
padre delle Sirene, ch'egli avrebbe generato accoppiandosi
con una Musa (Calliope, Melpomene o Terpsicore), oppure
con Sterope, la figlia di Porthaon (2). Se si pensa che Par-
tenope, la divinità poliade di Neapolis, l'eponima dell'antica
città che la tradizione voleva distrutta dai Cumani e da
loro stessi riedificata sotto nuovo nome (^3), era appunto una
Sirena, e il culto di questa dea uno dei piij vetusti e impor-
tanti della città, s'intende facilmente come dovesse imporsi
all'immaginazione di quei coloni, accanto alla leggiadra fi-
(\) Il Babelon (li, I, pag. 1469) sulle orme del Garruccf, ricorda
anche che uno dei parecchi torrenti che raggiungono il mare nelle vi-
cinanze di Reggio, sembra essersi chiamato Taurociniim.
(2) Vedi le fonti della tradizione nei citati articoli in Roscher, Lex.^
I, 7 e 7?. £"., r, 215.
(3) I discordi pareri sulle origini di Neapolis si raggruppano attorno
a due tesi distinte: l'una vuole che la " Nuova Città,, sia stata real'
mente preceduta da una " Città Vecchia „ (Palepoli) il cui nome sarebbe
stato appunto quello di Partenope, e che ai Rodi dovrebbe la sua fon-
dazione, secondo la notizia di Strab., XIV, 654 (Pais, Sloria della Si-
cilia e della Magna Grecia, pagg. 313 e segg.; Busolt, Griech. Geschichie,
P. pa?. 395); l'altra sostiene invece che nessuna città esistè prima di
Neapolis, la quale fu semplicemente una colonia di Cunia (Mommsen,
C /. L., X, pag. 170; BiìLOCH, Campanietr^, " Ergànzungen „, pag. 440;
cfr. Griech. Geschichte, P, i, pag. 243; P, 2, pag. 230 ; Byvakck, De Ma-
gnae Graeciae hisioria antiquissinio, Hagae, 19 12, prg. 122). In ogni
modo, un santuario della Sirena Partenope doveva esistere nel luogo
ove poi sorse Neapolis, anche prima della fondazione (o della riedifi-
cazione) di questa città da parte dei Cumani (Beloch, Griech. Gesch.y
loc. cit.). Sul mito di Partenope a Neapolis, vedi Ciaceri, La Alessandra
di Licofrone, Catania, 1901, pag. 241.
119
gura della Ninfa, quella mostruosa del padre sventurato^
nella sua ipostasi più familiare a tutto il mondo greco, e
come s'affrettassero i Neapolitani, appena liberi dalla sog-
gezione di Cuma, a coniare le loro monete col tipo della
Sirena Partenope — o di Pallade Atena — sul diritto, e
con quello di Acheloo sul rovescio (i).
Anche un altro dio fluviale suo proprio dovè riconoscere
Neapolis: T omonimo del minuscolo Sebethos che veniva
quasi a lambire i margini meridionali della città. A questa
culto annette il Beloch grande importanza; e lo considera,
insieme a quelli di Partenope e di Afrodite Euploia, fra gli
antichissimi che sopravvissero alla colonizzazione cumana:
e ciò può ben ammettersi, se si consideri la parte lasciata
al Sebeto nella saga delle origini di Neapolis (2). Mancano
però a sostegno dell'ipotesi indizi monumentali o tradizioni
letterarie ; poiché l'asserzione del Beloch, che " das Bild des
" Flussgottes zeigen einige der àltesten Munzen Neapels „
{CampanieHy pag. 52), sarebbe vera solo se volessimo rico-
noscere questa immagine del dio fluviale nel toro androce-
falo: ma il Beloch stesso lo identifica col simbolo dell' Acheloo
(Camp., pag. 36). Il fiume Sebeto comparisce invece sul ^
di un obolo del IV secolo, in forma di un giovane dio flu-
viale, accompagnato dalla scritta SEFEIOO^ ; e una sua edi-
cola è ricordata in una tarda iscrizione latina (3). Non è per-
tanto da dubitare che il toro androprosopo di Neapolis stia
veramente a testimoniare sulle monete il culto di Acheloo;
il Sebeto non vi comparisce che più tardi, sporadicamente
e sotto forma umana, come fu anche d'uso comune rappre-
sentare, in ogni epoca, le divinità fluviali.
(i) Le monete di Neapolis non cominciano prima della metà del
V secolo, evidentemente perchè non prima di quest'epoca la città avrà
potuto rendersi del tutto indipendente da Cuma (Beloch, Griech. Gesch.y
l", 2, pag. 230; cfr. Campanien, pag. 30). La testa di Atena sulle monete
neapolitane è un indice della colonizzazione ateniese della città (Beloch,
Camp., paj^. 30; Pais, Storia della Sic, pag. 323). Vedi la serie delle
monete neapolitane in Sambon, op. cit., pagg. 173 e segg., 193 e segg.
(2) Beloch, Canipanien^ pagg- 28, 51 e segg.
(3) La moneta in Samhon, op. cir., pag. 181 e Hlad, pag. 40. Per
il culto del Sebethos a Neapolis, vedi Beloch, Cavip.^ pag. 52.
I20
Neapolis (al doppio).
Non si dimentichi per altro una differente interpretazione
di alcuni i quali vedono nel toro delle monete neapolitane,
piuttostochè la rappresentazione deirAcheloo, il simbolo di
Dionysos Hebon, il cui culto, com'è noto, fu assai diffuso
nella Campania (i). Questa ipotesi fu formulata, per la prima
volta, da Matteo Egizio e, sulle sue orme, dal Martorelli ;
eppoi ripresa e sostenuta dall' Eckhel, il quale volle dimo-
strare che non solo in Campania ma anche in Sicilia, il toro
androprosopo inciso sulle monete rappresenta Dionysos He-
bon (2). Condivisero più tardi il parere dell' Eckhel — però
solo in quanto riguarda le monete campane e, al più, quelle
catanesi — il Lenormant (in Daremberg-Saglio, I, 620), il
Gruppe (anche riguardo a Tauromenium ; Griech. Myth., I,
P^Rg"- 3^7' 3^^' noi^ 6), il Gardner [Types, pag. 183), al
quale, nell'asserire che i fiumi non ebbero culto speciale in
Campania e che, per questo, il toro androprosopo non dovè
stare sulle monete ad indicare un fiume, sfuggirono i legami
del mito che riunivano Neapolis alTAcheloo, riguardato quale
padre della Sirena Partenope e perciò lì onorato, indipen-
dentemente dalla sua identificazione con qualsiasi fiume (3).
(i) Su questo cuìro c'informa Macrobio, Saturn., I, 18, 9; il dio è
chiamato nelle epigrafi ó èttt'f avéorato; ftióc (/. C, " ft. Sic. „, nn. 716,
717) ed era venerato nei Misteri dionisiaci ncapolitani (vedi Farnjell,
The Cults of the greek staies, Oxford, 1896-1909; V, pag. 286). Il Beloch
crede questo culto originano da Cuma {Cantpanien, pag. 157) e più re-
mote origini beotiche gli ascrive il Gruppe {Gr, Myth., I, pag. 367)
(2) V'idi, anche per tutta la storia della questione, Eckhel, Docir.
JSum. vet., 1, Diss' rt. Ili, pagg. 129 e segg,
(3) Un .ilro sostenitore della tesi dt-lT Eckhel fu il Sacken (Z)/V a«/.
Bronzen der k. k. Miim^und Antìken Cabinetes in Wien. Wien, 1871,
121
Qualcuno ha considerato senz'altro questa pretesa rap-
presentazione di Dionysos Hebon sotto forma taurina in Cam-
pania, come un'erronea deduzione dalla notizia di un antico
erudito, basata appunto sulla falsa interpretazione di questi
tipi monetari (i). Le testimonianze di un culto di Dionysos
Hebon — epiteto ignoto al di fuori della Campania — sono
in realtà tutte di epoca molto recente (2); ma, com'è il parere
del Beloch, questo dio fu certamente conosciuto e venerato
fin da antico in Neapolis, che dovette riceverlo da Cuma.
Dioniso è del resto una delle divinità che emigrarono in Oc-
cidente con la corrente colonizzatrice beoto-ionica (calcidese);
e qua, sede principale del suo culto fu Nasse, in Sicilia, che
s'ebbe forse dalla fertile isola egea il nome e la divinità pa-
trona della città. E la testa di Dioniso è appunto il tipo delle
più antiche monete di Nasso (dal 480 a. C. in poi, per tutto
il corso del V secolo : Hill, pag. 39 ; Head, pagg. 159 e
segg.) ; su di esse il dio è rappresentato barbato e coronato
di quercia, alla moda arcaica. Se i cittadini di Catana aves-
sero voluto incidere sulle loro monete la figura di questo
dio, avrebbero preso a modello i coni di Nasso, loro madre
patria, piuttosto che rappresentare Dioniso in una foggia
poco familiare all'arte greca, la quale, se conosce e fa ricor-
dare spesso l'origine e la natura taurina del dio, non è usa
a raffigurarlo sotto l'ipostasi del toro (3).
P^r^S- 59 ^ segg.), il quale crede che anche il toro androprosopo di Gela
e di Selinunte rappresenti Dionysos. Vedi la bibliografìa dell'argomento
alla nota 9 delia pag. 59.
(1) Nel passo citato (Safurn., I, 18, 9), Macrobio, accennando ai vari
aspetti in cui si suole rappresentare Dioniso — simulacra parihn ptte-
y'tli aetaie partim juvetiili fingimi — aggiunge semplicemente : " Prae-
" terea barbata specie, senili quoque, uti Graeci eius quern paaoapéot,
"- item qnem Ppioéa appellant, et ut in Campania Neapolitani celebrant
"• "il^cuva c(»gnominantes „. Della figura taurina non si fa in verità pa-
rola. Clr. SroLL in Roscher, Lex., I, 1149.
(2) Le due epigrafi già ricordate (/. C, XIV, 716, 717) suno di epoca
romana (cfr. C. l. G, III, 5790, 5790 b, pagg. 722, 1255J.
(3) L'origine taurina di Dionysos sarebbe denunziata dal fatto che
esso ha sostituito, in alcune regioni (per esempio nell' Elide), rautico
feticcio del toro simbolizzante il Sole che, al suo passaggio per questa
•costellazione zodiacale, raggiunge la sua massima potenzialità ed effi-
9
1
122
Ma, per quanto riguarda Neapolis — e di conseguenza
le altre città campane — credo sia da accogliersi senz'altro
la felice ipotesi del Sambon. L'insigne studioso della numi-
smatica dell'Italia antica non esita naturalmente a ricono-
scere l'Acheloo nella figura taurina dei didracmi neapoli-
tani ; e si sofferma anzi a far notare l'affinità di alcuni tipi
neapolitani del IV secolo con quelli acarnanici : tali somi-
glianze spiega coi frequenti rapporti commerciali tra Napoli
e la costa occidentale della Penisola Ellenica in quest'epoca,
né trascura di ricordare la tradizione secondo la quale, nel
più remoto periodo dell'espansione greca in Occidente, si
sarebbero stabiliti a Capri quelli stessi Telebi che si ritro-
vano nelle piccole isole, chiamate appunto Teleboidi, fra
l'Acarnania e l'isola di Leucade (Verg. Acji., VII, 733 segg. ;
Tac. Ann., IV, 67; Plin. Nat HisL, IV, 12, 53). Ma il Sam-
bon ammette la possibilità che i neapolitani, perduto di vista
il significato originario della figura taurina, l'abbiano a poco
a poco rivestita di un nuovo carattere, fino a riconoscervi
l'immagine simbolica di quel Bacchus Hebon, il cui culto,
dopo la fine del IV secolo, andava assumendo importanza
sempre maggiore, come dimostra anche l'abbondanza di sog-
cacia generativa e fertilizzante (cfr. Grcppe, Gr. Myth., II, pag. 1427)^
Ma se gli epiteti dati al dio nelle formule del culto e in allusioni delle
fonti scritte ci presentano assai di sovente un Dioniso concepito setto
il simbolo del toro (ricordo solo Pluf., De Is. et Os., 35: taupójjiopcpa
Atovuaou TCOioùaiv àYaXjiaxa tzoWoX tcLv 'EXX*f]vu)v), non consta che l'arte
abbia dato espressione a questa forma di rappresentazione: in generale
essa si è limitata ad assegnare al nuovo dio alcuni attributi dell'antico
feticcio taurino (le corna o la pelle), raffigurandolo, nel periodo arcaico,
in forma di uomo barbato, e più tardi, dal V secolo in poi, con aspetto
giovanile (vedi Stoll in Roscher, Lex., I, 1149; Kern in R. E., V^
1041, 1044 e segg. Lenormant in Daremberg-Saglio, I, 619, attribuisce
una parte più notevole all'ipostasi taurina di Dioniso nell'arte; ma il
solo gruppo di monumenti ch'egli cita in proposito — a lato di altri
due o tre meno significativi ed esibenti, del resto, la figura del toro
ordinario e non quella del toro androcefalo — è questo appunto delle
monete di Neapolis e di Catana). E, in generale, " bei den Griechen
" finden wir kaum ein bemerkenswerthes Beispiel dass ein Gott in
" volstàndiger Thiergestalt vorgestellt oder nach ihr genannt wàre „.
(Welcker, Griech. Gòtterlehre, I, pag. 63 ; cfr. II, pag. 597 e segg., e
vedi quanto scrive lo stesso Sacken, op. cit., pag. 59).
123
getti relativi ai misteri dionisiaci sui vasi campani ('). La tesi
del Sambon è da ritenersi la più prossima al vero ; e ve-
dremo in seguito com'essa debba applicarsi anche ad alcune
apparizioni del toro androprosopo su monete siciliane, ove
sarebbe difficile riconoscere al mostro la funzione di simbolo
fluviale.
III.
Ritorniamo ora al primo gruppo di monete, le quali
portano l'eflìgie del toro, rappresentato sotto il suo aspetto
ordinario: come risulta dal nostro specchietto, questo gruppo
comprende i due coni della prima e seconda Sibari, i tre
tipi di Turii, gli stateri d'argento di Posidonia e di Siris
e un " hecte „ di Metaponto.
Il significato della figura taurina si presenta su tutte
queste monete assai pili incerto; conseguenza di tale incer-
tezza è la diversità, ed il contrasto anzi, delle interpretazioni
per essa proposte. Su un punto solo sembrano concordare
i pareri degli studiosi: sul carattere fluviale del toro degli
stateri di Turii (2.° e 3.° tipo della nostra serie); carattere
che sarebbe in modo abbastanza palese indicato dal pesce
che è di solito inciso nell'esergo, e dall'aspetto stesso del
toro, rappresentato nell'atto di slanciarsi alla carica, quasi a
render l'immagine dell'impeto delle acque del fiume. Questo
,So'j; Oo'jzio; starebbe a simbolizzare qui, secondo alcuni, la
fonte Oooiia, la quale pare sgorgasse fuori dalle rocce nelle
vicinanze della città che da essa appunto avrebbe preso il
nome; secondo altri, esso raffigurerebbe invece, più sempli-
cemente, il fiume Crathis (2).
Ma nel toro Sibarita, accanto a coloro che lo conside-
(1) Samhon, Monnai^'s uni. de l'Italie, I, piig. 173, nota i e pag. 181.
Alla tesi del Sambon aderisce I'Hiìad, pag. 39. Sulla sostituzione di si-
gnillcato intravista dai Sambon influirono indubbiamente le affinità che
ravvicinano Acheloo a Dioniso, sia nel culto — specie quale esso era
in Acarnania e in Etolia — sia negli elementi originari costitutivi delle
due figure divine (Guuppe, Griech. Myih., I, pag. 343).
(2) Alla prima tesi è favorevole il Gahdnkk, Typ., pag. 123; alla
seconda THead, pag. 87.
124
rano come un simbolo del fiume Crathis, v'è chi vede sol-
tanto un rappresentante dell'armento bovino, fonte di ric-
chezza per la città, e chi lo riguarda invece come un em-
blema del culto di Posidone, che gli Achei avrebbero por-
tato dalla madre patria nelle loro colonie, denominando anzi
dal nome di questo dio una di quelle città, Posidonia (i). La
stessa divergenza di interpretazioni si ripete pei tipi di Po-
sidonia, nella cui figura taurina non si può non riconoscere
uno sviluppo di quella di Sibari; sicché anch'essa viene ri-
guardata come la rappresentazione di un fiume oppure del
dio protettore della città, di quel Posidone che è raffigurato
in atteggiamento pieno di fierezza e di maestà, sul diritto
delle stesse monete (Head, pag. 80).
In verità, la figura del toro ordinario, a differenza di
quella del toro androprosopo, riveste, nelle arti rappresen-
tative e, per quel che particolarmente ci concerne, sulle mo-
nete, un significato di volta in volta diverso, nelle differenti
località e nelle varie epoche, a seconda dei culti o delle leg-
gende predominanti nelle singole regioni (2), È noto d'altra
(i) Per il CraUiib sianm; n uaiu-j.dxn, i ntuc, 11, i, pagg. I412 e segg.
e r Head, pag. 84; la seconda interpretazione è quella del Pais, S/orm
della Sic, pag. 36, seguito dal Bu.solt, Griech. Gesch., P, pag. 399, nota 3
(vedi anche Millingen, Consid., pag. 10); per Posidone sta infine il
Gardner, TypeSj pagg. 38 e segg., il quale è pertanto costretto ad am-
mettere che il toro sibarita, passando sulle monete di Turii, mutò si-
gnificato e, anziché rappresentare il dio del mare, divenne, quale fjohi
Ooópios, un simbolo fluviale. Indirettamente si dichiara contrario a rico-
noscere in queste figure taurine un simbolo fluviale il Leiinerdt (in
RoscHER, Lex., I, 1489), in quanto afferma che " i-t in der That kein
" Monumeut bekaunt, wo ein Fiussgott als reiner stier erschiene „. Per
la figura taurina in rappresentanza di Posidone sulle monete, vedi
EcKHEL, Doctrina Num. vet., I, Dissert. Ili, pagg. 129 e segg.; sul toro
nel culto di Posidone, vedi Groppe, Griech. Myth., II, pag. I138.
(2) In Macedonia, sulle monete di Orrescii, troviamo disegnati i
buoi intenti al lavoro dei campi (Im.-Bl. -Keller, tav. Ili, n. 27, pag, 20;
Head, pag. 195); sui tipi delle città cretesi, il toro con i piedi legati,
come a Phaistos, ricorda una delle imprese di Eracle (Im.-Bl.-Keller,
tav. HI, n. 32, pag. 21; Head, pag. 473), oppure è il simbolo del mito
di Europa, come a Phsistos stessa (Head, pag. 473) o a Lappa (Im.-Bl.-
Keller, tav. III, n. 42, pag. 22; Head. pag. 470): ma in qualche altra
località, anche al di t'uori dell'Occidente greco, lo vediamo comparire
in funzione ai simbolo fluviale.
125
parte che ii toro si trova fra gli animali che stanno al se-
guito di Posidone e di Dioniso e che anzi, quest'ultimo dio
è spesso raffigurato, se non in fii^ura taurina, almeno però
con attributi propri di quella fiera (i). S'intende bene, così,
come il IVIillingen e il Pais abbiano pensato che i coloni di
Sibari e di Siris incidessero sulle loro monete il toro, quale
indice delle prospere condizioni agricole di quelle regioni,
seguendo del resto in ciò una consuetudine generale degli
italioti a cui ho già accennato (pag. 112, nota i) e della quale
sono tipico esempio i coni incusi di M'i^taponto esibenti la
/
Sybaris (al doppio).
spiga di grano, emblema, almeno in origine, non del culto
di Demetra, come generalmente si crede, ma della coltiva-
zione dei cereali (2). Meno giustificata è l'ipotesi del Gardner,
(i) Cfr. quanto ho scritto a pag. 121, nota 3.
(2) L'interpretazione corrente della spiga di grano, sulle monete
arcaiche di Metaponto, come simbolo di Denictra, ha generato l'opinione
comunemente accolta, che il culto di questa dea sia stato, tìn da antico,
il più importante della città; mentre altri vede in Apollo il dio princi-
pale dei Metapontini (Busolt, Griecìi. Gesc/i., I^, pag. 41 1). In realtà la
spiga di grano è piuttosto uno " stemma „ della città, che ne riassume
il carattere essenzialmente agricolo (Busolt, pag. cit., nota 2), ed è
tipo che si ripete costante sulle monete di Metaponto, in unione con la
figura di divinità diverse. È inoltre da not;ire ciie la spiga di grano è
attributo di Demetra solo nel cullo eleusino (/(*. /'.., IV, 2749).
120
che il toro stia sulle monete italiote (all' infuori di quelle di
Turii) a simbolizzare il culto di Posidone. Mancano argo-
menti per sostenere siffatta tesi; giacché questo culto non è
testimoniato altrimenti per Sibari, per Siris e per Metaponto,
mentre a Posidonia, dov'esso teneva invece il primo posto
fra quelli della città, la magnifica figura del dio occupa tutto
intiero il campo degli antichi stateri incusi e delle successive
monete. La comparsa in queste del toro sibarita (sul rove-
scio dei tipi con Posidone) non convalida, ma, secondo me,
infirma la teoria del Gardner.
Io credo invece che la figui'a del toro sia dappertutto,
su queste monete, un simbolo fluviale.
E se ne osservi, in primo luogo, il disegno sui diversi
tipi. II toro delle monete della prima e della seconda Sibari
e di quelle di Siris è evidentemente lo stesso; e se lo rav-
Laos (al doppio).
viciniamo al toro androprosopo degli stateri di Lao, ci ac-
corgiamo subito della stretta parentela che intercede fra
questo e quelli. Sul rovescio degli stateri di Posidonia, l'at-
Poseidonia (al doppio).
127
teggiamento del toro è un po' mutato: l'animale non è più
disegnato immobile, fermo sulle quattro zampe e voltato a
guardare indietro; ha invece la testa protesa in avanti, al-
quanto abbassata, come si preparasse a camminare. In una
posa identica lo vediamo ritratto sui coni più antichi di
Turii, dai quali derivano, con progressivo sviluppo, i tipi
successivi dei nummi del V e del IV secolo, sui quali il toro
ha accentuato la sua posizione di marcia, fino ad apparire,
sui tipi più tardi, come lanciato ad un furioso galoppo. Fi-
Thurioi (al doppio).
nisco con un raffronto dei disegni metapontini: questa città
che incide, nelle sue monete del V secolo, una testa di toro
androprosopo, a rappresentare uno dei fiumi che le erano
sacri (sia esso qui l'Acheloo o il Bradano), aveva già co-
niato un antico " sesto „ incuso, probabilmente anteriore al
500, con una testa di toro.
Da tutto ciò è facile tirare la conclusione : dovunque,
sulle monete delle città italiote, troviamo il toro ordinario,
lo vediamo sempre svilupparsi, in tipi derivati e più tardi,
in una figura taurina che ha evidenti le caratteristiche del
simbolo fluviale; sia questo il toro androprosopo di Lao e
di Metaponto o il toro caricante, accompagnato dal pesce,
degli stateri di Turii. Quando dunque, poco dopo la metà
del VI secolo, le città della Magna Grecia hanno incomin-
•ciato a batter n'.oneta, gli artisti di quelle zecche adottavano
128
ancora, come simbolo della divinità fluviale — e fors'anche
dell'Acheloo stesso, perchè nulla vieta di identificare col dio
acarnano-etolico la testa di toro dell'antica " hecte „ meta-
pontina (i) — la figura del toro ordinario. Seguendo la cor-
rente predominante nelle arti rappresentative, questa figura
si è trasformata ben presto in quella, pili significativa, del
toro androprosopo; e a Turii, dove, per ragioni che chia-
merò " araldiche ,;, si è preferito conservare intatta la figura
taurina che era stata lo stemma di Sibari, alle mosse del
toro fu aggiunta Tevidenza dell'impeto e dello slancio delle
acque torrenziali, indicate anche chiaramente dal pesce na-
tante nella stessa direzione del toro.
Ho detto che quando le città italiote emisero i primi
tipi monetari, gli artisti che li disegnarono, " adottavano an-
cora „ la figura del toro ordinario come simbolo fluviale :
intendevo con ciò significare che il loro disegno presentava
già fin d'allora un carattere arcaicizzante, giacché la sosti-
tuzione del toro androprosopo al semplice toro doveva es-
sere ormai un fatto compiuto. Ed ecco perchè Laus, le cui
prime monete non possono essere che di qualche decennio
posteriori a quelle di Sibari e di Siris (2), disegna già il
(r) Cfr. Head, pag. 75.
(2) Benché alcuno giudichi in modo diverso (L.acava, Del silo di
Blanda, Lao e Tebe Lucana, Napoh, 1891, pag. 37), è evidente che Laus
fu fondata dai Sibariti, a' cui floridissimi collimerei necessitava uno
sbocco sul Tirreno (Nissen, Ital. Landesk.^ II, pag. 921), qualche decennio
prima della loro caduta (Busolt, Griech. Gcsch., I-, pag. 400; Beloch,
GriecJi. Gesch., 1-, i, pag. 238) forse anteriormente alla fondazione della
stessa Posidonia (vedi Pais, Storia della Sic, pag. 247; Galli, Per la
Sibarilide, Acireale, 1907, pag. 119; Byvanck, De Mngnae Gracciae hist.,
pag. 108); e quest'ultima città, la cui esistenza alla metà del VI secolo
si rileva da Erodoto (1, 167), era probabilmente già in vita da un pezzo
all'epoca del ricordo erodoteo (vedi Pais, Storia della Sic, pag. 246 e
app. IX; Beloch, Griech. Gesch., 1^, 2, pag. 230). Non è verosimile
però che Lao, la quale non fu fino al 510 che uno scalo commerciale
della sua grande metropoli, abbia battuto moneta prima di Sibari : e
perciò i suoi tipi col toro androprosopo saranno certo posteriori a quelli
sibariti col toro comune, e quindi anche per il disegno i primi derivati
dai secondi. Mi sembrerebbe anzi piij naturale pensare che Lao abbia.
7
129
fiume omonimo della città sotto forma di toro androprosopo
(insieme a quello di Reggio, l'esempio più antico che cono-
sciamo), mentre il toro comune si mantiene immutato, per
forza di tradizione, a Sibari, fino alla caduta della città
{510 a. C.) e si ripete poi sui tipi di Posidonia per ragioni
che potrei anche qui chiamare araldiche e che meglio indi-
cherò come politiche: delle quali vengo ora a parlare.
Riprendiamo la tesi del Gardner (vedi pag. 126), che il
toro sulle monete di Sibari e di Posidonia sia l'emblema del
culto di Posidone: come ho detto, la comparsa del toro si-
barita sul rovescio dei tipi posidoniati rappresenta un argo-
mento in opposizione a questa teoria.
Secondo la tradizione generalmente accolta, Sibari sa-
rebbe stata fondata da coloni achei e trezeni, che avevano
scelto a loro ecista un certo Is di Elice (i). In progresso di
tempo, intervenute gravi discordie fra i due principali ele-
menti costitutivi della città, i trezeni, che dovevano essere
in minoranza di numero, si videro costretti a sloggiare, ed
andarono a fondare sulle coste tirrene, presso le foci del
Silaro, la nuova colonia di Posidonia (2). Di lì a non molto
però, la potenza e l'orgoglio dei sibariti furono fiaccati nella
guerra contro Crotone. Rovinosamente vinta, Sibari fu di-
strutta (510 a. C.) e i suoi cittadini costretti ad emigrare in
cominciato a coniare i suoi stateri solo verso il 500, posteriormente cioè
alla caduta di Sibari. Anche Scidro, fondata dai Sibariti, a simiglianza
di Lao, nel periodo della loro massima espansione commerciale e presso
a poco dunque alla stessa epoca (Pais, op. cit., pag. 247 ; Busolt, op.
cit., 1-, pag. 400; Galli, Sibarit , pagg. 119 e segg.), non battè mai mo-
neta per proprio conto, nemmeno dopo la catastrofe della madre patria,
di cui risenti forse il contraccolpo più rudemente della città sorella.
(i) La fonte principale della tradizione è Strabone, VI, pag. 263;
della partecipazione dei Trezeni serba il ricordo Aristotele, Pol.^ V, 5»
IO (pag. 1303). Vedi Pais, Storia della Sic, pag. 190 e Ricerche sloriche
e geogr. sull'Ital. ani., pagg. 43 segg.; Busolt, Griech. Gesc/i., V\ pag. 398.
(2) Secondo un'interpretazione delle fonti proposta dal Pais [Storia
della Sic, app. IX, pagg. 533 e segg.) e accolta favorevolmente (cfr.
Busolt, Griech. Gesch.^ 1", pag. 400; Byvanck, op. cit., pag. iio). Con
essa sembrano concordare i dati offei ti dalle monete.
I30
altre terre in cerca di asilo (i). Qualche decennio piij tardi,
approffittando della debolezza di Crotone, dilaniata dalle di-
scordie civili suscitate dal movimento pitagorico, i Sibariti
tentarono, con l'aiuto dei Posidoniati, di ricostruire la loro
città; ma, dopo esservisi mantenuti cinque anni (453-448), ne
furono di nuovo scacciati dai Crotoniati. Chiamarono essi al-
lora nuovi coloni dalla Grecia ; e ne vennero da ogni regione,
e a capo dell'impresa si pose Atene che stava allora ag-
giungendo successo a successo nella sua attiva e feconda
politica occidentale. Fu fondata così, nell'anno attico 444-3,
nel luogo ov'era sorta l'antica Sibari, la città che si chiamò
più tardi Turii. Ma i sibariti non poterono ottenere — o
mantenere — nella nuova colonia la posizione privilegiata
che avevano sperato; dovettero perciò s'oggiare anche di
qui, e fondarono allora una nuova (terza) Sibari sul fiume
Traente (2).
Vediamo ora se e come i tipi delle monete accompa-
gnano lo svolgersi di questi avvenimenti. I coloni stabilitisi
a Sibari non poterono coniare che per pochi decenni : dalla
metà del V secolo circa al 510, anno della distruzione della
città. Perciò le loro monete non presentano che un solo tipo:
quello del toro incuso. Ed è esso il fiume Crathis, la cor-
rente benefica, irrigatrice e fecondatrice della pianura, fat-
tore indispensabile di produzione e di vita Ì3\ Ma i trezeni,
(i) Per la storia di questo periodo, vedi Galli, Per la Sibaritide,
pagg. 56 e segg., 139 e segg. ; Beloch, Griech. Gesc/i., 1-, i, pag. 383.
La tradizione vuole che Lao e Scidro abbiano ospitato i Sibariti cac-
ciati dalla loro città (le fonti raccolte da Byvan'CK, op. cit., pag. 126,
nota 2).
(2) Beloch, Griech. Gesch., IP, i, pagg. 199 e segg. Sulla fondazione
di Turii, vedi Galli, Per la Sibaritide, pagg. 144 e segg. Per Sibari
sul Traente, vedi anche Nissen, Ital. Landesk., II, pag. 935. Sulle vicende
dei Sibariti, dopo la distruzione della loro città, vedi le conclusioni del
Kahrstedt, Ziir Geschichte Grossgriechenlands in V Jahrhunderi^ in
" Hermes „ LUI (1918), pag. 180 e segg.
(3) Non soltanto per Sibari fu il Crathis oggetto di venerazione,
fin dai tempi più antichi ; anche il giovane dio fluviale che occupa il
rovescio delle monete di Pandosia della seconda metà del V secolo, è
131
costretti a cercarsi una nuova dimora e stabilitisi alle foci
del Silaro, imprimono le loro monete con un tipo diverso ;
con la figura del loro dio piìi venerato, di Posidone, la cui
religione non avevano forse potuto far prevalere sufficien-
temente fra i coloni di Sibari ; quivi infatti di un culto di
Posidone manca qualsiasi testimonianza (i). Ma nel secolo
seguente, le monete posidoniati si arricchiscono di un nuovo
tipo : del toro sibarita, leggermente modificato nel disegno.
Il suo significato non può essere dubbio: poiché i Trezeni
ben altrimenti disegnavano sulle loro monete, fin dalla prima
emissione, la venerata loro divinità marina, così il toro non
potrà esser qui in rappresentanza di Posidone; non resta
allora che attribuirgli quel valore che già avevamo proposto
di riconoscergli sui coni sibariti, quello cioè di simbolo flu-
viale. L'accoglimento dello " stemma „ di Sibari sulle mo-
nete di Posidonia sarà dovuto certamente, come ha sugge-
rito il Pais, all'arrivo nella città tirrenica di un abbondante
nucleo di fuggiaschi sibariti, i quali avranno prescelto a loro
nuova dimora, insieme agli stabilimenti di Laus e Scidrus
da loro stessi fondati, anche la prospera colonia edificata dai
chiaramente identificabile col fiume Crathis, il cui nome è inciso nel
campo, a fianco della figura (Head, pag. 105). Del tutto favorevole alla
nostra tesi, ci si presenta un antico staterò d'argento incuso, coniato
quale moneta d'alleanza fra Crotone e Pandosia, alla fine del VI secolo
(Head, pag. 95): esso esibisce sul diritto il tipo crotoniate del tripode
delfico, e sul rovescio il toro sibarita, con la leggenda IIANAO (llav-
JoG'.a). Questo toro è evidentemente il predecessore del giovane dio
fluviale delle monete più tarde, e sta a dimostrare che, nel VI secolo,
anche a Pandosia si rappresentava il Crathis con lo stesso simbolo in
uso a Sibari.
(i) I tipi delle monete di Trezene (Head, pag. 443) sono informati
al culto delle due divinità più venerate: Atena e Posidone; Faus., II,
30. 6; xal hi xal vópLiojJioc abxolz xò àpy^alov ènóa7]|xa e/et Toiatvav v.al AQvjvà';
Kpóotoitov : la testa di Atena è di solito sul diritto, il tridente di Posidone
sul rovescio. Sull'eminente posizione di Posidone tra le divinità venerate
in Trezene, vedi S. Wide, De sacris Troezertioritm, Henniou., Epidau-
rioriim, Upsala, 1888; Gruppe, Griech, Mylh.^ I, pagg. 190 e segg. ;
Meyer in RoscHER, Lex., Ili, 2847. La città stessa era soprannominata
fIooti8(uvia (Strab., VITI, 6, 14).
132
loro antichi e malvisti compagni trezeni (0. L'avvenimento
si riflette dunque chiaramente sui tipi monetari di Posidonia;
le nuove monete posidoniati (II periodo: dal principio alla
fine del V sec.) presentano sul diritto la figura di Posidone
e sul rovescio il toro fiuviale sibarita, simbolo però ora non
pili del lontano Crathis, ma del fiume Silaros, al quale ve-
rosimilmente i Posidoniati già rendevano onore (2).
Queste monete sono le stesse che i Sibariti coniarono
nella nuova città ricostruita alla metà del V secolo in al-
leanza con Posidonia e durata in vita solo cinque anni. E
quando, nel 444-3, sorse la colonia panellenica di Turii,
gli Ateniesi, che ne furono fin da principio — di fatto se
non di diritto — a capo, fecero imprimere sul retto delle
monete la testa della propria dea, e sul rovescio il toro di
Sibari, qual'era sui tipi di Posidonia, e che ritornava qui a
simboHzzare il Crathis, il fiume onorato dagh antichi sibariti.
A questo punto, ci sia lecito ritornare all'elenco dei tipi
descritti al principio del nostro studio e aggiungere a cia^
scuna delle figure taurine che vi compaiono, il significato,
che, secondo quanto ci resulta, essa dovette rivestire.
Il toro comune effigiato sulle monete incuse di Sibari,
è il simbolo del fiume Crathis; simbolo che si ripete sugli
stateri di Pandosia in alleanza con Crotone, sui tipi della
seconda Sibari, coniati in alleanza con Posidonia, e su quelli
di Posidonia stessa, dove però passò probabilmente a rap-
presentare il fiume sacro alla colonia tirrenica, il Silaro. Il
toro sibarita fu scelto anche per ornare il rovescio delle mo-
(i) Pais, Storia della Sic, pag. 537; cfr. Macdonald, Coiiis Type^,
Glascow, 1905, pag. 115; Head, pag. 81.
{2) Si ricordi la scritta ^i^ElAA, che comparisce sporadicamente sul
diritto di queste monete, a lato della figura di Posidone. L' iscrizione
non dovrà probabilmente essere integrata come -slXa[po5] ; giacché il
nome del fiume sarebbe stato più a proposito sul rovescio degli stateri,
accanto al toro che lo rappresenta. Si dovrà piuttosto leggere, come
propone 1' Head, pag. 81, Ì^£iXà[pia], con evidente allusione a qualche
festa che si celebrava sulle rive del Silaro, in onore di quel fiume, e
in occasione della quale vennero emesse quelle monete (cfr, lo staterò
di Metaponto con 'AjeXoio asfjXov).
133
nete emesse dalla città panellenica, erede di Sibari ; la città
che assunse in seguito il nome di Turii. La figura taurina
fu di nuovo qui il simbolo del Crathis; ma non è da esclu-
dere che più tardi, i turini l'abbiano riguardata come rap-
presentante di quella fons Thtiria, da cui la città trasse il
nome. Ed anzi a questo nuovo significato si potrebbe rial-
lacciare il tipo più tardo del toro taurino, rappresentato in
quell'atteggiamento di galoppo impetuoso, che dà più una
sensazione di violenza che non di forza e di maestà. Il toro
sibarita comparisce ancora sulle antichissime monete di Siris
in alleanza con Pyxus, simbolo del fiume omonimo della città.
Nel più antico dei tre tipi metapontini descritti troviamo
ancora una volta la testa del toro comune, probabilmente in
rappresentanza del maggior fiume prossimo alla città, il Bra-
dano, o forse invece simbolo dell'Acheloo. La stessa incer-
tezza permane nei riguardi della seconda moneta metapon-
tina col toro androcefalo: incertezza che trova la sua ragione
nell'esistenza, a noi nota, di un vero culto dell'Acheloo a
Metaponto, al quale dovranno forse ricollegarsi tutte le mo-
nete di questa città con tipi fluviali.
II toro androprosopo di Lao, derivato nel disegno da
quello di Sibari, è, come abbiamo visto, il simbolo del fiume
chiamato appunto Lao; e quello di Reggio sta a rappresen-
tare il torrente Apsias, che scorreva non lungi dalla città.
A Neapolis infine, il toro androcefalo riproduce le sem-
bianze del mitico Acheloo, considerato qui non tanto sotto
il suo aspetto fluviale, ma piuttosto come padre della sirena
Partenope. In progresso di tempo però, sembra che la figura
taurina di Neapolis abbia cambiato totalmente il suo signi-
ficato, trasformandosi nel simbolo di una peculiare divinità
campana, Bacchus Hebon.
IV.
I risultati cui siamo finora pervenuti con la nostra ri-
cerca, ci permettono di procedere verso altre conclusioni di
carattere più generale, relative ai culti fluviali nelle colonie
della Magna Grecia.
134
Dispongo pertanto, in un quadro sinottico, i tipi mone-
tari delle città italiote, simbolizzanti, sotto diversi aspetti,
un culto fluviale.
Città
Seconda metà VI sec.
V secolo
IV secolo ed oltre
Metapontion
Siris
Sybaris
Kroton
Pandosia
Kaulonia
Laos
Poseidonia
Metauron
Hipponion
Rhegion
Neapolis
toro
toro
toro
toro
toro androprosopo
toro androprosopo
toro androprosopo
e figura virile
figura giovanile
figura giovanile
[toro]
figura giovanile
figura giovanile
figura giovanile
(Paestum)
(figura virile)? (i)
figura giovanile
^
toro androprosopo [tcro androprosopo]
I e figura giovanile.
Dallo specchio così tracciato risulta anzitutto con inne-
gabile evidenza la grandissima diffusione dei culti fluviali
nelle città italiote e la loro straordinaria importanza, docu-
mentata dal fatto che ogni città dedica ad essi un tipo mo-
netario. Le città notevoli sulle cui monete non si rifletta un
culto siffatto, non sono che due: Taranto e Locri; alle quali
si potrà, se mai, aggiungere Velia. Di altre due, Scylacium
e Scidrus, non abbiamo monete ne notizie di altra fonte, se
non in misura scarsissima; Terina, Medma e Cuma, infine,
venerano ognuna, al posto di un dio fluviale, una ninfa delle
fonti, eponima della città, e ne riproducono l'immagine sui
tipi monetari. Si può dunque asserire che ogni città italiota
ebbe un culto fluviale; se codesto manca, troveremo che un
culto affine ne teneva il posto oppure che non c'era il fiume
stesso; un fiume, intendo, appena degno di questo nome, il
cui corso lambisse i confini della colonia (com'è verosimil-
(i) Sulle monete di Medma.
135
mente il caso di Taranto, di Temesa e di Locri) (i). E la vi-
cinanza di un corso d^acqua fu normalmente ricercata dagli
ecisti delle città italiote, in una regione in cui era quella la
condizione essenziale per un felice svolgimento dell'attività
agricola; ciò che a quei coloni — specialmente agli " achei „
e ai " locresi ,; — sopratutto premeva.
A tre possono ridursi i tipi simbolizzanti la divinità flu-
viale ; giacché essa comparisce disegnata in figura di un toro,
di un toro androprosopo o di un giovane dio, con l'aggiunta,
sporadica, delle corna taurine e con quella, assai pili fre-
quente, degli attribuiti propri delle divinità fluviali (2).
Il nostro quadro ci permette anche di fissare la crono-
logia assoluta e relativa di questi tre tipi, nelle colonie della
Magna Grecia.
La figura del toro comune ci è offerta soltanto dalle
monete di quelle città che già coniavano nella seconda
metà del VI secolo, e non riapparisce mai in epoca poste-
riore al 500 a. C. La figura del toro androprosopo si con-
fonde cronologicamente, al suo apparire, con quella del toro
ordinario (giacché le monete di Laus e di Reggio sono con-
temporanee, o di poco posteriori, a quelle di Sibari) ; ma, a
diff'erenza di codesta, continua nel V secolo, durante il quale
comparisce dovunque la figura giovanile del dio fluviale.
Questa guadagna sempre maggior diffusione e domina com-
pletamente i tipi del IV secolo, dai quali è ormai definitiva-
mente scomparso anche il toro androprosopo, per non ri-
presentarsi mai più.
Ho racchiuso in parentesi quadre i tipi di Posidonia e
di Neapolis, inquantochè la loro emissione e il disegno ob-
bediscono a particolari esigenze di carattere politico ed aral-
(i) Ma Elicile Taras non è in origine altro che l'eroe eponimo del
fiume e della città.
(2) La divinità fluviale, quando sia rappresentata sotto aspetto
umano^ ci si presenta generalmente in figura di un giovane nudo, più
di rado di un uomo barbato (talora soltanto la testa): le corna taurine
mancano di sovente, specialmente in Sicilia e nella Magna Grecia. Il
giovane dio Ouviale è accompagnato spesso da un cane o è rappresen-
tato nell'atto di versare la libagione da una patera ; frequentemente
tiene in mano un ramo di alloro o la cornucopia (vedi R. £., VI, 2784).
136
dico, che abbiamo del resto già segnalate nel corso di questo
articolo. Posidonia indica col toro l'accoglimento dei fuggia-
schi di Sibari, il cui tipo monetario unisce al proprio (Po-
sidone); Neapolis conserva gelosamente la figura dell'Ache-
loo, il padre della " sua „ Partenope: e, quando sarà sce-
mata la venerazione del mitico personaggio acarnano, i Nea-
politani riconosceranno nel toro androprosopo l'immagine
di un nuovo dio, il cui culto era venuto intanto fra loro in
favore ; di Bakchos Hebon. Si noti per altro che i Neapo-
litani stessi, coniando, nel IV secolo, gli oboli col dio fluviale
Sebeto, lo disegnano in figura di giovane divinità virile.
Senza pretendere di " incasellare „ in periodi cronolo-
gici rigorosamente determinati fatti di per sé così complessi
com'è quello della successione dei tipi monetari nelle varie
regioni e nelle diverse epoche, non si trascuri di passare in
rapida rassegna le rappresentazioni di divinità fluviali sulle
monete siciliane, dove esse compariscono con frequenza non
minore che sui tipi della Magna Grecia. E facile accorgersi
che, nel rappresentare il simbolo fluviale, le monete siceliote
si comportano nella stessa guisa di quelle italiote, con l'unica
peculiare caratteristica della molto maggior popolarità e dif-
fusione della figura del toro androprosopo, il quale seguita
a dominare i tipi sicelioti assai oltre i termini cronologici
fissati per le monete dell'Italia Meridionale. Le apparente-
mente pili numerose " irregolarità „ contro le norme che ab-
biamo or ora delineate, non sono invece che il portato di
influssi esterni che agirono, per ragioni sopratutto politiche,
sui tipi monetari.
Poiché la figura della divinità fluviale comparisce sulle
monete siceliote un po' più tardi che nella Magna Grecia i^),
così noi abbiamo a che fare qui soltanto con le due forme
più recenti di rappresentazione; quella del toro androcefalo
e l'altra del dio fluviale in figura umana. Anche la flgura
I
(i) Non saranno forse da ritenere anteriori al 500 le monete di
Gela; e di qualche decennio posteriori sono certamente quelle di Ca-
tana (HoLM, Scoria della Sicilia, III, 2, pagg. 33, 50).
I
137
■del toro comune non dovè però restare del tutto ignota ai
sicelioti, se dobbiamo credere alla informazione di Timeo, che
ad un'immagine del dio fluviale Gela, sotto aspetto di toro,
si prestava culto nella città di Agrigento (i).
La figura del toro androcefalo va assumendo, sui tipi di
Gela, un aspetto sempre più umano, nel corso del V secolo,
alla fine del quale troviamo la testa del giovane dio fluviale,
col solo attributo delle corna (Hill, pag. 8i). Però il toro
androprosopo era per Gela ciò che il toro comune era stato
per Sibari e fu poi per Turii: Io stemma della città; per-
ciò lo vediamo ancora riapparire verso il 400 (Hill, pag. 123),
per far posto di nuovo alla testa umana del dio, alla fine
del IV secolo.
Sui tipi di Catana, il fiume Amenanos è raffigurato in
forma di toro androprosopo (Holm, pag. 50; Hill, pag. 48;
Head, pag. 131); ma negli ultimi decenni del 400 troviamo
la faccia umana con o senza l'attributo delle corna (Hill,
pag. 133; Head, pag. 133).
Anche Entella e Stiela — lo stabilimento succeduto a
Megara — portano sulle litre e sulle dracme del V secolo
il toro androprosopo (Hill, pagg. 91, 92 ; Head, pagg. 137,
151); tipo che non si ripete più nel secolo successivo. Più
significativa è la seiie monetaria di Agyrium : ivi il fiume
Palankaios è rappresentato in forma di toro androprosopo
a partire dal 420 a. C. fino agli ultimi decenni del IV secolo
fHiLL, pag. 139 ; Head, pag. 124), quando il suo posto è
preso dalla figura umana del dio fluviale (2).
Il toro androprosopo che troviamo sulle monete di Aetna,
dalla seconda metà del IV secolo in poi, è di tipo affine a
quelli della Campania (Hill, pag. 182; Head, pag. 119) ed
è appunto un riflesso dell'insediamento di una guarnigione
di mercenari campani nella città, avvenuto nel 396 a. C,
per opera di Dionisio (3): ed è probabile che anche qui.
(i) Timeo in Schol. ad Pinci., Pyth., I, 185 (/'. H. G., I, pag. 222.
n. 118): Tòv '(àp (xa-jpov) iv x-q TióXet 8Eiv.vópLevov tr?| slvai to'j <l>aXapi8o^,
'/.OihàKzp 'f, TtoXX'f] y.aT6/6'. 8ó^a, àXX'er/wv t-zzi réXcovo? xoò Trota jjlo'j.
(2) L' Hill (pagg. 177, 220) interpreta diversamente questa lignra.
(3) Holm, op. cit., II, pag. 250.
10
138
come nella regione di Neapolis, esso sia passato di li -a
poco a rappresentare, sotto aspetto tauriforme, Dionysos
Hebon (D.
Non m'intrattengo sul toro disegnato sul rovescio deile
monete di Tauromenio, che non sta lì come simbolo di una
divinità fluviale, ma soltanto come la pii^i naturale illustra-
zione del nome della città ; esso è raffigurato in fogge di-
verse, con disegni in generale presi a prestito dalle altre
città siceliote (cfr. Hill, pag. 171).
/Vncora due parole sulla figura del toro comune in fun-
zione di simbolo fluviale, che comparisce, a partire dal 400^
a. C. circa, sui tipi monetari di quattro città siciliane. Per
prime, Catana e Leontmi coniano, alla fine del V secolo,
delle monete di alleanza che portano sul rovescio il toro ga~
loppante, con un pesce disegnato nell'esergo (Hill, pag. 133;
Head, pag. 134). Nella seconda metà del IV secolo, anche
Adranum conia monete che portano effigiato il dio tluviaje
Adranos sotto un duplice aspetto: come figura umana sul
diritto e come bue galoppante sul rovescio (Hill, pag. 176;
Head, pag. 119). Abacaenum rappresenta sulle monete del
III secolo il piccolo torrente montano Helicon in figura di
un bue gradiente (Hol:\i, pag. 240; Hill, pag. 220; IIi:Ar»,
pag. 118). Infine a Gela, il ricordo dell'antico aspetto tau-
rino del dio fluviale informa il disegno di alcune monete di
bronzo della fine del IV e della seconda metà del III secolo,
le quali presentano il toro ordinario, ritto in mezzo ad un
campo di orzo {Br. M. C, Sic, pag. 73; Holm, pag. 113;
Hill, pag. 166 ; Head, pag. 142). Per poco che si osservino
codeste figure, ci si accorge come esse non siano se non la
riproduzione, più o meno pedissequa, del tipo in voga a
Turii fino dalla seconda metà del V secolo ; esso sembra
esser penetrato in Sicilia per la via di Leontini, la fedele
alleata di Atene, ed essersi di lì diffiiso in qualche altra re-
gione dell'isola.
(i) Lo stesso accadde probabilmente anche a Tauromenio : vedi
Hill, pag. 200.
\)A 4ija;iUj Meli lu \ -liuti finora considerando, e rifacen-
domi all'accenno, dato più addietro in una nota fpa^. 114,
nota 4), sulla questione dell'uso della figura taurina come
simbolo fluviale nelle arti rappresentative, sembra che il
complesso dei ricordi letterari e delle testimonianze monu-
mentali offerteci da queste monete, ci permetta d: venire
alle seguenti conclusioni.
L'origine della figura taurina come simbolo iluvia.^ nun
è certamente da ricercarsi nel mito di Acheloo, bensì nel
ravvicinamento del fiume al toro, suggerito all' irnma;i;na-
zione degli antichi da alcuni caratteri di somiglianza che si
potevano scoprire fi'a la natura dell'uno e quella dell'altro (J^).
Più che r impeto e la violenza — j)ropri dei torrenti e meno
assai dei grandi fiumi — dovè imporsi il confronto tra la
benefica azione fec(jndatrice dei fiumi e la proverbiale capa-
cità generativa del toro. E che sopratutto quest^azione fe-
conda delle acque abbiano visto i Greci riflessa nel toro, mi
sembra lo dimostri la denominazione di ^' Toro „ data alla
costellazione zodiacale corrispondente al periodo delle bene-
fiche pioggie prinìaverili, promessa di un dovizioso raccolto.
Da questa assimilazione del toro coi fiumi prese le
mosse il mito di Acheloo. Poiché la sua natura acquatica di
dio fluviale suj)poneva in esso la possibilità dì metamorfosi
(c^V. pag. 114, nota 2j, così il mito immaginò per lui quelle
due che pei- un fiume erano le più ovvie : la trasformazione
in serpente e quincli in toro. La prima riflette semplicemente
l'immagine di un corso d'acqua osservato dall'alto, la. se-
conda ne riproduce la natura ne' suoi caratteri essenziali.
Nel peri(jdo più arcaico del loro sviluppo, le art: rap-
presentative (xjnobbero soltanto la figura umana degli dei'
fluviali; e anche |)iù tai'di, l'ebbe^ro sempre più familiare.
Però, verso il VI secolo, a lato dell'aspetto umano del elio,
comparisce la sua immagine taurina. K, lì per lì, sembra che
questa rappresentazione si sia informata a due tipi fJistinti :
il tipo del toro ordinario per i fiumi in generale, ;1 tipo del
(1) t-ii. -i iKH. UH ì .yi:i>j)iiy .^ \ . yvf
(pópo')': K'i'. p.O'Jv.K'fi/.o',,; \'.z''i'[rjn'Vt ^ '."Ani^ S'.v. To pt'/.'.ov v.al v^/'s'ìf; y.ul
140
toro androprosopo per l'Acheloo in particolare. Questa figura
del toro androcefalo nacque forse dal desiderio di riunire le
membra umane del dio fluviale Acheloo con quelle taurine
che esso assunse nella sua lotta con Eracle; e fu preferita
subito dagli artisti, come quella che, per la sua singolarità,
rivelava a colpo d'occhio all'osservatore il suo significato.
D'Altra parte Acheloo fu l'unico dio fluviale la cui rinomanza
non fosse esclusivamente locale; tanto che si può dire che
ila pittura vascolare non conosca altre rappresentanze di di-
vinità fluviali in forma taurina, all' infuori di quella di Acheloo
in lotta con Eracle (i): al tempo stesso, egli era il massimo
fiume della Grecia, noto a tutti, quello al quale si usava
identificare ogni altro corso d'acqua. Così che la rappresen-
tazione del toro androprosopo — propria dell'Acheloo —
prevalse rapidamente sull'altra e rimase la sola usata ad
esprimere le divinità fluviali.
Data la precoce vittoria del tipo del toro androprosopo,
le rappresentazioni della figura taurina comune in funzione
di simbolo fluviale dovettero essere scarsissime; non tanto
però che noi non possiamo ancor oggi comprovarne l'esi-
stenza. Accanto al ricordo dell'antico toro di Gela, conser-
vatoci dallo scoliasta di Pindaro, e al noto passo di Eliano (2)
— per non citare altre non meno evidenti testimonianze dei
testi antichi — abbiamo le serie monetarie delle città italiote,
facenti capo al tipo sibarita, le siceliote, imitate da Turii,
e, al di fuori dell'Occidente Greco, quelle di Fliunte <3). Sulle
(i) Acheloo comparisce dapprima sui vasi a ligure nere in l'orma
dì toro con tutta la parte superiore del corpo e le braccia umane (Rei-
NACH, Reperioire des vases, I, pag. 55, n. 7 ; pag. 458, n. 6; Calai. 0/
vases in Br. Ahts., II, un. B 228, 313), poi in forma di toro andropro-
sopo (Reinach, Bep., 1, 259, 4 ; 393, 4, ecc.).
(2) Ael., Varia IJisL, II, 33: 'I'tjV tojv r^o-'xy.ò»'^ zóz'.y v.u\ -za ó^iOpa c/.rJtùiv
«j,èv àvhpiuKoii.ó^-DCU': a'noóc, ISpóoavTo, o: Zi '^^^jùjy tiZoz. aòioìc irepiéG-rjv.av,
^0031 [lìv oùv £ÌxàC&D-:v ol ItO{j.'fàX'.ot |j.èv tòv l'.pa::'.vov v.al tòv MsTtóit-^v,
Aav.sòatjxóvio: cà xòv Eò;:ojxav, -iv.uojviot Zi xa: ^h'L'Azio: tòv 'A^ujiióv,
(3) Il tipo del toro sulle monete di L'iiunte comincia verso il 430 a. C.
e dura sino alla fine del IV secolo (Br. M. C Pelop., pag. 33, tav. VI,
141
quali tutte la figura taurina s'introdusse, come ho detto, per
amor di arcaicità — giacché alla metà del VI secolo o poco
dopo, Laus e Reggio imprimevano già il toro androprosopo
che doveva essere ormai familiare alla pittura vascolare —
e su alcune, per forza di tradizione, fino a tarda epoca si
mantenne.
Firenze, Diceiiibre i^i').
Giulio Giannelli.
nn. 19 e segg. ; Head, pag. 408). Nonostante il diverso parere del
Gardner, '' Journ. Hell. Stud. „, VI, pag. 80 e segg., e le incertezze
dell' Head, non mi par dubbio, dopo aver letto il luogo di Eliano, che
sia da riguardare quella rappresentanza come simbolo fluviale (cfr.
Odelberg, Sacra Corinthia, Sicyonia, Phliasia^ Upsaliae, 1896, pagg. 190
e segg.; Waser in R. £"., VI, 2780) ; tanto più che il tipo fliasio par
derivato da quello di Turii. Su un didramma di Selinunte è rappre-
sentato Eracle in lotta con un toro ; la figurazione è qui probabilmente
un simbolo della forza solare, rappresentata da Eracle, che doma la
violenza distruggitrice delle acque, personificata dal toro (Holm, III, 2,
pag. 122; cfr. pag. 72). Simile è il significato della rappresentanza im-
pressa sulle più tarde monete di Sagalassos (Pisidia): un toro — il
fiume Keistros(iscr. KECTPOC) — abbattuto da un dio (Dioniso o Apollo).
Head, pag. 710; cfr. Waser in R. £"., VI, 2780.
Soltanto quando quest'articolo si trovava già sotto stampa,
ho potuto leggere lo studio di Salvatore Mirone, Les divi-
nités représentées sur les monnaies antiques de la Sicile,
pubblicato in '' Revue Nmnismatique „, XXI (igiy-iS), pa-
gine 1-24. Mi ha fatto piacere riscontrare che lo studio com-
parativo delle monete siciliane consacrate alle divinità fluviali^
ha condotto il Mirone a coìiclusioni che non si discostano
dalle mie. AncKegli è persuaso che " la figuratioti primitive
des divinitcs fluvialcs commence par la forme animale et
l'anthropomorphise graduellement „ ; e crede che il cani-
142
binììicnto sia dovuto al progì'csso delL'arte clic, divautta via
via piii aditila, '' esitò a rappresentare ini immagine che mal
" s' adattava alle sue concezioni artistiche ,, : mentre, nel pe-
riodo della sua decadenza^ ricorse di nuovo alla primitiva im-
niagine, meno difficile. Il Mirane osserva anche che la grande
diffusione dei culti fluviali in tutte le regioni della Sicilia po-
trebbe fornire una prova della venerazione dei Siculi per
queste divini tei, in epoca anteriore allo stabilirsi dei Greci:
e ciò, naturalmente, per r inestimabile beneficio che i corsi
d'acqua rappresentano in una regione caldissima e di ricca
produzione agricola al tempo stesso.
G. G.
Qi issi di C. CLOVIl^S e di li. OPPIOS
I\Iolte congetture e molti studi sono stati fatti intorno
alle monete di C. Clovius e Q. Oppius, e potrà sembrare su-
perfluo che io ritorni su questo argomento. Ma se dal punto
di vista analitico, descrittivo e pondometrico lo studio di
Bahrfeldt u), che tutti gli altri riassume, può dirsi esauriente,
non è ancora stata detta l'ultima parola sulla località di ori-
gine delle dette monete. Non si è potuto cioè ancora stabi-
lire in quali zecche siano state battute. Io non presumo di
definire la questione, ma intendo di portare il mio modesto
contributo alla soluzione del problema.
Credo utile di premettere un cenno di cronistoria della
monetazione di bronzo della Repubblica Romana, atto a sta-
bilire lo stato di circolazione di moneta bronzea all'epoca in
cui sono state presumibilmente emesse le monete in que-
stione.
Prescindendo dagli assi librali e trientali fusi apparte-
nenti al primo periodo della monetazione romana, l'emissione
dell' asse coniato fu abbondante nel sistema sestantario
(229217 a. C.) e abbondantissimo nel sistema unciale (217-
15^ a. C); ne è prova il numero considerevole di esemplari
giunti sino a noi.
Nell'anno 150 a. C. improvvisamente cessa l'emissione
dell'asse. Non è certa la causa di questa sospensione, ma,
molto probabilmente, ciò avvenne perchè non vi era più ne-
cessità di emettere un taglio di moneta di cui doveva esservi
<i) Bahrfkldt, Niimisiiialisc/ie Zeitschrifi. Wien, 1909, png. 78. Die
letzen KiipferprAgimgcn iinter dcr roinischen Republick.
144
pletora in circolazione. Continua infatti regolarmente l'emis-
sione delle frazioni di asse che nei tempi antecedenti erano
assai pili scarse dell'asse medesimo.
Questa sospensione dura fino al 91 a. C. circa, poco
prima dell'inizio della Guerra sociale, epoca in cui compaiono
i rari assi di C. Sulpicius C. F., L. Memmius e nell'anno
successivo quelli di L. Saturninus, C. Fabius C. F. e Lent.
Mar. F. Sono questi gli ultimi assi del peso di un'oncia
giacché, per le ristrettezze finanziare causate dalla guerra
sociale, Roma si vide costretta a ridurre l'asse al peso di
mezz'oncia (Lex Papiria 89 a. C).
L'asse semiunciale viene poi coniato con molta larghezza
durante cinque anni, finché si chiude la serie colle monete
portanti i nomi dei tre magistrati colleghi: Gargilius, Ogul-
nius, Vergilius.
Dopo quest'epoca la zecca di Roma sospende la conia-
zione del bronzo fino alla riforma monetaria di Augusto,
19 a. C. (i), fatta eccezione per il rozzo e pesante asse di
L. Sula, che appare come una meteora nell'anno 82 battuto
da Siila al suo ritorno in Roma dopo le vittorie in Oriente.
Evidentemente la stragrande quantità di moneta bronzea del
sistema semionciale emessa dall' 89 all' 84 a. C determinò
questa nuova sospensione; essendovi sufficiente circolazione,
non si senti la necessità di nuove emissioni fino al 19 a. C.
Le monete di bronzo riferibili alla Repubblica dall' 82
a. C. alla riforma monetaria d'Augusto sono ben poche e
tutte battute in Provincia. Tra queste stanno appunto gli
assi di Clovius e Oppius emessi nel 46 e 45 a. C. Da al-
cuni studiosi (vedi avanti) si vogliono assegnare alla zecca
di Roma i due assi in questione, ma credo di poter dimo-
strare che, per ragioni molteplici non furono, né poterono
essere battuti nell'Urbe.
Grueber nel suo catalogo del British Museum (2) e già
prima in una sua monografia (3) assegna a questo periodo
(i) Laffranchi, La monetazione di Augusto, pag. 66. Milano, 1919-
(2) Grueber, Coins of the Rom. Rep., ecc. Londra 1910.
(3) Grueber, Numism. Cron.^ 1904, pag- 325.
à
145
anche un asse di L. Plancus, di cui parlerò più innanzi, quan-
tunque si tratti di una falsificazione.
Una caratteristica della moneta di bronzo uscita dalla
zecca di Roma durante la Repubblica, è quella di mante-
nersi sempre assai rozza per tecnica e per istile, e, a questo
riguardo, anche la prima monetazione d'Augusto non si sol-
leva gran che sopra il livello antecedente dal punto di vista
tecnico e artistico.
Si distinguono invece, fin dall'inizio, per arte superiore
e per tecnica migliore, le monete che vennero parallelamente
emesse col nome di Roma in paesi conquistati ed aggregati,
dove già esistevano zecche con tradizioni artistiche e con
ottimi artefici. Anche la forma del tondello è affatto dissi-
mile da quella di fabbrica Romana, che mantiene sempre la
forma primitiva vagamente lenticolare coU'unione visibile dei
due menischi nelForlo, interrotto da una o due spezzature-
E' questo un criterio, a parer mio, assai importante per di-
stinguere le monete battute intra o extra Urbem. Così dicasi
ad esempio per le monete di Cn. Biasio, C. Malleolus (i)^
L. Pomponius, ecc., emesse parallelamente a quelle coniate
in Roma nei 91-90 a. C. (vedi più sopra), le quali presentano
un tondello che tende al tronco di cono e non al tipo lenti-
colare.
Già per questa considerazione gli assi di Clovius ed
Oppius dovrebbero attribuirsi a zecche provinciali. E qui
non posso a meno di dire subito, come accenno preventivo
delle dimostrazioni che mi sforzerò di dare in seguito, che
basta gettare Tocchio sull'esemplare illustrato neir unita ta-
vola n. 9, per persuadersi dell'abisso che lo separa dalle
monete di fabbrica romana.
Dopo quanto ho premesso, per entrare nei limiti del-
l'argomento, comincio col descrivere dettagliatamente le mo-
nete in questione :
(i) Asse con martello sulla prora che deve attribuirsi per identità
di '^ti!.- a C. Malledus, 90 a C, Grueber, B. M, C, pag. 308, note.
146
ASSE DI C. CLOVIUS.
jE. Asse semiunciale. Peso medio su centoventi esemplari:
grammi 14,94 (^K Babelon, voi. I, pag. 366 (2).
\^edi Tavola, 11, i.
B' — CAESÀR • Die • TER • Busto alato della Vittoria ri-
volto a destra. Talvolta dietro la testa della Vit-
toria una stella LS'.
— C • CLOVI • PRAEF • Pallade gradiente a sinistra con
elmo e scudo ornato dalla testa di Medusa e por-
tante sulla spalla destra un trofeo; ai suoi piedi
dal lato destro un serpente eretto, con fauci aperte
e cristato.
(Babelon (4) nella sua descrizione dice che Minerva porta
oltre al trofeo sei giavellotti; il Dressel (5) suggerisce trat-
tarsi invece di pieghe svolazzanti del vestito. Credo giusta
quest'ultima versione).
ASSI DI Q. OPPirS.
i."* Al. Asse semiunciale. Peso medio su cinquanta esem-
plari (6>: grammi 13,60. Bab. voi. II, pag. 276(7'.
Vedi Tavola, n. 9.
ÌB' — Testa di Venere diademata a destra.
K - Q • OPPIVS • PR • Vittoria con lunghe ali a penne
pioventi, che cammina a destra volgendo il capo
a sinistra e tiene una lunga palma appoggiata
sulla spalla destra. Nella mano sinistra una patera
, ricolma di frutta.
(i) Tenuto calcolo dei 99 esemplari pesali da Bahrfelct (loc. cit.).
[2) Babelon, Description des iMoiinaies de la RepublUjHe Romaim.
{3) Gli assi di Clovius che portano la stella dietro la testa della
Vittoria sono alquanto difterenti. La testa delia Vittoria stessa è più
piccola e si scorge una parte maggiore del busto. Questa differeriza di
tipo fa pensare che si tratti di un'altra emissione (A).
(4) Babelon. loc. cit.
(5) Dressel, Zeitschrifl f'ùr Kiimismafic, 1910, XXIII, pag. 365.
(6) Tenuto calcolo dei 45 esemplari pesati da Bahrfeldt, loc. cit.
(7) Babelon, loc. cit.
147
\'arianti :
a) La -testa di Venere è rivolta a sinistra.
ò) Piccolo capricorno dietro la testa.
Vedi 'J'avoln, n. 9.
e) Mezzaluna dav^anti alla testa in basso,
c^) Capricorno dietro e mezza luna davanti alla testa.
Bahrfeldtc» nell'accurato studio descrittivo di queste
r':ioncte parla anche del piccolo fulmine alato che si trova
c.::asi sempre nel rovescio di questa moneta ai piedi della
\'ittoria a destra. Il disegno è tenue e poco rilevato per cui
questo dettaglio può facilmente sfuggire se non si è pre-
venuti.
Questo asse è assai pii^i raro del precedente di C. Clo-
vius e non credo di esagerare dicendo che per rarità stanno
tra di loro come i a io. E' sempre di bello stile, talvolta
bellissimo. \'edi il magnifico esemplare illustrato in. 9,'.
ALTRO ASSE DI O. OLPILS.
2." jE. Asse semiunciale. Peso medio dei 5 esemplari cono-
sciuti : grammi 10,97. Massimo gr. 12, minimo gr. 10.12.
Baiirfei.dt (2)^ voi. Ili, pag. 151.
Vedi Tavola, n. 5.
/©' — Testa di X'enere diademata a destra.
R — Q • OPPIVS PR • Vittoria di prospetto con piccole
ali allungantesi in alto, che tiene nella mano de-
stra una corona, nella sinistra una palma.
Questa moneta, di cui non fanno cenno i vecchi testi, fu
descritta per la prima volta dal Gnecchi <3). Il B^hrfeldi U»
re cita altri tre esemplari; un quinto illustrato fn. 5) fa parte
della mia collezione.
I detti autori considerano questa moneta come variante.
lo invece la considero come un'altra entità monetaria per la
(I) Iìarterldt, loc. cit.
12) Baiirfiìldt. Nnc/ìlrage itnd herickiigituf^eìi ztir Mititzkittide dcr
EOmisc/ien Republik, voi. Ili. Ilildesheiin, 1919.
(3) Rivista lliìliana di Niimismalica, 1902, pag. Ji.
in !', \ 1 1 u II I ' .r, Navhlrage, ecc.
148
foggia e ratteggiamento affatto diverso della Vittoria e, più
di tutto, per lo stile. Ma di ciò parlerò piìi diffusamente in
seguito.
Poiché Grueber u) nel suo catalogo del British Museum
assegna allo stesso periodo un pseudo asse di L. Plancus,
praefedus ìirbis, traendone conseguenze che discuterò in se-
guito, per dovere d'imparzialità do la descrizione della mo-
neta quantunque si tratti di una falsificazione.
ASSE DI L. PLANCUS (falso)
ìE. Asse semiunciale. Peso gr. 13,30 (Grueber (2), voi. I [4124]).
B' — CAESAR Die • TER Busto alato della Vittoria; dietro
la testa una stella.
9 — L • PLANCVS PRAEF • VRB • Vaso da sacrificio (specie
di anfora).
Vedi Tavola, 11. 3.
Questa moneta fu giudicata falsa primieramente da
Hill (3), in seguito questo giudizio fu confermato dal Wil-
lers (4) e da altri. Il falsario ha approfittato della somiglianza
della figura della Vittoria dell'aureo di L. Plancus con quella
dell'asse di Clovius, per ritoccare malamente nel rovescio
uno di questi assi, fabbricando l'effigie di una brutta anfora a
spese della preesistente Minerva. Ne è riuscita una moneta
ineccepibile al diritto, mentre il rovescio è completamente
rifatto. Ho voluto dir questo per dare un ultimo colpo di
piccone ad un falso monumento.
Ben poche cognizioni storiche abbiamo intorno a C. Clo-
vius. Si sa che nell'anno 45 egli era governatore della Gallia
Cisalpina, da una lettera direttagli in quell'anno da Cice-
(i) Grueber, Coins of the Roman Republic in the British Museum,
London, 1910.
(2) Grueber, id.
(3) Hill, Lettera all'A.
(4) WiLLERs, Gescìiichte der ròiìiischen Kupferptàgung, pag. 99, nota i
149
rone (0. Fu poi nell'anno 293. C. consul suffecttts {^^', inoltre
può darsi che il Clovius menzionato su di una iscrizione fu-
neraria deirepoca di Augusto (3) sia egli stesso.
In quanto a Q. Oppius gli unici documenti storici che
lo riguardano sono appunto le monete da lui battute in qua-
lità di praefectus (4).
A questo proposito si può arguire che egli fosse uno
dei " praefecti classis „ che seguirono G. Cesare in Spagna
nell'ultima spedizione contro i Pompeiani, e secondo l'Eckhel i5)
insieme al suddetto Clovius. Ma se la scoperta del nuovo
asse di fabbrica spagnuola prova la presenza di Oppius in
Spagna, è soltanto una pura ipotesi che C. Clovius facesse
parte della spedizione.
Le monete di questi due personaggi hanno una stretta
analogia per l'epoca e le circostanze in cui furono emesse,
per la qualità di praefectus ed infine per avere in comune
l'effigie della Vittoria, al diritto nell'asse di Clovius e al ro-
vescio in quelle di Oppius; il che suggerisce che queste
monete siano state battute in onore delle vittorie di Cesare.
A questo riguardo le opinioni degli studiosi sono con-
cordi ; solo il Willers (6) giustamente pensa che l'asse di
Clovius sia stato emesso in occasione del trionfo delle quattro
vittorie (fine dell'anno 46 a. C.) e quello di Oppius per la
vittoria di Munda, 45 a. C. E' questa la mia opinione che
conforterò di nuovi argomenti più innanzi
Riguardo alla zecca d'emissione nulla di concreto è stato
detto. Eckhel (7) per primo mette in dubbio che siano state
(1) CicHRo, Epistolae ad Familiam^ XIII, 7.
(2) Babelon, Ioc. cit.
(3) Okklm, Iscrizione n. 4859.
(4) VViLLEKS, ioc. cit., interpreta le lettere PR per PRAETOR an-
ziché PRAEFECTVS. Se così fosse si potrebbe pensare che Cesare
avesse lasciato in Spagna Oppins in qualità di pretore dopo la Vittoria
di Munda (A).
(5) Eckhel, Docirina nnmrnoritm . v/ , v<^l V, pag. 173.
(6) Willers, Ioc. cit.
(7) EcKiiEL, Ioc. cit.
15^
battute in Roma. Lenormant i^' le considera di fabbrica spa-
g-nuola basandosi sul fatto che '' in quel momento della sfar:,::
romana noji st batlevaìio monete di rame a Roma, mentre :ii
Spagna le abitudini particolari del paese le reclamarano im-
periosamente „. Mommsen <2> pure le riferisce alla Spagr.a :
Cavedoni (.3) le dice emesse in qualche porto della Licia o
a Rodi; Friedlaender Uj a Tessalonica; Babelon '5) è del pa-
rere che l'asse di Clovius sia stato battuto in Spagna e
quello di Oppius in Spagna o in Sicilia; Gnecchi (6) in Spa-
gna o in Sicilia ; pure alla Spagna le attribuiscono il Ca-
brici i?) ed il Willers (8). Cohen <9) invece assegna le due
monete alla zecca di Roma. Di questo stesso parere è Gruc-
ber ( io>^ ma egli basa la sua ipotesi sul presupposto che l'asse
di Plancus sopradescritto sia una moneta autentica. Ricono-
sciutane la falsità, con generale consenso, tutto il ragiona-
mento viene inevitabilmente a cadere.
Prendendo in attento esame l'asse di C. Clovius, si ro-
tano particolarità stilistiche e paleografiche, che fanno subito
escludere che esso sia un prodotto della zecca di Roma. In-
nanzi tutto, dal punto di vista artistico, la testa della Vittoria,
nella quale si vogliono raflìgurare i tratti di Calpiu-nia, mo-
glie di Cesare (i^) è assai diversa e di molto migliore fattura
ti) Lenokmant, La ìiioìinaic daiis l'aiitiqiiilr, voi. II, pag. 312-315.
(2) i\Io>iMSKx, Hisioire de la inonnaic rout.
(3) Cavedoni, Aìuiali dell' Istituto, 1850, pag. 152
(4) Friedlaender. Btrliner Blalt fiìr Miinz., voi. II. pag. 147.
(5) Babelon. Ice. cit.
(6) Gnecchi, Rivista Italiana di Niimisììiaiica^ voi. XV, pag. ij.
17) Cabrici, La Niunismatica di Augusto. Studi e materiali di c?r-
cheologia e numismatica, voi. II, 1902.
(8) Willers, VViener Nuni. Zeitschr., 1902.
{g\ Cohen, Monnaies cons. Paris, 1857.
(io) Grueber, Niimisniatic Croii., 1904.
(Il) Questo primo esempio di personificazione della propria moglie
nella tigura della Vittoria, fu seguito da AI. Antonio per la moglie Fulvia,
nel quinario battuto a Lione (Bab.. Ani., 32), nel denaro di Mussidir^s
Longus (Bab.. Mtissidia, 4) e nell'aureo di Nnmonius Vaala (Bab., JVa-
mofiia, i). In seguito così fece anche Augusto per la moglie Scribor.ia
(Bab., Julia. 17) (A).
I=;l
della stessa etìigie che si nota in una moneta contemporanea
coniata a Roma. Intendo parlare dell'aureo di L. Plancus
praefectiis Urbis che porta nel diritto la stessa leggenda
C • CAESAR Die • TER (Bab., Munatia. i) (vedi tavola, n. 41.
Qui i tratti della figura sono assai grossolani, l'insieme della
testa è goffo e inespressivo, e, ciò che piia importa, i ca-
ratteri della leggenda, in tutto simili a quelli delle monete
contemporanee di Roma, sono assolutamente diversi da quelli
che si notano sull'asse predetto. Questi sono caratteristici e
non trovano riscontro in monete coniate a Roma, né prima
né dopo quest'epoca.
Queste caratteristiche paleografiche, che sono ancor pii^i
evidenti nella leggenda del rovescio, rivelano una speciale
tecnica incisoria. Le lettere nelle parti terminali sono chiuse
da piccoli tratti, il che da loro un aspetto speciale a mar-
gini taglienti <r) (vedi tavola, n. i).
Facendo raffronti dal punto di vista paleografico con
altre monete repubblicane della stessa epoca, in un tipo solo
mi è occorso di trovare una spiccatissima somiglianza dei
caratteri della leggenda : nel denaro di Cesare che porta al
diritto l'elefante che schiaccia il dragone e al rovescio stru-
menti pontificali e la leggenda CAESAR (Bahklox, Julia, 9)
(vedi tavola, n. 2).
Questo denaro è da tutti concordemente considerato di
fabbrica gallica. Di esso probabilmente fu iniziata la conia-
zione nel 50-49 a. C. e questa certamente fu continuata negli
anni seguenti per i bisogni della Provincia e delle truppe.
Senza dubbio furono fatte varie emissioni, certo che nel ri-
postiglio di Mornico Losana (^), i denari di questo tipo, me-
glio conservati, presentavano nella leggenda le caratteristi-
che che si osservano nell'esemplare illustrato nella tav., n. 2.
Continuando nell'esame dell'asse vediamo nel rovescio
una figura di Minerva, in un atteggiamento che non trova
riscontro nell'iconografia delle monete della Repubblica. Nel
(i) La paleografia delle inoneic di conio loinaiio in quest'epoca
presenta il solito tipo, le lettere delle leggende nelle parti terminali e
negli ang"'' "'-'Mitano piccoli rigonlìanienti puntiformi o ---i.^ t.^.^rlei;-
gianli lA .
(2) huNA/.::, Il ripo^/i^/io di Montico Losaiia, in Riv. II. .\uìn., 1919.
152
serpente che si nota ai piedi di Pallade e che sembra pre-
cederla si deve raffigurare un attributo dato più volte alla
Dea stessa, cioè il serpente Erichthonios <^0. L'incisore però
nella raffigurazione di questo simbolico serpente lo ha mo-
dellato con fauci spalancate e cristato, e col corpo segmen-
tato (2) e non liscio, in modo da ricordare il dragone, em-
blema gallico, che si trova nel suddetto denaro di Cesare.
Questo dico solo dal lato tecnico-artistico, non essen-
dovi alcun dubbio sulla interpretazione data più sopra.
Dopo queste considerazioni credo di poter affacciare
l'ipotesi che Clovius abbia battuto il suo asse in Gallia.
Esclusa la zecca di Roma come credo di aver dimostrato e,
come d'altra parte è opinione della maggioranza degli stu-
diosi, solo la Spagna o la Gallia potrebbero dare la loro pa-
ternità alla moneta. La Spagna è per me da escludersi prima
di tutto per lo stile e la paleografia, secondariamente per le
ragioni cronologiche seguenti. La leggenda CAESAR DIC-TER
permette di precisare la data di emissione della moneta. Ce-
sare fu dittatore per la terza volta nel 46, al suo ritorno in
Roma dopo la battaglia di Tapso, L'epoca precisa non è
possibile precisarla, ma certamente nella seconda metà del-
l'anno (3). Fu poi dittatore per la quarta volta nell'anno suc-
cessivo press'a poco nella stessa epoca.
Che durante questo lasso di tempo Clovius sia stato in
Spagna con Cesare non mi pare probabile, mentre invece
abbiamo un documento storico inoppugnabile comprovante
che in questo periodo di tempo egli fu nella Gallia Cisalpina
in qualità di governatore. Questo documento è la lettera in-
(i) Statua colossale di Minerva nel Museo Nazionale a Roma. Par-
thenos di Fidia.
(2) Questo particolare non è ben visibile nell'esemplare qui illustrato.
E' visibilissimo in esemplari benissimo conservati.
(3) Mommsen dice che Cesare fu Dictator HI in Novembre del 46
a. C. Certo che gli aurei di Hirtius emessi in occasione del trionfo per
le 4 vittorie portano soltanto Cos III. Si può pensare che Cesare sia
stato investito della terza dittatura appunto in occasione del trionfo.
Non mi persuade la differente cronologia che da Gauter (Zeti. fur Ntim.^
1^955 P^g- 197)' Secondo lui Cesare avrebbe avuto la III dittatura poco
dopo Tapso ma abbiamo appunto una moneta d'argento battuta dopo
Tapso {^Brit. Mtis. Cat., voi. II, pag. 576) sulla quale si legge dic-iter.
153
fiatagli da Cicerone nel 45 a. C. (D e con tutta probabiliià in
primavera. Questa lettera fa presumere che Clovius fosse
già da tempo in Gallia e fa menzione, come di cosa abba-
stanza lontana, di una visita che Clovius stesso aveva fatto
a Cicerone in Roma prima di partire. Questa partenza sa-
rebbe quindi avvenuta press'a poco al tempo dei preparativi
per la spedizione di Cesare in Spagna, e non è improbabile
che il dittatore in questa occasione, come lasciò L. Plancus
praefedus Urbis in Roma, abbia inviato, prefetto in Provin-
cia, Clovius. Ora la moneta sarebbe stata battuta o sul finire
del 46 o nel principio del 45 a. C. L'effigie della Vittoria
sarebbe una glorificazione delle quattro vittorie di Cesare,
non essendo ancora spenta Teco delle grandi feste trionfali
avvenute poco prima in Roma.
In quanto ai ritrovamenti non mi consta che questa mo-
neta abbia figurato in quantità degna di nota in ripostigli.
Posso dire invece, per conoscenza di causa, che essa si trova
assai di frequente isolata nell'alta Italia, è infatti moneta che
si trova comunemente nelle ciotole dei rigattieri, acquistata
per lo pili da contadini. Per questo tramite mi sono passate
per le mani molte decine di esemplari.
Passando ora ad esaminare i due assi di Q. Oppius ri-
peto che non è il caso di considerarli come varianti, ma che
si tratta di due entità monetarie distinte; in primo luogo per
l'atteggiamento della Vittoria, secondo per il peso, terzo, e
questo è il più importante, per lo stile. Per rispetto all'or-
dine cronologico mi occupo prima dell'asse n. 2 (vedi tavola,
"• 5)- Questa moneta rivela a prima vista la sua origine e
non si può a meno di giudicarla un prodotto di fabbrica
spagnuola; anzi, con tutta probabilità, si può assegnare alla
zecca di Corduba. E' in questa città che si reco subito
G. Cesare dopo la battaglia di Munda, e fu certo in quella
zecca che fu coniato da Cesare stesso il denaro d'argento
colla testa di Venere al diritto e trofei ispano-gallici al ro-
(i) Cicero, Ep. ad lam., XIII, 7.
154
vescio (i) (vedi tavola, n. 6). La stessa testa di Venere si nota
pure nell'asse di Oppius. Nel denaro di Cesare dietro la
testa della Dea vi è un piccolo Cupido ed è ciò che avva-
lora l'ipotesi che la moneta sia stata battuta a Cordoba,
dato che le monete autonome di questa città portano al di-
ritto la testa di Venere, al rovescio Cupido (2). Di questa
moneta do illustrazione (vedi tav., n. 7) del solo diritto. Di-
sgraziatamente non ho potuto procurarmi un esemplare mi-
gliore; ma già le poche traccie della figura sono sufficienti
a stabilire punti di contatto colla testa di Venere della mo-
neta in questione. Per quanto riguarda Io stile e la paleo-
grafia vi è una somiglianza spiccata, che non può essere
casuale, coi denari che Minatius Sabinus aveva battuto, poco
prima quale proquaestor di Cneo Pompeo nella Betica e
molto probabilmente nella stessa zecca (vedi tavola, n. 8). I
caratteri della leggenda sono pressoché uguali; si notino in
ispecial modo i p aperti e la r. Curiosa è pure la somiglianza
nell'atteggiamento e nell'aria della figura che è di vero sa-
pore iberico.
L'esemplare illustrato nella tavola, al n. 5, appartenente
alla mia collezione, essendo assai ben conservato, permette
di fare un esame preciso, e il lettore, credo, non potrà ne-
gare l'obbiettività delle mie osservazioni.
Credo che quanto ho esposto valga ad avvalorare l'ipo-
tesi che realmente Q. Oppius deve aver preso parte alla
guerra di Spagna del 45 e che, dopo la disfatta dei Pom-
peiani, abbia seguito Cesare a Corduba, autorizzato a bat-
tere moneta in qualità di praefedus. Può anche darsi che
sia stato lasciato in Spagna con speciali poteri (3) da Ce-
sare che si affrettava a tornare a Roma a cogliere gli al-
lori della nuova vittoria.
(i) Ordinamento di Salis. Grueber, Coins of Rom. Rep.^ ecc., voi. II,
pag. 369, nota.
(2) Heiss, Description gen. des inonuaies de l' Espagne. Paris, 1870,^
tav. XLI, n. i. — Delgado, Nuevo metodo de classi ficatiou, ecc., pag. 125,
medal. aut. Sevilla, 1871.
(3) WiLLERS (lo:, cit.) vuol leggere in PR praetor 2^nz\Q\\h praejectus.
Questa versione potrebbe anche esser giusta e significare che realmente
Oppius fosse lasciato in Spagna in qualità di pretore.
155
Se la sopradescritta moneta per il suo speciale aspetto
attesta chiaramente la propria origine iberica, l'altra moneta
dello stesso O. Oppius (vedi tav., n. 9), cioè il tipo normal-
mente conosciuto, rivela, anche all'osservatore piìi superfi-
ciale, un prodotto artistico infinitamente superiore, tanto da
poter escludere ogni affinità dal punto di vista tecnico-
artistico.
Senza dubbio la zecca nella quale questo asse è stato
battuto doveva disporre di buoni artisti e più di tutto di una
eccellente tradizione artistica. La testa di Venere U) è di ot-
tima fattura, accurati i particolari, nobilissimo il profilo tanto
da riportarci quasi alle magnifiche teste femminili della mi-
glior arte monetaria greca. Il tipo di testa ricorda infatti
quella di Diana sulle monete di bronzo di Agatocle (2). Tutto,
r insieme poi della moneta, tenuto conto della spiccata con-
cavità nel rovescio, ricorda il tetradramma dello stesso Aga-
tocle (3), e anche le lunghe abbondanti penne delle ali della
Vittoria hanno qualche punto di somiglianza colla Vittoria
dello stesso tetradramma.
Potranno sembrare avventate queste mie considerazioni,
ma il fatto che un incisore d'una zecca si sia ispirato a pre-
cedenti capolavori dell'arte monetaria non è inverosimile. In
ogni modo non sarebbe questo il solo caso. Già circa cin-
quant'anni prima l'asse di Cn. Biasio Cn. F. (4) battuto in
Sicilia, ripete esattamente il rovescio del tetradramma di Aga-
(i) W. V. VoiGH nel Journal inteniatioiial, 1911, pagg. 25-30, solleva
qualche dubbio in proposito, formulando l'ipotesi che potesse trattarsi
della testa di Diana anziché di Venere dato che in qualche esemplare
vi è una mezzaluna; ma questa si trova in basso, nel campo e non
sulla fronte. In questo caso poi abbiamo il tipo coniato in Spagna de-
scritto precedentemente nel quale il dubbio non è possibile.
(2) MioNNEr, De<icription des medailles aìiiiques, ìì.» ed., voi. I, pa-
gina 333, n. 54.
(3) MioNNKT, Descript., ecc., voi. I, pac:. 332, n. 48.
(4) Babelon, Ioc. cit. Cornelia, 21.
156
tocle e anche il quadrante dello stesso Biasio (i) ci presenta
un tipo di Ercole con clava, frequente in monete di Sicilia
e affatto estraneo ai tipi della zecca di Roma.
Le varianti a questo tipo di asse di Oppius si riferi-
scono all'essere la testa di Venere rivolta a sinistra invece
che a destra e dalla presenza o meno di un piccolo capri-
corno dietro la testa o di una mezzaluna davanti. Si è di-
scusso intorno a questi due simboli senza venire ad una con-
clusione, ma io non credo si debba dare ad essi soverchia
importanza, perchè con tutta probabilità stanno solo a rap-
presentare diverse emissioni.
In quanto al piccolo fulmine alato che si trova al rove-
scio e che è costante in tutti gli esemplari colla testa a de-
stra, io penso, che data la sua piccolezza e il minimo rilievo
(talvolta è appena visibile), questo simbolo potrebbe essere
una marca, un segno di firma dell'artista incisore. Come
coincidenza, non senza valore, è da notare che il fulmine
alato si trova colla massima frequenza sulle monete di Si-
racusa.
Non è questo il solo esempio di una moneta battuta
con tipi pressoché uguali in due diverse zecche. Poco tempo
dopo accadde qualche cosa di consimile, cogli assi di Sesto
Pompeo. Quando questi si assicurò il dominio della Sicilia
nel 43 a. C. ; in una zecca dell'isola, che è difficile precisare,
coniò insieme a denari d'argento con l'effìgie di Pompeo
Magno (2), un asse che porta nel diritto un bifronte i cui li-
neamenti sono quelli del Grande Pompeo (vedi tavola, n. io).
Questa moneta per l'identità indiscutibile della modellatura
del volto deve assegnarsi alla stessa zecca siciliana nella
quale furono battuti i detti denari e quello di Q. Nasidius (3),
come ha luminosamente dimostrato Laffranchi (4).
Orbene questo asse non è che la ripetizione di uno
(i) Babelon, loc. cit. Cornelia, 23.
(2) Babelon, Ioc. cit. Poinpeia, 25.
(3) Babelon, loc. cit. Nasidia, i.
(4) Laffranchi, Gli assi di Sesto Pompeo coniati in Sicilia in Bol-
lettino del Circ. Nuni. Nap.y serie I, n. 2.
157
stesso tipo già battuto in Spagna (5^ (vedi tav., n. ii). Qui
oltre allo stile e al carattere tutto spagnuolo, il profilo di
Pompeo Magno ripete con tratti simili quello che si osserva
nel denaro di Sesto Pompeo, battuto dopo la sconfitta, con
la leggenda : SEX • MAGN • IMP • SAL (6) e al rovescio PIETAS (7).
Da tutto quanto ho esposto risultano le conclusioni
Iti :
i.° — L'asse di C. Clovius fu probabilmente battuto
nella Gallia Cisalpina quando Clovius stesso era governatore.
L'ipotesi è basata su alcuni punti di contatto, dal punto di
vista tecnico-paleografico, col denaro di Cesare sicuramente
coniato in Gallia e su ragioni cronologiche.
2.° — L'asse n. 2 di Q. Oppius fu coniato in Spagna
a Corduba e lo provano lo stile prettamente spagnuolo, la
somiglianza di tipo con altre monete emesse in quella zecca.
3.° — L'asse n. i di Q. Oppius fu battuto in Sicilia, forse
a Siracusa. L'arte superiore, alcune caratteristiche comuni
ad antichi conii siracusani, mentre confortano la mia tesi,
stabiliscono l'origine affatto diversa di questa moneta rispetto
alla precedente.
Milano, 20 Agosto ig2n.
Pompeo Bonazzi.
(5) Di questi assi vi sono anche alcuni tipi assolutamente barbari
che potrebbero essere contraffazioni. Io non escludo però che qualcuno
di questi possa essere stato battuto in Sardegna poiché ci ricordano il
barbaro aspetto del Sardiis pater.
(6) Laffranchi legge in SAL le prime lettere di Salduha città della
Tarraconese, alla cui zecca assegna la moneta. La zecca di Sesto Pompeo
Ut Spagna in Rìv. Il, di Niim., 19 12.
(7) Bauelon, Ice. cit., Pompeia, 17.
158
SPIEGAZIONE DELLA TAVOLA
mia collezione
Brit. Museuni
mia collezione
I. JE Asse di C. Clovius (Gallia)
, 2. JR Denaro di C. Caesar „
3. JE Asse di L. Plancus (falso)
4. N Aureo di L. Plancus (Roma)
5. JE Asse di Q. Oppius (Spagna) „ ,,
6. M Denaro di C. Caesar (solo diritto) „ „
7. Al Moneta autonoma di Corduba
(solo diritto) Brit. Museum
8. JR Denaro di M. Minatius Sabinus „ „
.9. JE. Asse di Q. Oppius (Sicilia) mia collezione
10. JE Asse di Sex. Pompeius (Sicilia) ,, „
11. ^ Asse di Sex. Pompeius (Spagna) „ „
P, B.
1920.
RIVISTA ITALIANA DI NUMISMATICA
P. BONAZZI; Gli assi di C. Clovius e Q. Oppius.
Intorno a due rarissimi medaglioni di Lucilla
relativi al culto delle Divinità Generatrici
Le monete che si conoscono di Lucilla, con la figura
allegorica della " Fecondità „ avente sul grembo o attorno
uno o piiJ bambini, sono evidentemente allusive ai diversi stati
di maternità della giovine consorte di Lucio Vero.
Per difetto di ogni altra testimonianza storica intorno
alla famiglia di Lucio Vero, la medaglia di Lucilla con la
■figura della '* Fecondità „ ovvero quella di Giunone Lucina,
costituiscono un documento sicuro per ritenere che quella
avesse avuto figliuoli dal suo imperiale consorte.
Col tipo della " Fecuditas „ sulle monete, si vuole ge-
neralmente alludere alla fecondità delle imperatrici romane.
Il primo ad introdurre il culto di quella divinità a Roma, fu
Nerone, quando Poppea nell'anno 63 gli partorì una bam-
bina che poco dopo prematuramente gli morì. In quella cir-
costanza il Senato Romano, per rispondere all'esultanza del-
l'imperatore, elevò un tempio alla " Fecondità „ e ne celebrò
la dedicazione con dei giuochi i quali dovevano rappresen-
tare la vittoria d'Acù'um avvenuta sotto Augusto (i).
L'Henzen ha creduto di poter fissare la data di quelle
feste al dodicesimo giorno delle calende di febbraio, ed in tale
ricorrenza si esprimevano i voti, per il fausto evento, al-
l'imperatrice che sotto aspetto della " Fecondità „ (Fecun-
ditas Augusiae), era già stata investita di quel titolo d'onore
(I) Tac, Ann., X, 23.
i6o
dal decreto del Senato (i). D'allora in poi l'effigie di quella
figura allegorica sulle monete servì a celebrare le nascite
imperiali, e qualche volta essa non fu che una copia della
Veniis Felix, altra divinità maternale, la quale era rappre-
sentata sotto aspetto di matrona, avente lo scettro in una
mano ed un fanciullo sul braccio (2).
Ma non pare dubbio che sotto il tipo della '^ Fecondità ,;
sieno in generale riprodotte sulle monete le sembianze delle
imperatrici romane, per le quali si era istituito di quel tempo
l'uso di celebrare l'epilogo felice delle gravidanze. Si ag-
giunga inoltre che i genietti o fanciulli, i quali in numero
diverso sogliono circondare l'imperatrice seduta, dovrebbero
rappresentare i figliuoli. Il numero di quelli è vario, e di uno
se ne contano fino a cinque. Da ciò è lecito anche sospet-
tare che alla coniazione di quella specie di monete comme-
morative si dava corso nella ricorrenza di ciascun parto, e
che le mogli dei Cesari vi erano effigiate col numero rispet-
tivo dei figli.
Così vediamo in alcuni esemplari effigiata Faustina gio-
vane con un solo bambino sulle braccia (Coh., 99 a 102);
in altri, con tre, due fra le braccia ed il terzo in piedi, ac-
canto (Coh., 103-106); in altri, infine, è rappresentata l'im-
peratrice con quattro fanciulli, due sulle braccia e due ac-
canto (Coh., 93-98).
In questa serie di figurazioni manca il tipo intermedio,
quello con due soli fanciulli. Faustina, infatti, ebbe sette fi-
gliuoli da Marco Aurelio, ma quattro soltanto sopravvissero,
cioè Commodo, Lucilla, Galeno Antonino ed Annio Vero.
Nella serie di Giulia Domna, riportata dal Cohen dal
n. 41 al n. 46, e specialmente sopra un medaglione (n. 45),
I
(i) Henzen, Ada frat. Arval.^ pag. 85. — Ved. C. /. L., VI, i, 2043 ;
I, XII Kal. Febr. : In Capiiolis vota soluta qiiae susceperunt prò pardi
et incolumitate Poppeae.
(2) Il Peter (in Roscher AiisfuJir Lexik., pag. 1471) paragona la
figura tradizionale della " Fecundiias „ aWEirétté di Cephisodoto ed alla
Venus Felix che si scorge sulle monete di Mammea e di Salonina. Cfr.
EcKHEL, Doctr. Niim. Vet., tav. VII, pagg. 78, 196, 413.
i6i
si scorge distintamente l'imperatrice in sembianza della " Fe-
condità ,; seduta a destra, nell'atto di allattare un fanciullo
che tiene sulle braccia, mentre un altro fanciullo più gran-
dicello le sta in piedi, davanti. Il Cohen crede doversi rico-
noscere in quei due fanciulli Caracalla e Geta. All'inizio del-
l'impero di Settimio Severo, Caracalla contava cinque anni
e Geta quattro. Essendo probabile, a motivo della leggenda,
che quelle medaglie di Giulia Domna fossero state coniate
Tanno primo di Settimio Severo, si rende anche verosimile
che il monetario, col riportarsi ad un'epoca molto lontana,
quando forse Caracalla contava due anni e Geta uno, avesse
voluto, in omaggio all'imperatrice Giulia, rappresentarla sotto
il tipo della ^^ Fecondità „ (i).
Altri esempì non mancano. Giulia Mammea che ebbe un
solo figlio, Alessandro Severo, è effigiata sulle monete (Coh.,
5-10) sotto aspetto della " Fecondità „ con un solo bambino
sulle braccia.
Queste figurazioni allusive al concetto della maternità»
si estendono a quasi tutti i tipi delle Auguste romane; ma
non bisogna ritenere in linea assoluta che il numero dei ge-
metti rappresentati sopra ciascuna moneta, in grembo o al-
lato alla figura matronale, corrisponda perfettamente a quello
rispettivo dei figliuoli di ognuna delle mogli dei Cesari. La
storia, molto oscura al riguardo di qualcuna di esse, non
sempre è di conforto alla tesi di quei riscontri. Così, per
esempio, parlando di Crispina, si ritiene che avesse avuto
un figlio da Commodo, ma gli storici nulla affermano al pro-
posito. Soltanto sopra un esemplare che le appartiene si rav-
visa la " Fecondità „ con un fanciullo (Coh., 17).
Tornando a Lucilla, la serie monetale col tipo della
" Fecondità „ allude evidentemente ai figliuoli procreati in
prime nozze con l'imperatore Lucio Vero, che quella sposò
nell'anno 917 (164 d. C.) e che si vuole avesse in seguito
avvelenato per gelosia di rapporti con la sorella Fabia. I
(i) Cohen, Descripl., ecc., II ed., voi. IV, 109, n. i. I tipi che si
scorgono ai numeri 34, 37, con la " Fecondità „ alludono alla terra ed
alle quattro stagioni.
102
tipi con la " Fecondità „ nella serie di Lucilla, ci rivelano,
a preferenza di altri appartenenti ad altre serie (Coh., i8 a 26),
la particolare cura che ella ebbe nell'ostentare la sua fun-
zione materna e corrispondono con ogni esattezza alla gra-
duale successione dei parti felicemente compiuti. I fanciulli
che vi si scorgono sono tre, corrispondenti appunto al no-
vero dei figliuoli che quella ebbe da Lucio Vero. Nella suc-
cessione cronologica di quei tipi si scorge dapprima Lucilla
che tende le baccia ad una bambina che le sta dinanzi
(Coh., 24) la prima delle figlie.
In altra moneta i puttini aumentano a due, forse un ma-
schietto ed una femminuccia, dei quali il primo è sulle gi-
nocchia della madre, l'altra sta in piedi, accanto (Con., 18,
19). I rimanenti tipi (Coh., 2023) mostrano il numero aumen-
tato a tre, e vi si scorge Lucilla con uno dei figliuoli sulle
ginocchia, l'altro alle spalle, il terzo ai piedi.
Questi stadi di successione nell'accrescimento della prole,
sono molto evidenti, come ho detto, nella serie di Lucilla, e
da ciò si argomenta come il culto verso le divinità tutelari
dell'infanzia, non andò disgiunto da quella specie di orgoglio
che le mogli dei Cesari dovevano provare nel veder con-
sacrato sulle specie monetali, sia per volontà propria che
per compiacenza del Senato, il ricordo della loro virtù fe-
condatrice.
Ma in Lucilla tale virtù trascende da semplice carattere
ufficiale o consuetudinario e rivela una più perfetta senti-
mentalità. Infatti, sopra due rarissimi medaglioni che le ap-
partengono, sono effigiati, in modo assai particolareggiato,
due scene inerenti al culto ed alle funzioni della maternità,
le quali attestano, al disopra di ogni altra manifestazione di
contenuto religioso od ufficiale, l'amore e la devozione par-
ticolare che la consorte di Lucio Vero, ad esempio della
madre Faustina ebbe verso la sua prole.
Si tratta di due importanti episodi famigliari, che a
me sembra devonsi scorgere nelle figure effigiate sopra i
due ricordati medaglioni e che sono sfuggiti, come sembra,
a coloro che fino ad oggi si sono adoperati ad interpretare
questi ultimi.
Il primo dei medaglioni, unico fino ad ora, è quello che
163
apparteneva alla collezione Martinetti, venduta in Roma nel
1907. È riprodotto alla tav. XXVIII, n. 2277 del catalogo e
così descritto :
^ — LVCILLAE AVO ANTONINI ÀVG • F • Son buste à dr.
P — (Anepigrafe) Lucilie debout à dr., recevant des mains
de Vénus assise le groupe des Charites.
Lo Gnecchi (i) scorge in quella scena " Vesta con lo
scettro, assisa a sinistra, in atto di ricevere le statuette delle
tre Grazie offertele da Faustina che le sta diritta davanti ,;.
Ora a me sembra che il significato della scena sia affatto
diverso. Non sono già da identificarsi con le tre Grazie i
tre puttini minuscoli che si vedono posati nelle mani della
divinità, ma i tre figliuoli di Lucilla, e la scena potrebbe ri-
portarsi a quella cerimonia lustrale ch'era solita d'accompa-
gnare la consacrazione religiosa dei figliuoli nati da connubio
imperiale alle divinità tutelatrici deirinfanzia.
I riti domestici dei romani consentivano, dopo le nascite,
questo genere di lustrazioni famigliari, accompagnate da sa-
crifizi alle divinità protettrici dell'infanzia e da cerimonie di
svariata natura, devolute per lo pili a Giunone (2). Fra quelle
cerimonie, comuni anche alla Corte imperiale, vi era la pre-
fi) J medaglioni romani^ voi. II, pag. 51, n. io. Il medaglione (niod. 37,
gr. 46,150) è comune con Faustina juniore.
(2) Mommsen-Makquardt, Le culle chez les Romaius, trad. Brissaud,
Paris, 1889, I, 17. — Id. id., La vie privée des Romaius. trad. Henry,
Paris, 1892, I, 99.
104
sentazione o dedicazione dei figliuoli alla divinità. Di Cali-
g-ola scrive Svetonio (i), che " infanteni..., Jiiliam Driisillam
appellatam per omnium Deorum tempia ciraimferens, Mi-
nervae gremio imposiiit, alendamqiie et institueìidam com-
mendavi t .,.
Una scena di quel genere, rappresentante la dedicazione
dei figliuoli a qualcuna delle divinità generatrici, Venere o
Giunone, mi sembra con ogni probabilità doversi scorgere
nel medaglione sopra descritto.
Ma non è soltanto nella consecrazione o dedicazione dei
neonati alle divinità che si manifesta lo zelo materno del-
l'imperatrice. Esso diventa più significativo in un'altra scena
di consecrazione postuma alle divinità inferiori, la quale scena
dovrà probabilmente riferirsi alla circostanza della morte di
uno dei pargoletti, come sembra potersi desumere dal ro-
vescio pure anepigrafe di un altro rarissimo m.edaglione, ri-
masto fino ad oggi a tutti inesplicabile.
Il complesso infatti della rappresentazione e l'atteggia-
mento delle figure che in esso sono effigiate, non potrebbero
chiarirsi senza il sussidio d'una rappresentazione analoga
che, per buona fortuna, non ci viene a mancare. Il Cohen
(Lucilla, 103) che descrisse per la prima volta questo meda-
glione, già della collezione Dupré, sopra un esemplare non
genuino del Gabinetto di Francia, così si esprime a riguardo
della scena che vi è rappresentata: " Cette description n'a
d'autre raerite que d'indiquer à peu près ce qui se voit sur
ce médaillon dont la vrai interprétation est difficile à déter-
miner „ (2). E non senza ragione ne diede ragguaglio, pura-
mente generico, a questo modo :
^ — LVCILLAE AVG- ANTONINI AVG • F • Son buste à dr.
9 ' — Sans legende. Femme debout à droite secouant un
arbre d'oìi s'envole un genie; sous l'arbre, un
genie ailé sur un autel; à droite, une femme ac-
croupie sur le borde d'un étang, puisant de l'eau;
a còte d'elle, un enfant debout; plus haut, sur une
(i) Cai., 25.
(2) Descript., cit., IH, 224, n.
i65
base, un genie ailé semblant prendre son voi; et
sur le second pian un troisième genie sur le mur
d'un jardin dans lequel sont des arbres dont on
voit la cime.
Lo Gnecchi descrive pure genericamente questo rove-
scio e vede nella donna di fronte l'immagine di Lucilla sotto
l'aspetto della " Fecondità „ (0.
Al Cavedoni era sembrato che quel rovescio dovesse
rappresentare l'imperatrice Lucilla, in sembianza di Venere
Generatrice, nell'atto di giuocare con i suoi figliuoli mischiati
a tre amorini, ovvero genietti, m una villeggiatura imperiale,
presso un laghetto od un parco. La giovine fanciulla eh' è
curva ad attinger l'acqua, sarebbe la primogenita di Lucilla 12).
Ora, invece, la scena che si svolge in mezzo a quell'in-
teressante e complesso gruppo di personaggi, dovrebbe, ^
mio giudizio, riportarsi alla celebrazione d'una cerimonia lu-
strale e magica, di carattere propiziatorio verso le divinità
inferiori, certamente allusiva alla morte di uno dei figliuoli
dell'imperatrice e fors'anco al pericolo corso da un altro di
essi. Essa può dividersi in due parti, ed interpretarsi così :
La figura che si vede in mezzo al giardino (che tale è l'am-
biente in cui si svolge l'azione) è quella di Lucilla in piedi,
nell'abito di Venere Generatrice, con la mano destra solle-
vata, nell'atto d'afi'errare dall'albero sacro il ramo lustrale.
(i) Gnecchi, / tnedaglioui, cit, II, pag. 51 e tav. 76, n. 8. Il i( vescio
è comune a Faustina juniore (Ivi, tav. tS, n. 2).
(2) Bulle! i. Are lieo log. Napolc/., n. 128.
i66
A sinistra, accanto all'albero, è situata un'ara o altare, e dei
due genietti che vi si scorgono da presso, l'uno sta sul punto
di precipitare nello stagno sottostante, il quale rappresenta
la palude Stigia ; l'altro sull'altare si dispone, come sembra,
ad imitarlo. Nella parte a destra della scena sono raffigurati
due genietti che riescono dalla palude come ritemprati dal
lavacro subito; e la figura che si osserva in ginocchio sul
bordo della palude, è quella di Lucilla nell'atto di raccogliere
l'acqua in un vaso per il rito lustrale, segno evidente d'una
cerimonia di carattere propiziatorio e magico, compiuta dal-
l'imperatrice per ottenere la salvezza dei due figliuoli so-
pravvissuti, forse ad una ricorrenza letale.
Come ho accennato più sopra, non sarebbe stato possi-
bile rilevare il significato di questa scena complessa e mi-
steriosa senza il sussidio d'una testimonianza o rappresenta-
zione analoga. E questa per fortuna si nnviene nell'aff'resco
parietale d'una tomba dell' Esquilino, scoverto a Roma nel
1758, nel quale è riprodotto l'episodio caratteristico di cui
ci occupiamo (i).
Non v'ha dubbio che l'ideatore della scena effigiata nel
medaglione abbia dovuto ispirarsi alla pittura e che il sog-
getto della rappresentazione doveva essere in quel tempo
abbastanza conosciuto, trattandosi di un episodio della fami-
glia imperiale.
Lo scenario della pittura è parimenti diviso in due
gruppi. Nel primo gruppo, quello di sinistra, si vede l'im-
peratrice in procinto di staccare il ramo dall'albero sacro, ac-
canto al quale è situato pure l'altare coi due genietti nel-
l'atteggiamento sopra descritto. Il terzo genietto, ch'è quello
che si osserva anche sul medaglione, sopra una specie di
terrazza, è nell'atto come di disperarsi alla visione funesta
del compagno che precipita nella palude Stigia. Nel piano
più basso della pittura, che costituisce il secondo gruppo,
si scorge l'imperatrice pure in sembianza di Venere, seduta
sopra una roccia, sulla sponda del lago, con due genietti
1
(i) Ved. BuTi, Parieiiìtae pictiirae inter Esqiiilinum et Viminalem
collem deleciae, Roma e, 1758.
167
che le stanno dinnanzi, uno dei quali inginocchiato si di-
spone a tuffare il compagno nella palude infernale per ren-
derlo invulnerabile, mentre l'altro si accinge anche lui a
slanciarsi nell'acqua, secondo il concetto espresso dai poeti
intorno alla palude Stygia, nella quale alcuni, ritemprandosi,
trovano la vita, mentre invece altri miseramente vi periscono.
Non va qui taciuto che il contenuto di questa pittura,
reso abbastanza evidente dalla dotta esposizione che ne fece
il Mailer, collima quasi interamente con la scena del meda-
glione (i) e non v'ha dubbio, secondo me, che anche qui
debba trattarsi d'una cerimonia lustrale, ovvero di un rito
magico d'esecrazione, relativo forse ai misteri d'Eleusi.
È noto che al tempo di Marco Aurelio, Alessandro di
Paflagonia aveva introdotta in Roma la celebrazione di quei
misteri e di quelle cerimonie magiche, le quali andarono
sempre più generalizzandosi alla fine del paganesimo favo-
rite anche dalla filosofia dei neoplatonici. Le dottrine di co-
storo si erano fin d'allora mischiate agl'insegnamenti dei
hierifanti Eleusi, ed i misteri {Tzlz'ua.i) teurgici dei neoplato-
nici, coi loro incantesimi, colle lustrazioni, coi sacrifizi, erano
considerati come altrettante pratiche inerenti al culto super-
stizioso di quei tempi (2).
È molto probabile, come ho detto, che la scena di cui
ci stiamo occupando, debba riferirsi al rito magico eleusino.
Cerere era la madre e protettrice dell'infanzia, e nelle ceri-
monie magiche in onore di lei, erano addetti uno o più fan-
ciulli ([A'jv3-£VT£; 'a(p' ìgtìt.;). Cerere o Demeter era la dea sa-
lutare (SoiTYipia), invocata a preservare i fanciulli dalle ma-
lattie, Gea e Demeter possiedono le fonti e le sorgenti sa-
lutari, come la fontana di Patrae, ove si emettevano responsi
e si celebravano misteri. Nella magia antica si adoperava
l'acqua per evocare i morti :
Umbra neqiie haec magis inortua prodit aquis,
dice Properzio. Il ricorso in generale alle divinità ehtonie,
(i) JVitìLi.ER Ottfr., Deiikm. d. alt. Kuns/., toni. I, tav. LXXIV, n. 427.
(2) LuciaNm Alex., 38 e segg. — Eunap. V. Porphyr., 457. — Val.
Max, 474-75 (Kdit. Didot.).
i68
aveva carattere funebre, infernale, ed i misteri che in onore
ad esse erano celebrati, servivano a commemorare e rievo-
care i morti. In questo senso '' Demeter Hercyna „ era as-
similata air ^' Orcus „ ed il culto professato a lei consisteva
neirapplicazione al concetto della vita futura di cerimonie
lustrali e di riti magici di purificazione (i).
Giovanni Pansa.
(i) Cfr. Preller, Mysieria (in Pauly's, Rea/ Encyc/op., pagg. ^ii-^6).
— Jean Réville, La religion a Rome sotis les Sévcres, Paris, 1886, pa-
gine 174-190. — Saglto-Daremberg, Dictionn., s. v. " Alysteria „ ed
" Eleusini a „. — Boissier, La religion romaine d'Auguste aux Anionitis^
Paris, Hachette, 5*= Edit., 1900, pag. 198.
I
LA MONETAZIONE NELL'ITALIA
BARBARICA
{Continttazioìie: vedi voi. II, i", 2» e 3° trimestre 1919).
Parte li. — La legislazione monetaria
L
IL DIRITTO MONETARIO.
Sistematisi 1 regni Germanici per tutta T Europa, noi vi
vediamo diversamente sviluppato il concetto giuridico della
moneta. Presso i Visigoti la moneta è un diritto regio: essa
porta il nome del sovrano e quello della zecca ove viene
battuta e la legge punisce duramente quanti la falsificano d)
e proibisce che, se buona, venga ricusata (2). Regalia è pure
la moneta presso i Burgundi, ed i loro coni portano il mo-
nogramma regio.
Un titolo delle constitutiones extravagantes della legge
burgunda (3) stabilisce che tutte le monete d'oro abbiano
corso, praeter quattuor tantum monetas, hoc est: Valentiani,
Genavensis prioris et Gotici, qui a tempore Alarici regis
adaerati sunt, et Adaricianos.' Molto si è discusso su questi
nomi: certo Valentiani indica le monete coniate in Valenza,
che la lettura Valentiniani data dal codice parigino 10753
non è accettabile in nessun modo; Genavensi quelle della
zecca di Ginevra. Per quelli di Alarico abbiamo in sussidio
un passo di Avito (4): cui curruptam potius quam confectam
auri nondum fornace decocti crediderim inesse mixturam vel
illam certe, quam nuperrime rex Getarum secuturae prae-
sagam ruinae monetis publicis adulterium firmantem manda-
ci) Z^jf Visigoti!., VII, 6, 1-2.
(2) Lex Visigoti!., VII, 6, 5.
(3) Leges Bitrgund., const. extrav. XXI, 7.
(4) Ep. 78; ed. Peiper, LXXXVII, pagg. 96-97: fu scritta nei 509.
Vi
I70
verat. Più complicata è l'interpretazione dell'ultimo nome'
il sopracitato codice dà Adaricae annos, che non vuol dire
nulla per quanto riportato nell'edizione del Du Tillet; Va-
lerio e Lindenbrog leggono Ardaricanos dal nome di un
principe gepido; Binding seguendo Du Gange lesse Alari-
cianos; Dubos legge Armoricanos; Bluhme, Aduricanos ;
Dahn propone Arduricanos, volendo entrambi derivare il nome
dalla località di Aduris; infine il De Salis propone Atalari-
cianos. Qualunque interpretazione si voglia dare ai nomi
delle zecche, in ultima analisi qui non si ripete altro se non
il divieto già sanzionato nella novella di I\Tai(uano del 458
contro le monete di peso scadente.
Presso gli Ostrogoti più precisamente è documentato il
perseverare del sistema romano: la moneta, come ai tempi
del cadente impero, era affidata ai comes sacrarum largitio-
num (0 dal quale dipendeva il prefetto monetario (2). E ben
si marca il carattere di sacrilegio che ha Talterazione della
moneta che porta il santo volto del sovrano. Ciò dimostra
ancora l'esistenza in Italia di un ordinamento statale sufficien-
temente organico, contrariamente a quanto lo stesso Cassio-
doro lamentava per le parti transalpine del dominio Goto
in una lettera scritta fra il 523 ed il 526 : Monetarios autem,
quos specialiter in usum publicum constat inventos, in pri-
vatorum didicimus transisse compendium. qua praesumptione
sublata prò virium qualitate functionibus publicis applicen-
tur (3). *
Il dissidio profondo fra l'Italia ed i paesi d'oltre alpe
viene acuendosi e precisandosi nel successivo periodo sto-
rico, quando da noi si stabilisce saldamente il regno lango-
bardo ed in Gallia quello merovingico : dall'una parte diritto
regio della moneta, dall'altra libertà di monetazione. L'uno
e l'altro sistema rimarranno antagonisti per tutto il medioevo
e la storia giuridica della moneta è tutta costituita dalle loro
lotte, dal loro compenetrarsi o dal prevalere temporaneo
dell'una sull'altra.
(i) Cassiodori varianim, VI, 7. § 3.
(2) Cassiodori varianim, VII, 32, che sec. il cod. Cesenate aveva
il titolo: formula qua moneta committitur praefecti nionetae.
(3) Cassiodori vara/uni, V, 39, § 8.
171
È necessario perciò ben studiare e l'uno e l'altro.
È noto come la monetazione langobarda in Italia, per
un primo periodo del secolo VII, non sia stata se non una
falsificazione dei conii imperiali: è a Rothari (636-652) che
si attribuisce la prima moneta recante il nome regio (0. Nel-
r Editto il re langobardo stabilisce ben chiaramente il diritto
regale, scrivendo nel e. 242: Si quis sine iussionem regis
aurum figuravit (2) aut moneta confixerit, manus ei incida-
tur (3). La tradizione della massima è precisa nei testi legali
successivi (4).
Un'osservazione fondamentale dobbiamo fare alla for-
mola dell'Editto: in esso si parla di figurare o segnare l'oro
e di fabbricare la moneta, due cose ben distinte nell'espres-
sione letterale e quindi, per un legislatore preciso come Ro-
thari, ben distinte anche nella sostanza. Il che mi pare non
sia stato avvertito dai commentatori moderni. Se per la se-
conda formola non vi è dubbio d'interpretazione (s), la prima,
che non è mai stata studiata, richiede dei chiarimenti.
Oro figurato (6) è un'espressione non rara, come già ho
avvertito, nei documenti italiani e stranieri dei secoli barba-
rici : che non fosse oro monetato è facile arguire per il con-
testo stesso delle carte, dalle quali risulta esser sempre que-
st'oro considerato a peso, a libbre o ad oncie. E dunque una
massa di metallo che porta un segno o figura impresso ad
indicarne alcune qualità: e siccome qualità importantissima
dell'oro è di essere più o meno puro, il segno o la figura
dovevano esser poste a garanzia del tenore di intrinseco
nella massa metallica.
Oro figurato vuol quindi dire per me oro di cui è con-
trassegnato il titolo. La prima parte quindi della formola lan-
(i) Sta al museo di Brescia. Cfr. CNI, IV, png. 4--, n. i.
(2) Il cod, di Gotha ha signaverit.
(3) Incisione mnltetur, reca il cod. di Gotha,
(.j) Concordia, XXIX; Lombarda, I, 28, i; Libcr Papiensi^ in Roth.
242. Il Liber Papiensis Lndo'uici Pii, 25 (27), usa per la prima volta
nelle glosse, il termine battere la moneta.
(5) Il termine conficere relativo alla iimiMtn fnlsn, si trova arirlie
nella Lex Visigot/ioriim^ VI, i, 4.
(6) Qualche volt;i, ma assai più raraniciite, si lia aiK'he " argento
iìcurato ...
172
gobarda non e altro se non un ripetere in forma sintetica
il divieto contro l'adulterazione dei metalli distesamente san-
cito nella legge visigota (i), ma per di più contiene T indica-
zione della garanzia, il segno o la figura.
Dobbiamo venire alla conclusione che lo stato lango-
bardo esigeva una garanzia sul titolo degli oggetti d*oro
posti in vendita, che vi era quindi una marca ufficiale dei
metalli preziosi.
I dati archeologici vengono ad avvalorare queste dedu-
zioni in quanto vedremo come dal IV secolo in poi nell'Im-
pero si siano segnate con marche speciali sia le masse di
metalli preziosi, oro ed argento, quanto gli oggetti della
stessa materia. Cominciamo ad occuparci di questi ultimi.
Nel marzo 1900 si scoprivano a Valdonne, nel diparti-
mento delle Bocche del Rodano (2), due coppe d'argento
che ora sono al museo del Louvre. Al rovescio entrambe
presentano delle contromarche disposte circolarmente sui
fondo delle coppe : quelle della più pesante sono cinque,
due identiche rappresentano una croce formata con linee di
globuletti neir interno della quale è una seconda croce
con l'estremità delle braccia terminate da lettere greche ;
due altre identiche formate da un monogramma pure cruci-
forme sempre nello stesso circolo. La seconda coppa, più
leggera, ha essa pure cinque contromarche : due identiche
sono a croce, due altre identiche rappresentano una testa di
profilo, la quinta offre una iscrizione in tre linee entro un
rettangolo di globuli. L'iscrizione da il nome + ARBALDO +
scritto al rovescio. La prima coppa è bizantina; la seconda
per il tipo della testa e per la grafia dell' iscrizione può es-
sere stata eseguita o contromarcata nella Gallia meridionale,
nel secondo quarto del VII secolo (3).
L'elenco degli oggetti dei bassi tempi contromarcati non
si ferma qui, e tu potuto di molto allungare (4).
(i) Lex Visigot. Reccasviud, 7, 6, 3 e 4.
(2) Cfr. Gérin-Ricard in Bull, archéologiqiie dn Coitiiic., 1901? pa-
gine 27-31, tav. II.
(3) Per la data cfr. Puou in Bitll. aniiquaires de Frai.ce, 1910, pa-
gine 253-256.
(4) Cfr. Mkron di: Villefosse in Bidl. atdiq., cit., pagg. 246-253.
L'elenco dato da questo autore è meno completo dei mio.
173
Già Arneth aveva segnalato un vaso d'argento del museo
imperiale di Vienna (0 che reca cinque contromarche disposte
in giro attorno ad una centrale: una è cruciforme con mo-
nogramma a lettere greche, la seconda ha una testa nimbata
di faccia, circondata dal nume ANAP6AC, la terza è a base
rettangolare e sommità arcuata con testa nimbata e mono-
gramma, le ultime due incomplete sembrano la ripetizione
della seconda e della terza. Arneth le data del VII secolo.
Parecchie contromarche su oggetti trovati nella Russia
meridionale furono fatte conoscere da L. Stephani (2). Una
casseruola proveniente da Perm porta tre marche, una cir-
colare con busto nimbato, una esagonale e una triangolare.
Una coppa del museo dell'Eremitaggio ha cinque marche,
una cruciforme ripetuta due volte, una rettangolare ripetuta
due volte e una esagonale con busto nimbato (3). Una cas-
seruola della raccolta Obolensky ha cinque marche, una cru-
ciforme a monogramma ripetuta due volte, una rettangolare
col nome dell'imperatrice 0GO4>ANCO, una circolare illeggi-
bile ed una esagonale con busto nimbato ed il nome
lOOANNOY U).
Un altro ritrovamento fatto nel 1878 presso Perm fece
conoscere altri oggetti con contromarche. Uno ne porta cin-
que delle quali una cruciforme, una arcuata con busto nim-
bato e monogramma, due circolari con busto di fronte e una
rettangolare. Il nome ANAPEOY vi è inciso sotto (5). Due
piatti mostrano cinque contromarche (6).
Una casseruola trovata a Cherchel ha quattro contro-
marche, una cruciforme col nome ANAPCOY e il monogramma
(i) Die antikcn Gold-imd Silber-Moiiumenie des k. k. Miìnz-und Au-
tiken-Cabineltes in IVien, pa^jg. 78-79, n. 90, tav. S. VII. CtV. Dalton,
Catalogne of early christ. antiqnilies, paji. 186.
(2) Erklàrnn^ einiger Ktmsiwerke der K. Eremiiage in Compie rendti
de in Commission imperiale Archéologiqite poitr /'annéc 186'], pa.ug. 48-50;
atlante, tav. Il, n. i,
{3) Idem, pag. 52; atlante, tav. II, n. 4.
(4) Idem, pdg. 211.
(5) Compie rtudii de la Coni in. imphiale archéologiqite pony iH'jS-'ji)^
pag. 148; atlante tav. VII.
(6) Idem, pagg. 157 e 158.
174
della parola GYBIOY, la seconda ovale ha un busto nimbato
col nome KOCMA, la terza rettangolare ha un busto nimbato
col nome I(jO[ANN]OY e forse 6YBI0Y in monooramma, la
quarta esagonale sembra contenere il nome [I0YCTI]NIAN0Y(^).
Altri gruppi di oggetti siriaci portano delle contromarche
che per quanto io sappia non sono state edite : così il mis-
sorio, il calice e la patena di Riha. L'Ebersolt ha invece de-
scritte, senza però riprodurle (2), le marche del flabellum di
Stùmà, oggi al museo imperiale di Costantinopoli : esso ne
"porta cinque, la prima rotonda con un busto nimbato e la
dicitura IGOANNOV, la seconda poco chiara con un mono-
gramma di cui ben si vede solo la lettera K e attorno le let-
tere di un nome... GEOV.-., la terza elittica con un busto
nimbato sopra al monogramma di 0EOACOPOV e attorno il
resto di un nome... OV..., la quarta infine cruciforme col mo-
nogramma di GEOACjOPOV nel centro e nelle quattro braccia
il nome AI-OM-IA-OV.
Altre oreficerie siriane contromarcate si conservano ?.\
Museo Britannico e furono edite dal Dalton. Dal tesoro di
Lampsaco proviene un sostegno di lampada a forma di tri-
pode con due marche cruciformi aventi le lettere che for-
mano il nome C6CT0C. Un disco ha quattro marche in due
delle quali, identiche, fu letto il nome CICINNHC. Dal tesoro
trovato presso il monastero d'Acheripoetos a Cipro proven-
gono un piatto con cinque marche ed un vaso esagonale
con tre simili a quelle del piatto (3). Una delle marche è
rettangolare con sommità arcuata e contiene una figura di
Santo col nome + IOANNIC e un monogramma che può es-
sere svolto in TTGTROY; la seconda rettangolare ha forse il
nome + TPY(ct>)O0N; la terza ha un busto di santo forse col
nome + 0OOIVl(AC); la quarta ha un monogramma e il nome
(1) V. Waille, iVo/6' sur une patere d'argent découverie en Algerie,
in Builelin d'archeologie, 1893, pagg. 83-90, tav. X e Perrot, C. R. Acad.
Inscr., 1893. P^e- 8.
(2) la Revne Archéologique, 1911, 1, pagg. 407 e segg.
(3) Dalton, Catalogne cit., nn. 376, 379, 397, 399. Altri oggetti con-
tromarcati provenienti da Cipro passarono alla collezione Morgan in
New York ; non ne ho notizie precise per il dettaglio che mi interessa.
175
(+ IOO)ANNOY ; la qu nta cruciforme ha pure un monogramma
e il nome CICINNIC
Forse più di tutti importante è il tesoro scoperto nel
1912 a Malaja Pereschtschepina nel governo di Poltava (O.
Esso fu trovato con monete di cui la più recente è del-
l'anno 668: quindi l'epoca del suo nascondiglio è perfetta-
mente stabilita. Fra i molti oggetti quattro specialmente deb-
bono fermare la nostra attenzione. Il primo è un piatto di
argento con l'iscrizione '' + ex antiquis renovatum est per
Paternum reverentissimum episcopum nostrum amen + „ ;
tale Paterno fu vescovo di Tomi (l'odierna Costanza) al prin-
cipio del VI secolo. Al rovescio vi sono quattro marche che
furono lette Ko|7T,Ta;, Hsvo'pO.ou, Mr.wa e l'ultima, latina, D(omi-
nus) N(oster) Anastasius P(ius) A(ugustus). L'epoca dunque
della verifica è stabilita fra l'anno 491 e il 518. Vi è inoltre
incisa anche la seguente nota : " s/.^^''' >'-^-^a?(^^^) AiToa; x..
t)'jY/.ia; Y,. Ypay.|j,aT« i;. y.7.1 ypu((7iou) oùyxia; p. ypa;xf;.aT3c ■/-. zal
[;.l{;cto'j) ^pu(GLO'j) '^o[jÀ(7[j.olt7. fi. che distingue il peso dell'argento
e quello della doratura. Il secondo oggetto è un /sovi^iócs^rTov
che porta cinque marche, lette Mà(5i(^-0(7), narpix-fc:), + Da-rpixi;
(n)p7.(-/ìévYi;, e Bwy.a. Inoltre vi è la nota ''è(7T(i) tó yspvL[ió;£f<7T0u)
cùv TO'jT(o A'.Tpz; Y.. oOy/.'.av a. yQ7.[y.y.y.zix) y.. Un boccale (Cìttov)
(i) Disgraziataiìiente non mi furono accessibili gli studi di Maka-
HENKO, Beneschewitsch e Farmakowsky nel Bolleit. della Cornili. Inip.
Russa di arcìieol., voi. XLVI, pagg. 207 e segg.; XLIX, pagg. loi e
segg. e 117 e segg., uè il volume di Sarietzki edito a Poltava nel 1912.
Conosco solo le note di Farmakowsky in Archaeol Anzeiger, 1913, pa-
gina 229 e segg. e di Robrinskoy in Mcm. de la Sor. dts Antiq. de
France, 19I3, Parigi, 1914, pagg. 225 e segg. Per le note sul peso del
metallo prezioso debbo ricordare che iscrizioni consimili si trovano an-
che al rovescio di argenterie romane: di solito sono semplicemente gra-
tile, ma alcune volte sono incise. Ricordo fra queste la patera del tesoro
trovato ai Fins d'Annecy (Cfr. Deonna in Reviie ArcJiéolog., 1920, pag. 127)
che reca al rovescio :
V • S • C • P
Il XII
L'iscrizione va probabilmente letta voto soluto comprobatum pondus
mentre la seconda linea da dei numerali che non so mettere in accordo
col peso dell'oggetto, che è di gr. 520.
176
reca le cinque marche + nxT:i{yj.;), 0ojaa, Uy-^{i)y.i;, (ny.TcìJ/.i-^
e Mà(;L)p;. In ultimo un piatto ha le cinque marche {^i)zyi;,
'Bx{Gi'k'.]o;, 'Hpa/.AiO'j (Ko;j.i)T{y.;), Xzigzo'^{6zo;) e (na)Tpu(i;).
Lo studio di questi monumenti, di cui il numero po-
trebbe forse essere aumentato da una esplorazione dei musei,
ci può condurre a delle conclusioni non prive d'interesse.
Abbiamo un monumento merovingico attribuito al secondo
quarto del VII secolo e molti bizantini che possiamo rite-
rnere di diversi secoli ; alcuni portano cinque contromarche
delle quali generalmente quattro sono a due a due iden-
tiche. Tutto ci conduce ad accettare l'ipotesi di Smirnoff
e Dalton che esse fossero dei segni ufficiali e che il loro
numero usuale fosse quello di cinque.
Alcune di queste contromarche portano delle figure nim-
bate, certo di santi, accompagnate dal loro nome, Giovanni,
Andrea, Cosma, Tomaso, altre dei nomi di imperatore (Giu-
stiniano) o d'imperatrice (Teofano) o delle immagini che
sembrano tolte da monete imperiali, senza nome, o col nome
di Anastasio. Le altre sono in generale con nomi o mo-
nogrammi di difficile spiegazione (I) ; CECTOC, CICININHC (?j,
CICINNIC, lOOANNOY, eEOAOOPOV, TPY(O)(j0N, ecc., sono r
nomi che con maggiore o mmore sicurezza si sono decifrati.
A questi corrisponderebbe sull' unico oggetto merovingico
conLromarcato, una immagine religiosa, una figura d'uomo
che rie orda le monete contemporanee ed un nome ARBALDO.
Essi sono probabilmente i nomi dei funzionari proposti alla
verifica dei metalli preziosi. Sarebbe quindi assai importante
che tutte queste contromarche fossero di nuovo studiate con
maggior attenzione di quanta loro si è data fino ad ora e
fossero edite con tutta esattezza onde poter chiarire alcuni
punti del problema che rimangono oscuri.
V
o
(i) Lo stesso nionogramnia B+C '^il sembra si possa leggere su
A
due degli oggetti trovati in Russia: cfr. C. R, i86j cit., pag. 52 e C. R.
i8']8--]() cit., pag. 156 (attorno al secondo lo Stephani avrebbe letto il
titolo di CXOAACTIKIC, che apparirebbe anche su un altro oggetto
C R, iSj8-jg, cit., pag. 148: ma la lettura non è sicura) e su quello di
Vienna.
177
La marca sugli ogg-etti d'oro bizantini può essere messa
in rapporto con la disposizione del e. If, § ii del " Libro
del prefetto „ dell'imperatore Leone il saggio, con la quale
si vieta ad ogni orefice di lavorare l'oro o l'argento a do-
micilio, ed ordinando che il lavoro fosse fatto solo nelle of-
ficine della via di Mese. Tale disposizione non può avere
altro scopo se non di ottenere un controllo sulla lavorazione
e quindi sulla purezza del metallo. Non sappiamo se tali of-
ficine fossero statali, ma dato lo spinto di immenso controllo
governativo suH' industria costantinopolitana, non sarebbe
assurdo il supporlo: ed il concentrare ivi la lavorazione dei
metalli preziosi può essere messa in rapporto con la marca
ufficiale apposta agli oggetti di oreficeria, come anche deve
avere relazione col funzionamento dello CuyocTadiov di cui in
seguito dovrò lungamente occuparmi, trattando dell'organiz-
zazione delle zecche nel basso mipero. Certo è importante
a questo proposito un passo di Sinesio, che cito di su la
traduzione latina: " ubi enumeraverunt, ubi appenderunt, ubi
denique publico sigillo aurum obsignaverunt „ (i), passo sul
quale hanno già richiamata l'attenzione Cuiacio e Gotofredo
commentando il decreto di Giuliano che istituisce la funzione
degli zigostati. Esso deve essere posto in rapporto con un
testo agiografico del VII secolo, ancora piìi esplicito (2) è il
racconto di un miracolo ove si narra come il carico di stagno
portato da un bastimento è cambiato in " argento di primo
titolo detto di cinque sigilli „ '^> [J-'^'^ 7^'^^ /.aGG'lTSco; eòpsOr, p.£-
Ta^vV/iOèi; Zi; àpyupLOv ttow-tìgtov tÒv z.a);o6[/.£vov 7:£VTa'7CppayiaTov,
mentre il piombo è trasformato in argento " di secondo ti-
tolo „ i'-; Sz'jTzfjv àpY'jpiov. Più precisa conferma dei dati ar-
cheologici non si poteva trovare.
Se col " pubblico sigillo „ abbiamo la chiara menzione
di segni ufficiali posti a garanzia del titolo sugli oggetti di
oro e d'argento ; se il fatto e largamente documentato per
l'impero bizantino ed un esempio ne abbiamo anche nel
regno merovingico, non v'è ragione di meraviglia che si ve-
(1) Epis/. 127. MiGNE, P. G. LXVT, 1507.
(2) CoMBEFis, Hisloria Ilaeresis moiifl/iclifarittii, Parigi, i6-j8, pa
gin.'i 640 e 6|i.
178
rificasse anche nel Langobardo. Il testo di Rothari, che non
può ricevere altra spiegazione, lo proverebbe (0. Da ciò la
menzione di un oro puro che frequentemente ricorre nei do-
cumenti italiani dell'alto medioevo, di un aurum obryzum.
Già in una carta toscana del 737 (2) sono citati auri solidus
obridiacus (3) pensantis numero duo, questo per l'ambiente
langobardo; e per il bizantino ricordo i documenti di Ra-
venna che già nel 539 e 546 parlano di auri solidos domi-
nicos probitos obriziacos optimos U), formola che si ripete
per tutto il VI secolo, se non piij per i soldi, almeno per le
libbre e per le oncie d'oro (5). Chi doveva ricevere quest^oro
non sempre si trovava nelle condizioni di poterne verificare
la purezza: è quindi logico pensare all'esistenza di una marca
ufficiale che la garantisse, posta sulle barre o sugli oggetti :
da ciò la punizione di chi la marca falsificava.
Ma in un certo qual senso è più importante constatare
che le marche ufficiah di controllo venivano poste non solo
su oggetti di orificeria, ma anche su masse o barre di me-
talli preziosi. Dico più importante perchè tali barre così con-
trollate potevano servire, come infatti servirono, a pagamenti
delle grosse somme: cosa che già risulta da leggi contenute
nel codice Teodosiano. Vediamo quali esempi sono giunti
sino a noi di tali barre contrassegnate.
(i) La marca ufficiale di garanzia sugli oggetti preziosi la ritro-
viamo più tardi ueli' Italia medioevale: si veda a Venezia la disposi-
zione riferentesi al sigillum ducatus nel capitolare del 1233. Capitol. delle
arti veneziane, ed. Monticolo, I, 120. XVI, e MI IP. Leges, t. Il, col. 1693,
CLXVI. Pili tardi, a Milano, i bullatores auri sono ricordati nei testi e
nelle leggi.
(2) Trova, n. 514 che erroneamente la data del 738.
(3) Così leggerei l'obridi acus della carta. La forma obridriacus è
nelle notae papinianae: cfr. Keils, Granunat. lai., IV, 325, i.* colonna,
n. II, La forma obryzatus si ha in Cod. Just. 11, u, 3 e 12, 48.
(4) Marini, Papiri, u. ti 4, 41.
(5) Marini, Papiri, n. 120, a. 572; 121, a. 591; 122, a. 591; 125, ecc.
Il termine obrizo si corrompe poi in ehrizo nel X secolo in Ravenna
{Rcg. S. Apollinare, nn. i, 3, 4, 5, io, ecc.) in briciuni nell'undicesimo
(idem, n. 34); a Roma in ebries nel 983 {Arch. paleogr. ital.^ II, tav. 15),
ebritias a Roma, Sutri, Toscanella {Arch. Soc. Romana SI. Patria, XVI,
1893, pag- 340; XXI, 1898, pagg. 497, 499, 501, 502, 504, 505, 507, 518,
520, 527, 529; Arch. paleogr. ital., II, tav. 16).
179
Alcune danno il nome delle officine da cui provengono
e l'indicazione della purezza dell'argento; cosi quelle trovate
a Dierstorf hanno :
0F= • PRI • MVS
TR • PVS • P I
(ex) of(ficina) Primus Tr(everis) pus(ulatus) p(ondo) I (- li-
br. i) (i) o come meglio fu letto: of(ficinator) primus Tr(eve-
rorum) pus(ulati) p(ondo) I.
La seconda porta (^) :
PRI
. .CI • TR
PS ^ P • I
cioè : . . . Prisci(anus) Tr(everorum) p(u)s(ulati) p(ondo) I.
Le barre trovate a Laibach (Emona) (3) con 50 aurei di cui
il pili recente è del 353, portano il busto e il nome dell'im-
peratore Magnenzio, la marca in forma di sigillo quadrato
con riscrizione FLAV (Flavius o Flavianus) e l'altra pure
quadrata con iscrizione in due linee, di cui la prima è il-
leggibile :
C AQ PS
che ci richiama per la zecca di Aquileia allo stesso tipo di
quelle sopra citate di Treviri. Il sigillo col busto e il nome
dell'imperatore Magnenzio ricorda quello col busto e il nome
di Anastasio sulla patera del governo di Poìtava.
Il solo nome dell'officina, e non quello della zecca, por-
tano alcune sbarre trovate in Inghilterra (4): così una rinve-
nuta con monete di Arcadio e di Onorio a Tower ha :
EX OF FÉ
HONORINI
(i) CIL, XllI, 10036, 14.
(2) CIL. XIII, 10036, 15.
(3) LuscHiN V. Ebengreuth in Monatsblatt d. Niim. Gesell. Vienna,
1911, pagg. 345-349.
(4) CIL, VII, 1196-1198. A queste marche recanti semplicemente il
nome delle officine vanno avvicinate quelle col solo nome del fonditore
PROCVLVS COCXIT della raccolta Weber (cfr. catalogo vendita Ilirsch,
Monaco, 1909, n. 2938, tav. 57) e BENIGNVS COXIT di una sbarra egi-
ziana (cfr. RuBENSoiiN in Archaeol. Anzeiger, 1902, pag. 46).
i8o
L'altra di Coleraine trovata con monete che vanno da
Costanzo II a Costantino III :
EX OF PA
TRI CI ci
E la terza che è integrabile:
(EX OF FL)
CVRMISSI
Infine ricordo la barra trovata nel 1900 a Richborough^i V
ora al museo di Canterbury, con :
EX OFFI
I3ÀTIS
Portano esse sole il titolo dell'officina come garanzia di peso
e di titolo, al modo di alcuni aurei merovingici.
Ma altre barre offrono maggior ricchezza di segni: così
la massa d'argento di Dierstorf porta quattro marche (2) :
i) di tipo monetiforme con la figura di Roma e la di-
citura VRBS ROMA ;
2) tre busti imperiali che ricordano quelli dei pesi uf-
ficiali del secolo quinto;
3) la marca CAND che va letta: candidum argentum;
4) la marca PAVL cioè Paulus o Paulinus, il nome
forse del funzionario che l'ha bollata.
E veniamo alle barre d'oro. Alcune trovate nel basso
Egitto (3) portano :
ANTIVS [PjROBAVIT
oppure :
ACVEPP SIG 6RM0V
PROBAVIT ERMY
cioè il segno del probator (in greco So/c.f/.acTr.;) e del signator.
Ma più importanti sono le marche sulle barre d'oro di
(i) Cfr. Havekfield, in Antiquary, 1900, pag. 335 e Athenacum^
5 gemi. 1901 ; CIL, VII, addit. pag. 640.
(2) CIL, XIII, 10036, 13.
(3) Cfr. Hill, in Proc. Sor. Antiq. XX, pagg. 92 e segg.; Rubensohn,,
in Archaeol. Anzeiger, 1902, pag. 46.
i8i
Transilvania (i) e miglior correlazione hanno con gli oggetti
artistici che abbiamo elencati. Le barre possono dividersi
secondo le marche in quattro serie:
A) reca le marche:
i) LVCIANVS 2) FL • FLAVIAN
OBR • I • SI(t :! VS PRO SIG-
AD DIGMA ^
Cioè: Lucianus obryziarius primus signavit. Il termine Obri-
ziarius si trova nelle glosse registrate anche dal Du Gange.
La seconda marca va letta: FI. Flavianus probator signavit
ad digma. Su ogni barra è battuta una volta la prima marca
e quattro la seconda.
B) Reca la marca i) e le tre seguenti :
3) QVIRILLVS
ET DIONISVS
^ SIRM SIG %
4) Q z
Q tre busti imperiali ^
Q z
5) La figura di Sirmio sedente tenente una palma
con sopra una stella: sotto SIRM.
Le due sbarre di questa serie recano una volta la
marca i), 3), 5) e due volte la marca 4).
C) Reca la marca i) e le due :
4^) z o
z tre busti imperiali ^
z O
5 rt) La figura di Sirmio e. s. con la palma sopra
cui il monogramma ^ e sotto SIRM.
Gli oggetti di questa serie recano ognuno una volta
ogni marca.
D) La quarta serie si compone delle marche i) e 4 «) bat-
tute la prima una volta e la seconda due volte.
(I) CIL, III, 8080.
Siamo qui davanti a dei blocchi d'oro marcati (verso il
375-378) dai pubblici funzionari della zecca imperiale di Sir-
mio, l'obryziarius, il probator che li ha esaminati al cam-
pione (digma =: (^£l'y(7-a) che li hanno riconosciuti di metallo
puro e che perciò vi hanno imposiio e fatto imporre dagli
altri funzionari la marca (signum) di garanzia. Come sugli
oggetti preziosi che ho piìi in alto elencati, anche qui la
stessa marca appare in certi casi ripetuta due volte: la cor-
relazione è evidente fra i bolli dell'impero d'occidente del
IV-V secolo sulle barre, e quelli bizantini (sugli oggetti) del
VI-VII sec. Ciò convalida l'ipotesi che i nomi letti sulle
marche bizantine siano di funzionari di un ufficio statale.
Le barre di cui abbiamo fatto cenno (O dovevano avere
quindi un valore legale e dovevano esser quelle che si ac-
cettavano nelle casse dello stato secondo il cod. teodo-
siano (2).
Se abbiamo potuto ricordare un oggetto merovingico
(la coppa di Valdonne) marcato come le orefìcierie bizantine,
un testo di Paolo Diacono (3) ci prova forse che anche le
barre d'oro venivano bollate in epoca langobarda e ciò suf-
fragherebbe la nostra interpretazione del passo di Rothari.
Tale testo si riferisce all'invasione sassone della Gallia me-
ridionale (a. 574) e del tributo pagato per aver libero il ri-
torno: qui dum ad Sigispertum regem pergunt multos in
itinere negotiatione sua deceperunt, venundantes regulas
aeris, quae ita nescio quomodo erant coloratae, ut auri pro-
bati atque examinati speciem simularent, unde nonnulli hoc
dolo seducti dantes aurum et aes accipientes pauperes sunt
effecti. Ora non mi pare possibile che l'inganno fosse basato
solo sulla coloritura delle sbarre di bronzo che dovevano
simulare delToro : questo è detto provato (4) ed esaminato e
(i) Portava anche il nome di regulae aurea, Vulgata. Josua, 7, 21.
Cfr. anche l'editto di Diocleziano 30, la (CIL, III, pag-. 1951).
(2) Cod. Teod. XII, 6, 2: XII, 7, i; VI, 52, 2; IX, 17, 2.
(3) Hist. Laiig., 3, 6. Queste barre segnate erano probabilmente
fatte ad imitazione di quelle bizantine.
(4) Aurum probatum sta in rapporto con la funzione del probator
indicato nei marchi di Transilvania.
%
i83
doveva assai probabilmente portare il segno della prova e
dell'esame, la marca ufficiale cioè.
Ma per ritornare al testo dell'Editto, il segnare o figu-
rare l'oro (sia che si adotti la lettura del codice di Gotha (i)
o quella di tutti gli altri manoscritti) trova la sua spiegazione
nei monumenti che siamo venuti esaminando. Dobbiamo ri-
tenere che il concetto del grande legislatore era quello di
introdurre anche nel regno langobardo la marca di garanzia
dell'oro ; che questo egli abbia ottenuto non possiamo dire,
che nessun oggetto langobardo a noi giunto reca di tali
marche.
*
In un certo qual senso non si ottenne nemmeno l'appli-
cazione integrale del concetto di regalia applicato alla mo-
neta; un grande ducato langobardo sfugge completamente
al potere centrale e batte moneta per suo conto, indipen-
dentemente dal ve. il ducato di Benevento. Se anche sono
di dubbia attribuzione alcune monete che il Wroth vuole
dei duchi da Grimoaldo I a Gisulfo I, è certo che con Ro-
mualdo II (706-731) comincia a Benevento una monetazione
propria imitante nel tipo e nel taglio il nummo imperiale e
recando con-e solo segno del duca, l'iniziale del suo nome
nel campo. Il fatto è troppo noto perchè io abbia ad insi-
stervi. Il ducato beneventano ha voluto così, anche nelle
monete, affermare il suo continuo separatismo dal regno.
Ma su un'altra moneta enigmatica debbo richiamare l'at-
tenzione: è un piccolo aureo del medagliere municipale di
Milano (^} più volte edito, ma sempre inesattamente. Esso ha
esaltamente :
(i) La credo preferibile malgrado l'avviso contrario degli editori
dell'Editto nei MGH ; sio;nare è termine tecnico e specifico come ap-
pare dai marchi di Transilvania e dalle diciture aes signatum, auriim
signatum tanto conmni, Signum e poi in rapporto con sigillnm e questo
è il termine usato nel testo agiografico sopra indicato.
(2) N. 3106, peso gr. 1,33.
t84
vB^ — ARIP€R .-. X • C€L • RGX figura del sovrano di faccia
che tiene nella sinistra il globo crucifero.
9 — IFFO GLORIVSO AVX Croce potenziata (fig. 5).
Fig. 5-
Il richiamo al nome reale può riferirsi tanto ad Ari-
perto I (653-661) quanto ad Ariperto II (701-712): il tipo nulla
<:i può dire che la derivazione è evidente dalle monete im-
periali, prendendo ad esempio un diritto che già appare sotto
Tiberio Costantino (578-582) epoca nella quale fa anche la
sua apparizione la croce potenziata che figura sul rovescio (i).
Intorno a un duca Iffo la storia è muta; per quanto il
nome non sia raro nei documenti langobardi i^), nessuno di
•quelli che lo portano ebbe si alto grado. Di un duca Wiffo
è cenno in una lettera di Gregorio Magno (3), ma oltre alla
differenza grafica non lieve, anche il tempo non concorda,
perchè questo sarebbe vissuto nel 599 e non sappiamo poi
con tutta certezza che fosse un langobardo. Siamo anche in
questo caso costretti a formulare una ipotesi.
Ricordo che a Lavis, villaggio posto a non molti chi-
lometri da Trento, furono scoperte nel 1885 le traccie di una
tomba contenente fra le altre suppellettili una di quelle croci
(i) Il Sabatier, pag. 23T, nn. 6-7, tav. XXII, 18-19 indica appunto
un semisse ed un treinisse di rovescio analoghi al nostro che assevera
di " fabrique barbare „. Ciò dimostra che il tipo era diffuso fra i po-
poli barbarici.
(2) Cfr. gli esempi citati in Bruckner W., Die Spracìie der Latigo-
barden, Strasburgo, 1895, § 74? Anmerk. 2, pag. 150. Il iMeyer C. Sprache
und Sprachdenlìmàler der Langobarden^ Paderborn, 1877, pag. 292, lo
•dichiara ungewissen ursprungs.
(3) Reg, IX, III. Cfr. Hartmann, Gesclì. It., Il, t.'' p.'^, pag. 156, n. 4.
i85
auree caratteristiche delle tombe langobarde (i). Su di essa è
riscrizione CNC IFFO, che fu anche Ietta PNC IFF'O. Ricordo
che altre croci langobarde portano delle iscrizioni non prive
di interesse: così due di Monza di cui la prima reca il mo-
nogramma CR simile a quello che appare sul rovescio delle
monete di Astolfo, e l'altra il doppio monogramma /^ R
Sappiamo che il nesso R sulle monete langobarde deve es-
ser sempre svolto in Rex. Inoltre una famosa croce trovata
in una tomba ricchissima di Cividale porta il nome del ce-
lebre duca Forogiuliese CISVLF; la croce di Lavis ha molti
rapporti con quest'ultima e per il confronto con la moneta
in discussione io sono portato ad attribuirla al duca Iffo.
Dato il luogo del ritrovamento della croce, lo penso duca
del ducato tridentino; infatti del grande e celebre ducato
non conosciamo se non il duca Euin morto nel 595 ed il suo
successore Gaidoald; poi le nostre conoscienze hanno una
lacuna sino a Alahis, vivente ai tempi di re Cuniperto. Prima
di lui vi è largo spazio per includere il nome d'Jffo vivente
ai tempi del primo Ariperto, oppure ben possiamo porlo
dopo Alahis, sotto il secondo re dello stesso nome. 11 titolo
di Gloriuso è protocollare nei documenti ducali langobardi
sia beneventani quanto spoletini (2); è quindi logico ritro-
varlo riferito ad un duca di Trento. Come ultima ragione a
giustificare la mia supposizione penso che una infrazione alla
regalia monetaria non doveva esser possibile se non in uno
dei quattro grandi ducati: ora tanto a Forum Julii quanto a
Benevento ed a Spoleto conosciamo i nomi dei duchi nel
periodo al quale la moneta sarebbe riferibile (3) e non rimane
quindi possibile se non pensare al ducato di Trento. Comun-
que, in qualsiasi modo si voglia considerare questa moneta,
essa rappresenta un fenomeno sul quale era doveroso ri-
chiamare l'attenzione.
(i) Cfr. Campi, Le iouibe barharicìie di Civezzano, Trento, 1886, pa-
gina 26; Orsi in Atti e Meni, della R. Dep. di St. Fair, per le prov. di
Ronìd^na, 1887, pngg. 353-355; Diì: Bayk, /«^///.s/r/V Arm^o^., pagg. 87-88.
(2) CiiKOUsT A., V f iter sue luingen iieber d. laug. K.-und H.-Urk.,
pagg. 109 e 137.
(3) Cfr. le lavole cronologiche in IIodgivIn Tu. Italy and Iier invaders,
voi. VI, pagg. 36, 62, 84.
13
86
Le monete langobarde non offrono altra caratteristica
notevole in merito alle questioni di diritto sino ai giorni di
Ahistulf (749-756): sotto questo re appare al rovescio, in
luogo della solita rappresentazione dell'arcangelo Michele
con la dicitura SCS MIHAHIL, una stella o fiore a sei raggi
e sei fiamme avente attorno o la dicitura + FLAVIA LVCA o
l'altra + FLAVIA PITA C. I nomi delle città sono assai più
numerosi nei conii del successore Desiderius (757-774) per
il quale abbiamo la dicitura :
+ FLAVIA TICINO, seguita qualche volta dalla lettera C ;
+ FLAVIA MEDIOLANO;
+ FLAVIA SEBRIO. seguita qualche volta da una delle let-
tere I, S, T, & ;
+ FLAVIA PLACENTIA, seguita da AVG- in nesso;
+ FLAVIA VIRCELLI;
+ FLAVIA VmCENClA, seguita qualche volta da FG- ;
+ FLAVIA TARVISIO, seguita qualche volta da C oppure CI;
+ FLAVIA LVCA ;
+ FLAVIA PITA C.
Questa serie di iscrizioni che può forse essere prose-
guita (I) deve fermare l'attenzione dello studioso. Dapprima
è notevole che sul rovescio dell'auro scompaia l'immagine
del Santo protettore dei langobardi per lasciare il posto ad
un'immagine senza preciso significato quale è la stella, e ad
un nome di città. Quando sia avvenuta tale sostituzione è
(i) Accenno principaliiiente ad una moneta ancora inedita, esistente
nella raccolta Gavazzi in Milano, della quale già posso dar cenno grazie
alla cortesia del proprietario. Essa ha al diritto + Q|^ . DGSI • D€R R
X X
attorno alla solita croce potenziata, ed al rovescio -|- FL'''A PL-VM-
BIA H attorno alla solita stella. Essa è della zecca di Ponibia, comi-
tato certamente laiigobardo giacché nel 745 un documento parla dei
finibus pkiuibense {Cod. Dipi. Langob.^ n. XI) e nell'anno 841 abbiamo
notizia di un Maginardo vicecomes plumbiense (MHP. Chart. I, 39, n. 23).
Le monete auree senza nome regio, portano anche i nomi di zecca
FLAVIVCLIV, FLAVIA 9TVNA (Cortona?) e FLAVIA PISTVRIA
su una ancora inedita (su altre è alterato in PITVAIA).
difficile dirlo: il materiale numismatico ci riporterebb - ad
Ahistulf, ma forse i documenti ci permettono di risalire ad
epoca anteriore.
Già un documento del gennaio 730, cioè del regno di
Liutprando, contiene la menzione di sol. lucani ed un altro
di un solo mese posteriore al primo ricorda un auri soledus
stellatus nobus lucano (i): i termini si ripetono in carte del
739 e 746 ^2)^ tutte dunque anteriori ad Ahistulf. Perchè nei
contratti questi soldi si potessero dire stellati bisognava che
portassero la stella e non il S. Michele; e perchè si dices-
sero lucani era necessario che il nome della zecca vi appa-
risse scritto chiaramente. Dalle carte si dovrebbe indurre che
il nuovo tipo è apparso sotto Liutprand. Lascio gli stellati
di Cunincpert e di Liutpert che si trovano in alcune colle-
zioni, essendo assai probabilmente delle falsificazioni moderne.
Se i primi soldi stellati sono apparsi sotto Liutprand, come
i documenti ci porterebbero a credere, dobbiamo ritenere
che sotto questo re vi è stato un doppio tipo di monetazione
aurea, quella cioè degli stellati col nome della città ove ve-
nivano coniati, e quelli invece col San Michele senza il nome
della zecca, le monete cioè che comunemente ci sono note.
La doppia monetazione è numismaticamente documentata
sotto Ahistulf e nulla logicamente ci vieta di farla risalire
anche al suo grande predecessore: sotto Ahistulf le monete
con nome di zecca appaiono a Lucca e a Pisa, sotto Liut-
prand sembra solo a Lucca. Si direbbe che il movimento di
trasformazione comincia nel ducato toscano e che solo sotto
Desiderius, quando il regno langobardo si sgretola, si dif-
fonda anche nel rimanente d'Italia. Tutto ciò è concomitante
ad un affievolirsi del potere monarchico e ad un precisarsi
del movimento autonomistico delle città italiane.
11 nome delle città, sulle monete citate, è preceduto dal-
l'appellativo Flavia. Esso è nome reale del tempo di Au-
thari (3), ma lo portarono anche altri re barbarici, Odoacre,
(i) Trova, nn, 477 e 478. Per la lettura lucano clr. Simonetti iu
S/u(^i Storici, I, 1912, pag. 472.
(2) Tkcjya, nn. 519. 595, 598.
(3) Paolo Diac, III, 16. CtV. Ciiroust, op. cit., pagg. 25 e segg.
Teoderico (^) e il visigoto Reccarecio, forse per l'analogia
osservata dallo Stark col goto franiòs, signore: certo non
fa premesso al nome delle città in ricordo del titolo di Flavia
dei tempi romani (2), perchè quelle non l'ebbero e i titoli
romani non perseverarono nel medio evo. Una rara ecce-
zione è data dalle monete visigote, sulle quali è inciso COR-
DOBA PATRICIA (che anche appare in una formola notarile (3)
nome che si trova in Plinio e in Isidoro (4). E solo in epoca
tarda che a Colonia si fa rinascere sulle monete il nome di
Colonia Claudia Ara Agrippinensis (vel Agrippina) o Col.
Claud. Augusta Agrippiniensium, che già figura sulle mo-
nete di Postumo. Con la coniazione di Carlo il Grosso tro-
viamo la formola abbreviata COLONIA A, che sarà svolta
completamente in COLONIA AGRIPPINA ai tempi di Ottone III.
Perchè il titolo d'onore Flavìus (Paolo Diacono dice oh
dignitatem Flavium appellarunt) sia stato unito al nome delle
città è problema che piìi riguarda la storia costituzionale del
Regno che non la numismatica: era importante avvertire che
già forse dai tempi di Liutprand e certo da quelli di Ahistulf
il nome delle zecche appare chiaramente scritto sulle mo-
nete, mentre prima tutto al più poteva celarsi sotto la dub-
bia interpretazione di una iniziale posta nel campo del diritto.
J
(1) Oltre alle fonti indicate in Chroust, si cfr. Mommsiìn, Ostgoih.
Studien in Neiies Archiv, XIV, 536 e pref. alla sua ediz. di Cassiodoro;
L. Hartmann, Gesch. Ital. im Mittelallers, I, Gotha, 1897, P'^g- ^^ e li,
I.* p. (Gotha, 1900), pag. 65.
(2) Su colonie e municipi che portarono il titolo di Flavia cfr.
J. AssMANN, De Coloniis oppidisque Ronianis qiiihus imperatoria nomina
vel cognomina imposita siint. Djss. Jena, 1905. Non è cosi sostenibile
neppure la tesi di L. Hartmann riportata da Kubitschek, Chrysopolis^
in Niim. Zeitsch.^ 1909, pag- 46, che cioè sulle monete abbiano portato
Tcpiteto di Flavia quelle città che all'epoca della coniazione erano
regie in senso ristretto vale a dire non sottostavano a un duca bensì a
un gastaldo. Ora, ad esempio, Lucca era certamente ducato anche ai
tempi di Liutprando e di Desiderio. Sulla situazione di Pisa rispetto al
regno siamo complete: mente all'oscuro.
(3) MGH. Formiilae, ed. Zeumer, pag. 587, 20.
(4) Plin. H. N., Ili, io; Isid. Pac, Chron.y C. 36 (Espi.fia Sagrada,
Vili, pag. 291) e CIL, HI, pag. 306. Non spiegato è il NARBONA GA-
LER • oppure (yAL • ERA ^^^ qualche moneta visigota di quella città.
i89
Appare non solo con un predicato onorifico ma anche con
delle aggettivazioni non prive d'interesse. Così il nome di
Flavia Placentia è seguito dal nesso AVG che va svolto in
Augusta. 11 nome di Augusta Placentia non figura in alcun
documento langobardo, salvo che nella carta del 12 mag-
gio 716, ove è detto Actum Augusta Placentia, la sola ro-
gata non da un comune notaio ma da un Vitalis vr. subdia-
conus exceptor civitatis Placentinae (i). Se la lettera C che
segue i nomi di Ticino, Pisa, Treviso, può svolgersi in Ci-
vitas (e la variante di una moneta di Treviso del ripostiglio
di Hans (2) ove si legge CI lo confermerebbe) se le lettere
FG- (o forse FC) di una moneta di Vicenza ci rimangono di
interpretazione dubbia, come pure le lettere I, S, T, G- che
seguono il nome di Seprio, il trovare sulla moneta di Pia-
cenza il titolo di Augusta collegato col fatto che il solo do-
cumento piacentino scritto da un funzionario reca Augusta
Placentia, dimostra che questo era il nome ufficiale della
città. Ma nella carta non appare il titolo di Flavia, che solo
sta sulla moneta; ciò mi fa pensare che vi fu aggiunto a
chiara dichiarazione d'essere puramente regio il diritto di
moneta battuta nella zecca di Piacenza. Flavia Placentia Au-
gusta mi par voglia dire in altre parole: moneta regia bat-
tuta nella zecca di Piacenza, mentre il nome della città era
semplicemente Augusta Placentia (3). Questo perchè i mate-
riali da me indicati non abbiano da trascinare incautamente
qualche studioso a rinforzare con nuove fantastiche disserta-
zioni il vano tentativo che in questi ultimi anni il Mengozzi
ha fatto per galvanizzare e presentare sotto nuove spoglie
una ben giustamente morta teoria, che vorrebbe si conti-
nuassero nei secoli del predominio langobardo in Italia un
complesso di diritti acquisiti alla città e che questa esistesse
quasi come entità giuridica di contro al dominatore straniero.
(i) Porro, CD£., n. 3, coli. 14-15. Cfr. Cfr. Chroust, pag. 48.
(2) E' la moneta n. 25 secondo la catalogazione di F. Jecklin, il
quale però non la lesse rettamente.
(3) Mi sembra superlluo avvertire che da nulla ci risulta che Pia-
cenza portasse il titolo di Augusta in epoca romana, come asseverano
dei tardi cronisti. Cfr. il Chroìticon placentinnm di Giovanni de Mussis
in RIS. XVI, coli. 561 e 564.
190
Sarà bene ora renderci conto quali forme abbia assunto
il diritto monetario nelle Gallie sotto il regno merovingico,
onde poi meglio comprendere il successivo sviluppo del di-
ritto monetario in Italia.
Le tribù germaniche che dal Reno premevano i confini
dell'Impero già fino dal terzo secolo avevano appreso a
contraffare la moneta romana: così molte imitazioni delle
monete di Tetrico, se proprio non appartengono agli Ala-
manni d), certo sono prodotte dall'industria di popoli Bar-
barici. Dopo pili che il bronzo si imita Toro; il de Jonghe
ha indicata la curiosa imitazione di un soldo di Costantino
e nell'importante ripostiglio di Dortmunt abbiamo delle fal-
sificazioni barbariche da Magnenzio a Valentiniano II. Con-
quistate le Gallie si direbbe che le tribù Franche non hanno
saputo liberarsi di questa inveterata abitudine delle falsifica-
zioni, copiando i soldi ed i tremissi sino a quelli di Foca ed
anche di Eraclio, ma indicando con lettere nel campo il nome
dei luoghi ove venivano coniate, e qualche rara volta scri-
vendo il nome intero v2) dapprima specialmente sulle monete
regie. 11 che dimostra un rapido sorgere di numerosissime
zecche per tutte le Gallie immediatamente dopo la conquista.
Per la questione che ora ci interessa possiamo dividere
le monete merovingiche in varii gruppi. Il primo si compone
di quelle che portano un nome regio, cominciando da Teo-
derico re d'Austrasia (512-534). Dapprima non portano se
non un nome ed un monogramma, poi con Theodebertus
d'Austrasia anche l'effige del sovrano (3) ed un segno di
zecca. Più tardi al nome del sovrano e della zecca, si unisce
quello del monetario, CHRA • MNVS sotto Hildebertus, DACE
F(ecit?) sotto Sigibertus, ANTIMI M(onetarius) sotto Childe-
(1) C(ììììe vorrebbe il Forrer, Alamaniiische Tetricus-Na( /ipi ài^tiiii^en
in Beri Miinzbl.^ 1911, pai^o. 56-61.
(2) Cfr. G-AbALOR ^'^ ^^^ imitazione ci: Giustino II. Tolsi 01,
n. 527; /^VRIL ^^' ^^^^ trcniisse al nome di An.istasio, ecc.
(3) Cfr. Quanto dice Procopio. Bell. Golii., Ili, 33.
191
bertiis III, e così via. Il colleg"arsi del nome dello zecchiere
con quello del sovrano è significativo: dimostra come quello
venisse assumendo un'importanza non trascurabile: e infatti
la monetazione merovingica non è una monetazione regia,
ma prevalentemente una monetazione di monetari.
A questo "ruppo si possono anche aggiungere quelle
monete che portano un nome di maggiordomo. Così il nome
di Ebroin (f 68i) figura su un denaro che porta al rovescio
il nome del monetario Rodemarus e su un altro, del ripo-
stiglio di Bais, a rovescio anepigrafo. Inoltre quelle che por-
tano i nomi dei patrizi di Marsiglia, Antenor, Ansedert e
Nemfìdius (i).
Un secondo gruppo di monete merovingiche è costituito
da quelle che portano un nome di chiesa : qui possiamo con-
siderare due sottogruppi. Il primo reca generalmente il nome
della chiesa al diritto ed il nome del monetario al rovescio;
il secondo porta invece al diritto " Racio „ seguito dal nome
della chiesa (esempio Racio S. Martini) o dai termini Ecclesia
(esp. Racio Ecles. Senon.) o Basilica o più raramente Mu-
naxtirii. Come si vede le amministrazioni dei beni ecclesia-
stici batterono moneta.
Un terzo gruppo di monete merovingiche reca dei nomi
di vescovi : così Avitus Ebescobus di Clermont-Ferrand (674-
689), Lambertus ips (= ipiscopus) a Lione, Procolus Eps a
Clermont-Ferrand nel sec. VIII, Norbertus E[)s a Riom, ecc.
Un quarto gruppo, numericamente il più importante,
reca un nome di località seguito da termini diversi : castel-
lum o castrum, civitas, curtis, domus, pagus, portus, vicus,
villa. Al rovescio generalmente il nome del monetario. Il
nome della civitas è qualche volta scritto per esteso, o abbre-
viato, o ridotto in monogramma : il nome del vicus è qual-
che volta unito sulla stessa moneta col monogramma del
nome della città dalla quale dipende. Così ad esempio le
monete di Caranciaco e di Mauriaco vico portano il mono-
gramma AR cioè Arverno civitas. Un caso eccezionale è il
nome di due città sulla stessa moneta, che si verifica per una
(i) Cfr. Carpentier A., Marseille. Motuiaies des pairices, in Uevue
Ntimism., 1864, p;iffg. 1 18-130.
1
192
che reca al diritto Segusio civitate (Susa) e al rovescio Si-
duninsi(iim) in civi(tate) Va(llensium). Importanti sono le mo-
nete che al nome di località hanno unite le indicazioni sinc-
nime domus e villa (0.
Un quinto gruppo di monete merovingiche indica che
sono coniate da enti tutto affatto speciali. Alcune derivano
dall'amministrazione del tesoro: così una moneta di Rennes
reca al diritto RÀCIO FIS(ci) e al rovescio REDONIS; altre
portano invece al rovescio il nome di un monetario (esp.
Abolenus). 11 termine poi si trasforma in quello di Racio Do-
mini: l'uso dei due può anche essere contemporaneo, perchè
lo stesso monetario Abolenus segna anche una moneta con
questa seconda formola. Un altro gruppo di monete reca le
diciture in palacio (2), in scola re(gia), in scola fit, escola
re(gia), monita in sco(la), scola re(gia): sarebbero monete
coniate per o nella scuola palatina (3). Infine un certo nu-
mero di monete poitano le indicazioni di mallum (Mallo Ar-
lavis, Mallo Campione, Mallo Manriaco o Matiriaco, Mallo
Satidi?) il luogo cioè ove il popolo teneva le assemblee.
Un sesto gruppo di monete reca semplicemente il nome
del monetario o dei monetari, perchè si verificano dei casi
di monete portanti due nomi d'uomo (4).
Da questa sia pur sommaria esposizione si possono
trarre delle conclusioni fondamentali. Dapprima la multipli-
cità delle zecche nell'interno del regno merovingico, giacché
bisogna accettare l'asserzione che già nel XVII secolo emet-
teva il Le Blanc, che cioè tutti i nomi di luogo scritti sulle
monete indicassero altrettante officine monetarie: anche i
testi ci provano che i monetari risiedevano in diverse città,
così la vita di S. Eligio (I, 3) che indica una zecca di Li-
moges (publica fiscalis monetae officina) o la vita Aridii ab-
(i) Un elenco è dato da L, Maxe-Werly, in Rev. Belge de Niint.^
1890, pag. 14 e segg.
(2) Cfr. Rev. Nnmism., 1896, pag, 437, tav. Vili, 9.
(3Ì Cfr. G. DE PoNTON d'Amécourt, Monnaies de fècole palatine in
Ann. Soc. Num., IX, 1885, pagg. 258 e segg.
(4) Data l'importanza del tenomeno ne richiamo qui alcuni esempi,
riferendomi a A. de Belfort, Descript., nn. 651 1, 1757, 6045, 6172, 66c^
e Prou, Calai. Monn. rnérov., nn. 92, 171, 172, 173, 183, 237, 2707, ecc.
193
batis Lemovicini che ci parla di una " Ricovera coniunx Tu-
ronici monetarii „ (i). Così sulle monete stesse abbiamo un
Romanos mu(nitari) Acauninsis a St. Maurice d'Agaune, un
Cornino monetario Albigiinse ad Albi, un Mone(tario) Juffo
in Daernalo. Alla multiplicità delle zecche fa giusto compenso
la multiplicità delle persone che avevano diritto di battere
moneta: il re, i maggiordomi, le chiese e così via, conside-
rando che anche un gran numero di semplici località farebbe
pensare che ogni proprietario avesse ricevuto o si fosse
arrogato il diritto di battere moneta. E la teoria del Fillon (2),
che malgrado tutto io ritengo la meglio fondata fra quante
sono state emesse per spiegare la monetazione merovingica.
A questa manca dunque il fondamento di ogni diritto regio
e quindi anche ne deriva l'impossibilità di ogni concessione
del diritto di moneta, che rientra invece fra i diritti di im-
munità di ogni dominio.
Quale è la genesi di questa, per così dire, organizza-
zione monetaria? Io credo che varie ragioni fondamentali vi
abbiano contribuito: la prima è la dispersione dei monetari
delle zecche imperiali sciolte al momento dell'invasione. Gli
operai si separano, qualcuno rimane a continuare il lavoro
in un'officina alla quale dà il suo nome. Così si possono
spiegare le monete che portano la dicitura VIENNA DE OF-
FICINA LAVRENTI, imitante un tremisse di Maurizio Tiberio,
e la lionese con DE OFICINA IVIARET, imitante un tremisse
di Giustiniano. E la Gallia meridionale che ci mostra aver
nome gallo-romano i piij antichi monetari vissuti in epoca
nota: a Lione Maurentius (511-558) e Dacco (551-575), a
Vienne Laurentius (582-602), Antimius a Tours (575-595): è
la Gallia meridionale che da il massimo numero di imitazioni
delle monete imperiali le quali portano le iniziali di Marsi-
glia, Arles, Valenza, Vienne, Viviers, Usez, Senez, Venasque,
Die, località tutte non lontane dai soppressi centri monetari
dell'Impero. Questi operai, che continuano ad imitale il tipo
imperiale, sono ben ricordati da Cassiodoro (3): Monetarios
(i) Cfr. MGH. Ss. Rr. inerov., IV, paor. 671; III, pag. 591.
(2) B. F'iLLON, Letlres à M. Duf^ast-Mattfeux, pap:. 35, Idee analoghe
o anche A. de Baktiiélemy, in Rev. Nuntisfu., 1895, pag. 81.
r l'arti n/. V. -^o.
(3) Variaruìtì, V, 39.
194
autem, quos specialiter in usum publicum constai inventos,
in privatorum didicimus transisse compendium, qua prae-
sumptione sublata, prò virium qualitate functionibus publicis
applicentur, testo fondamentale che già ho avuto occasione
di ricordare e importantissimo non solo per il fatto che ri-
marca, ma anche perchè si riferisce a quella parte delle
Gallie alla quale abbiamo accennato. E bene anche ricordare
che nelle Gallie un gran numero di monetari lavorava, come
anche in Oriente, nella propria officina al di fuori di quella
statale: l'assorbimento di questi operai nei possessi privati
deve esser stata estremamente facile.
Ma questa diaspora della famiglia monetale non può
certo spiegare il grandissimo numero dei monetari che tro-
viamo, già all'inizio del VII secolo, sparsi in tutti i paesi
delle Gallie. È necessario quindi ricorrere ad un altro ordine
di fatti.
Prendiamo in esame le tessere plumbee romane (i): è
indiscutibile che fra le loro molte varietà ve ne sono alcune
che hanno il carattere di una quasi-moneta. I passi di Mar-
ziale e di Plauto dimostrano per Roma ed Atene la circola-
zione di questa " nigra moneta „ e i dati archeologici ne
confermano la diffusione, giacche furono trovati i medesimi
tipi del medesimo conio in Gallia e a Roma, in Italia, in
Grecia, in Egitto. Le tessere private hanno avuto un valore
di piccola moneta, per lo piìi limitata entro i confini della
villa, della domus, del grande possesso fondiario insomma,
che possedeva una sua propria organizzazione economica (2).
Così considerata una classe di tessere, è facile vedere come
essa formasse il punto di partenza per una parte della mo-
netazione merovingica: nelle Gallie abbiamo, contrariamente
a quanto si verifica in Italia alla fine dell'Impero, dei grandi
possessi fondiari, dei veri latifondi, di cui si impossessano i
(i) Su queste si vedano le opere fondamentali del Rostovtsew,
Ètiides sur les plombs aniiques, in Revne 2\'u;n., 1897-1899; Riniskiia
svintsoviia tesseri. Pietroburgo, 1903; Ròmische Bleilesserae. Lipsia, 1905.
Inoltre il catal. della coli. Recaniier del Dissard e le note del Maxe-
Werley citate nella bibliografia.
(2) RosTovsEW, Rolli. Bleites., pag. 108, 111-116.
195
capi g-ermanici durante l'invasione pur mantenendo in essi
come ben si sa tutte le forme di struttura economica del
distrutto regime. Per la mancanza del concetto giuridico
della moneta considerata come regalia, non vi era impedi-
mento legale a che alla coniazione delle tessere nella villa
per l'uso interno si sostituisse una coniazione monetaria. Il
re, che probabilmente dispone delle antiche officine imperiali,
ha degli artefici che meglio si attengono al tipo monetario
vero; i privati, che hanno degli antichi coniatori di tessere
o dei monetari che molto hanno subito l'influsso di quegli
esempi, dispongono di un numerario che rapidamente si dif-
ferenzia dal tipo della moneta imperiale.
Il monetario meiovingico non ha veste di funzionario,
ma di artefice: non dipende, salvo i monetari regi, dal re,
ma bensì dal signore laico od ecclesiastico nel cui possesso
egli vive e per il quale egli lavora. Se una publica fiscalis
monetae officina può esistere in qualche luogo, infinite sono
le officine private che si uniscono alle altre necessarie al-
l'organizzazione economica della villa. Ed è anche possibile
ritenere che un semplice privato conii liberamente del me-
tallo; il che servirebbe a spiegare le monete che portano
semplicemente il nome del monetario.
Trovo inutile sviluppare largamente questi accenni che
sono sufficientemente chiari per chi conosca l'organizzazione
territoriale nelle Gallie ed il perseverare delle sue forme
nel trapasso romano-merovingico. Solo voglio richiamare
qualche prova ai'cheologica a sostegno di quanto ho asserito:
la prova è data da un perseverare delle monete plumbee
anche sino al VII od all'VIII secolo (0. Nel gabinetto delle me-
daglie presso la biblioteca nazionale di Parigi si conserva
(i) Anche nel XIII secolo si trova un piombo che riproduce il tipo
delle monete di Sigfrido II arcivescovo di Magonza (1200-1230): inedito
da Buchcnau in Blàlter f. Miinfreiiiìde, 1904, coli. 31 19-3120. Anche molti
piombi bizantini andrebbero studiati sotto questo punto di vista. Esiste
infatti un interessante testo di Michele Psello (1020-1072) nel Ióvo^{>t;
Tcùv vójxuiv [Fair, ,^'r., CXXII, 955-956) che sembra annoveri fra i mezzi
di pagamento che debbono essere valutati a peso, oltre l'oro e l'argento,
anche il piombo, mentre vi contrappone le monete minute che debbono
essere nun, erate.
196
una tessera che porta al diritto TIDIRICIA V, cioè Tidiriciaco
vicus, attorno ad una testa, ed al rovescio + SIG-OAfDO,
cioè Sigoaldo, attorno ad una croce (0. Ora di tale vicus
conosciamo molte monete di stile analogo al piombo citato,
ed una porta appunto il nome del monetario Sigoaldo (2). Il
Fillon ha fatto conoscere due altri piombi: il primo ha al
diritto una testa diademata e intorno + VIENNA VICO ; al ro-
vescio + VIVATVS MON attorno ad una croce crismata can-
tonata da quattro punti. Il secondo ha al diritto il nome in-
completamente leggibile di FÉ • • • IPEA • attorno a un busto
a sinistra, e al rovescio ALFINIV • MON • attorno ad una croce.
Il primo pesa grammi 2,60 e il secondo gr. 2,18 'S). Altri
piombi merovingici sono stati pubblicati dal Baudry e dal
Chalon (4). Il numero delle tessere di tipo monetale citate è
assai piccolo in rapporto a quello delle monete merovingiche
giunte sino a noi: ma bisogna tener conto della facilissima
alterabilità del metallo che ne ha distrutto la massima parte.
In Italia un gruppo importante di piombi ci è dato dal
territorio di Luni (5). Un primo piombo, noto in 22 esemplari
di diametro variante da 15 e 25 mm. e di peso da gr. 3,080
a 14,020, reca al diritto un busto grossolanamente disegnato
e al rovescio VENANTIVS EPCS (A e N in nesso) scritto cir-
I
(i) Prou, Cat. M. mér , n. 2372; cfr. Reviie Niiin., 1886, pag. 210 e
Fillon, Eludes nitmism., 1856, pag. 92 che dà una diversa lettura. Il
piombo pesa grammi 12,30.
(2) Proq, op. cit., n. 2365.
(3) Fillon B., Considératioìis liislar. et artist. sur les monnaies de
France, Parigi, 1850, pag. 216, nn. Ili e V e tav. IV, 3, 5.
(4) Baudry, in Bull, de la Soc. Nat. des Antiq. de France, 1877,
pagg. 40-42. Chalon R , in Rev. Belge de Numism., 1859, pag. 545. Si
veda anche nn piombo monetiforme disegnato in Conbrouse, tav, 158 L,
n. 17, che però non mi pare merovingico.
(5) Cfr. U. Mazzini, Dì una zecca di Luni, in Miscellanea di studi
in onore di G. Sforza, Lucca, 1918. Dal punto di vista che sto trattando
sarebbero da studiare anche alcune rare monete di piombo o piombi
monetiformi mussulmani fra i quali indico quelli editi da Stickel nella
Zeitsch. d. Deut. Morgenl. Gesellsch., XL, 1886, pagg. 83-84 (ctr. anche
XXXI, 1877, pag. 534) e da Casanova, in Revue Numismatique, 1900,
pagg. 184-185 Ma r indagine ci porterebbe troppo lontani dal nostra
soggetto.
197
colarmente attorno ad un monogramma che non può asso-
lutamente leggersi " ecclesie basiliane „ come vorrebbe il
Mazzini. Il piombo apparterebbe al vescovo di Luni, Ve-
nanzio, al quale già nel maggio 594 il papa Gregorio Magno
indirizzava una lettera e che è ancora citato nel 603 in una
epistola dello stesso ponteficie a Deusdedit vescovo di Mi-
lano. Un certo numero di questi piombi è rivestito da una
sottilissima pellicola di rame, altri sono di una miscela di
rame e piombo: questo e il loro numero fa escludere siano
delle bolle, perchè ai 22 esemplari citati bisogna aggiungerne
altri II, identici ai primi ma con la dicitura rovesciata.
Di stile analogo è un secondo tipo di piombi che reca
al diritto un busto fra due croci ed al rovescio un rozzo
monogramma nel quale il Mazzini ha letto Lazarus, il nome
cioè del vescovo successore a Venanzio sul trono episcopale
di Luni e contemporaneo alla conquista della città compiuta
da Rothari: il piombo è noto in due esemplari del peso di
gì-- 3'05 e 3>98.
Un terzo tipo è rappresentato da otto piombi di dia-
metro e peso variabili, che recano da un lato la dicitura
ECCL e dall'altra B e un monogramma che contiene le let-
tere L, A, N, E. Il Mazzini ha letto P^cclesie Basiliane, dal
nome della primitiva cattedrale di Luni, il che è probabile
ma non sicuro.
Un altro piombo reca al diritto il solito busto fra due
croci e al rovescio una f alla cui asta verticale è adossato
una B; nel campo a sinistra una croce, a destra una V e un
segno lunato.
Trascuro gli altri piombi trovati nel territorio di Luni
perchè si rivelano di epoca posteriore e probabilmente non
di origine locale: quelli presi in esame costituiscono già un
gruppo importante sia per l'unità di stile quanto per il nu-
mero delle loro varietà. Il nome di Venanzio ne fa certa l'ori-
gine dall'antica città tirrena, ma parlare di una zecca uftì-
ciale a Luni è assurdo: Roma e Ravenna erano nell'Italia
settentrionale e centrale le sole zecche dell'Impero, al quale
appartenne, sino alla conquista di Rothari, anche la Marit-
tima. È dunque una coniazione puramente locale quella che
ci sta innanzi: coniazione di un numerario divisionale d'in-
198
fimo valore per l'uso interno dei possessi della chiesa lu-
nense, o per sopperire alla mancanza di quelle frazioni di
folli che coniavano le zecche imperiali e che mal potevano
giungere alla riviera tirrenica, separata come essa era ter-
ritorialmente dal corpo dell'impero. I piombi col nome del
vescovo lunense ed il suo busto mi pare non possano tro-
vare altra spiegazione, e ad ogni modo essi contribuiscono
a chiarire il problema della monetazione merovingica.
Per ritornare a questa, debbo osservare che vi è uno
'stretto rapporto fra il monetario e l'orefice, come ben prova
il notissimo passo della vita di S. Eligio, per quel principio
da me in altro luogo illustrato, il quale fa si che nell'eco-
nomia della vita medioevale le professioni affini, separate
nell'epoca romana, s'accomunino nello stesso individuo. L'ore-
fice-monetario è il depositario dei metalli preziosi: battendo
la moneta e mettendovi il suo nome egli da con questo al
pubblico una garanzia sul peso e sulla bontà del metallo (0.
Tale garanzia si esprime col termine, come infiniti documenti
portano, di probatae monetae (2); l'artefice è probatus. Ricor-
diamo che S. Eligio è detto faber aurifex probatissimus, e
la legge degli Alamanni (3) stabilisce un'alta composizione
per il faber aurefix aut spatarius qui publice probati sunt.
In quest'ultima forinola appare un'intervento statale (publice
probati); ora mi richiamo alla prima parte di queste mie
(i) Le falsilìcazioni d'epoca merovingica (Cfr. Prou, Ca/n/., nn. 206,
282, 359, 380, 409, 522, 691, 722, 963, 1008, 1022, 1025, 1147, 1231, ecc.)
non possono spiegarsi se non come la prova che si voleva far circolare
sotto un fdlso nome, che dava garanzia, una moneta scadente. L'abbi-
namento delle funzioni di orefice e di monetario è già stata osservata
da A. DE LoNGPÉRiER, Revue Nitin., VI, 1861, 407-428 = Oeuvres, II, 514
e da DuLiTH, Journal internai. iVarch. ntimism., II, 1899, 285, per l'Egitto
tolemaico e vi sono indizi per ritenere che avvenisse anche nell'Egitto
bizantino.
(2) In epoca tarda il termine si altera; cfr. la forma probabiles de-
nari!, nummi probabile?, nei diplomi di Ottone Ili, ed. Sickel, n. 89,
^35j 350 e in quello riportato nel Chron. Laurish., MGH.. SS. XXX,
pag. 401.
(3) § LXXIV, 5 (LXXIX, 7). Da cfr. con la formola della legge Bur-
gunda (X, 3): qui aureficen electum occiderit 150 sol. solvat ; e con
quella della lex rom. burg. (II, 6); prò aurefice electo 100 sol.
199
note, all' illustrazione cioè del marchio di garanzia posto sulle
oreficerie merovingiche. Si può ritenere che esso non potesse
esser usato se non dalTaurefix publice probatus, il che gli
da una situazione preminente di controllore. Fra la marca
dell'oreficeria e la formola della legge vi deve esser stato
uno stretto rapporto che oggi noi presentiamo senza pur
poterne afferrare in pieno la fisonomia.
L'orefice-monetario diveniva il depositario di grandi
quantità d'ogni prezioso metallo e fra le sue funzioni, oltre
quella di eseguire la moneta, deve essersi trovata anche
quella di tener banco di cambio; ad ogni modo professione
lucrosa non per lui solo, ma bensì anche per il signore al
quale era legato col vincolo della ministerialità. Da ciò l'at-
taccamento ad un privilegio che dava si tanto reddito e l'im-
possibilita durata per tutto il medio evo d'eliminare le mo-
netazioni signorili e lasciar sussistere la sola monetazione
regia. Questo per la massima parte dell'Europa occidentale.
La speciale struttura della regalità nel regno merovingie o
ed il suo continuo affievolirsi aveva permesso il sorgere di
infinite zecche particolari, stato di fatto che era diventato
stato di diritto. Nelle epoche successive i signori ottengono
dal sovrano dei diplomi concedenti la moneta onde avere e
lo stato di fatto e lo stato di diritto. Il concetto giuridico
della monetazione feudale è tutto insito già nella forma par-
ticolare della monetazione merovingica.
* *
La riforma monetaria cominciata da Pipino ^ compiuta
da Carlo Magno può sintetizzarsi così: ricondurre la moneta
ad essere un diritto regio, afiìdare la sorveglianza e la di-
rezione delle officine monetarie al conte, dando in via ec-
cezionale ai missi un potere di controllo superiore. Salvo
quindi l'apparire dei missi, i carolingi non hanno fatto altro
se non applicare per tutto l'impero quanto già esisteva,
come meglio vedremo in seguito, nel regno langobardo. La
tanto vantata riforma non fu se non un plagio.
Il passaggio dal sistema merovingico al carolingico non
fu certo attuato in un giorno; abbiamo ancora delle monete
200
che portano i nomi dei monetari sotto Pipino (Auttramno,
Gaddo, Novinus), sotto Carlomanno (Leutbra....) e sotto lo
stesso Carlomagno (Arfiuf, Auttramno, Gervasius, Maurinus,
Odalricus, Rodland, Walacarius). Le officine monetarie sono
ancora numerose; nei primi tempi alcune portano, come nel-
l'epoca merovingica, nomi di chiese. Nell'anno 805 Carlo-
magno decreta col capitolare di TionviUe (§ 18) che non si
conii moneta se non al palazzo; e rinnova la prescrizione
nell'anno 808, senza però ottenere d'essere obbedito. Dopo
di lui il numero delle zecche aumenta e l'editto pistense
(864) che stabilisce non potervi essere zecche se non a Quen-
tovic, Rouen, Reims, Sens, Parigi, Orleans, Chalon, Melle e
Narbonne, oltre che all'officina palatina, rimase inascoltato;
sotto il regno di Carlo il Calvo funzionano circa 130 zecche.
La scelta dei monetari, che in origine dipende dal conte, ai
tempi dell'editto pistense è fatta da quelle persone in quo-
rum potestate deinceps monetae permanserunt: ai conti non
rimanevano quindi se non le officine regie. La moneta, fa-
cente parte del comitatus, segue le vicende di questo e di
tutti i diritti ad esso collegati: quando i conti rendono ere-
ditaria la carica, del diritto di moneta s'impossessano attratti
dai grandi lucri che con esso erano congiunti. Nel diploma
di Carlo il Semplice per la chiesa di Autun (i), con cui esso
concede al vescovo la moneta della città, essa è detta: mo-
netam quam in praefato urbe comitalis potestas dominabatur,
essa cioè era dominio e proprietà del conte. Ciò è confer-
mato dai diplomi per Treviri del 902 e per Puy del 924 (2).
Nel X secolo la moneta è dunque proprietà dei conti o dei
vescovi-conti, i quali alla fine del secolo cominciano ad iscri-
vere il loro nome a fianco di quello del sovrano nei pezzi
da loro coniati. Questo per le zecche regie.
Ma già Ludovico il pio nell'anno 827 aveva inaugurato
il sistema di concedere officine monetarie speciali a certe
chiese, se possiamo ritenere attendibile il fatto riportato nella
Translatio S. Sebastiani, per S. Medardo di Soisson. Certa
è la fondazione di una zecca per Corbie sassone fatta dallo
I
(i) Dell'anno 900 : Cfr. Recueìl des ììist. de Frante, IX, png. 486.
(2) Cfr. Prou. Calai iìioìiu. carol., pagg. lv-lvii.
I
20I
Stesso sovrano nell'anno 833 (i), per la chiesa di Mans nel
836 (2), e sono ben noti tutti i diplomi che danno a chiese
e monasteri i diritti ormai uniti nell'economia medioevale di
mercato e moneta. Se questi diplomi in origine non conce-
dono se non la fondazione di una zecca che batta monete
di tipo regio, con la carta del 920 per Prum (3), Carlo il Sem-
plice riconosce al monastero il diritto di coniare proprii nu-
mismatis monetam: essa quindi perde il suo carattere pub-
blico e diviene una cosa privata. Cominciano i vescovi dei
paesi renani a porre le iniziali dei loro nomi sulle monete;
così a Strasburgo OD per Odbert (907-913), GD per God-
fried (913), RS per Richwin (914-933), VEB per Eberhard
(933-934): Salomone III vescovo di Costanza (892-911) scri-
verà sul rovescio dei suoi denari il nome intero SALOMON.
Siamo agli inizi della monetazione signorile.
Ciò nei paesi d'oltr'alpe dell'Impero carolingico: con
maggiori dettagli dobbiamo studiare quanto è avvenuto in
Italia nel medesimo periodo.
* *
Quando Carlo Magno conquistò l'Italia si trovò innanzi
ad una situazione monetaria ben diversa da quella francese.
Qui il re langobardo aveva conservato, salvo le eccezioni
di cui sopra ho accennato, specie Benevento, il pieno diritto
regale della moneta che veniva battuta in un certo numero
di zecche sotto la sorveglianza e la direzione del conte, que-
stione quest'ultima che mi riserbo di dimostrare in seguito.
Nell'insieme un perfetto ordinamento statale che servì a Carlo
da modello per i suoi tentativi di riforma compiuti nel resto
dell'Impero.
Dopo la sconfitta di Desiderius alcune zecche continua-
rono a battere l'abituale moneta, del cui tipo già ho parlato,
ma togliendo il nome del re e sostituendolo con una leg-
(1) BòHMER-MiilILBACHER, 893.
(2) BÒHMER-MUHLBACHER, 928.
(3) Recueil des hist., cit., IX, pag. 548. Cfr. anche il diploma per
Caiiibray del 911 in Prou, op. cit., pag. lxvi, nota i; quello di S. Mar-
tino di Tours, Recueil, IX, pag. 528.
14
202
gendd fittizia, composta in generale delle lettere V, I, O, N,
ciò fecero le zecche di Lucca, di Pisa, di Pistoia e alcune
altre delF Italia centrale. Quella di Lucca anche creò un
secondo tipo, ove il nome della città invece di essere
scritto per esteso è espresso in un monogramma. Sono
queste le monete che così erroneamente furono dette auto-
nome e che invece non sono se non il prodotto di una co-
niazione transitoria del momento confuso ed anarchico che
seguì lo sfasciarsi del regime antico quando il nuovo non
si era ancora organizzato. Ma ben presto tutte le zecche del
regno ricominciarono a battere la moneta regia per Carlo re,
copiando il tipo langobardo: la moneta aurea ha cioè al di-
ritto la leggenda D(ominus) N(oster) CAROLO (oppure CA-
ROLVS) R (oppure REX), scritto in circolo attorno ad una
croce potenziata e solo per un esemplare di Lucca attoino
ad un busto di prospetto. Al rovescio la moneta porta la
dicitura FLAVIA (oppure FLA o FL) seguito dal nome delle
zecche. Queste sono Milano, Bergamo, Seprio, Ticino, Lucca
e Pisa. La moneta di Pisa ha il nome della città seguito da
C, iniziale di Civitas.
La massima parte di queste monete ci sono note dal
ritrovamento di llanz; ora un pezzo contenuto in questo ri-
postiglio solleva un problema interessante. E un pezzo d'oro
di stile analogo a quello degli altri conii ma avente al di-
ritto la dicitura + DOMM : S CAROLVS scritta attorno al mo-
nogramma R -F; al rovescio la dicitura + FLAVIA CVRI-AM
attorno all'abbreviazione GIVI. Il problema che si pone è
questo : dato che tutte le monete carolingiche di cui stiamo
occupandoci derivano da prototipi langobardi, la moneta di
Coirà deriva anch'essa da una precedente moneta di stile
langobardo oppure essa rappresenta l'apertura di una nuova
zecca, creata da Carlo Magno, ed in questo caso a quale
epoca è ella attribuibile.
Nel V secolo la Rezia dipende civilmente dalla diocesi
d'Italia ed ecclesiasticamente da Milano come prova la sot-
toscrizione al concilio del 451 : Abundantius (vesc. di Como)
prò se et prò absente sancto patre suo Asinione episcopo
ecclesiae curiensis primae Rhaetiae. Essa fa parte del regno
20^
di Teoderico di cui i confini giungono lungo il Reno sino a
Basilea (i), ed è amministrata da un duca ed è ritenuta come
la rocca che difende l'Italia (2). Subisce poi la conquista
franca e viene in potere di Teodeberto d'Austrasia verso
il 536-537 (3) e ancora nel 590 è il luogo di riunione dei venti
duchi che Chidelbertus manda contro l'Italia (4). Malgrado
questa dominazione franca l'iscrizione sepolcrale del vescovo
Valentianus (f 7 gennaio 548) è datata dal post cons. di Ba-
silio (5). Per quanto dipende da Milano ecclesiasticamente, il
suo vescovo Vittore firma gli atti del concilio di Parigi del
IO ottobre 614 e Tello quelli del concilio di Attigny, che
ebbe luogo fra il 760-762 (^) ai quali non partecipavano se
non vescovi del regno franco : dipendenza quindi nominale
puramente. Il testamento del vescovo Tello (15 die. 765) è
datato con gli anni di Pipino: tutto prova che la Rezia Cu-
riense mai non fece parte del regno langobardo (7). Dunque
la moneta carolingica di Coirà non rappresenta la continua-
zione di un tipo langobardo: essa è il prodotto di una nuova
officina apertavi da Carlo Magno, in quanto che non cono-
sciamo nemmeno monete merovingiche attribuibili alla Rezia.
Tale punto ammesso in modo sicuro, rimane a spiegarsi
perchè Carlo Magno abbia introdotto nella zecca un tipo
essenzialmente italico, facendo apparire anche sulla moneta
il titolo di Flavia premesso al nome di Coirà, titolo caratte-
ristico. L^unico dato che ci sorregga è la divisione dell'im-
pero dell'anno 806, per la quale il ducato curiense viene
(1) ScHUBERT, Uiilerwerfuiig der Alaniaìinen nìiter die Franken. Stra-
sburgo, 1884, pag. 57.
(2) Cassiod., Var., I, XI ; VII, IV, Ed. Momniseii, pagg. 20 e 203-204.
(3) Procop., Bello goth., I, 14 ; Agathias, Risi., I, 4, 6, 7.
(4) Gregor Turon., H. /'., X, 3; Paolo Diac, III, 31.
(5) CIL., XIII, 5251.
(6) MGH., Conc, I, pagg. 185-192; II, pag. 73.
(7) E' quindi una tarda e leggendaria tradizione quella raccolta
dalla Chronicii Mediolanensis che mette come paesi retti da Desiderio
" Liguriam, Emiliani, Venetiam, Alpes Coriam (sic), Retiam, Tusciam
^ et Sampnitam „. Cfr. Tediz. Cinquini, Roma, 1904, pag. 11. La Genea-
logia comitiim Angleriae, altra mistificazione del XIV secolo, spiega
" Retia de quo est Coriam „. Stessa ed., pag. 29.
204
dato a Pipino, cioè unito all'Italia (i). Ma d'altra parte os-
servo che la moneta di Coirà porta il nome di Carolus rex
francorum, è quindi anteriore alla coronazione imperiale del-
l'anno 800. Bisogna da ciò concludere che una forma d'unione
della Rezia all'Italia aveva già avuto luogo innanzi questa
ultima data (2). La coniazione dell'oro alla fine del sec Vili
in Italia non è stata dunque qualcosa di eccezionale, un sem-
plice perseverare della tradizione langobarda : ebbe invece
grande importanza, tanto da condurre alla creazione di una
nuova zecca (3); è quindi doloroso che i documenti siano
muti intorno al regime monetario italiano durante gli ultimi
anni del sec. VIII, o che i documenti a noi pervenuti ri-
mangano inesplicabili.
Tale è il § 9 del Capitolare di Mantova: De moneta-
Ut nullus post kalendas augusti istos denarios quos modo
haberi visi sumus dare audeat aut recipere; si quis hoc fe-
cerit, bannum nostrum componat. Al capitolare si assegna
generalmente la data del marzo 781, ma quale moneta si
intendeva con esso demonetizzare ?
Il Prou fa un lungo ragionamento per dimostrare che
con la disposizione legislativa si intendevano colpire quei de-
nari che hanno al diritto la leggenda CAROLVS scritta su
due linee, per sostituirvi i denari a monogramma U). Non
mi sembra che lo studioso francese sia riuscito nella sua di-
mostrazione, e ciò per diverse ragioni. Intanto egli deve am-
(i) MGH., Legum, I, pag. i:io e segg.; Capii,, I, pag. 126. Non vidi:
U. Stutz, Karls des Grossen divisio voii Bistiim itnd Grafschaft Chiir.^
Historische Anfsàlze Karl Zetimer z. 60 Gebiirlslag... dargebracht. Wei-
mar, 1910.
(2) Cile fosse unita alla marca d' Italia-Austiia, come sostiene il
Baudi di Vesme, Dell'orig. rom. del comitato, pag. 284, noia 51, non so
proprio dirlo.
(3) La monetazione di Coirà continuò coniando denari sotto Ludo-
vico il Pio (Mader, Krit. Beitr., IV, 9) e sotto Ottone I (Dannenberg,
pag. 369). Poi dal vescovo Ulrico (1002-1026) ebbe una monetazione ve-
scovile (Dannenberg, pagg. 369-371, 501, 672). Coirà fu staccata eccle-
siasticamente da Milano dopo l'anno 842, quando Verendario suo ve-
scovo è ancora al concilio milanese dell'arciv. Angilbcrto, e prima del-
l'anno 847 quando Gerbraco è già al concilio di Magoiiza.
(4) Catalogne ruonn. caroL, pagg. viii-xi.
205
mettere che la demonetizzazione del tipo non avvenne con-
temporaneamente in Francia ed in Italia, perchè il § 5 del
capitolare di Francoforte del 794 chiama " novi denari! „
quelli che Carlo Magno dice portare " nominis nostri no-
misma „, cioè il monogramma; tredici anni sono un po' troppi
perchè i denari si dicano ancora nuovi. Ma di una nuova
moneta parla anche una lettera di Alenino datata del mag-
gio 796(1) che il Prou non ricorda; il § 18 del capitolare
di Thionville dell'anno 805 indica i denari qui modo mone-
tati sunt, e per non perderci a citare tanti esempi documen-
tari, ricordo che le carte pistoiesi dell'anno 812 contengono
la menzione di " novios denarios „ (2). Che denari sono
questi? ancora quelli dal monogramma che il Prou vorrebbe
coniati nel 794 o quelli del tipo XPICTIANA RELIGIO ?
Che i denari dal tipo del monogramma si siano formati
per influsso italiano, lo provano alcuni conii di Treviso (3),
che rappresentano una transizione verso tale tipo. Inoltre dei
denari con CAROLVS su due linee abbiamo in Italia quattro
tipi distinti, quelli col rovescio R F, poi quelli col rovescio R F
collegato con altro monogramma, quelli col nome della zecca
scritto su una o due linee (LVCA, PARMA, MEDIOL., ecc.) e infine
quelli col nome della zecca scritto in monogramma (LVCA,
SEBRIO, PARMA). A quale di tutti questi tipi si vuol riferire
il decreto di Carlo? A uno solo o a tutti? Come si vede la
questione è assai oscura e ben lontana dall'aver avuta una
soluzione. Qualche nuovo contributo al problema porteremo
nello studio cronologico dei tipi carolingici.
(i) Jaffè, Mori. Alciiiniaua, n. 53; MGH., Epist.^ ed. Dtimmler, pa-
gina 140. E' importante notare che i denari della nuova moneta servono
ad Alenino come una indicazione di peso.
(2) Fioravanti, Mem. stor. pistoiesi, doc. pag. 18 ; Zaccaria, Aneciio-
t or uni //leciti aevi, pag. 307.
(3) Prou, Catal., cit., n. 911. Ripostiglio llanz n. 85-86 catal. Jecklin.
Si ritiene anche che il monogramma di Carlo nei diplomi abbia avuto
origine dalla imitazione bizantina: cfr. Lechner J., Das mo/iogramtn
tn de/i Urkimde Karls des Grossen, in Neiies Arc/iiv, XXX, 1905, pa-
gina 702 e segg.; Wolfram G., in Jahrb. d, Gesellsch. fiir Lothringische
Gesch. tmd Alierthiimskunde, XVII, 1905, pagg. 346-349; Poole R. L.,
The Seal and Moiiogra/ii of Charles the Great, in The English Hist.
Rew., 1919, pagg. 198 e scgg.
206
Che ad ogni modo ai testi legali non si deve dare se
non una importanza minima nello studio della storia econo-
mica, lo prova il fatto che quei denari del tipo CAROLVS su
due linee che certo sono i più antichi fra tutti quelli coniati
da Carlo Magno in Italia, hanno continuato a circolare libe-
ramente in barba a tutti i capitolari. Lo prova il ripostiglio
di Ilanz, databile al più presto dell'anno 8io : esso conteneva
39 denari di Carlo Magno e di questi tre soli erano del tipo
del monogramma, due di Treviso e uno di Pavia I Per di
più osservo che il più antico documento italiano dell'epoca
carolingica che parli di denari grossi è il lucchese dell'ot-
tobre 8oi (0. Ora fra i denari del tipo CAROLVS su due
linee e quelli al monogramma, vi è una notevole differenza
di diametro e di peso; il termine di grossi non si adatta se
non a questi ultimi ed è strano che nessun documento li citi
fra le due date 781 e 80 r.
Come si vede vi sono non pochi elementi che si oppon-
gono all'accettazione della tesi del Prou: cosa tanto più
grave perchè così rimaniamo all'oscuro di quando avvenne
la riforma ponderale di Carlo Magno e più difficilmente po-
tremo studiarne le ragioni.
E certo ad ogni modo che Carlo Magno ha continuato
in Italia il diritto regio della moneta già vigente sotto i lan-
gobardi, senza intaccarlo con strappo alcuno, come per nulla
lo intaccarono i suoi successori sino alla fine circa del se-
colo IX.
Una situazione tutto affatto particolare si presenta però,
durante il regno di Carlo per territori non appartenenti al
regno langobardo: Benevento, Roma e Venezia.
A Bene\'ento il duca Arichi (II), regnante dal 758, bat-
teva secondo la tradizione del ducato, delle monete tipo bi-
zantino portanti quale unico suo contrassegno l'iniziale A
nel campo del rovescio. Caduto il regno Arichi s'intitola
(i) Meni, e doc. per servire alla storia del ducato di Lucca, t.
pag. 4.
iV,
207
principe, e tale titolo appare sulle monete ove alla leggenda
dei tempi precedenti " Victoria augustorum „ si sostituisce
quella di " Victoria principi „. Le lotte con Carlo e la vit-
toria del re franco non hanno lasciata alcuna traccia sulle
monete. Morto Arichi nel 788, il figlio Grimuald (III) già
prigioniero di Carlo, fu da questi riconosciuto come succes-
sore legittimo d'Arichi dietro un tributo annuo, il patto di
vassallaggio e il riconoscimento della signoria di Carlo
espressa palesemente mettendo il nome di questi sulle mo-
nete e sui documenti ('). In conseguenza Grimuald battè
delle monete d'oro che portano al diritto il suo ritratto con
la leggenda + GRIMVALD, oppure + GRIMVALD DX (dux), e
al rovescio DOMS •:• CAR • R e nel campo le lettere GR ;
inoltre delle monete d'argento che portano al diritto il mo-
nogramma di Carolus rex ed al rovescio quello di Grimoald.
11 beneventano appare dunque come un duca (si osservi bene
e non principe come il genitore) che batte una moneta por-
tante il nome del re: il vincolo di vassallaggio è chiara-
mente espresso.
Ma come è noto Grimuald scuote ben presio il giogo
franco dopo sposata una nipote dell'imperatore Costantino VI;
e dal 793 tiene testa agli eserciti di Carlo. Il nuovo periodo
di libertà ben si vede sulle monete, che riprendono il tipo
di Arichi con al diritto + GRIMVALD ed al rovescio VICTO-
RA •:• PRINCIP con le lettere GL nel campo. Così le monete
d'argento portano al diritto il monogramma di Grimuald ed
al rovescio BENEBENTV. Nulla più rimane della sudditanza
al re franco, del quale come dei suoi successori non appare
alcun segno sulle monete di Grimuald IV (806-817), di Sico
(817-832), di Sicardo (832-839) e di Radelchis (839-851), le
(i) Set prius cum sacramento luijus modi vinxit ut Langobardorum
iiicntuin tonderi fecit, cartas vero nummos sui iiomiiiis caracteribus
superscribi semper juberet. Accepta deiiique licentia repedandi, a Be-
neventi civibus magno cum gaudio, exceptus est {Grintoaldtts). ì\\ snos
aureos ejusque nomine aliquamdiu tìgurari placuit. Scedas vero simi-
liter aliquanto jussit exarari tempore. Reliquia autem prò nihilo duxit
observanda; mox rebellionis jurgium iniliavit. Erchempertus, Ilisi. ìnvi^-
ben., e, 4, ed. Waitz, MGH., pag. 236.
208
quali portano liberamente il titolo di PRINCE BENEBENTL È
sotto Adelchis (853-878) che riprende la dominazione franca:
mentre le monete di questo principe in un primo tempo por-
tano solo il nome + ADELHIS PRINCE, dopo la spedizione
di Ludovico II (866) esse portano sul diritto + LVDOVI-
CVS IMRE e sul rovescio + ADELHIS PRINCES, e più tardi
solo il nome dell'imperatore, o quello dell'imperatore e dei-
imperatrice Angilberga coi titoli di Augustus e di Au-
gusta. Dopo la rivolta del gran langobardo contro l'ignobile
giogo franco, è il pontefice Giovanni Vili che tenta stabilire
la sua sovranità sopra Benevento: abbiamo in corrispondenza
una moneta che reca + ADELGI • PRN e nel centro un mo-
nogramma con le lettere lOHA, mentre al rovescio sta il
nome della cattedrale SCA • MR. Con gli ultimi principi di
Benevento ritorniamo alla monetazione che porta il solo
nome del Signore langobardo.
A Capua possiamo osservare un fenomeno analogo: le
prime monete dei conti di Capua portano il nome dell'arcan-
gelo Michele e della città CAPVA: ma dopo la morte di Lan-
dolfo (marzo 879) il conte Pandonulf si sottomise a papa Gio-
vanni Vili che subito fece battere una moneta portante at-
torno al nome della città il suo + IOANNES • PAPA, moneta
ricordata anche da Erchempertus (0, che quasi adopera le
stesse parole che già usò per narrare che Carlo Magno fece
porre il suo nome sulle monete e sulle carte beneventane.
A Roma ci si presenta un fenomeno analogo. La zecca
dell'Urbe aveva coniato per i re goti e, dopo la restaura-
zione del potere bizantino, per gli imperatori d'Oriente. Ciò
deve essere durato fino al primo decennio circa del sec. Vili,
perchè leggiamo nel Liber pontificalis, nella vita di papa Co-
stantino (708-715): hisdem temporibus cum statuisset populus
Romanus nequamquam heretici Imperatoris nomen aut chartas
(i) Quia Pandonulfus prius se subdiderat dicto papae in cuius vo-
camine et cartae cxaratae et nummi figurati sunt. Erchemp , e. 47, ed.
Waitz, pag. 254.
209
vel figuram solidi susciperent (i). L'accenno all'eretico impe-
ratore deve riferirsi a Filippicus Bardones (711-713) che rav-
vivò la controversia dei moneteleti nella sinodo constantino-
politana del 712.
È noto che i primi saggi di monetazione papale sono le
tessere in rame di Gregorio (731-741) e di Zaccaria (741-
752) (2 ; ma monete propriamente dette non ne abbiamo che
con Adriano (3) (772-795) il quale batte dei denari d'argento
che portano al diritto la dicitura — HADR • • ANVS Px P at-
torno al suo busto e nel campo I e B, e al rovescio — VIC-
TO-IA DNN .*• attorno ad una croce potenziata con ai fianchi
le sigle R e M ed all'esergo la marca dell'oro CONOB. RM
è la marca della zecca di Roma come sui tremissi di Co-
stantino V e Leone IV. Come si vede è il tipo bizantino che
si ripete con l'anacronismo della marca dell'oro su una nìo-
neta d'argento. In quanto poi alle sigle del diritto I e B,
esse non sono state spiegate in modo soddisfacente: vi si è
voluto leggere Imperator e Basileus, oppure Jesus e Basileus.
Le medesime sigle Bl le troviamo su monete arabe d'oro
che ripetono il tipo imperiale di Eraclio, Eraclio Costantino
ed Eracleone (4). Una imitazione diretta dalle bizantine non
è ammissibile, in quanto che gli aurei dei tre basilei non
hanno mai nel campo le due lettere come le imitate monete
arabe: ma invece recano il monogramma di Eraclio con una
(i) Lib. poniif. ed. Duchesne, I, pag. 392.
(2) Per tutte le monete papali che verrò citando mi riferisco, salva
nel caso di altre indicazioni, all'opera del Serafini. Non deve meravi-
gliare se le due tessere monetarie sono rettangolari : anche i bronzi
di Costantino V (741-755) dalla marca XXX hanno la stessa forma. Cfr.
Wroth, Calai. Imp. Byz. Coins^ n. 70-71, pag. 389.
(3) Si potrebbe pensare che è attribuibile all'usurpatore Toto duca
di Nepi (767) una moneta edita dal Wroth, nel catalogo delle monete
vandale, ostrogote e langobarde del British Museum (pag. 153, n. i,
tav. XXI, i) che ha al diritto la leggenda y — 1|||| TOTO + ^-^^ '*^"
torno ad un busto a d. con paludamento e corazza : al rovescio, attorno
ad una croce potenziata, una leggenda senza significato. Per lo siile la
moneta appartiene al sec. Vili.
(4) Cfr. i cataloghi di Berlino, Neutzicl, cit., n. 21 e di Parigi, I a-
voix, cit., n. 26.
2IO
delle lettere A, B, I, G, 6, K nel campo, mentre al seguito
della leggenda al rovescio VICTORIA AVGG- hanno le lettere
numerali da A a I, cioè da i a io. Questi ultimi sono cer-
tamente i numerali che contraddistinguono le officine della
zecca costantinopolitana; nessun influsso debbono aver avuto
sulla monetazione islamica ne è possibile pensare ad una de-
rivazione da loro. E stata enunciata l'ipotesi che la marca Bl
sugli aurei mussulmani fosse un segno di valore, dello stesso
tipo che IB (== 12) sui bronzi bizantini della zecca d'Ales-
sandria; oppure che si dovesse leggere Bl come 2.^ indi-
zione. La moneta di Adriano non deriva ad ogni modo dal
tipo dei tre basilei, bensì da quelle contemporanee di Co-
stantino V Copronimo (741-775) coniate in una zecca d'Italia
che dallo stile il Wroth vorrebbe fosse Roma. Che la zecca
dell'Urbe malgrado la citata asserzione del Liber Pontificalis
avesse continuato a coniare in nome dell'imperatore d'Oriente
da Filippico a Costantino V lo provano non solo le citate
considerazioni stilistiche del Wroth, ma più sicuramente an-
cora l'esistenza di un tremisse coi busti di Costantino \' e
di Leone IV, posteriore dunque al 751, che porta al rovescio
attorno alla croce potenziata la solita dicitura VICTORI
AVG-TO (augustorum) e nel campo il segno di zecca di Roma,
RM. E sotto lo stesso imperatore abbiamo dei bronzi con il
segno XXX e l'indicazione di zecca [R]OM (0.
Da ciò si vede come siano tendenziose o volutamente
false molte asserzioni del Liber Pontificalis, dove i dati sono
sfacciatamente alterati per il fine politico della Santa Sede.
Per ritornare al denaro di Adriano e alla marca IB, osservo
che le monete bizantine coniate fra Giustiniano II e Costan-
tino V non hanno mai segni di zecca nel campo, ma bensì
alla fine dell'iscrizione nel rovescio, se provengono dalla
zecca di Costantinopoli, secondo la classificazione del Wroth;
li hanno invece nel campo al rovescio gli aurei di coniazione
provinciale, di Cartagine, di Roma e di Ravenna. Questi
segni sono varie lettere (A, B, 6, G, H, I, M, R, S, A, TT, 0)
(l) Wroth, Catal. of. the Imp. Byz. Coitis, II, Costantino V, n. 65,
pag. 388 e tav. XLV, io. Il tremisse è di bassissima lega, di electron.
Per il bronzo slessa opera nn. 70-71.
211
qualche volta la combinazione l€, oppure una stella con una
delle lettere I, A, €, H, A, R, o la combinazione RM già ac-
cennata. Salvo quest'ultimo caso, tutti gli altri non possono
richiamarsi ad iniziali di zecca (non esistendo che Ravenna
e Roma), ne a numerali di officine, perchè si arriverebbe a
cifre troppo alte: forse sono segni di emissione dei quali il
significato esalto ci sfugge e forse ci sfuggirà sempre. In
quanto poi ai segni al diritto della moneta e nel campo,
questi si osservano sotto Leone III e Costantino V nelle
zecche italiane e sono lettere f, C. A, R, A ; oppure due let-
tere, ai due lati del busto imperiale, RI, lA e il loro signifi-
cato ci è ignoto, ma probabilmente costituiscono una serie
di segni di cui qualche elemento solo è giunto fino a noi,
e fra i perduti vi era probabilmente il prototipo del segno
papale, IB.
Questo primo denaro d'Adriano è dunque tutto affatto
ancora nella tradizione bizantina.
Adriano batte ancora un altro tipo di denari che si al-
lontanano dagli esempi bizantini e più si avvicinano alla tes-
sera di Gregorio. Essi hanno al diritto su tre linee, tagliate
da una croce, la leggenda HADRIANVS PAPA, e al rovescio
pure su tre linee, SCI PETRI; questo genitivo fa presupporre
l'espressione completa Sci Petri moneta. Tale denaro mostra
nel papa il pieno pos^:esso del diritto monetario. Ma appena
avviene la conquista carolingica le cose cambiano aspetto:
è a Roma che si batte un denaro portante la dicitura sul
diritto + CAROLVS REX FR(ANCORVM), attorno al mono-
gramma, che continua sul rovescio + ET LANG(OBARDORVM)
AC PAT(RICiVS) ROIVI(ANORVM) attorno ad un altro mono-
gramma poco chiaro, che io leggerei come una R con due
tratti inclinati ai quali sono attaccate le lettere A e fi. Da
Leone III sino a Giovanni Vili la moneta romana assume
un aspetto che già abbiamo incontrato a Benevento: porta
il nome dell' impttratore al diritto in circolo attorno al mo-
nogramma IMP, ed al rovescio + SCS PETRVS attorno al
monogramma del papa. Considero questa seconda faccia
della moneta come rovescio, a differenza di quanto fanno
altri studiosi, perchè l'indicazione " sanctus petrus „ tiene il
posto del nome della zecca che non è di regola sul diritto.
212
I denari romani assumono quindi l'aspetto completo di un
denaro imperiale dove per una speciale concessione, che non
sappiamo se avvenuta in seguito ad accordi, appare il mo-
nogramma del papa; il tipo stilistico è poi tutto affatto franco,
mentre a Benevento era continuato il tipo locale pur con
l'iscrizione del nome del nuovo signore. Il nome dell'impe-
ratore Carlo appare sui denari del tempo di Leone III; quello
di Ludovico il pio da Leone III a Gregorio IV; quello di
Lotario da Gregorio IV a Benedetto III; quello di Ludo-
vico II da Benedetto HI a Giovanni VIII.
Il monogramma IMP del diritto è qualche volta sosti-
tuito da PIVS o da ROMA. Giovanni Vili approfitta della de-
bolezza degli ultimi carolingi per battere un denaro dal quale
scompare il nome dell' imperatore : esso ha al rovescio
+ ROMA attorno al monogramma papale, e al diritto SCS
PETRVS scritto verticalmente ai due lati del busto dell'apo-
stolo la cui presenza ci indica il lato più importante della
moneta.
Ma con l'incoronazione di Carlo III si ritorna al tipo
imperiale, apparendo sul diritto + CAROLVS IMP attorno al
monogramma del papa. Con Marino I il tipo cambia ancora:
al rovescio abbiamo MARINI PP attorno al monogramma di
Roma, al diritto + SCS PETRVS attorno al monogramma di
Carlo. Con Adriano III e Stefano VI la disposizione è scam-
biata ritornando al tipo del diritto con + CAROLVS IMP at-
torno al monogramma di Roma e del rovescio con + SCS
PETRVS attorno al monogramma del papa. Ma in vacanza
dell'impero Stefano batte una moneta che ha al diritto
+ SCS PETRVS attorno al monogramma papale e al rovescio
+ SCS PAVLVS attorno al monogramma di Roma.
Comunque si voglia considerare la questione, è chiaro
che il pontefice non batte moneta con diritti sovrani, ma solo
con diritto feudale: come egli deve attendere il riconosci-
mento imperiale perchè la sua elezione sia valida così deve
mettere il nome del suo signore sulle monete. La moneta
di Roma è un caso di coniazione feudale in Italia avanti il
X secolo: è evidente che il pontefice mal subisce il giogo
ed approfitta della vacanza o della gran debolezza deli' im-
pero per cancellare il nome del sovrano dai comi, pronto
213
poi a rimettercelo appena l'imperiale potenza si è rista-
bilita (I).
Il reddito della moneta romana appartiene al papa: ciò
risulta chiaramente dal XV cap. degli atti del concilio di
Ravenna dell'anno 877 (2), col quale enumera i beni dipen-
denti immediatamente dal fisco pontificio e che non potevano
essere dati in beneficio. Se il reddito era papale non lo era
il diritto di battere moneta, puramente imperiale ; perchè
anche nel suo giuramento (3) l'imperatore riconosce nell'illi-
mitata autorità del pontefice quanto a lui apparteneva od ai
suoi romani, ma mai in nessun atto egli cedette a questi il
suo Diritto monetario.
* *
Pili semplice si presenta il problema per Venezia. La
città lagunare passata dalla reale alla nominale dipendenza
dell'Impero d'Oriente, divenuta tributaria dell' Impero Caro-
lingio (4), batte nel nome di Hludovicus dapprima di Hlota-
rius poi, una moneta di tipo completamente franco e portante
(i) Nella datazione dei documenti privati esistono grandi divergenze:
le carte di Monte Aniiata per il territorio romano {Arch. Soc. Roin. di
St. Patria, XVI) per tutta l'epoca carolingia recano prima il nome del-
l'Imperatore e poi quello del papa: così le carte Viterbesi del registro
Farfensc. Le carte di Subiaco seguono in un primo tempo la stessa
regola (dee. a. 837), per poi invece posporre il nome dell' Imperatore a
quello del papa (docc. aa. 850, 857, 866, 876).
(2) Concilio di Ravenna^ 877 (Mansi, XVII, 337), § XV : Auctoritate
summi judicis d. n. J. Ch praecepimus, decernimus et modis omnibus
interdicimus, ut amodo et deinceps nuUus quilibet homo petat patrimonia
sanctae nostrae ecclesiae,... videlicet... monetam romanam... sed haec
omnia in usum salarli sacri palatii Lateraneusis perpetualiter mancant,
ita ut solitos reditus et angarias perpetualiter absque ulla contradictione
persolvant.
(3) Vedi quelli di Carlo Magno e di Ottone I in Hauck., Kirclieii-
gesck., II, 83 e Jaffé, Biblioth., II, 588-594.
(4) Cfr. oltre la storia del Kretschmayr, gli studi particolari; Fanta,
Die Vertràge d. Kaiser mit Venedig bis ztmi Jahre 98 j, in Mittheil. d.
Insi. f. òst. Geschichisf., i.°suppl.eE. Lentz, Der allmahliche Uebergang
Venedigs von fakiischer zu nominelkr Abìidngikeit von Bysanz, in Byz.
Zeitsch, III, 1894.
214
sul rovescio il nome della zecca. + VENECIÀS o + VENECIAS
MONETA nel primo caso, VENECIA nel secondo. La libbra
veneta è già citata nel patto dell'anno 840(^1). Quando l'im-
pero carolingio declina, e del suo potere meno teme la città,
avviene, come a Roma, la scomparsa del nome imperiale:
la nuova moneta, pur continundo il tipo franco del tempio,
reca al diritto + DS CVNSERVA ROMANO IMP ed al rovescio
XPE SALVA VENECIAS (2).
Determinare quando questi denari furono battuti e quando
vennero sostituiti dagli altri portanti la dicitura '' Cristus
imperat „ di cui in seguito dovremo parlare, è cosa assai
malagevole : certo la loro epoca non può esser fatta scen-
dere, per ragioni stilistiche, oltre la fine del IX secolo.
Nel medesimo periodo i documenti veneti sono datati
con gli anni degli imperatori di Costantinopoli. Nell'antitesi
fra le carte e le monete è tutta la politica veneta la quale
mantiene i suoi rapporti con Bisanzio per ottenerne 1 criso-
boli che le aprono le porte dei mercati mediterranei; e nel
medesimo tempo col tributo all'impero carolingico facilita le
concessioni di tutte quelle esenzioni di dazi ed aggravi che
le permettono dapprima di penetrare, poi di mantenere una
situazione commercialmente privilegiata, nei centri di traf-
fico della valle padana. La moneta veneta è battuta in ori-
gine certamente come moneta imperiale; poi lentamente,
con tutta l'organizzazione del palatium, sfugge alla potestà
sovrana per passare esclusivamente sotto quella del doge,
il quale si guarderà bene di ricordare in qualsiasi modo tale
trapasso abusivo e si farà riconoscere, da Rodolfo nel 925,
il diritto monetario come consuetudine datante dai più antichi
tempi (3).
Per concludere: il principio romano della moneta intesa
quale diritto regio fu ereditato ed applicato in massima dai
langobardi, e da questi si inspirò Carlo Magno nella sua ri-
Ci) MGH. Capa., ir, n. 233, § 34, pag. 135.
(2) La forinola ricorda il " Deus adiuta Romanis „ dell'argento di
Eraclio nel 615. Cfr. Chron. Alex., I, pag. 706, ed. Bonn.
(3) Cfr. il diploma in Schiaparelli, / dipi. Hai. di Liidov. Ili e di
Rodolfo II, N. XII. Inoltre Dandolo, in Rr. II. Ss., XII, col. 200 B.
21!
forma abolendo la libertà di moneta che vigeva nelle Gallie
sotto i Merovingi. I successori di Carlo non seppero mante-
nere intatto il principio nei paesi d^oltr'alpe sino alla fine;
Io seppero o lo poterono in Italia, imponendo anche il nome
sovrano in territori in un certo qual modo esterni al regno,
Roma e Venezia. È solo sotto i re d'Italia che il principio
viene intaccato ed in breve volgere di anni quasi distrutto :
come ciò sia avvenuto dovremo ora vedere.
*
* *
Con un diploma datato del 21 novembre 894 (i) Beren-
gario concede ad Egilulfo vescovo di Mantova la moneta
pubblica : con altro del 9 gennaio 905 concede alla chiesa
di Treviso due parti della moneta pubblica che appartene-
vano al fisco (2). Di una moneta mantovana anteriormente
al documento berengario non abbiamo notizia alcuna attra-
verso testi e carte, ne esemplari in essa coniati sono a noi
pervenuti : la sua esistenza è possibile se ammettiamo la tesi
che ogni comitato alla fine dell'epoca langobarda avesse la
sua moneta, e che tale diritto si sia perpetuato nell'epoca
carolingia. Il documento di Treviso ci fa vedere come Be-
rengario concede due parti della moneta, quelle cioè che
appartenevano al fisco: cede dunque solo il reddito della
zecca, e non tutto, poiché le altre porzioni dovevano essere
sotto altra signoria che non la regia, probabilmente la comitale.
I diritti di Mantova vengono confermati in seguito da un
diploma di Lotario del 27 maggio 945, nel quale il re dice:
confirmamus S. Mantuane eccl. publicam ipsius civitatis mo-
netam a predecessoribus nostris iamdictae sedi concessam :
statuentes ut in Mantua, Verona atque Brixia habeat robo-
rem et discurrat. Secundum conventum civium predictarum
(i) ScHiAPAUELLi. / iliploììii di Berengario /, N. XII. " Monetani pu-
blicam ipsius Mautuane civitatis nostri regali dono ibi perpetualiter
liabendam concedimus .,.
(2) ScHiAPARELLT, op. cit., N. LII, " duas portioncs publicae nionttae
" ad cauieraui nostri palatii olim pcrtinentes „.
2l6
urbium constet mixtio argenti et ponderis quantitas (i). Il
tracciare Tambito entro il quale doveva aver corso e valore
la moneta mantovana, in Verona e Brescia, e quindi anche
nei loro comitati, è assai importante; come lo è anche l'in-
tervento dell'assemblea cittadina nel fissare il tipo della mo-
neta. Il conventus civium esercita alla metà del X secolo un
potere che fino ad ora non gli è stato riconosciuto.
Si viene dunque formando nell' Italia-Austria uno slesso
stato di diritto che si era già sviluppato nella Francia e nella
Germania (^): il passaggio della moneta dal fìsco ai vescovi.
È in questo stesso periodo che appaiono le più antiche mo-
nete di Verona: la prima porta al rovescio il nome della
città ed al diritto l'invocazione + HIXPI N0MIN6, poi seguono
quelle coi nomi di Ugo e Lotario, di Lotario solo e poi di
Berengario IL Del 921 è un documento che cita un Domi-
nicus monetarius de Civitate Veronae ^3).
Vediamo un pò* l'assieme dei fenomeni monetari che si
sono svolti neir Italia-Austria fino a questo momento, perchè
possono dar luogo a considerazioni interessanti.
Sotto i langobardi abbiamo due zecche sicure, testificate
dalle monete, a Vicenza e Treviso: la seconda continua sotto
Carlo Magno ed i suoi successori, la prima scompare, a
meno che non vogliamo a Vicenza attribuire due denari di
Carlo, il primo col nome in due Imee e col rovescio Rex
Francorum col segno di zecca V (4), il secondo dal tipo im-
periale recante lo stesso segno sotto il busto. Anche se
questa attribuzione vogliamo ammettere è certo che dopo
Carlo Magno non rimane in funzione se non la zecca di
Treviso. Questa funziona evidentemente come zecca della
(i) Torelli, Regesto lìiantovano, n. 21.
(2) Per la seconda vedi J. Menadier, Dos Miìnzrecht dcr deiiischen
Bischófe, in Berliner Munzblàtter, 1910, pagg. 581-585, 604-607.
(3) Zanetti, tomo IV, pag. 390. Già però una carta del 920 contiene
il passo "... argentum den. bonos spendibiles qualis in illis diebus hic
in civitate Verona per caput ambulaverit monete publice den. duode-
cim... „. Ardì. Paleogr. ItaL, III, tav. 8.
(4) Prou, n. 894.
217
marca, termine che g-ià appare nell'anno 8i8 (i). Sotto Be-
rengario Verona viene acquistando sempre piij valore: è la
città fedele ove egli trova rifugio ad ogni rovescio di fortuna,
è la città forte, chiave d'Italia, come già l'aveva intuita Teo-
derico e come meglio la comprenderà Ottone. Sotto il re
italico è Walfred conte di Verona che diventa marchese del
Friuli (f 896), e sotto Berengario li, nel 952, troviamo già
noto il nome di Marca di Verona (2). La cosa certo preesi-
steva al nome, e forse il nuovo ordinamento è contemporaneo
al sorgere della zecca di Verona, che osserviamo bene, coin-
cide quasi con lo spegnersi della zecca di Treviso. Le ul-
time monete di Treviso sono battute al nome di Lotario,
certo il I; le prime di Verona datano al più tardi del 920
come sopra abbiamo visto, ma probabilmente sono a que-
st'epoca anteriori. Forse Treviso ha continuato a coniare per
qualche tempo nel nome di Lotario anche dopo la morte
del sovrano, fenomicno che può essere sostenuto da quanto
avvenne in Francia ove ancora nel sec. XI S. Filiberto di
Tournus batteva monete al nome di Lotario. E in epoca in-
termedia fra gli anni 855 e 920 che avviene il trapasso Tre-
viso-Verona: tutto ciò può farci pensare ad una speciale po-
litica di Berengario rispetto a Verona.
£ evidente che con la concessione dell'anno 905 Beren-
gario cede al vescovo di Treviso non due parti della zecca
che nella città più non esisteva, ma due parti di quei red-
diti dal fisco ottenuti dalla zecca: e la donazione fors'anche
è fatta per allievare il danno od il dolore che il trasporto
stesso della zecca aveva prodotto alla città. Certo è che la
donazione viene confermata nel 991 e 966 da Ottone III,
nel 1014 da Enrico II, nel 1026 da Corrado II, nel 1047 da
Enrico III, nel 1065 da Enrico IV, nel 1070 da Enrico V, nel
1142 da Corrado III, nel 1144 da Enrico VI e ancora nel
(i) Cadoalum comitem et niarcae Foro iulianensis praefectum. Ann.
reg. frane, ad. a. {MGH., Ss., I, 205). Cfr. ancora lo stesso testo ad.
aa. 819 e 828, op. cit., pagg. 206 e 274. Nella Vita Hlud., ce. 32 e 42 si
hanno i termini di provincia e ducatus. MGH,, Ss., II, pagg. 624 e 631.
(2) Contin. Regin., 952; ed. Kurzc, pag. 166.
15
2l8
1154 da Federico I (i), cioè quando la zecca certo non esiste
in Treviso.
Da quanto siamo venuti esponendo si delinea un rap-
porto fra zecca e marca, che pur s'impone anche se con
precisione non possiamo afferrarlo; non solo ma ancora una
ripartizione dei diritti sulla zecca fra il fisco ed altri poteri.
Si è giunti sino al punto in cui pervennero rapidamente tanto
la Francia quanto la Germania di battere delle monete si-
gnorili? Vi sono dei dati che ciò testificano, e che ora dob-
biamo esaminare.
Prima di tutto debbo ricordare che molti contratti del
X secolo, redatti nella marca veronese, fissano i pagamenti
in denari " monetae publicae „ il che fa supporre che cir-
colassero anche altri denari che non uscivano dalla zecca
di Stato. Ma veniamo ad una carta assai piìj importante.
Un documento imperiale di Ottone II, il famoso atto del
7 maggio 983 per gli uomini di Lasize, contiene la frase :
et omni hominibus Longobardorum ibidem transeuntibus duos
imperiales prò homine auferre (2). H diploma non ci è giunto
in originale, solo lo conosciamo attraverso due copie. La
prima, eseguita nel 1624 (alTarch. di Stato di Venezia) di-
pende da altra copia autenticata il 27 sett. 1270; la seconda
(all'arch. di Stato di Verona) è della metà del XVII secolo.
Le due copie sono indipendenti e conservano entrambe la
voce imperiales: non si può quindi pensare all'influsso del-
l'una su l'altra (3). La distinzione delle monete imperiali dalle
(i) SicKEL, Urk. O. Ili, nn. 69 e 225 ; Bresslau e Blocx, Urk. H. JI,
11. 3133; Bresslau, Ur/e. K. IL n. 66; Ughelli, V, 511, 5I2 ; Stu.mpf,
Ada, n. 466; Ughelli, V, 519; Stumpf, Acta, n. 473 e 480.
(2) La seconda delle fonti diplomatiche che sotto accennerò dà la
variante accipere.
(3) Tatti gii altri documenti che contengono la voce imperiales e
che si attribuiscono ad epoche anteriori al Barbarossa, sono stati mal
datati dagli editori: così OooRicr, Sior. bresc, V, 36, pubblica nn dcn:.
come del 12 marzo 1022 mentre è del 1222; lo stesso autore, V, 76, ne
da un altro del 27 aprile 1088 mentre è del 1288; così non può essere
del 1069 la carta del monastero di Arona MHP. Chart. I, col. 618, ma
certamente del Xlll secolo giacché vi si parla di turonesi e di medaglie.
219
altre è dunque di molto anteriore a Federico di Hohenstaufen^
e può farsi risalire al tempo ottoniano, quando cioè i mar-
chesi acquistano una importanza grandissima. Riprova che
conferma la verità dell'ipotesi sta nel fatto che il più celebre
fra di loro, Ugo il Grande di Toscana, battè moneta in suo
nome. Di questi coni abbiamo vari tipi: il primo esce dalla
zecca di Lucca giacché ne porta il nome al rovescio + Cl-
VITÀTE LVCA, oppure + CIVITATI LVCA. mentre ha al diritto,
attorno al monogramma di Ugo, la leggenda + MARCHIO.
Il secondo porta il nome di Ugo e di sua moglie Giuditta,
avendo al diritto il monogramma con la leggenda + DVX
TVSCII, ed al rovescio + DVX IVDITA attorno al nome LVCA.
Il terzo tipo esce dalla zecca di Arezzo, probabilmente aperta
dal marchese: reca al diritto + MARCHIO attorno al mono-
gramma di Ugo ed al rovescio + CIVITATE attorno al nome
ARITO ^^). Queste monete, note è vero in pochi esemplari,
sono contemporanee ai denari lucchesi degli Ottoni e di En-
rico, i denari imperiali della Toscana. Lo stesso fenomeno
deve essere accaduto nell'Italia settentrionale se è possibile
attribuire ai duchi di Carinzia e Friuli Otto e Corrado, e al
duca Burcardo, alcune monete che il Dannenberg volle dap-
prima di Breisach poi di Zurigo, ma che certamente non ap-
partengono a quest'ultima città e sono di tipo nettamente
veronese.
In Germania, ricordo, abbiamo comunemente delle mo-
nete imperiali e delle monete feudali coniate nella stessa
zecca, sia al tempo degli imperatori Sassoni, quanto durante
quello della casa di Franconia. Per ora ci basta aver richia-
mata l'attenzione sulle non dubbie prove della contemporanea
coniazione imperiale e feudale in Italia nel X secolo.
Le concessioni imperiali ai vescovi continuarono anche
dopo quelle di Mantova e Treviso: fra il 948 ed il 950 è da-
(i) Su tutte queste monete si veda Corderò di S. Quintino, Della
zecca e delle monete degli antichi march, della Toscana^ in Memorie luc-
chesi, XI; Promis D., Monete di Ugo 1 march, di Toscana battuta in
Arezzo, in Riv. della num. ant. e moderna, 1, Asti, 1865, pag". 30-32;
LnrrzMANN JJ. Scheidemtinze des Herzogsthuuis Lucca, in Num. Zeitung,
1836, pag. 71; 1837, pag- 53-
220
labile un diploma perduto di Lotario, col quale viene con-
cesso a Manasse arcivescovo di Milano la moneta della
città (0. L'arcivescovo Manasse è una delle più grandi figure
del decimo secolo e sulla sua politica abile e grandiosa è
inutile ritornare tanto è nota. Imparentato con le più grandi
personalità di Provenza, egli già nel 920 aveva avuto da
Ludovico l'jus monetae d'Arles(2): ciò forse Taveva adde-
strato neir impadronirsi della ricca moneta di Milano. La do-
nazione non ha nulla che ripugni in se : non solo è nel ca-
rettere e n^lla linea della politica contemporanea (3), ma,
quando studieremo l'organizzazione dei monetari milanesi
vedremo nello stretto legame fra questi e l'arcivescovo una
prova della sua verità. Le monete milanesi dell'epoca non
portano alcun contrassegno del potere arcivescovile: erano
per il presule una fonte di lucro e null'altro, si da giustifi-
care la riforma ottoniana di cui è cenno nell'Annalista Sas-
sone (4K Certo è che i denari d'Ottone, gli ottolini, serbano
gran fama ancora nel secolo XL così troviamo citati al 9
agosto 1021 a Lucca i sol. de Octo de Papia, nel 11 17 a
Barletta i denarios bonos grossos de Oddone, e persino nella
Provenza, avanti il 1032, i sol. de Otone (5). Il denaro tì'Ot-
(i) Il diploma è ricordato in una bolla di Alessandro III, Totirs,
14 ottobre 1162, per l'Arcivescovo di Milano : J. W. 10764. Cfr. il passo:
Preterea monetam qiiani iliustris memorie Lotarius quondam Romano-
rum rex beato Ambrosio et pie recordacionis Manasse antecessori tuo
eiusque successoribus sicut in ipsius privilegio exinde facto continetur,
prò anime sue salute noscitur legiptime concessisse tam tibi quam su-
cesoribus tuis auctoritate apostolica nihilominus confirmamus.
(2) BM, 1481 : Recueii hisL de Frnme, IX, 686.
(3) Gli storici milanesi del medioevo ignorano la donazicne, tanto
che nel XIII secolo si è sentito il bisogno di fabbricare il falso diploma
di Carlo Magno, i maggio 809, di ampia donazione d'ogni diritto all'ar-
civescovo senza specificare la moneta {MGH, Dipi. Caro/., n. 277). Nel
XIV sec. Galvaneo Fiamma parla di un privilegio di moneta dato da
Teodosio a S. Ambrogio !
(4) Mediolanenses subjugans, monetam iis innovavit, qui numm
usque hodie (cirra 1150-1152) Ottelini dicuntur.
(5) Reg. capii. Lucca (Reg. Chart. Ita!.), I, n. 102; Cod. Diplom. Sa-
221
tone sta in un certo qual modo al denaro vescovile come
r imperiale di Federico Barbarossa sta al denaro comunale.
Le concessioni vescovili a poco a poco si estendono :
Ravenna, la rivale di Milano, ottiene la moneta con una bolla
di Gregorio V del 28 aprile 998 che viene confermata il 27
settembre 999 da Ottone III (i): ma non sembra che l'arci-
vescovo abbia fatto uso del suo diritto. Diversamente avviene
ad Aquileia: il grande patriarca Popone ottiene in data 11
settembre 1028 un diploma di Corrado II col quale gli viene
conferito " licenciam monetam publicam infra civitatem Aqui-
legiensem faciendi. Igitur denarios ipsius monete ex puro
argento firmiter precipimus fieri et Veronensis monete de-
nariis equiperari, nisi prenominatus patriarcha sua spontanea
voluntate velit meliorari. Habeantque licenciam omnes nostri
regni negociatores in qualibet venali merce ipsos denarios
accipere, si tamen fuerint simplices falsitate (2) ,,. Subito egli
si affretta ad esercitare il diritto e batte un denaro di cui il
tipo è poi seguito, con variazioni stilistiche, per secoli.
Più tardi Corrado II (1033?) confermando i diritti della
chiesa d'Ascoli autorizza il vescovo a tenere mercato ^^ mo-
netam etiam in civitate construere ad componendos nummos
cuiuscumque generis ,; (3); nel 1047 Vicenza riceveva il di-
ritto di battere moneta del tipo veronese (4); il 16 aprile 1049
Enrico III concede al vescovo di Padova " licenciam et po-
testatem monetam faciendi in civitate Pataviensi secundum
rese, Vili, n. XXXII ; Cartidaire de l'Abbaye de Lérins, ed. Moris et
Blanc, I, pag. 30. In quest'ultimo cartulario una carta del 1094 (pag. 105)
parla di den. papiensiurn.
(i) Kehr., It. ppnt.^ V, Archiep. Rav., n. 166; Sickel, Die Urk. O.
Ili, n. 330. Successiva conferma di Enrico II nel 1014 Bresslau e Block,
Urk. K. II, n. 290 bis.
(2) Bresslau, Urk. K. II, n. 131. Sul diploma si può vedere quanto
scrisse P. S. Leiciit, // denaro del Patriarca Popone d' Aquileia, in Meni.
Slor. Cividalesi, 1905, pagg. 50-54. Sulla moneta di Popone cfr. Pusciii A.
Un denaro unico del Patriarca Popone di Aquileia, in Riv. Hai. Nuììtisin.,
1914. Pa?g- 395-402.
(3) Bresslau, Urk. K. II, n. 203.
(}) Brunati, Re nuììi. Palav., cap. Vili.
-222
pondus veronensis monetae sibi suaeque ecclesiae perpetua-
liter concedimus atque permittimus et ut certior auctoritas
huius nostrae concessionis videatur in una superficiae dena-
riorum nostri nominis et imaginis impressionem, in altera
vero ejusdam civitatis fìguram imprimi iussimus (i) „; il 27
giugno 1052 lo stesso imperatore conferma alla chiesa di
Arezzo i possessi ed i privilegi fra i quali " in ipsa aritina
civitate licentiam percutiendi denarios cuiuscunque monetae
voluerit, secundum antecessorum nostrorum imperatorum
piissimam largitionem (2) „, e fra il 1056 ed il 1105 è data-
bile un diploma perduto di Enrico IV che concede la mo-
neta al vescovo di Piacenza (3).
Con l'affievolirsi e poi l'annullarsi pratico del potere im-
periale nella seconda metà del secolo XI, si rendono inutili
i diplomi di concessione. Nel fatto i vescovi si impadroni-
scono della moneta e quando il potere del vescovo-conte
cede passo a passo innanzi alla nuova forza comunale, è al
comune che appartiene la moneta. La reazione non avverrà
se non all'epoca federiciana: ma ciò appartiene ad altro pe-
riodo al di fuori dei limiti cronologici che ci siamo fissati.
Venezia che aveva battuto la moneta al tipo del tempio,
con le diciture DS CVNSERVÀ ROMANO IMP al diritto, e XPE
SALVA VENECIAS al rovescio, trasforma in seguito questo
tipo segnandolo al diritto con la leggenda + CRISTVS IM-
PERAI e ponendo al rovescio il solo nome di VENECI scritto
al posto delle colonne del tempietto tetrastilo. Quando sia
avvenuto il passaggio dall'una forma all'altra non si può
dire: certo è che mancano per Venezia i denari al nome di
(i) Gloria, Cod. dipi. Padov., doc. n. 152.
(2) Pasqui, Docc. per la storia della città di Arezzo, doc. n. 177. I
diplomi anteriori non fanno però cenno di tale diritto. Non si dimen-
tichi però che una zecca era esistita In Arezzo sotto il marchese Ugo.
(3) E' ricordato nel diploma di Corrado del 1140 edito anche recen-
temente in Falconi P., Le monete piacentine. Piacenza, 1914, pagg. 93-94.
223
Ottone e che questi descritti ne tengono il posto. E con
Timperatore Corrado che il nome del sovrano ritorna ad ap-
parire sulle monete venete : conservando lo stesso rovescio
ultimamente descritto, al diritto delle nuove monete appare
dapprima + CONRAD' IMPER', poi, sotto Enrico III, + EN-
RICVS IMPER. Con Enrico IV o V cambia anche il rovescio:
al semplice nome della città ed al tempio tetrastilo viene
sostituito il nome del Santo protettore + S MARCVS VENECIA
e il busto dello stesso santo. Una notizia riportata dal Dan-
dolo (2) riguardante la coniazione di una moneta al nome del
doge Orso Orseolo (1030-31) deve ritenersi falsa: perciò la
monetazione di Venezia durante il secolo XI non si diffe-
renzia per nulla da quella delle altre città lombarde che bat-
tono tutte al nome imperiale. E solo al tempo del Barba-
rossa che Vitale Michiel (1156-1172) conia dei denari col suo
nome, cioè al diritto • V • MICHL DVX • ed al rovescio -f • S •
MARCVS VHE attorno al busto del Santo: si apre così la serie
delle monete dogali.
La coniazione di V^enezia non presenta nulla di partico-
lare, se escludiamo il periodo ottoniano e dei cosidetti re d'Italia
quando il nome del sovrano non appare sulle monete, da
quella delle altre città dell'Italia settentrionale: batte cioè in
nome dell'imperatore, liberandosi da questo vincolo solo
quando le regalie, e quindi anche la moneta, passano dal so-
vrano ai comuni.
Ben pili complesso si presenta il problema per Roma :
Formoso, Stefano VII, Romano e Teodoro battono moneta
(891-897) al nome di Guido, di Arnolfo e di Lamberto im-
peratori. Le monete recano generalmente al diritto il nome
dell'imperatore scritto attorno al monogramma di Roma, e
al rovescio il nome SCS PETRVS attorno al monogramma
del papa: per un solo caso, sotto Formoso, tale rovescio
(2) Ilic urbem Gradensein et ccclesias reparat, et monetam parvain
sub ejiis noiiiitie, ut vidhnu^, excudi fecit. Dandolo, /US., XII, pag. 240.
224
presenta il nome FORMOSI PP attorno al busto dell'apostolo
fiancheggiato dalle lettere SP. Una variazione troviamo con
Giovanni IX (898-900): al diritto vi è il nome dell'imperatore
Lamberto scritto attorno al monogramma del papa, e al ro-
vescio il busto dell'apostolo con a fianco la dicitura SCS
PETRVS scritta verticalmente.
In vacanza dell'impero (900-903) Benedetto IV riprende
il tipo dei due apostoli col diritto + SCS PETRVS attorno
al monogramma del papa e col rovescio + SCS PAVLVS at-
torno al monogramma di Roma; poi con Ludovico III (dopa
901) sostituisce al nome di Paolo quello dell'imperatore. In-
fine adotta un terzo tipo sostituendo al monogramma di
Roma la dextra dei. Cristoforo conia col secondo tipo di
Benedetto.
E l'energico Sergio III (904-911) che introduce più pro-
fonde variazioni nel tipo monetario. Una prima sua moneta
reca al diritto + SCS PETRVS attorno a p ; al rovescio
+ LODOVVICVS IVP attorno al monogramma PIVS: deve esser
stata coniata nel 904, avanti l'accecamento di Ludovico. Il
nome di Berengario non appare sulle monete di Sergio che
invece presentano dei tipi nuovi e interessanti.
Dapprima la leggenda SER + Gì • PP attorno al busto
del pontefice, mentre al rovescio abbiamo + SCS PETRVS con
RO
. nel centro. L'introduzione del ritratto papale sulle mo-
nete è assai importante, visto come in quest'epoca sono rari
gli stessi ritratti imperiali: è il diritto di piena sovranità che
viene esprimendosi sempre piii chiaramente. Un terzo tipo
R I O
delle monete di Sergio reca + SERGIVS PP attorno a — r ^
M I A
mentre il rovescio porta il busto di S. Pietro fiancheggiato
dalla dicitura SCS PETRVS su due linee verticali. Poi prende
il sopravvento il nome della città; abbiamo cioè al diritto
+ RO •:• MA attorno a S «E e al rovescio il busto del santo
con le lettere SP. Una variante ha il nome papale in mono-
gramma. Un ultimo tipo di Sergio ha al diritto la leggenda
+ SALVS PATRIAE attorno al monogramma del papa e al
225
rovescio il solito + SCS PETRVS attorno al monogramma
di Roma. Il successore di Sergio, Anastasio (911-913) riprende
il quarto tipo del suo predecessore, quello col nome di
+ RO •:• MA •
Giovanni X (914-928) avendo riconosciuto Berengario,
mette il nome dell'imperatore sulle monete secondo due tipir
nel primo + BERNEGARIV MP sta scritto attorno a ^--?
M j A.
mentre al rovescio abbiamo il busto dell'apostolo con a
fianco lOH e S PETRS scritto su due linee verticali, nel se-
condo + BERNEG-ARIV PP (?) attorno a lOHANS PA scritto in
monogramma, mentre al rovescio è + SCS PETRVS attorno
al monogramma di Roma. Ma morto Berengario e succedu-
togli Rodolfo, questo non viene riconosciuto sulle monete:
il conio reca infatti al diritto + SCS PETRVS attorno a
lOHANS PA in monogramma mentre il rovescio ha una leg-
genda quasi incomprensibile e rovescia B^SD attorno
R O
alla rappresentazione di un edificio con scritto a fianco ., 7.
MA
Con Giovanni XI (931-935) abbiamo al ^ + IOH(ann)ES
P
attorno alla dicitura A e al rovescio + SCS PET(rus) at-
PAE
torno al monogramma di Roma. Ma sotto questo pontefice
un'altra autorità mette il suo nome sulle monete: è il potente
Alberico II principe e senatore dei romani. Abbiamo al di-
FI
ritto + ALBRIC + PRICIP attorno alla dicitura ERI e al ro-
IV
^ Ilo
vescio + SCS PETRVS attorno a l + E oppure . Sotto
O ^ I ^
Marino II (942 946) il diritto ha + ALBER •••• PRI attorno al
monogramma di Roma e il rovescio + SCS PETRVS attorni
al monogramma Marino. Sotto Agapito (946-955) abbiamo i
seguenti tipi :
P
I — Al diritto + ALBERICVS attorno al monogramma _^
V
e al rovescio il busto dell'apostolo con la dicitura.
+ SCS PETRVS.
226
:2 — Al diritto + AGAPITVS PA attorno al busto dell'apo-
stolo e al rovescio + SCS PETRVS attorno al mo-
nogramma di Alberico (i).
Queste monete debbono trattenere la nostra attenzione.
La nostra dicitura FIERI IV(ssit) ci ricorda quella che, con
un diritto di Honorius (2), coniò il re svevo Richiar (448-456)
con la leggenda IVSSV RICHIARI REGES (sic, in luogo di
regis) forse alla zecca di Braga; o quella arabo-latina di
Spagna IN NOMINE DOMINI IVSSIT MVSE AMIRAS (697-715),
e corrisponde a fieri fecit; Alberico così non solo pone il
suo nome al posto di quello imperiale, ma afferma in un
modo sin qui inusitato, il suo diritto di moneta. Un parallelo
lo troviamo nella coniazione già accennata dei marchesi di
Toscana: sono questi i rari ma significativi esempi di una
monetazione signorile in Italia.
P
Qualche dilficoltà offre la lettura del monogramma ^
\^ o
V
sulla moneta del tempo di Agapito. Alcuni lo lessero Aga-
pitus (3), altri Patricius (4), basandosi sul fatto che questo ti-
tolo è attribuito ad Alberico dalla Yitae pontificum e da
Flodoardo.
Certo è che col declinare del grande signore, il papa ri-
prende il suo diritto e il suo nome dapprima confinato in
(i) Sulle monete di Alberico si veda Gregorovius, Die Mitnzen Al-
berichs des Fiirsten und Senators der Romer^ in Sitztingsber. d. K. Bayer
Ak. pliiì. KL, 1885, pagg. 27-45 ^ ^- LA.BRUZZT, Di una nioueta di Albe-
rico principe e senatore dei Romani^ in Ardi. Soc. Roni. Storia Patria,
1912, pagg. 133-149-
(2) Cohen, Vili, n. 29 di Onorio.
(3) ViGNOLi. De antiquioribiis pouf. rom. dcn.; Fioravanti, Aniiq.
poni. rom. den.; Cinagli, Le iiionete dei papi, pag. 9; Promis, Alon. dei
rom. pont.; Gregorovius, op. cit. ; Serafini, Monde e bulle pi. del me-
nagi. Val.
(4) ScHEDio, Origines Giielficae, Hannover, 1750, pag. 129; Carli,
Ant. Hai., IV, pagg. 70-71 ; Provana, Studi critici, pag. 143; Keiir, op.
<:it., pag. 469; Labruzzi, op. cit.
227
un semplice monogramma si stende di nuovo interamente
sulla moneta e quello del senatore dei romani si rattrappisce
in un semplice monogramma. Così il nome del papa si era
affievolito innanzi a quello degli imperatori.
Con Giovanni XII (955-963) abbiamo due tipi di monete:
il primo, anteriore al 962, porta al diritto + DOMNVS lOHA
oppure + DOM IOANES attorno a PAPA in monogramma, e
al rovescio + SCS PETRVS attorno a ROMA in monogramma
oppure ad una stella ad otto raggi (i). Ma coronato impe-
ratore Ottone il Grande il suo nome ritorna sulle monete
romane : i tipi sono due. Nel primo abbiamo al diritto il ri-
tratto di Ottone circondato dalla leggenda + OTTO IMPE-
RATOR, al rovescio + DOM lOHANNES attorno a PAPA m
monogramma: nel secondo abbiamo + DOM lOHS PAPA at-
T
torno a O O e al rovescio + SCS PETRVS attorno alla mano
T
divina. Certo fra i due tipi sui riguardi della sovranità, vi è
una sfumatura ben percepibile. Con Leone Vili (963-965)
appare un nuovo tipo: al diritto + DOM LEONI P attorno a
M O I T
R O e al rovescio + SCS PETRVS attorno a ^ — _ : un al-
A ^ ' '
tro tipo reca + LEONI PAPAE OTTO cioè " Ottone al papa
Leone „ stabilendo bene la preminenza del potere imperiale
sul papale. Con Giovanni XIII (963-972) abbiamo tre tipi di-
versi ; il primo ha al diritto :
I O H S
PAPA
OTTO
e al rovescio + SCS PETRVS attorno al monodramma di
T
Roma. Nel secondo abbiamo il monogramma T O con la
O
leggenda circolare + lANNES PAP e al rovescio + SCS PE-
(1) CtV. Kkiir in (JiielUìi mui f-'orschuìt^eii^ \\ [)a<i. 8.
228
M
TRVS attorno a O + fl; nel terzo al diritto ricompare il nome
À
imperiale + OTTONI IMPER attorno ad una croce, ed al ro-
• P-
vescio I O H con attorno la solita leggenda + SCS PETRVS.
•P •
E da notare il caso dativo nel quale sta il nome di Ot-
[tona: come si vede, le varietà osservabili in quest'epoca
sono molte e punto trascurabili.
Ne minori sono sotto Benedetto VI (972-974) : un primo
O M
tipo ha T • T con attorno + BENEDICT PP e al rovescio R • O
O A
e + SCS PETRVS attorno. Nel secondo abbiamo da un lato
B P o p
il busto del pontefice con ai lati E e A oppure ° e ^E men-
N P ^ ^
RO
mentre dall'altro lato è + SCS PETR OTTO attorno a -^
MA
R • O
o e il Kehr si domanda quale è il rovescio e quale
M A '
il diritto ; invece è chiaro che in un terzo tipo il diritto ha
M
+ BE^ED PAPA OTTO attorno a R • O e il rovescio ha il
A
busto di S. Pietro con SCS PETRVS scritto su due linee ver-
ticali. Con Bonifacio VII (974, 984-985) abbiamo un'altra forma:
al diritto + OTTO IMPE • ROM attorno ad un candelabro
PÀ
a sette braccia (0 e al rovescio attorno a la dicitura
PAE
+ SCS PEV BONIF che corrisponde presso a poco al tipo di
Benedetto VII (974-983) ove sta + OTTO IMPE ROMA attorno
alla rappresentazione di una costruzione, mentre il rovescio
ha il monogramma del papa con la leggenda " scs Petrus „
o " scs Petrus apostolicus „. Un altro tipo ha al rovescio il
busto dell'apostolo mentre al diritto ha, con la stessa leg-
(i) Cfr. Kehr, op. e pag. cit.
229
g-enda, il monogramma del papa al posto della costruzione,
mentre un terzo ha al diritto una croce fiancheggiata dalle
iniziali RM (Roma) e la leggenda + OTTO IMP BENED ed un
rovescio simile al precedente. Un ultimo tipo, coniato certo
dopo la morte di Ottone II, manca del nome imperiale.
Si interrompe qui la serie delle monete papali : per tutto
il secolo XI non conosciamo se non due denari coniati sotto
Leone IX (1049-1054) e sotto Pasquale II (1099-1118). Il primo
ROM
ha al diritto + HENRICVS IMP attorno a ANO e al rovescio
RV
+ SCS PETRVS attorno a ; la sovranità imperiale appare
qui ben manifesta. Il denaro di Pasquale, che il Promis pensa
coniato a Benevento, ha al diritto + PÀSCHALIS PP attorno
al numerale!?) Il: la stessa leggenda si ripete al rovescio,
ma retrogradata. Durante il secolo XII corre a Roma nor-
malmente il denaro provisino, e verso la fine del secolo si
comincia a battere il denaro del Senato.
Se osserviamo i documenti privati dello stato romano
vediamo che dall'anno 900 al 961 la datazione è data gene-
ralmente col nome del papa solo (carte di Subiaco, S. Cosma
e Damiano): nel 963 il nome di Ottone appare unito a quello
del pontefice (carta di Subiaco) e cosi nel 964 e 965, mentre
nel luglio di quest'anno la formola dice " anno IIII imperii
d. Ottoni piissimo et perpetuo augusto, post excessum d.
Leoni pape, adhuc in sede beati Petri nullus advocatus se-
debat pontifex „ (i). Il nome del solo Ottone appare anche in
carte del 966 (2), mentre alla fine dell'anno riprende a com-
parire il nome del papa a fianco a quello del pontefice, e
ciò dura fino al 974. Nel 975 fra Bonifacio VII e Benedetto VII
una carta Sublacense (3) dà il nome del solo imperatore, a
fianco del quale ritorna poi subito il nome del papa, fino al
979 quando questo è solo in un documento di Subiaco; poi
(i) Reg. Sublacense, n. 197.
(2) Reg. Sublacense^ mi. 118 e 200; Ardi. S. Pietro Vat. in Ardi.
Soc. Roin. Si. Fair., XXVII, 38.
(3) ^/"S- Sublacense, n. 90.
230
ancora papa ed imperatore si trovano assieme sino al 981.
Nel 982 una carta di S. Maria Nova (i) dà il nome del papa
con quello di Ottone, ma il Papa è solo in un documento-
di Subiaco, per ricomparire con Ottone nel 983, mentre poi
di nuovo è solo in carte di Subiaco, di S. Cosma e Damiano,
di S. Alessio, di S. Prassede, di S. Pietro in Vaticano e
dell'archivio Liberiano dal 984 al 997 cioè durante tutta la
minorità di Ottone III e la reggenza di Teofania e di Ade-
laide. Fino a che vive il terzo Ottone il suo nome sta sulle
carte romane, ma quello di Enrico di Sassonia non appare
fino al 1015 quando lo si legge in un documento di S. Cosma
e Damiano e da solo in una carta AmiatinaC^): ma l'anno
dopo a Subiaco si registra il nome del solo papa, per ri-
prendere a Roma poi fino al 1023 i due nomi uniti. Così il
nome di Corrado non appare dalla sua elezione fino al 1028,
per quanto ancora nel 1029 e nel 1030 il solo papa sia no-
minato nelle carte dell'archivio Liberiano e di S. Prassede.
La datazione delle carte private romane mostra dunque un
fenomeno simile a quello delle monete: il nome dell'impe-
ratore appare o sparisce secondo il variare della potenza
imperiale e per quanto i denari coniati nella zecca di Roma
portino nelle carte i nomi di " moneta romana „ (3) o di
'' moneta sancti petri „ (4; nulla può permetterci di asserire
che il diritto imperiale sia stato ceduto al pontefice.
Il periodo dunque che va dallo sfasciarsi dell'impero
carolingio sino al quarto Enrico segna l'evolversi del diritto
monetario, il tramontare delle forme antiche ed il formarsi
(i) Arch. Soc. Rovi., XXUI, 182.
(2) Arch. Soc. Rom., XVII, 107.
(3) Cfr. Regesio della chiesa di Tivoli, 11. HI, a. 953; Regesto Stibla-
cense, pagg. 118, 138, 145, 151, 156, 160, 170, 185, j88, 190. 193, 242, 243,
fra gli aa. 929-1021 ; Arch. Soc. Rom.., XXI, pag. 528, a. looo, ecc.
(4) Così la carta aiiiiatina del 921, Archivio cit., XVI, pag. 331, ecc.
231
di un giure nuovo che viene generalmente chiamato diritto-
feudale (i). La moneta non è più totalmente cosa dell'impe-
ratore, diviene proprietà del signore che ne regola la conia-
zione e ne varia a suo piacimento il titolo, il peso ed il va-
lore di corso. Non tutti i signori applicano tale diritto ma
solo quelli che per una ferrea legge economica sono in con-
dizione di far circolare la loro moneta in territori sufficien-
temente estesi, in modo che tale circolazione costituisca un
cespite d'entrate rimunerativo. Gli altri si accontentano molte
volte di sporadiche e poco numerose coniazioni aventi lo
scopo pili che tutto di affermare un diritto e di mantenerne
la continuità. La fonte di questo stato di cose si ritrova nelle
concessioni del diritto di moneta fatto dai sovrani carolingie!
ai signori d'oltr'alpe; concessioni molte volte reali, altre volte
usurpate fabbricandosi un falso atto, o, senza questa fin-
zione giuridica, prendendo possesso della zecca e mantenen-
dola fuori e contro l'autorità imperiale. Questo specialmente
avviene in Italia ove i diplomi di concessione sono pochi e
l'usurpazione si può ritenere la regola, usurpazione dei ve-
scovi, dei marchesi, poi delle città. Ciò che distingue la co-
niazione italiana da quella germanica o francese del periodo
feudale, è presso di noi la rarità delle monete che non por-
tano il nome dell'imperatore, che invece sono abbondantis-
sime nei paesi d'oltr'alpe, là dove il numero delle zecche e
dei tipi monetari signorili è infinitamente superiore a quella
delle zecche e dei tipi imperiali o regi ; ciò coincide con
la non mai negata, presso di noi, sovranità imperiale nei
teorici del diritto (2), in contrasto con quanto nella pratica
(i) Per lo studio generale del problema, cfr. Baiìelon E,, La iliéork
féodale de la nioitìiaie, in Ménwries de l'Acad. des I. et B.-L., XXXVllI,
a. 1908.
(2) Si confrontino i rar»* accenni al diritto monetario dati dai teorici
del diritto : una trattazione ampia del diritto monetario non si ha in-
vero presso di noi se non con Bartolo ed in Francia con Nicola Oi esme
di cui l'opera ^i data intorno al 1360 (cfr. E. Bridrey, La ihéorie de Ut
nionnaie an XV siede. Nicole Oresìue. Parigi, 1906, tentando conto delle
osservazioni di A. Dieudonmé, in Reviie Niimism., 1909, pagg. 90-109 e-
di Landry, in Le Moyen à^e, iQ'^g, pagg. 145-178).
232
• avveniva, quale la vediamo agire attraverso le disposizioni
del diritto statutario, ove la emissione e la circolazione delle
speci monetarie aveva luogo al di fuori di ogni potere del
sovrano. Il papato stesso teoricamente riconosce che solo
l'imperatore può concedere alla città il diritto di zecca, ma
aggiunge che il papa stesso subentra in questo diritto a
trono vacante (i).
E abbiamo già visto come il pontefice si regolasse nella
pratica.
Ugo Monneret de X'illard.
(i) Si veda la bolla di Clemente VI (13-16) per Pistoia, in Zaccaria,
Aiiecdot. Jii. ae. collect., pag. 253.
LIBRI RICEVUTI
G. F. Hill, M. A., F. B. A, Coins and uiedals (Helps for Students of
History, n. 36), Londra, 1920.
The Medallic Poriraiis of Clirist. Oxford, 1920.
The roìuan medallist of the Renaissance io ihe Urne of Leo X.
Estr. dai Papers of the Briiish School at Rome, IX, 1920.
Il dotto conservatore delle monete e medaglie al British Museum
è davvero infaticabile. Col suo manualetto d'introduzione allo studio
della numismatica egli traccia con mano parca ma sicura le leggi fon-
damentali di questo studio. Egli indica dapprima quale giovamento per
gli studi storici possano dare le monete e quale sussidio offrano alle
ricerche economiche ed artistiche; poi passa a considerare il metodo
di datazione delle monete ed i problemi legislativi e storici che sono
connessi alla loro circolazione. Dopo una breve pagina sulle medaglie,
l'Hill traccia una generale bibliografia numismatica di tutti i tempi e
di tutti i paesi che può essere di gran sussidio ai principianti. Sole la-
cune rimarchevoli sono l'aver dimenticate le opere riguardanti i paesi
dell' impero musulmano ed essersi limitato alla citazione del manuale
del Codrington e ai contributi del von Zambaur.
1 due altri lavori dell'Hill che qui indichiamo appartengono prc-
priamente alla sua attività nel campo della medaglistica, nella quale si
è meritato giustamente uno dei primi posti.
NOTIZIE VARIE
Aquìleia. — Le monete d'oro e gli oggetti d'arte trasportati nel 1915 a
Vienna hanno fatto ritorno al Museo.
Parigi. — Neil' Hotel de Sens, edifìcio quattrocentesco, verrà istituita la
Casa di Giovanna d'Arco, ove si raccoglieranno documenti icono-
grafici, medaglie, sigilli, costumi ed altri oggetti che abbiano atti-
nenza colla nuova Santa.
Parigi. — La Société fran(;aise d'Archeologie ha tenuto nel giugno u. s.
a Metz, Strasburgo e Colmar il Congresso Archeologico francese.
II programma che comprendeva io parti non ne aveva alcuna de-
dicata alla numismatica.
234
Roma. — La collezione Castellani, acquistata dallo Stato, oltre rrefi-
cerie, vasi, terracotte comprende anche monete.
Roma. — Il dott. Gioacchino Mancini ritiene di aver ritrovato sulla spiaggia
di Anzio, nella località dell'Arco Muto presso i ruderi dell'Aedes
Neroniana, i frammenti di un calendario precesareo e quelli di fasti
consolari e censorii. 11 calendario è dipinto sull'intonaco; i mesi
sono di 29 giorni ed alcuni di questi portano l'indicazione di feste
non segnate nei calendari posteriori. I fasti vanno dal 163 all' 82
a. C. ; una parte ci essi colmerebbe una lacuna dei Fasti Capitolini.
RITROVAMENTI
Aosta. — Vasi, unguentari, urne e monete di epoca imperiale furono
trovate vicino alla città e sulla via consulare della Gallia.
CoLCHESTER (Inghilterra). — A Castle Park sono stati scoperti, vicino
alle antiche mura romane che circondavano la città, dei pavimenti
a tessere, vasi, monete del III e IV secolo, vetri ed urne.
Frattamaggiore. — In agosto, mentre si procedeva alla demolizione
del palazzo Busseroni due muratori rinvennero una grandissima
quantità di monete d'oro e d'argento che son state messe a dispo-
sizione dell'autorità.
Impruneta. — Negli scavi del podere della Prepositura d'Impruneta
(Firenze) oltre ad oggetti etruschi sono state ritrovate monete ro-
mane di bronzo e argento,
Magonza. — Le truppe marocchine che presidiano i territori renani
nel costruire un campo sportivo hanno messo alia luce dei bei
frammenti di vasellame e dei punzoni per la coniazione di monete
recanti le effigi di Caracalla, di Settimio Severo e di Giuliano. I
migliori oggetti vennero offerti al Museo locale.
INDICE MEI^ODICO
DEL LAN NO I92O
NVMISMÀTICA ANTICA.
'Circolazione Tolemaica e Pretoleiiiaica in Egitto. A. Segrè . Pag. 5
Falsificazioni di denari della Repubblica Romana (Fig.). Pom-
peo Boiiazzi ,,71
La figura taurina sulle monete della Magna Grecia (Fig.).
Giulio Gianneìli ,,105
Gli Assi di C. Clovius e di Q. Oppius (Tav.). Pompeo Bonazzi „ 143
Intorno a due rarissimi medaglioni di Lucilla relativi al culto
delie Divinità Generatrici (Fig.). Giovamti Pausa . , „ 159
Ritrovamenti: Ripostigli registrati nelle " Notizie degli Scavi „ „ 97
Idem ,,234
NVMISMÀTICA MEDIOEVALE E MODERNA.
Il Grosso autonomo di Como (Fig.). Pietro Tribolati
Tessere di Savoia inedite o corrette (Fig.). Emilio Bosco
Il Cardinale Lamarmora e le zecche di Crevacuore e Messe
rano. Parte II. Bibliografia. Cesare Poma .
La uìonetazione nell'Italia Barbarica: Parte II. La legisla
zione monetaria (Fig). Ugo Monneret.
Pag. 81
87
1^9
236
MEDAGLISTICA.
Le rivendicazioni Italiane del Trentino e della Venezia Giulia
nelle medaglie. Parte III, L'Italia in guerra (1915-1918)
(seguito). S. C. Johnson. (Fig.). Appendice da pag. 129 a pag. 208
BIBLIOGRAFIA.
Bibliografìa Numismatica delle Zecche Italiane. Bergamo (se-
guito) Berignone, Biella, Bologna, Borgo della Rocchetta,
Borgo in Bressa, Borgo S. Stefano, Borgotaro, Bosa, Boz-
zolo, Brescello, Brescia, Brianxona, Brindisi, Busca, Gaffa,
Cagliari, Caldiero, Camerino, Campi, Campobasso, Candia,
Canti], Gapua, Garlopoli. Carmagnola, Garpentrasso, Gar-
rega, Casale (segue). Appendice da pag. 49 a pag. 80
MISCELLANEA.
Libri ricevuti Pag. 99
^dem ,,233
Notizie varie . „ 233
Atti della Società Numismatica Italiana Pag. loi
RoMANENGHi Angelo FRANCESCO, Gerente responsabile.
Industrie Grafiche AMEDEO NICOLA & G.' - Milano-Varese.
RIVISTA ITALIANA
NVMISMATICA
E SCIENZE AFFINI
FONDATA NEL 1888 DA SOLONE AMBROSOLI
EDITA DALLA
SOCIETÀ NVMISMATICA ITALIANA
ANNO XXXIV
SECONDA SERIE - VOL. IV
I TRIMESTRE 1921
MILANO
REDAZIONE ED AMMINISTRAZIONE, VIA A. MAURI, 8
SOCIETÀ NVMISMATICA ITALIANA
f Via Achille Mauri, 8 — MILANO
S. M. IL RE, Presidente Onorario.
PAPADOPOLI conte sen. NICOLÒ, Vice-Presidente Onorario.
STRADA MARCO, Presidente effettivo.
MONNERET prof. UGO, Vice-Presidente effettivo.
CORNAGGIA conte GIAN LUIGI, Segretario.
JOHNSON STEFANO CARLO. Tesoriere.
SOLA-CABIATI conte GIAN LODOVICO, Bibliotecario.
BONAZZI dott. POMPEO, Consigliere
GAVAZZI dott. CARLO "
GRILLO GUGLIELMO "
La sede della Società è aperta il Giovedì dalle ore 21 alle 22
Rivista Italiana di Numismatica
Redazione ed Amministrazione: Via A. Mauri, 8 - Milano
COMITATO DI REDAZIONE:
BONAZZI dott. P. - CORNAGGIA conte G. L. - MoNNERET prof. U.
Jlbbonamenio annuo nel Regno L. 30 - all' Estero L. 35.
RIVISTA ITALIANA
DI
NVMISMATICA
E SCIENZE AFFINI
FONDATA NEL 1888 DA SOLONE AMBROSOLI
EDITA DALLA
SOCIETÀ NVMISMATICA ITALIANA
ANNO XXXIV
SECONDA SERIE - VOL. IV
I
' I TRIMESTRE 1921
MILANO
REDAZIONE ED AMMINISTRAZIONE, VIA A. MAURI, 8
PROPRIETÀ LETTERARIA
Per la grande povertà degli elementi pervenutici diret-
tamente suir iconografia plastica dei tiranni sicelioti, le no-
tizie delle fonti letterarie intorno alle sembianze e anche in-
torno alle statue loro erette e le figurazioni su alcune mo-
nete assumono una certa importanza.
L'orazione corinziana, conosciuta sotto il nome di Dione
Crisostomo, fa conoscere che, essendo i Siracusani in guerra
contro i Cartaginesi ed altri popoli barbari, avendo bisogno
di denaro, stabilirono di fondere le statue dei tiranni, di cui
molte erano in bronzo, conservando soltanto quelle di Ge-
lone e di Dionisio I (i).
Un frammento dello storico siracusano Athanis od Athana
fa conoscere la fusione delle statue ed il risparmio di quella
di Gelone al tempo di Timoleonte (2); tutto ciò concorda
bene con la natura stessa della deliberazione, che presup-
pone un governo demagogico. Le statue, ricordate nell'ora-
zione corinziana, appartenevano dunque, poiché siamo al
tempo di Timoleonte, a Gelone I, a Dionisio I, a Trasibulo,
a Dionisio II, a Dione e forse a qualche altro tiranno di città
vicine, e dovevano essere numerose, come risulta dalla no-
tizia di Cicerone, che si riferisce al tempo di Verre (3).
Eliano racconta che dopo la celebre vittoria d'Imera, i
Siracusani eressero a Gelone una statua che lo rappresen-
tava disarmato all'assemblea popolare (4) e aggiunge che
(i) I. De Arnim, Dionis Prttsaensis opera, Berlino, 1896. II, pag. 22.
(2) Athanis, fr. 2, apd. Phtt. Tiitiol., 23 a.
(3) Cic, in Verr., IV, 122.
(4) El., V. //.. XIII, 37.
questa statua era collocata èv t(o li-/.zAÌy.; ''ll^v.q vew, nel cui
passo evidentemente vi è Terrore di -ixsALa? per l:ìupax.o6a-n; d).
Questo simulacro è il solo che fu rispettato quando Timo-
leonte, dopo avere scacciato Dionisio, sottopose ad una specie
di giudizio dinanzi al popolo le statue di tutti i principi che
avevano regnato nella Sicilia. La statua, che venne quindi
risparmiata in ricordo dei meriti insigni del tiranno, è senza
dubbio quella menzionata dal pseudo-Dione e da Plutarco
(Atana) e perciò sarebbe stata nel tempio di Hera.
Il ritratto di Dionisio I, di cui fa cenno la glossa del-
l'orazione corinziana, viene chiamato tò r:-jrf,ij.x toO Alovj<7oi>
TTs i/C£',|7Ìvov e nulla ci induce a negargli un valore storico. E
se si pensa che nel periodo in cui visse Dionisio I vi poteva
essere l'origine di quell'abitudine generalizzatasi nei sovrani
ellenistici e romani a richiamare una vantata parentela di-
vina ed a farsi rappresentare con gli attributi del dio da cui
dicevano di essere discesi, non reca meraviglia se Dionisio
il Vecchio abbia scelto lo schema di Dioniso in omaggio
forse al richiamo offerto dal suo nome. Un esempio di ri-
tratto ellenistico, con attributi di Dioniso conservato al Va-
ticano, può anche darci un'idea parziale della statua in pa-
rola (2).
Abbiamo visto che la statua di Gelone era nel tempio
di Hera in Ortigia e le altre dovevano essere situate nei
recinti sacri di altri tempi e nell'agorà e distrutte una volta
furono sostituite da altre. Il forum maximum di Acradina,
forse V ornatissìmum prytaneum di Cicerone <'3), era adorno
di GToal e di j^o'/iiy^aTTrifia, ricchi senza dubbio di statue ono-
rarie, fra le quali è naturale che dovessero trovare posto,
fra quelle di legislatori e di strateghi, altre di tiranni.
Disgraziatamente tutte queste statue andarono perdute;
(1) El., V. h., VI, II,
(2) Hellig-Amelung, Fiirer, I, pag. 157, v. 245; Amelung, Vatik.
KattiL^ I, pag. 528, n. 338, tav. 72; cfr. anche Arindt-Bruckmann, Griech,
li. Ròm. Portrdts^ \\w. 489, 420 (ritratti di Demetrio Poliorcete e Se-
leiico 1 Nicatore).
(3) DiODOR , XIV, 41; Cic, in Verr.^ IV, 119; Holm-Cavallari, To-
pogr. arch. di Siracusa, pag. 247.
per avere i ritratti di questi tiranni sicelioti bisogna ricorrere
alla numismatica. È cosa generalmente saputa che le monete
devono considerarsi i più sicuri documenti locali della pla-
stica. Fin dall'epoca di Agatocle e successivamente nel pe-
riodo della dominazione degli ultimi tiranni siracusani, le mo-
nete dimostrano una forte influenza deirarte alessandrina
per i rapporti di parentela con i Tolomei e per i caratteri
stilistici. Infine sotto il regno di Cerone II, quasi tutte le
monete portano sul diritto il ritratto del tiranno, seguendo
così la moda di quel tempo (i).
Non è così per i tiranni sicelioti piìi antichi, come Anas-
sila, Gelone I, ecc. ; in quell'epoca non era stato ancora in-
trodotto sul diritto delle monete il ritratto del principe nel
vero significato della parola ; il quale ritratto doveva trion-
fare nel periodo ellenistico. Tuttavia, verso il 490-480 a. C,
certe figure su alcune monete, benché isolate, fanno sospet-
tare che vi fu un tentativo d'incidere e rappresentare il ri-
tratto di qualche tiranno siceliota di quell'epoca.
Premesse queste considerazioni, crediamo opportuno di
procedere alla disamina dei ritratti dei tiranni sicelioti, che si
vedono sulle monete dell'antica Siciha, facendo tesoro delle
attribuzioni del p. Giuseppe Romano (2), che fu il primo ad
occuparsi dell'importante questione con una dotta monografia,
pur troppo poco conosciuta dagli odierni cultori di numi-
smatica siceliota, forse perchè pubblicata in un periodico che
ebbe poca diffusione specialmente all'estero.
(1) Ctr. Imhoof-Blumek, Portràtkopfe. auf antiken Miinzin hcll. u.
hellenisierter Vòlker, Leipzig, 1885, dove sono raccolte tutte le monete
con i ritratti dei principi greci.
(2) G. Romano, Iconografia numismatica dei tiranni di Siracusa,
in Atti dell' Accade IH ia di scienze e lettere della Sicilia, Palermo, 1859,
pagg. 1-28 con una tavola.
8
ANASSILA.
^ — Biga tirata da due muli (à-rivr.) al passo : l'auriga
seduto sul carro, i ginocchi all'altezza del petto,
tiene le redini con tutte e due le mani ; Nike vo-
lando a destra al disopra dei muli, li corona; al-
l'esergo una foglia di alloro. Cp.
I^ — MESSENION Lepre fuggente a destra; sotto un ramo
d'alloro. Cp.
CBM, pag. lol, n. i8 ; Hill, Coitis of aticient Sicily, tav. I, 14; Hill, Hi-
storical greek coius. n. 15 ; Hfad, Hisf. Nitmoritm^, pag. 153.
AR, tetradraninia (Parigi).
^ — Stesso tipo di biga, senza la Nike nel campo. Cp.
^ — MESSENION Lepre fuggente a destra. Cp.
Babfxon, Traile. 11. 2214, tav. LXXXII, fi^. 13; Hkad, Hii^t. Numorum'^
pag- 153-
AR, tetradramma (Parigi).
B" — Stesso tipo di biga, senza la Nike nel campo e la
foglia d'alloro nell'esergo. Cp.
Ri — MESSENION Lepre fuggente a destra. Cp.
Hill, Coins, tav. I, 13; Hill, Historical, n. 14; Holm, Storia, n. 24,
tav. I, 17; Head. Htst. Nnmortim-, pag. 153.
AR, clidramma (Londra).
Il Babelon, esaminando le monete di questo tipo (i), ta
notare che, se si osserva con attenzione la piccola figura
seduta nella biga tirata dai muli, vi si riconosce, non su
tutti i pezzi ma sugli esemplari di scelta, un profilo che
non si può assolutamente considerare come banale. Ed in
effetti l'illustre numismatico francese ha pienamente ragione;
la barba a punta dell'auriga, il suo profilo energico, la ten-
sione del suo sguardo danno l'impressione di un tipo con-
creto e personale. Ma c'è anche di piìj ; questa stessa figura
di auriga seduta nella biga comparisce sulle contemporanee
monete di Regio (2). Ora questo fatto dimostra che la rap-
presentazione dell'auriga barbuto sulle monete di due città
dipendenti dallo stesso tiranno non è né casuale né inciden-
tale e deve certamente contenere un significato, ad onta che
un solo artista abbia inciso le figure sulle monete messene
e regine.
Noi sappiamo che Anassila, tiranno di Reggio, nei tre-
dicesimi giuochi olimpici negli àywvs; itutsi/.oì riportò la vittoria
( I ) Babklon, L'iconographie et ses origines daiis les types monétaires
grecs, in Rev, Numism., Paris, 1908, pag. 175. Nella tav. IV, fig. 11, la
figura assisa è riprodotta ingrandita.
(2) Carelli, Nttm. lialiae veter., tav. CXCIF, 1,263; Babelon, Traile^
1, tav. LXXI, 13, 14 e 15.
IO
nella corsa dei carri tirati dai muli e quindi fece coniare, m
ricordo di questo successo, le monete che hanno il tipo del-
rà-TiV'/i (i). Dal momento che questo gruppo di monete riveste
il carattere di monete storiche e commemorative, non può-
arrecare meraviglia che Anassila, tutto pieno di orgoglio per
questa vittoria, abbia ordinato la coniazione di molti esem-
lari di scelta di queste monete, in cui l'auriga rappresen-
asse sé stesso e quindi fosse un vero suo ritratto.
Si potrebbe obbiettare sulla iconologia del diritto, so-
stenendo che difficilmente si può provare questo fatto, attesa
la piccolezza della figura assisa e della testa. Ma d'altro-
canto si fa notare che, a parte che si osserva ad occhio nudo
il profilo dell'auriga, il Babelon con il valido sussidio degli
ingrandimenti fotomeccanici ha risolto la sottile quistione
della differenzazione degli esemplari di scelta ed è perve-
nuto a risultati che sembrano accettabili.
Non bisogna poi dimenticare che in quel tempo compa-
riscono i così detti darici con i ritratti dei re persiani (^), la
cui classificazione cronologica è stata diffusamente trattata
dal Babelon (3). Su queste monete persiane non vi è un ri-
tratto nel significato vero della parola, ma una figura di un
uomo barbuto inginocchiato, che allude ad un avvenimento
storico, che qui non è luogo di ricordare. 11 tipo di questo
darico persiano comparisce sotto il regno di Dario I (521-
486 a. C.) (4) e, data la diffusione di queste monete nel mondo
ellenico, non può meravigliare se Anassila abbia voluto imi-
tare tale coniazione, facendo incidere la propria figura assisa
in quella biga, che riportò la vittoria ad Olimpia.
(i) Arist., in Polluce^ IV, 12, 75.
(2) Macdonald, Coin types their origin ami developement^ Glasgow,.
1905, pag. 150; Head, Hist. Num}, pagg, 827 e segg.
(3) Babelon, Mèlaiiges numisììiatiqucs, IV serie, Parigi, 1912, pa-
gina 254 e segg. ; idem, Traile, I, pagg. 262-64.
(4) Hill, Historical greek coins, n. 11, pagg. 26-29.
II
GELONE I.
B"
^
CEAAI (retrogrado). Il fiume Gela sotto Taspetto di
una protome di un toro a testa umana barbuta
a destra. Cp.
Personaggio in una quadriga al passo a d. ; egli è
barbuto e vestito di un chitone talare ; tiene la
verga e le redini ; Nike vola a d. al disopra dei
cavalli, tenendo una benda con le due mani. Cp.
Babelon, Traile^ n. 2302, tav. LXXVII, 9; Head, Hist. Numr, pag. 140.
AR, tetracirainiiui (Paiigi, De Luyncs).
^ — Stessa leggenda e stesso tipo.
I^ — Stessa quadriga. Cp.
Babelon, Traile, n. 2306, tav. LXXVII, 13.
AR, tcti adi annua (Parigi).
& — Stessa leggenda e stesso tipo. Cp.
■^ — Stesso personaggio in una quadriga. L^auriga volta
indietro la testa.
12
Babelon, Traile, n. 2304. tav. LXXVII, 11 ; Head, Hist. Nttnir, pag. 140;
HoLM, op. cit., n. 72, tav. I, 12.
AR, tetradramma (Parigi, De Liiynes).
Altri esemplari: Babelon, Tratte, nn. 2303, 2305, tav. LXXVII, io e 12.
Alla morte d' Ippocrate nel 491 a. C, il suo principale
cooperatore, Gelone, figlio di Diomede, prese il potere di
<Tela (i). Pausania ci informa che nel 488 a. C, in Olimpia,
Gelone vinse il premio della corsa dei carri (2). Ora se si
osserva, come abbiamo fatto per le monete di Anassila, con
attenzione, la piccola figura della quadriga, diciamo anche
per questa che vi si riconosce subito un profilo, che non
può essere qualificato come banale, ma si deve ammettere
che trattasi di un profilo, il quale dà l' impressione di un
tipo concreto e personale. Notevole poi è la figurazione
del secondo tetradramma, perchè i cavalli vanno al ga-
loppo, l'auriga si volta come per vedere se alcuno stia per
raggiungerlo.
La Nike, che comparisce per la prima volta al disopra
•della quadriga su questo gruppo di monete, indubbiamente
fa un'aperta allusione alla vittoria riportata alle corse dei
carri.
Non deve forse stupire quindi se in un periodo, in cui i
vincitori alle gare olimpiche erano tenuti in grande conside-
razione, il tiranno di Gela abbia ordinato d'incidere la sua
immagine in una serie d'esemplari scelti di monete per com-
memorare e perpetuare questa vittoria, che allora rivestiva
(i) Cfr. Curtius E., Hist. grccque, HI, pagg. 202 e 204.
(2) Pausania, VI, 2, 4 ; Cfr. per queste vittorie Homolle, in Monti-
snents Piot, T. IV, pag. 179.
13
il carattere di un grande avvenimento nazionale. Si potrebbe
obbiettare che il tipo dell'auriga barbuto è un fatto inciden-
tale ; ma a noi non convince ciò, perchè in contemporanee
monete riscontriamo costantemente il tipo dell'auriga sbar-
bato. Questa constatazione e la comparsa dell'auriga barbuta
in esemplari di scelta confermano che la figura barbuta sulle
monete descritte deve rappresentare il tiranno Gelone.
AGATOCLE.
^ — Testa laureata di Agatocle a sinistra.
9 — IVPAKOIinN Biga a d. con auriga; sotto triquetra.
CBM, pag. 191, nn. 336-341; Head, Coin. of Syracuse, Vili, i; Holm, op.
cit., n. 414; Coìh. anc, tav. 35, 37; GauDiN'er, The iypes of greek
coìhs, tav. XI, 24 ; Head, HisL Nuni.^, pag. 181. — Altra più pic-
cola : Coin. of Syracuse, Vili, 2; CBM, pag. 192, 1111. 342-343.
Oro (Parigi).
^ — IVPAKOIiriN Testa laureata di Agatocle a sin.
^ — Triquetra con testa della Gorgone nel centro e con
i talari ai piedi.
CBM, pag. 193, n. 353; Head, Coin. of Syracuse, Vili, 7; Imhoof-Blumer,.
Monnaies grecques, tav. B, 23; Holm, op. cit., n. 418, tav. VI, 12;
Hill, Coins of ancient Siciiy, tav. X, 10; Head, His/. Num}, pag. 181.
AR, draiiiiiia (Londra).
^ — IVPAKOIiriN Testa giovanile di Agatocle a sinistra
con benda; dietro di essa una figura accessoria. Cp.
14
9/ — Leone che cammina a d., sopra di esso la clava ;
nelTesergo una figura accessoria, per es., una fiac-
cola ardente e lettera. Cp.
CBM, pag. 196, nn. 389-404; Head, Coiti, of Syracuse, IX, 3; Holm, op.
cit, n. 425 ; Hfad, Hist. Nianortim^^ i^as^. 182.
AK (ParigiK
Osservando attentamente le teste sui tre tipi delle
monete, si scorge subito che esse sono identiche e de-
vono rappresentare il ritratto del tiranno Agatocle. Il p. Giu-
seppe Romano (') descrive una serie di monete da attribuire
all'epoca del tiranno siciliano e, con felice intuito, opina che
le teste su tali monete debbano considerarsi come il ritratto
concreto di Agatocle. Al n. io della tavola presenta una
moneta, in cui la faccia della figura è deturpata da un doppio
taglio a decusse, mediante l'azione dello scalpello. 11 dotto si-
ciliano è d'avviso che questa notevole ammaccatura della fac-
cia non deve considerarsi come l'opera causale di un capriccio
o di un giuoco scioperato di oziosi, ma tutto l'insieme ac-
cusa un fatto solenne, una sollevazione popolare, una gara di
insulti verso una immagine abborrita.
Difatti Diodoro (2) narra che, dopo la morte di Agatocle,
uomo detestato per la sua crudeltà ed abborrito per la pre-
potenza e le estorsioni dei contributi levati coi mezzi più
violenti, il popolo siracusano si sollevò, si sfogò su tutto ciò
che ricordava in qualsiasi modo la memoria del tiranno, a
tal segno che se ne confiscarono i beni e si abbatterono
perfino le immagini. Diodoro parla di immagini rovesciate o
(i) Romano, op. cit., pagg. 17 e segg., tav. d'agg. dal n. 4 al 12.
(2) DioDORO, XXI, 16, 6.
strappate dalle mura '/.x-zinTzoLnyy : ma la ragione, che stimo-
lava il popolo, era la stessa ovunque apparisse l'odiata im-
magine.
Rimangono taluni dubbi da dissipare. Agatocle, come
-dice Diodoro ('), era calvo e portava una corona in accon-
ciatura e costume pontificale. Non mancano esempi a questo
somigliantissimi ; per esempio, Giulio Cesare si cinse di
grande corona la tempia, la quale nei suoi ritratti, o sopra
le monete o nei marmi, si vede cosi ampia nella parte an-
teriore, che pare fatta per mascherare un difetto nella chioma.
E tuttavia questo vi traspare ancora quanto basta ad accor-
gersene chi ne sia stato prevenuto.
Fuori di questo e di altri casi rari, in cui la fedeltà degli
artisti tradì forse le cure dei principi contemporanei per na-
scondere la povertà dei capelli, difficilmente si trova chi tra
i re di Siria, Egitto e di Batriana e tra gli imperatori ro-
mani, ad eccezione di Vespasiano, di Gordiano I e di qualche
altro esempio rarissimo, apparisca calvo e pelato. Quindi è
■da supporre che il tiranno si è fatto rappresentare ben prov-
veduto da una finta capigliatura, mediante una parrucca il
cui uso in quell'epoca era conosciuto ^2) e che l'incisore poi
si è studiato di correggere con l'arte il difetto della natura.
In secondo luogo si direbbe perchè Agatocle, che fece im-
primere la sua testa sulle monete, si astenne dall'apporvi il
proprio nome, mentre in molte altre tenne il sistema tutto
contrario di scrivere il suo nome ove non era il ritratto. La
risposta è molto facile, attesa la ritrosia con la quale egli
si avventurò ad usare il nome e le onoranze reali per paura
di attirarsi Podio popolare. Così in quelle monete, ove fece
scrivere il suo nome e prese il titolo di re, si astenne di fare
comparire la propria immagine cinta dal regio diadema.
(i) DiODORo, XX. 53 e 54, il quale racconta che Agatocle, ad imita-
zione di altri principi greci non cinse il capo del regio diadema, ma
portò una corona che presa verso il tempo dell' invasione della tiran-
nide sotto il pretesto di una specie di sacerdozio, non lasciò poi quando
agognò al principato. Lo storico poi soggiunge che vi è chi crede che
Agatocle usò tale corona perchè non aveva molti capelli.
(2) Per l'uso delle parrucche cfr. Senof., drop,, I, 3, 2.
i6
D'altro canto bisogna notare che l'uso del ritratto sulle
monete è anteriore all'epoca di Agatocle. A Tarso, Mallo, Soli
in Cilicia, a Cizico ed a Lampsaco in Misia, noi troviamo la
testa od una figura seduta di un satrapo persiano prima del
350 a. C.; è fuor di dubbio dunque che si tratti di un ritratto
reale i^). Noi sappiamo inoltre che fin da Alessandro il
Grande, su monete del periodo 336-323 a. C, comincia a
comparire il ritratto di questo principe sotto le spoglie di
Ercole (2) e sotto quelle di Giove Ammone in alcuni tetra-
drammi dei Tolomei (3), sebbene quest'ultima testa possa
riferirsi ad Alessandro IV, per il quale Tolomeo tenne la
reggenza ; questa attribuzione, secondo la teoria del Six (4).
Tolomeo poi fece incidere il proprio ritratto sulle monete
che devono essere assegnate al periodo 323-284 a. C. v5). A
questo fatto poi si deve aggiungere che Agatocle fece co-
niare una dramma d'oro, che porta sul diritto la testa di
Alessandro IV, coperta da una pelle di elefante (6). Questa
moneta ricorda nell'insieme i tetradrammi fatti coniare da
Tolomeo I ed il tiranno siracusano imitando questa moneta
onorava il suocero.
Niente di strano, quindi, se Agatocle, volendo seguire
l'incipiente moda dei principi del mondo greco che era quella
di eternare le loro effigie sulle monete, abbia introdotto il
proprio ritratto su questo gruppo di monete siracusane.
Un altro dubbio da dissipare è quello relativo alla figu-
razione, perchè i numismatici opinano che la testa rappre-
senti Ares o Ercole o Apollo. Noi solamente ricordiamo che
i numismatici, descrivendo le figure di Perseo incise sulle
(i) Cfr. Imhoof-Blumer, Kleinasiens Miinzen, pagg. 470 e segg.
(2) Head, Coin. ancients, tav, 30, nn. 64, 2; Gardner, Types, tav. XII,
I, 15; Hill, Handbook, tav. VII, 4; idem, Historical gr. coins, un. ^g-60.
(3) PooLE, CBM, Ptolemies, pag. i, 11. i; pag. 2, n. 2; Svoronos,
No}jLb|j.. Toù xpàx&uc tà)v IItoX., pag. 5, 11. 24^; pag. 9, n. 44 X-
(4) Six., in Ròm. Milth., 1899, pagg. 88 e segg.
(5) PooLE, op. cit., pag. 23, II. 85 ; Svoronos, op. cit., pag. 33, n. 190 a;
Hill, Hisiorical, n. 63.
(6) Evans, Contribntions, Vili, 6; Head, Coin. of Syracuse, pagg. 46
e segg. ; Hill, Coins of ancient Sicily, tav. XI, 12 ; idem, Historical, 11. 65 ;
HoLM, op. cit., n. 422, tav. VI, 13.
17
monete di Amisos, hanno già fatto osservare che i tratti sono
accentuamente individualizzati (J) e rimhoof-Blumer non ha
esitato a riconoscere questa testa come il ritratto di Mitri-
date Eupatore (2). C'è di più se si parag^ona la testa del
marmo della collezione Warocquè alle immagini realiste di
Mitridate riprodotte sugli ammirabili tetradrammi non vi sa-
rebbe da disconoscere tra essi alcuna affinità (3). Noi ci aste-
niamo intenzionalmente da ogni comparazione con il busto
del Louvre, dove il Winter ha voluto riconoscere un Mitri-
date in Ercole U) o con quello che il Six suppone un Mitri-
date in Helios (5), ma siamo d'avviso che Agatocle, seguendo
la moda dei principi di farsi rappresentare con gli attributi
divini, abbia fatto rappresentare la propria immagine sotto
le spoglie divine.
FINZIA.
^ — Testa di Finzia a sin. laureata. AKPÀrANTOZ
9 — <t>\ Due aquile a sinistra su una lepre a sinistra; l'ul-
tima con le ali aperte attacca la preda; la prima
con le ali chiuse ed il collo rialzato.
•CBM, pag. 20, nn. 131-132; Hill, Coins of an. Stci(y, pag. 165; Head, Hist.
Niim}, pag. 123 ; Salixas, Le tnonefe dell'iiniicn Sicilia, tav. XI, 15.
AE. (Parigi).
Altre monete con la stessa testa: CBM: prig. 20, n. 133; Salinas, op.
cit., tav. XI, i5.
(i) Babelon e Tn. Reixacii, Reciietl i^éncreì des niounaies d'Asie mi-
neurc, I, pag. 28, n. 4 (Amisos) e pag. 195. n. 62 (Sinope); Head, His/.
Numonim*, pag. 502
(2) Imhoof-Blumek, Moniiniis grecqites, pag. 564 ; idem, Portralkópfe^
pag. 34; idem, Griech. Miinzen, in Abhandl. Akad., Miiiichen, 1890, pag. 652.
(3) CuMONT F., Le Perseo d' Amisos, in Revtie arc/iéol., 1905, pagg. 184-
185, figg. I e 2.
(4) Winter, in Jahrbiich de^ Insti tiits, 1894, pagg. 2 15 e segg.
(5) Six., in Ródi. Mittìvil.^ 1895. P^gg- 180 e segg.
i8
Dopo la caduta di Agatocle, dei tiranni particolari erano^
sorti in quasi tutte le città di Sicilia; Agrigento venne go-
vernata da Finzia dal 287 al 277 a. C.
Questo tiranno fondò sulle sponde del mar d'Africa una
città alla quale diede il suo nome e dove trasportò gli abi-
tanti di Gela, di cui demolì le mura e le case. Egli cinse la
nuova capitale di bastioni, vi edificò un*agora ed alcuni
tempi ; ma le sue crudeltà lo fecero detestare da tutti i po-
poli a lui soggetti. Essi scacciarono le sue guarnigioni, come
gli Agiri ne avevano dato l'esempio. Poco dopo egli morì.
Diodoro (i) racconta un sogno di Finzia che gli prediceva
la sua fine. Egli credette di vedere un cinghiale, a cui dava
la caccia, rivolgersi e dargli la morte con un colpo delle
sue zanne. Quel frammento non dice altro ed è probabile
che Diodoro narrava poscia la morte di Finzia, della quale
quel sogno poteva parere un presagio. Con Taiuto di questo
passo Diodoro, si spiega l'introduzione del tipo di talune
monete di Finzia sulle quali vedesi un cinghiale (2), per com-
memorare questo sogno e per propiziarsi Artemide, alla cui
ira il tiranno probabilmente era andato incontro.
Riguardo alla testa delle nostre monete bisogna osser-
vare che il P. Gardner e THead la ritengano come Apollo
e l'Hill come Apollo od Ares, mentre il Salinas (pag. 30)
la considera '^ come una testa giovanile imberbe con lunghi
capelli coronati d'alloro „, non volendosi pronunziare sulla
denominazione. Ma evidentemente i numismatici non hanno
voluto dare peso al fatto che già in Sicilia cominciava ad
introdursi la moda del ritratto del principe sulle monete e
che Finzia poteva essere tentato dal proprio orgoglio a fare
incidere la propria effigie sotto le spoglie di un dio. Chi os-
serva con attenzione il diritto di queste monete si accorge
subito che ci troviamo di fronte ad un ritratto concreto e
reale, che non può essere attribuito altro che a Finzia, come
lo comprova la leggenda e mai ci troviamo di fronte ad un ri-
tratto ideale, che potrebbe essere attribuito a qualche divinità.
(1) DioDORo, XXXII, 7.
(2) CBM, pag. 20, nn. 135-139; Imhoof-Blumer, Moìiiiaies grecques,.
tav. A, 16; Head, Hisf. Nitnioruni- pag. 123.
19
PHTHIA, MADRE DI Pirro.
^ — O0IAI Testa velata di Phthia.
9 — Fulnìine.
Gardner, T/ie lyPts, tav. XI, 27; IIolm, op. cit., n. 462; Hill, Coins of
(me. Sicily, lav. XII, 5; Hkad, Hsst. Nuniontfn-, pag. 324; Imhoof-
Bll'mek, Poriràlkópje^ P^^o- 20.
AE. (Parigi).
Questa moneta venne coniata durante la dominazione di
Pirro in Sicilia. Il Raoul-Rochette (i) crede che la testa del
diritto di questo bronzo sia quella di Giunone, altri scrittori
hanno creduto di riconoscere nella testa una personificazione
ideale del distretto Phthia nella Tessaglia, da dove Pirro
scoperse Torigine della sua razza ed infine T Hill (2) è d'av-
viso che si tratti senza dubbio del ritratto idealizzato di
Phthia, madre di Pirro.
Ma quasi tutti i numismatici sono concordi nelFaccet-
tare l'opinione che la testa velata su questa moneta sia il ri-
tratto di Phthia. Il fulmine è simile a quello che si trova sulle
monete di bronzo di Agatocle ; soltanto esso non è alato.
PIRRO.
^ — iVPAKOIinN Testa di Pirro a sin. sotto le spoglie
di Ercole giovane con la pelle di leone. Cp.
(i) Raoul-Rochette, Méiiwire^ sur les médailles sicilienuts de Phyr-
rhus, in Mént. de l'Accad. des Inscr., T. XIV, 2, Paris, 1840, pag. 253,
(2) Hill, op. cit., pag. 162.
20
9 — Atena Promachos a d., indossando lungo chitone con
il diploidion, e clamide sulle spalle, lancia nella
mano destra e nella sin. lo scudo.
CBM, pagg. 206-207, nn. 493-506; Hill, Coins 0/ nìicicni Sici/j', pag. 16^,
fig. 46; Head, Co/;/, of Syracuse, tav. X, ji ; idem, His/. Nttmo-
riini^^ pag. 183.
AE (Parigi),
Pirro sosteneva già da due anni e quattro mesi la guerra
contro i Romani, quando i deputati di Sicilia vennero a chia-
marlo in loro aiuto contro i Cartaginesi, dicendo che le città
■di Siracusa, d'Agrigento e di Leontini erano pronte a rice-
verlo. Pirro venne in Sicilia, dove vinse i Cartaginesi ed oc-
cupò quasi tutte le città e vi dimorò dal 278 al 275 a. C.
In quest'anno gli affari del re d'Epiro declinavano in Sicilia,
<:|uasi con la stessa rapidità con cui avevano in sulle prime
prosperato ed i suoi alleati d' Italia lo supplicavano di ritor-
nare in loro aiuto. Egli colse premurosamente un pretesto
per lasciare un paese dove le sue speranze erano andate
a vuoto.
Queste monete furono emesse durante la permanenza
<3i Pirro nella Sicilia e alcune furono riconiate su bronzi di
Agatocle. L'Atena Promachos del rovescio è l'Athena Alkis
di Macedonia, che per la prima volta comparisce su monete
<;oniate da Tolomeo Soter in Egitto per Alessandro, il figlio
"di Rossana, indi sulle monete d'argento di Pirro coniate du-
rante la sua campagna italica e siciliana. La testa sul diritto
•è evidentemente quella del re d'Epiro, sotto le spoglie di
un Ercole giovane. Non può recare meraviglia questo fatto
<^uando si sa che Alessandro il Grande abbia fatto riprodurre
il suo ritratto sulle monete sotto le spoglie di questo eroe
in anni anteriori all'epoca di Pirro.
21
CERONE II E FILISTIDE.
^ — Testa di Gerone II sbarbata con diadema a sin. ;
dietro di essa una spiga di grano, o una stella,
o qualche altra figura ; sotto qualche volta la let-
tera O. Cp.
^ — BAIIAEOI • lEPHNOZ Quadriga a destra con Nike
che la guida; nel campo qualche volta una stella;
sotto o E o K.
CBM, pagg. 209-10, nn. 524 25 ; Head, Coin. of Syracuse, XI, 3, pag. 63;
Coiiì. arte, 46, 31 ; Holm, op. cit , n. 473, tav. VI, 6; Hill. Handbook^
tav. XI, 6; Hill, Coins of an. Sicily, tav. XIII, 5; Head, Hist. Nn-
moriim^ pag. 184, fig. 107.
AR. 32 litre (Parigi).
^ — Simile testa laureata di Gerone a sinistra.
^ — lEPHNOZ Cavaliere armato al galoppo a destra.
CBM, pag. 215, \\v\. 565-577; Head, Com. oj Syracuse, tav. XII, i; Holm,
op. cit., n. 480 ; Head, Hist. Numoruni^, pag. 185 ; Hill, Coins of
mie. Sici/y, tav. XIII, ix.
AE (Londra).
22
^ — Simile testa di Cerone a sin. con diadema. Cp.
9 — La stessa leggenda e lo stesso tipo di cavaliere.
CBM, pag. 216, nn. 578-597; Head, Coiti. 0/ Syracuse, tnv.XU, 2; Holm,
op. cit. n. 481; IIkad. His/. A^'/Uficnon-, pag. 185.
AE (Parigi).
/B' — Simile testa di Cerone a sin. con diadema. Cp.
J^ — lEPflNOI Biga a destra guidata da Nike, che porta
le redini in ambedue le mani; i cavalli al galoppo.
CBM, pagg. 216-217, un. 578-597; Head, Coin. of Syracuse, tav. XII, 3;
Holm, op. cit., n. 482; nr:.\n, ///s/. Nu///onifn^ p:ig. 185; Imhoof-
Blumkh, Porlralkòpfe^ t..v. II. 20.
AE (Parigi).
^ — Testa della regina Filistide con diadema; l'occipite
è coperto di un velo. Cp.
^ — BAIIAIIIAZ 0IAIZTIAOI Quadriga guidata da una
Nike alata.
CBM pagg. 212-214, nn. 540-558; Head, Coin. 0/ Syracuse, tav. XI, 7-9,
Coin. anc, tav. 46, 33; Holm, op. cit., n. 474; Hill, Coins of atte.
23
Sicily, tav. XIII, 7; Head, Hisf. Niimontur, png. 184, fig. 108; Imhoof
Blimer, op. cit , tav. II, 21.
j\R, 16 litre (Pargi)
/B' — Testa come sopra.
y» — Stessa leggenda. Biga al galoppo guidata da Nike.
CBM, pagg. 214-15, nn. 559-62; Head, Coiii. of Syracuse, tav. XI, io;
HoLM, op. cit., n. 475, tav. IV, 17; Hill, Coins of anc. Sicily, ta-
vola XIII, 6; Head, Hisi. Numoninr^ pag. 185; Imhoof-Blumcr, op
cit., tav. II, 22.
AR. 5 line (Lon 1- a).
Come sopra si è detto, il ritratto appare isolato in mo-
nete verso il 350 a. C. (i) e trionfa decisamente verso la
metà del III secolo, quando i re del mondo greco amarono
mettere le loro effigie sulle monete. Cerone II, facendo in-
cidere il proprio ritratto e quello della moglie, ha seguito
la moda diffusa di questo periodo ellenistico, in cui venivano
rappresentate sulle monete delle figure concrete e reali, in
cui venivano riprodotti dei veri ritratti di principi.
Secondo Polibio (2), Cerone sposò la figlia di Leptine,
(i) Cfr. Six., in Ntim. Chron., 1897, P^gg '97 ^ segg. ; CBM, Mysia^
-tav. Vili, 9. per uno statere di Cizico ,dove si è rappresentato Timoteo-
(2) Polibio, I, 9.
ragguardevole cittadino di Siracusa; ma né Polibio né gli
altri storici ci fanno conoscere il nome della moglie di questo
principe.
In quanto alla testa incisa sulle monete, che portano la
leggenda lEPHNOI, quasi tutti i numismatici sono concordi
nel dichiararla un ritratto concreto e reale di Cerone II, fatta
eccezione di alcuni scrittori, che considerano i ritratti di Ge-
lone e di Cerone sulle monete di quest'ultimo principe come
le rappresentazioni ideali dei più antichi tiranni di questo
nome (^).
Non così avviene per il ritratto di Filistide. Su questa
quistione si occuparono il Torremuzza, il Panofka e l'Osann,
che sostennero la tesi per l'identificazione della testa di Fi-
listide sulle monete siracusane [^), il Raoul-Rochette (3), os-
servando la somiglianza della testa con quella sulle monete
che portano l'iscrizione IIKEAinTAN, ritiene che essa sia
una testa di Demetra, il Romano (4) si decide anche per
quest'ultima opinione ed infine Tlmhoof-Blumer (5) crede che
la testa considerata di Filistide debba essere intesa per quella
ideale di Demareta, moglie di Cerone I. Ma il Salinas (6) opina
che si tratti di un semplice ritratto di Filistide, l'Evans (7)
scrive che Filistide compare sulle monete sotto la forma di
Demetra o di sua figlia e tutti gli altri numismatici moderni
riconoscono che la figurazione sulle monete siracusane deve
considerarsi come un vero e proprio ritratto di Filistide.
Ma la quistione della identificazione delle teste di Ce-
rone lì e di Filistide si è avvicinata alla soluzione perchè
basata sui raffronti della scultura di un bassorilievo in marmo
(i) Imhoof-Blumer, Portràlkópfe^ pag. 21.
(2) Torremuzza, Sicil, inscr.^ pag- 66 ; Panofka, Lettera al duca Ser^
radi falco sopra un'iscrizione del teatro siracusano, in Poligr. Fiesolana,
1825, pag. 8; F. Osann, De Philistide Syracusanoruni regina, Giessen,
1825, pag. 4.
(3) Raoul-Rochette, Méd. de Pyrr/ins, pagg. 2 e segg.
(4) Romano, op. cit., pag. 6.
(5) Imhoof-Blumer, op. cit., pag. 21.
(6) Saltnas, Di due monete della regina Filistide, in Periodico di Num.
e Sfragistica, Firenze, 1869, pag. 8.
(7) Evans, in Freeman, Hist. of Sicily, IV, pag. 217.
25
della collezione Townley trovato nel mare non lungi da Gir-
genti (i) con le teste incise sulle monete siracusane. Questo^
bassorilievo contiene due teste colossali, una virile e l'altra
muliebre, le quali corrispondono esattamente a quelle incise
sulle monete; difatti Tacconciatura delle bende e del velo
sulla testa in marmo di Filistide è la medesima di quella
che si vede sulla testa delle monete. L'identificazione quindi
è sicura perchè basata principalmente su raffronti della scul-
tura del bassorilievo con la figurazione delle monete. Il ri-
lievo è assai importante perchè uno dei pochissimi elementi
superstiti dell'iconografia plastica dei tiranni sicelioti. A
questo fatto bisogna aggiungere che la testa è il ritratto di
questo principe e non già il ritratto di Cerone I, il quale sa-
rebbe stato rappresentato senza il diadema reale.
Infine si deve ricordare che il padre Giuseppe Romano
fu il primo a riconoscere che la statua equestre di Gerone II,
eseguita dallo statuario siracusano Micune figlio di Nicerato,
sia riprodotta sul rovescio in una serie delle monete di bronzo
sopradescritte (2). Facendo tesoro delle dotte argomentazioni
del Romano, in un mio recente lavoro (3) ho fatto notare la
speciale caratteristica della fisionomia del diritto uguale a
quella del cavaliere del rovescio, ed il modo con cui il ca-
valiere tiene la lancia cioè con la punta acuminata di ferro
al di dietro ed il calcio dell'asta avanti, facendo questo at-
teggiamento allusione al carattere pacifico del principe. Tutti
questi fatti confermano che il cavaliere, riprodotto sul ro-
vescio di questi bronzi siracusani, è una copia della statua
di Gerone fatta da Micone ed esistente ad Olimpia, secondo
Pausania (4). In conclusione è fuor di dubbio che queste mo-
nete ci danno i ritratti di Gerone II e di Filistide, sua moglie.
La corona d'alloro sulle monete di bronzo di Gerone è
propriamentr un attributo divino, ma non disconviene nep-
(i) Ancient marb/es in the Brilis/i Museutn, X, lav. 32; Helbig, Hie-
Kj/i II ìtnU IVulislis auf einein (ii>tii^eiiliner Relicf, in Rlteiìi. Mns., XXVIII,
', pagg. 153-6.
(2) Romano, op. cit., pag. 12.
(3) MiKONE, Micone, /ìi;/io di Niceralo, s/aliiario sinit usano, in A'
Ita/, di Nitni., 1919, pagg, 60-64.
(4) Pausania, VI, 12, 4.
'\Z,
26
pure ad un ritratto del re, perchè appunto i primi ritratti
di principi sulle monete, come ad esempio Alessandro il
Grande, rappresentano il re come un dio e non vi sarebbe
da meravigliarsi se anche Gelone avesse fatto ugualmente.
Pare però che in seguito se ne sia astenuto ed introdusse
nel ritratto il diadema. Difatti le monete d'argento hanno
quest'ultimo e delle monete di bronzo conservate nel British
Museum, tre soli esemplari hanno la corona d'alloro, gli altri
venti il diadema. Il Six molto opportunamente fa notare che
Gerone poteva benissimo portare la corona d'alloro di Zeus
e di Apollo in qualità di sacerdote, prima di prendere il dia-
dema reale.
GELONE II.
/B" — Testa di Gelone II a sinistra con diadema.
^ — 2YPAK0II0I TEAriNOZ Biga al galoppo guidata da
Nike ; nel campo BA e qualche volta altre lettere.
CBM, pagg. 2ioir, nn. 526-33; Head, Coin. uf Syracuse, lav. XI, 4;
HoLM, op. cit., n. 476; Hill, Coins of aiicient Sicily, tav. Vili, 8;
Hkad, Hist. Niitìiortmr, pag. 184; Imiioof-Blumer, Forlyiil/iopje, ta-
vola II, 23.
AR, 8 litre (Parigi).
In un esemplare Bunburg 490 sembra che la leggenda
del rovescio sia BAIIAEflZ invece di BA.
/B" — Testa di Gelone II a sin. con diadema. Cp.
I^ — lYPAKOIiOì TEAiihOI Aquila con le ali chiuse
sopra un fulmine; nel campo BA con altre lettere.
f
27
CBM, pag. 211, nn. 534-37 ; Head, Coht. of Syracuse, tav. XI, 5 ; Holm,
op. cit., n. 477; Hill, Coins of ancieut Siciìy, tav. XIII, 9; Head,
Hist. Numorwn^^ pag. 184.
AR, 4 litre (Londra)
Gelone li era figlio di Cerone li e verso il 238 a. C.
sposò Nereide, figlia di Pirro, re dell'Epiro. Gelone premorì
al padre nel 216 in età di più che 50 anni (i). La di lui morte,
che sopraggiunse quando egli teneva pratiche segrete con
Annibale, a danno dei Romani, arrestò le sue mene tanto a
proposito, che non si è esitato da supporre che Gerone vi
avesse contribuito (2).
Ma, qualunque fosse l'attaccamento di quel principe per
i Romani, non si saprebbe ammettere, senza prove manifeste,
che egli avesse macchiato con un tale delitto gli ultimi giorni
della sua lunga vita, nella quale aveva sempre mostrata molto
mansuetudine. Tutti questi fatti e l'iscrizione BA sulle mo-
nete ci comprovano che Gelone era anche re di Siracusa,
cioè associato nel regno di suo padre, negli ultimi tempi
della vita di questi. La leggenda lYPAKOIIOI rEAflNOI BA
potrebbe completarsi benissimo in questo modo : 2:upay.ÓGioi
réAojvo; RaTÙÉoi; sìxóva àvéO'/ixav.
La testa sul diritto di queste monete è senza dubbio il
ritratto di questo principe e non già un ritratto ideale di
Gelone I, che sarebbe certamente stato rappresentato come
un uomo più avanzato in età.
(1) Ctr. FoLiHio. VII, 8, 9.
(2) Cfr. Livio, XXIII, 30.
28
9
GERONIMO.
Testa di Geronimo a sin. con diadema.
BAIIAEOI lEPANYMOY Fulmine alato sopra una
lettera.
CBM, pagg. 220-21, nn. 637-38; Head, Coht. of Syracuse, tav. XIII, 10;
HoLM, op. cit., n. 489 ; Hill, Coins of atte. Sictìy, tav. XIII, 15
Head, //;>/. Numorum-, pag. 185, fig. 109; Imhoof-Blumer, Porti di-
kópfe, tav. II, 24.
AR, 24 litre (Parigi).
^ — La stessa testa di Geronimo a sin. con diadema.
F^ — La stessa leggenda e Io stesso tipo.
CBM, pag. 221, un. 639-40; Head, Coin. of Syracuse, tav. XII, 11 ; Holm,.
op. cit., n. 489* ; He.^d, Hist. Numorum-, pag. 186.
AR (Parigi).
B* — La stessa testa a sin. con diadema,
r^ — Stesso tipo e stessa leggenda con Kl.
29
CBM, pag. 221, n. 644; Hfad, Coin. of Syracuse, tav. XII, 12; Holm,
op. cit., n, 4891»: Head. Hisi. Numorum^, P^?- 186.
AR (Parigi).
^ — Testa come sopra. Cp.
5>' — La stessa leg^genda e lo stesso fulmine alato.
CBM. pag. 221, nn. 645-48; Head, Coììì. of Syracuse, \?^v XII, 13; Holm^
op. cit., n. 420 ; Head, Hist. Ntimorum-^ P^g. 186.
AE (Parigi).
Non appena Cerone morì, i tutori di Geronimo, allora
in età di appena quindici anni, convocarono un'assemblea,
nella quale lessero il testamento di Cerone (0. Geronimo non
era in età di potere regnare da se solo e questo principe
giovinetto, che si sarebbe dovuto grandemente studiare di
giungere a cattivarsi un poco deiraffetto che il popolo aveva
per suo nonno, sin dai primi momenti si rese sgradevole
usando gli attributi della tirannide, di cui Cerone e Gelone
SI erano sempre astenuti. Contrariamente alla politica seguita
dal suo avolo, Geronimo si dichiarò apertamente per i Car-
taginesi e spedì deputati ad Annibale in Italia (2). Questo
principe nell'anno 215 a. C, fu assassinato.
(i) Livio, XXIV, 4.
(2) Livio, loc. cit.
30
Questo gruppo di monete, coniate durante il suo breve
regno, indubbiamente porta sul diritto il ritratto di questo
principe. Difatti la testa giovanile e la leggenda confermano
pienamente che trattasi di un ritratto concreto e reale.
Rivendicate già in modo definitivo ai novelli princip
Cerone e Gelone le immagini credute un tempo che appar-
tenessero agli antichi tiranni dello stesso nome, noi posse-
diamo in una serie continua tre ritratti di altrettanti principi
che chiusero l'ultima epoca della grandezza siracusana: l'avolo,
il padre ed il figliuolo. Aggiungiamo poi a questi ritratti
quello di Filistide. Se li guardiamo ora con attenzione,
vi scorgiamo subito ed a prima impressione tali tratti d»
somiglianza che ci convinceranno essere questi tre uomini
della stessa famiglia: lo stesso tipo predominante, gli stessi
caratteri distintivi, naso acuto e sporgente, tramezzo del
naso che fa arco con il labbro superiore, capelli, orecchi,
gola, paiono fatti allo stesso stampo. Chi esamini quindi at-
tentamente, malgrado abbia prevenzioni in contrario, deve
necessariamente convenire che a vederli sembrano figli l'uno
dell'altro.
Considerando mfine le quattro teste sulle monete, che
portano i nomi di Cerone, Filistide, Celone e Geronimo,
sembra che si possa conchiudere che Celone aveva piìi ras-
somiglianza alla madre anziché al padre, e che Geronimo
aveva i medesimi lineamenti del padre suo Celone, ma più
rilevati.
Dopo tali considerazioni, crediamo di avere raccolto in
questo lavoro i ritratti di tutti i principi sicelioti, che sono
stati riconosciuti sulle monete, e perciò teniamo in serbo
questa preziosa pinacoteca.
Catania, febbraio 1920.
Salvatore Mirone.
MONETE SALUZZESI
della collezione di S. E. il Marchese Marco di Saluzzo
Con le pubblicazioni di Orazio Roggiero sulla zecca dei
Marchesi di Saluzzo e più tardi con quella del 2.° volume
del Corpus Nummorum Italicoriim sembrerebbe che qualun-
que altra pubblicazione relativa a quella zecca dovesse es-
sere superflua.
Ed invero mentre il Roggiero pubblica ed illustra in
una esauriente memoria storico-numismatica tutti i tipi delle
monete saluzzesi, aggiungendovi i documenti relativi alle
coniazioni, il Corpus ci dà la descrizione di tutte le varietà
che si sono potuto riscontrare tanto nelle pubbliche quanto
nelle private collezioni,
È ovvio che nella serie delle monete medioevali non
sia tanto facile il rinvenimento di qualche nuovo tipo; ed è
perciò opportuno dedicarsi anche allo studio delle varianti,
che numerosissime si presentano di uno stesso tipo, così da
potersi arguire che la serie di esse non finisce mai. Rimane
adunque un largo campo ancora da sfruttare in fatto di va-
rianti, alle quali se verrà applicato un sistema di descrizione
razionale e preciso, non potrà non derivarne utilità agli stu-
diosi ed ai raccoglitori, dando agio di potere riunire tutti
gli elementi sparsi e coordinarli in monografia o catalogo,
che includa non solo i differenti tipi ma perfino le più pic-
cole varietà, come ci dà magnifico esempio il Corpus, a cui
dobbiamo sempre apportare nuovi contributi.
Si è perciò che avendo avuto agio di osservare la col-
lezione di monete che S. E. il Marchese Marco di Saluzzo
conserva del suo illustre Casato, non esitai a pregarlo di
permettermi di pubblicarle; giacché constatai che la maggior
parte di esse erano varietà inedite nel Corpus e che quindi
32
la loro pubblicazione potrebbe tornare gradita ed utile agli
studiosi.
E mentre ringrazio S. E il Marchese di Saluzzo del fa-
vore fattomi, intendo nel tempo stesso apportare un nuovo
contributo al Corpus e rendere omaggio alla più illustre fa-
miglia del vecchio Piemonte.
L'esporre nel modo anche il più sommario la storia del
Marchesato di Saluzzo sarebbe fuori proposito, perchè non
consono ad una pubblicazione di questo genere: mi limiterò
solo a quei brevissimi cenni che interessano la numismatica,
o che mi sembrano necessari per dare al lavoro maggiore
chiarezza.
È stato esaurientemente dimostrato dal Promis prima e
dal Roggiero dopo, che Lodovico II sia stato il primo dei
Marchesi di Saluzzo ad aprire la zecca (i'.
Figlio di Lodovico I e di Isabella del Monferrato, nacque
nel 1438 e successe al padre nel 1475. Anziché al Re di
Francia che lo richiedeva dell'omaggio, si rivolse nel 1478
a Casa Savoia, prestando il giuramento di vassallaggio a
Jolanda di Francia, reggente e tutrice del figlio Filiberto I.
Sembra che non esista diploma che concedesse ai Mar-
chesi di Saluzzo il diritto di zecca, essendosi riconosciuto
apocrifo il documento del 5 maggio 1206 dell'Imperatore Fe-
derico II che dava al Marchese Manfredo III la facoltà di
battere moneta.
Con diploma del 21 febbraio 1480 Lodovico II ottenne
dall'Imperatore Federico III nuova conferma dell'investitura
del marchesato. Pare quindi che egli approfittasse e dell'uno
e dell'altro per pretendere al diritto di zecca, non senza os-
servare che ragione prs:cipua possa avere indotto Lodovico
ad arrogarsi il diritto di zecca sia pure stata la concessione
di battere moneta fatta con diploma del 16 febbraio 1472
dall'Imperatore Federico III ad Agostino di Lignana Abbate
(i) Promis Domenico. Monete di zecche italiane inedite o corrette. Me-
moria terza. Saluzzo. — Roggiero Orazio. La secca dei Marchesi di Sa-
luzzo. § I.
33
di Casanova presso Carmagnola, non potendo certo il Mar-
chese di Saluzzo tollerare che l'abbate di un monastero si-
tuato nei suoi dominii avesse diritto di zecca, senza poterne
usare egli stesso (i).
Lodovico II adunque aprì la sua zecca in Carmagnola,
per importanza seconda terra del marchesato, sia per la sua
posizione comoda e sicura a chi volesse portarvi oro o ar-
gento dalle altre parti del Piemonte, sia per la vicinanza a
Chieri, allora fiorente nel commercio dei metalli, e sia anche
per il fatto che proprio in quella zona sorgeva 1' abbazia,
che prima di lui aveva avuto il diritto di battere moneta.
Il sistema monetario adottato fu quello stesso in uso
negli Stati dei Duchi di Savoia al di qua delle Alpi e nelle
altre zecche del Piemonte, e che, basato sul corso della lira
nominale astese, corrispondeva nel marchesato a 5 grossi
per lira.
Di questo Marchese abbiamo i seguenti tipi di monete:
il doppio ducato ; il ducato (che verso la metà del sec. XV
valeva grossi 24 e che andò sempre aumentando, nel 1475
ne valeva 30, poi 32 e nel 1501 giunse fino a 42 grossi); il
testone che valeva 8 grossi; il cornuto o cornabò 5 grossi e
rappresentava la lira; il cavallotto 3 grossi; il rolabasso 2;
il grosso, di cui 5 formavano la lira astese, era la base della
monetazione ; il soldino che era la quarta parte del grosso
e il Jorte l'ottava.
Con l'avvento al trono di Savoia del duca Carlo I nel
1483 cominciò per Lodovico una serie di sventure, di cui
fu causa non ultima l'invidia e la gelosia della moglie Gio-
vanna di Monferrato (2) verso la sorella Bianca sposa del
duca Carlo I, tanto che indusse Lodovico a muovere guerra
al cognato, guerra che gli cagionò la perdita di buona parte
dello Stato, ma che ricuperava poi integralmente dopo la
morte di Carlo avvenuta nel 1490. In quelTanno moriva pure
la marchesa Giovanna e due anni dopo Lodovico impalmava
(i) RoGGiERo O. A/hc mo/ie/e dei Marchesi di Saluzzo in Bollettino
Italiano di Numismatica, anno 1910, pag. 78.
(2) Lodovico aveva sposato nel 1481 Giovanna, figlia di Guglielmo I
Marchese di Monferrato.
34
Margherita di Foix, figlia di Giovanni, Signore di Foix,
Conte di Candale e Gurson e di Margherita Suffolk (i). Fu
Maro^herita donna di molto spinto, ma cupida di dominio e
avversa ai propri figli, fra i quali cercò di mantenere sempre
viva la discordia; onde può dirsi che fu essa che tenne per-
manentemente le redini del governo. Lodovico, parteggiando
per Francia, aiutò Carlo Vili nella discesa in Italia. Dopo
la morte di questo Re, avvenuta nel 1498, il successore
Luigi XII diede a Lodovico nuova investitura anche di altre
terre e lo nominò governatore d'Asti, mentre Lodovico ten-
tava, ma inutilmente, la conquista del Monferrato. Nella
guerra che si combattè in Italia tra Francia e Spagna Lo-
dovico ebbe da Luigi XII il comando delle truppe e fu no-
minato suo luogotenente generale e viceré; ma, sconfitto al
Garigliano, dovette ritirarsi verso Genova, ove giunto, si
ammalò e morì il 27 gennaio 1504.
Di Lodovico e Margherita si ha il tallero, pezzo da
40 grossi, coi busti affrontati, battuto nel 1503. Margherita,
durante la reggenza o dopo, fece battere dei talleri con la
sua effigie: ve ne sono con la data del 1516 e senza data.
Questi pezzi sono da taluni ritenuti come medaglie per il
rilievo, pel rovescio e perchè, buon lavoro di corretto stile,
se ne coniarono in oro, argento e rame, da altri come mo-
nete per il peso e la presenza delle sigle di zecchiere. E
noi siamo di questa opinione.
Alla morte di Lodovico successe il figlio Michele An-
tonio in età di nove anni sotto la tutela della madre. Uscito
dalla minore età, non si occupò che di cose guerresche e
prese parte a tutte le guerre combattute dalla Francia per
cui parteggiava, né mai volle ingerirsi del marchesato, la-
sciando tutte le cure dello Stato alla madre. Morì nel 1528
in seguito a ferite riportate alla difesa della città di Aversa
contro gli Imperiali.
Era allora la zecca di Carmagnola appaltata al Nobile
(l) Al seguito di Margherita di Foix venne in Italia in qualità di
ufficiale di Corte Nicolao Papa, poi capitano di Revello, che fu il capo-
stipite della famiglia dei Conti Papa di Costigliole, a cui lo scrivente è
legato dai sacri vincoli della religione degli affetti.
35
Francesco da Olivate, che continuò ad esercirla fino ai 1514,
nel quale anno veniva stipulata col genovese Francesco Ora-
bono una nuova accensatura della zecca, che però non ebbe
effetto e nel 1515 con altro istromento la Marchesa stipulava,
a nome del figlio Michele Antonio, una nuova locazione coi
fiatelli da Olivate a patti tali, che alla Marchesa era total-
mente riservato il lauto guadagno che si ricavava dalla co-
niazione delle monete minute (i).
Di Michele Antonio si hanno scudi d'oro del sole di due
tipi delTaquila e del cavallo ; due tipi di testoni dell'aquila
e dello stemma; cornuti; rolabassi ; grossi; soldini o quarti;
mezzi quarti o forti.
A Michele Antonio, che non aveva lasciato figli legittimi,
avrebbe dovuto succedere, così per diritto di legge come
per disposizione testamentaria paterna, il fratello secondo-
genito Giovanni Lodovico; ma la madre, Margherita, che
aveva sempre tenuto le redini del potere e che temeva in
lui un sovrano non a lei sottomesso e apertamente non ligio
alla Francia, obbligò Michele Antonio a lasciare per testa-
mento lo Stato al terzogenito Francesco, che aveva combat-
tuto col fratello tutte le guerre che la Francia sostenne in
Italia. Francesco ridusse in sua obbedienza quasi tutto il ter-
ritorio in breve tempo, senza potere tuttavia impedire che
Giovanni Lodovico, liberato dal carcere di Verzuolo dove la
madre lo teneva rinchiuso, potesse con l'aiuto dei Saluzzesi
esercitare per breve tempo la sovranità e facesse coniare
alcune monete che finora non si conoscono, ma che sono
nominate in un manoscritto della famiglia. L'anno seguente,
1529, Giovanni Lodovico, indotto a recarsi in Francia, veniva
arrestato e tradotto alla Bastiglia, donde trasportato nel ca-
stello di Beaufort, vi moriva nel 1563 senza lasciare figli le-
gittimi.
Appena fatto prigione, il re di Francia Francesco I rico
nosceva a Signore di Saluzzo il marchese Francesco, il quale
resse lo Stato dal 1529 al 1537, anno in cui fu ucciso all'as-
sedio di Oarmagnola, che gli era stata tolta dai Francesi, dai
quali si era staccato per seguire la parte imperiale. -'-
(t) RoGGiERO O. La zecca dei Marchesi di Saluzzo, pag. 22.
36
Di questo Marchese vi sono: lo scudo d'oro del sole;
il testone; due tipi di cornuto; il cavallotto; il grosso; il
quarto o soldino; il mezzo quarto o forte. Il testone ed il
grosso sono al tipo di Savoia, avendo Francesco dovuto
improntare la sua coniazione a quella guisa per evitare il
grave danno che le sue monete venissero respinte dagli Stati
confinanti.
A Francesco, morto senza prole legittima, successe Ga-
briele, ultimo dei quattro fratelli, nato nel 1501. Avviato alla
carriera ecclesiastica, nel 1535 era stato eletto Vescovo di
Aire in Guascogna; ma non sembra che prendesse possesso
materiale di quella curia vescovile, limitandosi a goderne le
rendite. Morto Francesco, gli imperiali invasero Saluzzo, ma
il Re di Francia Francesco I mandò in Italia un esercito, al-
l'avvicinarsi del quale si ritirarono. Gabriele fece omaggio
al Re ed ottenne l'investitura del marchesato rinunziando al
vescovado. Salito al trono di Francia Enrico II, nel 1547, si
mostrò dapprima benevolo a Gabriele, ma poscia per intrigo
di Pietro Strozzi fuoruscito fiorentino, di Giovanni Caracciolo
Principe di Melfi e del bandito subalpino Lodovico Bolleri,
i quali sobillarono il Re che Gabriele parteggiasse segreta-
mente per gli imperiali, venne arrestato, imprigionato a Pi-
nerolo e, dopo due mesi di mali trattamenti, avvelenato il
29 luglio 1548.
Le tristissime condizioni in cui versava lo Stato durante
il Governo di Gabriele fecero sì che ben poche sono le mo-
nete che la zecca potè emettere. Infatti, nessuna moneta d'oro
si conosce e solo si ha il cornuto, il grosso e il mezzo quarto.
Gabriele aveva sposato nel 1544 Maddalena di Claudio
d'Annebault, Signore di Brestol e di Aubigny e non ebbe
figli legittimi. Alla morte di Gabriele, pareva, secondo la
voce pubblica, che lo Strozzi ed il Caracciolo volessero di-
vidersi il marchesato; ma il Re di Francia se ne impadronì
senza dare ascolto alle proteste di Giovanni Michele di Sa-
luzzo, Signore di Paesana e Castellar, al quale, come capo
del ramo prossimiore al primogenito, sarebbe legittimamente
spettata la successione. Non potendo opporsi con le armi,
Giovanni Michele dovette limitarsi ad una sdegnosa e so-
lenne protesta redatta con atto notarile nel Castello di Ca-
37
stellar, della quale si conservano ancora parecchie copie
nell'archivio della famiglia.
Così cessava nel 1548 la zecca dei Marchesi di Saluzzo,
non essendosi più battuto in essa nessuna moneta ne dai Re
di Francia né dai Duchi di Savoia, cui il marchesato fu ce-
duto pel trattato di Lione conchiuso il 17 gennaio 1601 fra
Enrico IV e Carlo Emanuele I.
Lo stemma dei Marchesi di Saluzzo fu costantemente lo
scudo d'argento col capo d'azzurro: il cimiero è stato quasi
per tutti i rami l'aquila ad ali spiegate e coronata talvolta
nascente tal altra intiera. Il grido di guerra dei Marchesi
vuoisi che fosse ne pour ce, motto che gli scrittori della fa-
miglia hanno dichiarato inesplicabile, ma che forse vuol dire
nato per questo, alludendo alla posizione del marchesato si-
tuato tra Italia e Francia, e perciò esposto a guerre continue.
Ne spiegazione veruna è stata data giammai alla parola
noch che accompagna l'impresa dei Marchesi, la quale si
compone di un'asticciuola acuta in cima e uncinata, con un
anello da cui pende una doppia assicella aggruppata, che
ritiensi rappresenti una specie di giavellotto o altra arme
da lanciarsi a mano e ritirarsi poi per mezzo della corda.
La parola noch, che spesso trovasi doppia, presa nel senso
naturale, sarebbe tedesca e indicherebbe ancora, quasi so-
nando minaccia ai nemici; ma questa spiegazione è sem-
brata troppo semplice e taluno ha voluto sostenere che le
quattro lettere denotino altrettante parole, cioè nitet opere
caligai habendo, quasi alludendo all'arma che si mantiene
lucida se adoperata e si offusca se lasciata in abbandono,
ma forse più di costui ha colto nel segno chi Tha interpre-
tata non omnes capiunt hoc (i).
Dei vari rami ultrogeniti di Casa Saluzzo due soli sono
gli autentici attualmente rimasti: il ramo Saluzzo-Paesana, di-
scendente da Giovanni Michele, del quale è capo presente-
mente S. E. il Marchese Marco, Senatore del Regno e Sot-
tosegretario di Stato per gli Affari Esteri ed il ramo Saluzzo-
Monterosso.
(l) Luta Pompi:o. Famiglie celebri italiane. I Marchesi di Saluzzo.
38
MONETE DELLA COLLEZIONE
Marchese Lodovico II (1475-1504).
I. Punzone.
Busto a sinistra con berretto.
2. Doppia.
^^ — + ^ LVDOVICVS ^ M ^ SA-LVTIARVM ^ J* Busto
a sin. con berretto, stelletta sul berretto, cerchio
rigato.
9 — ^ SANCT— VS J CONSTANTIVS ^5^ Aquila aral-
dica con la testa volta a sin., coronata, spiegata
e caricata dello scudo a targa dei Saluzzo ; la
corona è nel giro della leggenda in alto, e. lin.
O. Diametro 26, peso gr. 6,95 (Var. n. 4 Corpus)
FDC
39
3- Ducato.
^ — ' LVDOVICVS • M • S— ALVTIARVM • Busto e. prec,
ma sul berretto crocetta mauriziana, senza e.
R! — SA— NCTVS • CON— STANTIVS • Aquila araldica, co-
ronata, con la testa volta a sin., nascente sopra
lo scudo a targa dei Saluzzo coronato e verticale,
ai lati della corona dello scudo le iniziali L — M
e. lin. finissimo.
O. Diam. 24, p. gr. 3,47 (Var. n. 13 C.) FDC
4. Idem.
^ — LVDOVICVS* M* — SALVTIAF^ Come prec, nulla sul
berretto.
9 — *S-ANCTVS' - CONSTANT-' C. sopra, ma lo scudo
è inclinato a sin., ai lati *l' — 'M* c. lin.
O. Diam. 23, p. gr. 3,50 (Var. n. 17 C) C*-
5. Idem.
i& — LVDOVI-e' — *M-SALVTIF^ (5/c) C. prec, qualche pic-
cola varietà nel vestito, sulla parte anteriore del
quale si contano chiaramente 4 bottoni, e lin.
1^ — 'S-ANCTVS*- CONSTANT come sopra 'L* — *M*'
e lin.
O. p. gr. 3,44 (Var. n. 18 C.) FUC
6. Idem.
B' — LV' M' SALVTI — ARVM* Busto e prec, con qual-
che leggera varietà.
40
S- ANCT-' CO— NSTANTIVS C. sopra, ma lo scudo
è verticale e la corona inclinata a destra, ai lati
L— M senza cerchio.
O. Diaiìi. 24, p. gr. 3,36 (Var. n. 23 C) C*
7. Cornuto.
;& — ^ LVDOVICVS ♦ MARCHIO ♦ SALVTIAR (v/m Busto a
sin. con berretto, e. lin. e rii^.
9/ — ♦ SANCTVS K CONSTANTIVS ♦ BA ♦ S Scudo a targa
diritto, a campo diviso, col morione a corti lam-
brecchini, coronato e sormontato dal cimiero del-
l'aquila nascente coronata con la testa volta a sin.,
nel campo ♦L*- ♦M* e. lin. e rig.
AR. Diam. 29, p. gr. 9,60 (Var. n. 31 C.) C*
La sigla BA ■ S o B"S vuole forse indicare Io zecchiere Battista Se-
rena, che nel 1503 prendeva poi in affitto la zecca di Montluel da
Filiberto II di Savoia.
8. Grosso da soldi 12.
^ — + ♦ LVDOVICVS ♦ M ♦ SA— LVTIAR. ♦ Come preced.,
dietro 0 e. lin. e rig. tagliati in alto dal berretto.
41
9
SANCTVS ^ CONSTANTIVS-* Scudo a targa liscio,
leggermente inclinato a sin., coronato e sormon-
tato dal cimiero dell'aquila nascente e. sopra, ai
lati -f L ^ — ^ M e. lin. e rig.
AR. Diani. 28, p. gr. 7,23 (V.ir. n. 28 C)
CI
9. Cavallotto.
^ — - : LVDOVICVS : ivi : S— ALVTIARVM : - Busto a sin.
corazzato con berretto, sul petto e sul berretto
crocetta mauriziana, e. lin. e rig.
^ — ♦ S—ANCT: CONSTA— NT— IVS I I^ Santo in arma-
tura, con vessillo crociato nella d., a cavallo gra-
diente a d., e. rig.
AR. Diam. 27, p. gr. 3,88 (Var. 11. 89 C.)
IO. Idem.
^^ — *. LVDOVICVS • M • SA -LVTIARVM • C. prec, ma
senza la crocetta sul petto né sul berretto.
^ - ' S-ANCT^ : CONSTANTIVS •:• C. sopra.
AR. Diam. 28, p. gr. 3,82 (Var. n. 86 C.) C»
42
11. Cavallotto.
/B" e ^ Tutto come prec, ma bottone sul berretto.
AR. p. gr. 3.87 (Var. n. 9=; C) C''
12. Idem.
^ — Tutto e. prec.
I^ - S— * ANC^ ^ CONSTA - NT— IVS ^ C. sopra.
AR. Diam. 27, p. gr. 3.78 (Var. n. 89 C) C*
13. Idem.
^ — + . LVDOVICVS : M : SA-L • VTIARVM : F : C. prec.
9< — • S-ANC^ : CONSTANTIVS •:• • F : C. sopra.
AR. p. gr. 3,80 (Var. n. 44 C.) C»
La sigla F o PF vuole forse attribuirsi allo zecchiere Pietro Frotta
milanese, che sul principio del sec. XVI lavorava per le minori
zecche piemontesi e che assumeva da ultimo da Pier Luigi Fieschi
la locazione della zecca di Messerano e Crevacuore, ove era an-
cora nel 1538.
14. Idem.
;& — + : LVDOVICVS : M : SA -LVTIARVM : F : C. prec,
ma nulla sul berretto e dietro la testa O.
9 — : S-ANCTVS : CONSTANTI - VS : C. sopra, dietro il
cavallo in alto nel campo O e. lin.
AR. p. gr. 3,25 (Var. 11. 42 C.) C
15. Idem.
3^ — + : LVDOVICVS : M : SAL— VTIARVM :• C. prec, ma
dietro la testa • e rig.
P — • SA— NCTVS : CONST— ANTIVS : Come sopra, ma
nulla dietro il cavallo.
AR. p. gr. 3,00 (Var. n. 60 C.) C«
16. Idem.
B' - ^ LVDOVICVS • M • SA— LVTIARVM • C. prec, ma
nulla dietro la testa.
^ — 'SA-NCT'-'C-ONS— TANTIV C. sopra, e rig.
AR. Diam. 26,5, p. gr. 3,00 (Var. n. 93 C.) C (poco tosato).
43
17. Rolabasso o da 2 grossi.
:& — ^ LVDOVICVS'M — '—SALVTIAR. Busto a sin., coraz-
zato e con berretto, e. rig.
I^ — SANCT' COSI— ANTIVS' {sic) Il Santo, nimbato, in
abito militare, in piedi di fronte, tiene nella d. il
vessillo crociato e con la sin. lo spadone puntato
a terra con 3 giri di cinturone, e. rig.
AR. Diam. 25, p. gr. 2,42 (Var. n. 99 C)
C3
18. Grosso.
^ — 'LV*M'— SALVTIA — F?l. Stemma a targa inclinato a
sin. coronato e sormontato dal cimiero dell'aquila
nascente coronata con la testa volta a sin., senza e.
P — Testina nimbata 'SANCT' CONSTANTI VS Croce inca-
vata e fogliata, senza e.
AR. Diani. 23, p. gr. 1,85 (Var. n. 105 C.)
O
19. Idem.
B' - 'LV'M'SA— LVTIAF^ C. prec.
I^ — Testina nimbata 'SANCT'CONSTAMTIVS Come sopra,
e. lin.
AR. p. gr. 1,51 (Var. n. 104 C.) G'
44
20. Soldino o quarto dì grosso.
^ — ' — LVDOVICVS • sa . SALVai— • Scudo di forma san-
nitica, diritto, coronato e sormontato dal cimiero
dell'aquila nascente coronata con la testa volta a
sin., e. lin. e rig.
R) — S'aO-NSTA-NTIV— S'B'S* Croce sagomata con
le estremità terminanti in pigna, che intersecano la
leggenda, e. lin. e rig. (I caratteri sono semigotici).
M. Diam. 21, p. gr. 1,15 (Var. n. 106 C]
C»
21. Idem.
iy — • LVDOVICVS •-• M • SALVTIAR. • Scudo come prec,
e. rig.
9 — Testina nimbata 'SANCTVS'CONSTANTIVS' Croce fio-
rata e pignata accantonata da 4 globetti, e. rig.
(Caratteri latini).
M. Diam. 20, p. gr. 1,22 (Var. n. 109 C.)
CI
22. Idem.
^ — Tutto e. prec.
^ — Tutto e. sopra, ma senza i globetti agli angoli
della croce.
M. Diam. 19, p. gr. 1,92 e 1,29
CI
45
23- Soldino o quarto di sgrosso.
^ — LVDOVICVS'-'m' SALVTlAf^ C. prec.
9 — Tutto e. sopra.
M. Diam. 20, p. gr, i,i(i (Var. n. 110 C.) C*
24. Idem.
^ — LVDOVICVS'-*M' SALVTIARV' C. prec.
PQ — Tutto e. sopra.
M. Diam. 19, p. gr. 0,96 (Var. n. ic8 C) C^ (rotto un pezzetto).
25. Idem.
^ — *LVDOVICVS'-M' SALVTIARV C. prec, ma la co-
rona è alquanto distaccata dallo scudo.
9 — Testina • SANCTVS • CONSTANTIVS • - •
M. p. gr. 1,15 (Var. n. 107 C.) C^
26. Forte.
^ — + ^ LVDOVICVS ^ M ^ Nel campo NOC e. rig.
9 — Testina • SALVTIARVM • Croce patente con globetto
nel primo quarto, e. rig.
M. Diam. 18, p. gr. 0,97 (Var. n. 127 C.) C^
27. Idem.
B^ — + • LVDOVICVS • MA • Nel campo NGC e rig.
^ — Testina • SALVTIARVM • Croce fogliata, e. rig.
M. p. gr. 0,80 (Var. n. 183 C.) C^
Lodovico II e Margherita di Foix.
28. Tallero o da 40 grossi.
& — (dal basso a sin.) + LVDOVICVS • MARCHIO • ET •
MARGARITA • D • FOIS MS- Busti affrontati, a
46
P
sin., di Lodovico con berretto, abito aperto e col-
lare dell'Ordine di S. Michele, a d., di Marghe-
rita con ricco velo, sotto, 1503 e. peri.
(dall'alto a des ) ^^ SI v DEVS ^ PRO ^ NOBIS ^ QVIS ^
CONTRA V NOS • FCL •:• Aquila coronata e spie-
gata, con la testa volta a sin., caricata di scudo
partito con le armi di Saluzzo e di Foix, e. peri.
Taglio liscio.
AR. Diam. 43, p. gr. 38,70 (Var. n. 136 C.) C*
Le tre lettere in corsivo /e/ (in monogramma) indicano la sigla dello
zecchiere Francesco da Clivate.
29. Idem.
D^ — + LVDOVICVS • MARCHIO • ET • MARGARETA • D •
POIS • M • S • C. prec, 1503 e. rig.
^ — ^1 SI £ DEVS e PRO £ NOBIS £ QVIS £ CONTRA £ NOS •
FCL e. sopra, e. rig. fra 3 lin.
AR. P. gr. 25,55 (Var. n. 138 C) C*
Margherita di Foix (durante la reggenza e dopo).
30. Tallero da 40 grossi o medaglia ?
.B' — + MARGARITA • DE FVXO • MA ornatino RCHIONISA •
SALVLIAF^ • T • -Gr • Busto velato della Marchesa a
(sU)
sin., in doppio cerchio di ornatini, e. lin.
^ — y^ ' DEVS • PROCTECTOR — ET • REFVGIOM • MEOM
(sic) _
Scudo a targa intagliato e partito di Saluzzo e
47
di Foix, addossato ad un albero sradicato e stron-
dato e pendente dai rami inferiori, con una co-
lomba posata su uno dei rami superiori, e. di or-
natini a bacche di lauro fra 2 lin. Taglio liscio.
AR. Diam. 48, p. gr. 30,80 (n. 2 C.) C^
31. Idem.
^ — (dal basso a sin.) + MARGARITA ' DE ' FVXO' MAR-
CHIONISA* SALVCIAR T' ^' 151G Busto e. prec.
ma più grande, e. peri, fra 4 lin.
I^ — (dal basso a sin.) ^ DEVS ' PROTECTOR ' ET ' REFV-
G-IVM'MEVM^IP' Scudo a targa intagliato e par-
tito e. s., ma varia nella forma, e. peri, fra 4 lin.
Taglio liscio.
AR. Diam. 44, p. gr. 38,00 (Var. n. i C.) C
La sigla è degli zecchieri Francesco, Gianluca e Maffeo da Clivante.
48
32. Idem in rame.
3' e I^ Tutto come prec.
R. Diam. 42, p. gr. 28,20
C=^
Marchese Michele Antonio (1504-1528).
33. Scudo d'oro del cavallo.
^' Sole: MICHAEL : AN^ : MARCHIO-: SA-LTIAR. S. Gior-
(sic)
gio in armatura, con vessillo nella d., a cavallo
gradiente a d,, e. lin. e rig.
R) — ^ : XPS : VINCIT : XPS : REGNAI : XPS : IMPERAI :
Croce filettata e gigliata con rosa al centro, cer-
chio
Im. e rig.
O. Diani. 27, p. gr. 3,40 (11. 5 C.)
CI
34. Testone.
^' — • MICHAEL- AIM-'-MARCHIOSALVIIAF^ Aquilaaral-
dica coronata e spiegata, con la testa volta a s.,
la corona è in alto nel giro della leggenda, e. rig .
R) — 4^ • SANCIVS • CONSIANIIVS •-• Il Santo in piedi
di fronte, corazzato e con manto, tiene nella d.
il vessillo crociato e con la sin. lo spadone pun-
talo a terra con 3 giri di cinturone, e. lin. e rig.
AR Diam. 31, p. gr. 9,66 (Var. n. 33 C.)
49
35- Testone.
B' — MICHAEL 3 AN^ ^ MAR 3 SALVTIAR. 3 C. prec, e. rig.
9 — • SANCTVS • CONSTANTIVS-- Come sopra, e. rig.
fra 2 lin.
AR. Diam. 30, p. gr. 9,70 (Var. n. 31 C.) FDC
36. Idem.
B' — . MICHAEL • ANT- • MAR • SALVTIAF^ • C. prec.
9 — ^ • SANCTVS • CONSTANTIVS -^ C. sopra, e.
lin. e rig.
AR. p. gr. 9,67 (Var. n. 34 C.) O
37. Idem.
^ — ' MICHAEL • ANT^ • MAR • SALVTIARV • C. prec.
9 — ^ • SA-NCTVS • CONSTANTIVS -•-. C. sopra.
AR. p. gr. 9,52 (Var. n. 37 C.) C^
38. Idem.
B' — . MICHAEL : ANT • MARCHIO • SALVTIAR. • C. prec.
9 — 4^ • SANCTVS • CONSTANTIVS C. sopra.
AR. Diam. 31. p. gr. 9,96 (Var, n. 38 C.) C^
39. Idem.
^ — ^ MICHAEL ^ANT^ MAR ^SALVTIAR^ C. prec.
9 — • SANCTVS • CONSTANTIVS • - C. sopra, ma 4
giri di cinturone, e. lin. e rig.
AR. Diam. 30, p. gr. 7,88 (Var. 11. 27 C) C*
40. Idem, d'altro tipo.
;& — + MICHAEL 'ANT^ M-SALVTIARVM Stemma mar-
chionale in scudo a testa di cavallo, sormontato
da corona a punte e circondato dal collare del-
l'Ordine di S. Michele, e. peri.
9 — ^SANCTVS 3 CONSTANTIVS 3 II Santo in armatura
con vessillo crocialo nella d., a cavallo gradiente
a d., e. peri.
4
50
AR. Diam, 32, p. gr. 8,14 (Var. n. 22 C
41. Testone.
ÌB" —^ MICHAEL ^ANT- MAR ^SALVTIAR. C. prec. e peri.
fra óue lin.
5/ — co SANCTVS'- CONSTANTI VS •-• C. sopra, e. peri.
AR. Diam. 30, p. gr. 8,99 (V.tr. n. 15 C.) C*
42. Cornuto.
^ - : MICHAEL : AN^ : - : M : SALVTIARVM : Scudo a
targa sormontato da elmo, panneggio svolazzante
e corona, sopra la quale l'aquila nascente coro-
nata con la testa volta a sin., e. lin. e rig.
9 — : S.-ANCTVS : CONSTAN-TI-VS : Il Santo a ca-
vallo e. sopra, in basso nel campo fra le zampe
anteriori e le posteriori del cavallo O e lin.
AR. Diam. 30, p. gr. 5,61 (Var. n. 68 C.)
43. Idem.
^ — : MICHAEL ANT^- - : M : SALVTIARVM : C. prec.
9 — S-ANCTVS : CONSTANTI VS : C. sopra O.
AR. p. gr. 5,42 (Var. n, 73 C)
5r
44. Cornuto.
^ — : MICHAEL : ANT- : — : M : SALVTIARVM : C. prec.
^ — : SANCTVS : CONSTANTI -VS : - : C. sopra,
O contromarca di castello genovese, 2 e. lin.
AR. p. gr. 5,20 (Var. n. 70 C.) C^
45. Idem.
^ — : MIQHAEL : AN^ : - : M : SALVTIARVM : C. prec.
{SIC)
^ — : S-ANCTVS : CONSTA- NT- IVS : Come sopra, O
(sic)
senza contromarca.
AR. Diani. 31, p. gr. 5,55 (Var. n. 91 C.) C*
46. Idem.
B' — : MICHAEL : ANT : — : M : SALVTIARV : C. prec.
9 — • S-ANCTVS : CONSTANT -IVS : - : C sopra, O
cerchio lin.
AR. p. gr. 5,80 (Var. n. 63 C) C»
47. Idem.
^ — Tutto e. prec.
9 — : S-ANCTV : CONSTAN-TI-VS : — : C. sopra, O.
AR. Diam. 29,5, p. gr. 4,75 (Var. n. 64 C.) C*
48. Idem.
^ — Tutto e. prec.
9 - : S-ANCTVS : CONSTANTI-VS : — : C. sopra, O.
AR. Diam. 30, p. gr. 5,60 (Var. n. 65 C.) C*
49. Idem.
^ — : MICHAEL : ANT • — : M : SALVTIARV : Come prec.
e. lin. e rig.
9^ — Tutto e. sopra.
AR. p. gr. 5,45 (Var. n. 65 C) C»
50. Idem.
^' — Tutto e. prec. JJT
^ — : S— ANCTVS : CONSTANTI VS : — : C. sopra, Oì
AR. p. gr. 5,50 (Var. 11. 57 C.) C« (bucato.
52
51. Cornuto.
^ — : MICHAEL : ANT" : — : M : SALVTIARV : C. prec.
9 — : S-ANCOSTANTIVS : : — : C. sopra, O.
{sic)
AR. Diam. 29,5, p. gr. 5,40 (Var. n. 69 C) C^
52. Idem.
;B' — : MCHAEL i ANÌ^ M ! SALVTIARV : C. prec.
(sic)
P — : S— ANCTVS : CONSTANT- IVS : - • : C. sopra, O.
AR. Diam. 29, p. gr. 5,52 (Var. 11. 67 C.) C-
53. Rolabasso.
B' — : MICHAEL : ANT : MARCHIO : SALVTIARVM : Aquila
aleramica coronata, spiegata, con la testa volta
a sin. e caricata dello scudetto marchionale a
targa, la corona entra in alto nel giro della leg-
genda, e. lin.
^ — ^ : XPS : REX : VENIT : IN : PACE : HOMO : FACTVS :
ES : Croce patente e gigliata, e. Hn.
AR. Diam. 26, p. gr. 2,87 (Var. n. 115 C) C'
^4. Idem.
^ — : MICHAEL • ANT : MARCHIO : SALVTIARVM - • C. pr.
1$ — Tutto e. sopra.
AR. Diam. 27, p. gr. 2,52 (Var. n. 114 C.) C^ (bucato).
55. Idem.
^ — : MICHAEL : ANT* : MARCHIO : SALVTIARVM : C. prec.
^ — ^ XPS : REX : VENIT : IN : PACE : HOMO : FACTVS :
C. sopra.
AR. p. gr. 2,52 (Var. n. 116 C.) C^
53
56. Rolabasso.
B' — : MICHAEL : AN^ : MARCHIO : SALVTIARVM : C. prec.
9* — ^ : XPS : REX : VENIT : IN : PACE : HOMO : FACTVS :
E : C. sopra.
AR. Diani. 26,5, p. gr. 2,47 (Var. n. 119 ('.) C*
57. Idem.
B — Tutto e. prec.
I^ — ^ : XPS : REX : VENIT : IN PACE : HOMO : FACTVS :
E : C. sopra.
AR. p. gr. 2,68 (n. 119 C) O
58. Idem.
^ — Tutto e. prec.
9 — ^ •• XPS : REX : VENIT : IN PACE : HOMO : FACTVS :
ES : C. sopra.
AR, Diam. 27, p. gr. 2,98 (Var. n, 120 C.) C^
59. Idem.
B' — MICHAEL : ANT : MARCHIO : SALVCIAR. : C. prec.
"^ — ^ : XPS : REX : VENIT : IN : PACE : HOMO : FACTVS :
E .* C. sopra.
AR. p. gr. 3,10 (Var. 11. 108 C) C*
60. Idem, d'altro tipo.
^ — ^: MICHAEL : ANT : MARCHIO : SALVTIAR. : Aquila
come nei precedenti, e. lin. e Y\g.
9 — 4^ : XPS : REX : VENIT : IN : PACE : ET : HOMO :
FACTEST : Croce lambrecchinata con crocetta trl-
[sic)
lobata nel centro, 2 e. lin.
AR. Diam. 26, p. gr. 2,96 (Var. n. 104 C.)
C^
54
6i. Grosso.
^ — ' MICHAEL • ANT- • M • SALVTIARVM • Scudo a targa
dei Saluzzo coronato e cimato dall'aquila nascente
coronata con la testa volta a sin., senza e.
P — • SANCT • CONSTA— NTIVS : - Il Santo in abito mi-
litare, in piedi di fronte, tiene nella d. il vessillo
e nella sin. lo spadone puntato a terra con 3 giri
di cinturone, senza e.
AR. Diam. 23, p. gr. 1,85 (Var. n. 135 C.) C*
62. Soldino.
fB' — MICHAEL AT-— M SALVTIAF^- Scudo di forma san-
nitica coronato e cimato dell'aquila nascente co-
ronata con la testa volta a sin., la corona del-
Taquila e nel giro della leggenda, e. rig.
p — Testina nimbata : SANCTVS : CONSTANTIVS : -^ Croce
fiorata, e. rig.
M. Diam. 19, p. gr. i 22 (Var. n. 138 C.)
63. Idem.
^ — : MICAEL : ANT — • M : SALVTIAR. : C. prec.
I^ - Testina nimbata • SANCTVS : CONSTANTIVS • Come
sopra.
M. p. gr. 1,00 (Var. n. 141 C) C^
55
64- Soldino,
^ — MICHAEL : ÀN^ — • M • SALVTIARNT • C. prec
I^ — Testina nimbata l SANCTVS i CONSTANTIVS i Come
sopra.
M. p. gr. 1,68 (Var. i'. 143 C) C^ (manca un pezzetto).
65. Idem.
^ — : MICHAEL : ANT- — M : SALVTIAR\r : C prec.
9 — Testina nimbata SANCTVS: CONSTANTIVS: C. sopra.
M. p. gr. 0,98 (Var. n. 144 C.) C*
66. Idem.
B' — MICHAEL : ANT : — : M SALVTIARV : C. prec.
I^ — Testina nimbata : SANCTVS : CONSTANTIVS : e. sopra
M. p. gr. 1,17 (Var. n. 145 C) C«
67. Mezzo quarto.
^ — ' MICHAEL • ANT-ONIVS • M • S C. pt ec, senza e.
9 — Testina nimbata SANCTVS • CONSTANTIVS C. sopra,
e. lin.
M. Diam. 20, p. gr. 1,13 (Var. n. 155 C.) C?
68. Idem.
B' — : MICHAEL : ANT -ONIO : M : S : C. prec, e. Im.
I^ — Testina nimbata • SANCCTVS • CONNSTANTIVS • C.
[Sto
sopra, e. lin.
M. p. gr. 1,41 (Var. n. 156 C.) C^
69. Idem.
ÌB — : MICAEL • • - : ANT : M : S : C. prec, e peH.
(sic)
9 — Testina nimbata : SANCTVS : CONSTANTIVS : Come
sopra, e lin.
M. Diam. 18, p. gr. 1,30 (Var, n. 149 C.) C*
56
yo. Forte.
& — Testina nimbata : MI ANT^ I M : SALVTIARVT :
Scudo a targa accostato dalle lettere M — S e. rig-.
9^ — ^ S CTVS : CONSTANTIVS : Croce fiorita, e. rig.
M. Diani. 17, p. gr. 0,51 (Var. n. 158 C.) C< (manca un {pezzetto).
71. Idem.
^ — Testina nimbata : MIHAEL : ANI^ : M : SALVTIARV :
Scudo a targa e. prec.
^ — TVS : CONSTANTIVS • - C. sopra.
M. p. gr. 0,73 (Var. n. 159 C) C*
Marchese Francesco (1529-1537).
72. Testone.
B" — + FRANCISCVS -MS — SALVCIARVM • Busto a sin.
barbuto e corazzato, 2 e. Iin.
1$ — ^r J NON ¥ NOBIS • DOMINE * NON ^ NOBIS J Scudo
marchionale di forma sannitica, coronato ed acco-
stato dalle lettere F-S 2 e. lin.
AR. Diam. 28, p. gr. 8,82 (n. 5 C.) C*
73. Cornuto.
B' — FRANCISCVS ■ - • M • SALVTIAR Scudo a larga in-
clmato a sin., elmato, coronato, ornato a sv^olazzi
9
57
con fiocchi tt cimato dell'aquila nascente con la
testa coronata volta a sin., la corona è in alto
nel giro della leggenda, e. peri, fra 2 lin.
S-ÀNCTVS : CONSTANTIVS U Santo in armatura,
con vessillo nella d., a cavallo gradiente a d.,
sotto O e. lin.
AR. Diani. 31, p. gr. 5,13 (Var. n. 9 C.) C^
74. Cornuto vario.
& — FRANCISCVS : M : SALVCIAR Scudo a targa bipar-
tito, morionaio, lambrecchinato, coronato e cimato
dell'aquila nascente di fronte coronata, ai lati F-S
2 e. lin.
9 — : S-ANCTVS : CONSTANI^ - : 11 Santo e sopra O
e. Im.
AR. p. gr. 5,02 (11. 16 C.)
75. Idem.
B' — FRANCISCVS : M : SALVCIARV) C prec. F-S.
^ — : S-ANCTVS : CO-NSTANT - : C. sopra.
AR. Diaiii. 30, p. gr. 4,85 (Var. n. 18 C.)
58
76. Cavallotto.
^ - ^ FRANCISCVS • MAR • SALVCIAR Scudo di forma
sannitica con corona a f>frline ed acc. dalle let-
tere F-S 2 e. lin.
9 — • S-ANCTVS • CONSTANT 11 Santo e. sopra, e. lin.
AR. Diam. 25, p. gr. 2,70 in. i-*;^ C) C^
77. Idem.
/B' — ^ FRANCISCVS MAR SALVCIARV C. prcc. F-S
9 — • S— ANCTVS • CONSTANTIV C. sopra.
AR. Diam. 26, p. gr, 2,67 (\';ii. n. 29 C)
C«
78. Idem.
B' — ^ • FRANCISCVS • MAR SALVCIARVM • C. prec. F-S
1^ — -S— ANCTVS CON STANTiV C. sopra.
AR. p. gr. 2,65 (Var. n. 31 C.\ C^
79. Idem.
^' — * : FRANCISCVS : M : SALVCIARVM : Coinè prec,
ma F — M.
9 — • S— ANCTVS • CONST ANTIVS • C. sopra.
AR. p. gr. 3,47 (Var. n. 30 C.) C«
80. Grosso.
^' — * FRANCISCVS o MAR o SALVCIAF^ Scudo marchio-
naie coronato c-^i acoo-tato da F — M in doppia
cornice trilobata, e. rì^. e (in.
Vi
59
Testina nimbata SANCTVS ° CONSTANTIVS Croce pa-
tente accantonata dalle lettere M — F — F — M in
doppia cornice quadrilobata, e. rig. e lin.
AR. Diam. 24, p. gr. 2,16 (Var. n. 43 C.) C*
81. Grosso.
£y — Tutto e. prec.
1$ — Tutto e. sopra, ma le lettere sono disposte F-M-M-F.
AR. p. gr. 2,80 (Var. n. 44 C.) C^
82. Soldino.
B' — ... FRANCISCVS M • SALVTIÀR Scudo coronato
ed accostato da F-M e. lin.
^ — Testina nimbata SANCTVS • CONSTANTIVS Croce in-
cavata e fiorata, ». lin.
M. Diam. 20, p. gr. 1,20 (Var. n. 54 C.) C*
83. Idem.
ÌB' — ... FRANCISCVS : M : SALVTIÀR C. prec. F-M.
9 — Testina nimbata SANCTVS i CONSTANTIVS C. sopra.
M. Diam. 18, p. gr. 1,10 (Vai. n. 55 C). C
84. Idem.
^ — ^ FRANCISCVS • IVI SALVTIAF^- C. prec. F M.
6o
9 — Testina nimbata SSANCTVS : CONSTANTIVS C. sopra.
isic)
M. Diam. 19,5, p. gr. 1,31 (Var. n. 56 C.) C^
85. Soldino.
B' — FRANCISCVS • M • SALVTIAR C. prec. F M-
^ — Testina nimbata SANCTVS CONSTANTIVS C. sopra.
M. Diam. 17, p. gr. 1,03 (Var. 11. 56 C.) C^ (tosato).
86. Idem.
^ — ^ FRANCISCV-S : - : M : SALVTI-AR C. prec. F-M.
^ — Testina nimbata SANCTVS : CONSTANTIVS C. Sopra.
M. Diam. 19, p. gr. 1,03 (Var. n. 59 C.) C-
87. Idem.
B' — ^ FRANCISVS • M • SALVTIAR. C. prec. F-M.
isicj
^ — Tutto e. sopra.
M. Diam. 18,5, p. y^v. 1,12 (V.^r. n. 59 C.) C-
88. Idem.
B' — ^ FRANCISCVS : M : SALVTIA C. prec, ma F-S.
^ — Testina nimbat.i SANCTVS : CONSTANTI C. sopra.
M. Diam. 20. p. gr. 1,08 (Var. n. 48 C.) C*
B9. Idem.
^ ~ ^ FRANCISCVS • M • SALVTIAR C. prec, F-S.
9 ~ Testina nin.bata • SANTVS • CONSTANTIVS C. sopra.
M. Diam. 18, p. gr. 1,20 (Var. n. 50 C.) C*
90. Idem.
& — ¥ FRANCISCVS : M : SALVTIAR C. prec, F-S.
^ Tutto e. sopra.
M. Diam. 21, p. gr. 1,20 e i,ió (n. 50 C.) C^ e C*
6i
91. Soldino.
^ — ^ FRANCISCVS : M : SALVTIAR • C. prec, F-S.
^ — Testina nimbata SANCTVS : CONSTANTIVS C. sopra.
M. Diam. 20, p. gr. 1,03 (n. 52 C) C^
92. Idem.
B" — ^ FRANCISCVS M : SALVTI-A C. prec, S-F.
9^ — Tutto e. sopra.
M. p. gr. 1,00 (Var. n. 48 C.) C»
Marchese Gabriele (1537-1548).
93. Cornuto.
^ — GABRIEL : SALVCIARVM : MAR Scudo marchionale a
targa morionato, lanibrecchmato, coronato e ci-
mato dell'aquila nascente coronata con la testa
volta a sin., ai lati G— M e. lin.
9 — : S— AINCTVS : CON-STANT- Il Santo in armatura
con vessillo nella d., a cavallo gradiente a d., in
basso fra le zanìpe del cavallo O e. lin.
AR. Diam. 29, p. gr. 4,84 (Var. n. 2 C.) C»
94. Grosso.
a^ — + ^ GABRIEL ^ SALVCIARVM ^ MAR ^ Scudo di
forma sannitica, coronato ed accostato da G-M in
doppia cornice trilobata, e. lin.
62
Testina nimbata ^ DÀTVIVI ^ OPTIMVM ^ DESVR-
SVM -f EST -f Croce patente accantonata dalle
lettere G-M-M-G- in doppia cornice quadrilobata
con globetti alle punte, e. lin.
AR. Diam. 25, p. gr. 2,71 (n. 5 C.) C^
95. Forte.
^ — + GABRIEL • SALVCIARVM • Grande G coronata,
e. lin.
^ — Testina • DATVM • OP • DESVRSVM • E • Croce piana,
e. lin.
M. Diam. 16, p. gr. 1,03 e 1,00 (Var. n. 16 C.)
C2 e C»
96. Idem.
^^ — + . GABRIEL • SALVCIAR • M • C. prec.
1$ — Tutto e. sopra.
M. p. gr. 0,85 e 0,80 (Var. n. 15 C)
* *
Le monete seguenti dei Vescovi del Casato di Saluzzo
appartengono alla serie di monete battute da Italiani al-
l'estero.
63
Amedeo II di Saluzzo.
Cardinale e Vescovo di Valenza e Die (1385-1388).
97. Grosso ?
^' — + A : DH SALUa • ADMINISTRATOR : Aquila spie-
gata con la testa volta a sin., caricata dello scu-
detto di Savoia, r. v'\)^.
9 — EQQAR : > QOITAT : UALHNI : 3 DH Scudo ovale di
Casa Saluzzo con crocetta sopra la fascia, acco-
stato da 3 croceLt(' simili, in cornice quadrilobata,
e. rig. (Le leggende sono in caratteri semigotici).
AR. Diam. 23, p. gr. 2,03 C*
11 Poey d'Avant {Mominirs feodales de France, tomo III,
p. 14; t. CUI, 16) ha ietto male la leggenda del 9 per aver
avuto fra le mani un esemplare sconservato.
Il vescovado di Die fu unito a quello di Valenza nel 1276
e da quell'epoca i Vescovi batterono moneta col proprio
nome, unendo sempre il nome delle due diocesi.
Giorgio di Saluzzo Vescovo di Losanna (1440-1461).
98. Tresel.
^ - (j 4 D ^ SALVailS ^ «P ^ LAVS ^ Mezza figura
della B. Vergine col Bambino sul braccio destro,
ambo le teste sono coronate, e. lin. e rig.
9 — + SIT ^ NOMilN ¥ DNI Y BUNttDI^ ^ Croce gi-
gliata, e. lin. e rig. (Le leggende sono in carat-
teri semigotici).
64
AR. Diam. 19, p. gr. 1,12
99. Tresel.
^ — Tutto e. prec.
9^ — + SIT * NOM« * DNI ^ BttNaD C. sopra.
AR. Diam. 20, p. gr. 1,30
C3
Roma, ottobre 1920.
Barone A. Cunietti-Gonnet.
UNA MONETA D'ORO INEDITA
DI LEONTINI
Ho il piacere di descrivere la seguente moneta d'oro
di Leontini, venuta in mio possesso per acquisto fattone re-
centemente :
^ — Donna che cavalca un cavallo, il quale va al passo
a destra ; essa è intieramente nuda e tiene le re-
dini con ambedue le mani.
^ — VEONTINON (bustroph. in leggenda circolare). Testa
di leone con la bocca aperta a destra e circon-
data da quattro granelli di orzo o di frumento.
Grammi 0,70.
(al naturale).
(ingrandita).
Per quanto io conosca, la moneta è inedita, anzi unica.
I nummografi Holm, Hill ed Head (Holm, Storia della
moneta deW antica Sicilia, Torino, 1906 ; Hill, Coins of an-
cient Sicily. Westminster, 1903 ; Head, Historia Numorum,
Oxford 191 1) che si sono occupati con rara competenza della
monetazione siceliota, Thanno ignorata, perchè la moneta
faceva parte di una piccola collezione privata non conosciuta
da alcun studioso. Questo particolare ha impedito gli scrit-
tori di studiare questa bella monetina, che è quindi rimasta
finora inedita.
Ora cerchiamo di precisare la data della coniazione del-
l'aureo e di dimostrare la sua autenticità.
66
E opinione comune che molte città greche ricorsero alla
monetazione aurea per la penuria di argento. Atene, per
mancanza di argento, coniò delle monete d'oro, inviando alla
zecca una parte della riserva d'oro del Partenone e special-
mente otto Vittorie su dieci. Dopo la disastrosa spedizione
ateniese in Sicilia una grande crisi economica e politica tra-
vagliava le colonie greche d'Occidente per le grandi spese
sostenute nella lunga guerra peloponnesiaca. Lo stesso fe-
nomeno avviene nelle città siceliote ; Agrigento, Catana,
Gela, Siracusa emettevano le prime monete d'oro (cfr. Head,
op cit, pagg. 121, 129, 141 e 175).
1 Leontini che presero parte a questa guerra, non po-
terono certamente sottrarsi, come del resto si vede nei giorni
attuali dopo la guerra mondiale, a questa crisi economica, e
di conseguenza dovettero coniare la bella monetina sopra-
descritta.
Per queste considerazioni io credo che la emissione del-
l'aureo leontino debba essere assegnata allo stesso periodo,
in cui le altre città siceliote coniarono le monete d'oro e
•quindi al periodo dell'arte finissima.
Ammesso quanto sopra si è detto, possiamo precisare
la data dell'emissione ed indicare il periodo che va dal
412 a. C, anno della disfatta ateniese, al 404, anno in cui
Leontina perdette la sua indipendenza per opera di Dionisio
il Vecchio tiranno di Siracusa.
In quanto all'autenticità della moneta, posso dire che
avendola esaminata attentamente mi sono sempre maggior-
mente convinto che trattasi di una moneta autentica e non
mai di una contraffazione antica o moderna.
L'esecuzione delle figure nel diritto e rovescio, il peso
•della monetina, la modellatura delle figure, l'iscrizione della
leggenda, non mi lasciano alcun dubbio che la moneta sia
autentica e che sia un vero gioiello d'arte.
La tengo a disposizione degli studiosi e dei competenti
della numismatica siceliota, affinchè, con eventuali lavori,
possano portare il loro contributo alla scienza con questo
aiuovo documento.
Catania, Dicembre 1920.
Silvio Sboto.
RITROVAMENTI
Ritrovamento di Monete Consolari a Orzivecchi (Brescia).
A Orzivecchi in Provincia di Brescia, il giorno 24 mag-
gio 1920 fu rinvenuto un piccolo ripostiglio di monete che,
requisite dall'Autorità competente, venne depositato a questo
Museo Civico.
Il gruzzolo risulta composto di 33 denari e 5 quinari
d'argento della Repubblica Romana da attribuirsi ad un'epoca
decorrente dall'anno 260 al 200 a. C. Sono in ottima condi-
zione, poco o nulla intaccati da ossido.
Come si vede si tratta di un ripostiglio di ben modeste
proporzioni. Credo però utile darne un elenco riferendomi
alle tavole illustrate del Catalogo del British Museum di
Grueber, essendo l'unico testo che dà una minuta classifica
dei denari romani primitivi.
1 denaro. /B' Testa di Roma. ^ Dioscuri (senza simb. o leg-
genda (Grueber voi. Ili), Vili, i — 268-240 a. C.
2 quinari. .B' come sopra. 9 Idem, Vili, 4 — 268-240.
4 denari, i^ e. s. I^ Idem, XIII, 6 — 229-217.
1 denaro. ^ e. s. Ij^ C • AL (m nesso) sotto i Dioscuri, XIII,
4 — 229-217,
2 denari. ^ e. s. 1? senza legg. (Dioscuri), XIII, 7 — 229217.
I denaro. ^ e. s. 9 Clava (Diosc), XIII, 11 — 229-217.
I denaro. ^ e. s. 9 Punta di lancia (Diosc), XIII, 14 —
2292 17.
4 denari. }^ e. s. \)l senza leggenda (Diosc), LXXVIII, i —
240-217.
I quinario. ^B' e. s. I^ senza legg., LXXVIII, 2 — 240-217.
68
2 denari. /B" e. s. I^ Vittoria che corona i Dioscuri, LXXVIII,
II — 240-217.
2 denari. ^ e. s. ?/ Apex e martello sotto i Dioscuri,
LXXIX, 5 - 240-217.
2 denari. ^^ e. s. 5^ C sopra i Diosc, LXXXIV, 8 — 240-197.
I quinario. B" e. s. ^ H sotto i Diosc, LXXXIV, 15 — 240-197.
I quinario. /B" e. s. 9 MT (in nesso) sotto i Diosc, LXXXV,
13 — 240-197.
9 denari. ^ e s. I^ senza legg. (Diosc), XIV, 8-9 - 217-197.
3 denari. ^B" e s. P Delfino sotto i Dioscuri, XV, 9.
I denaro. ^ e. s. ij* Mezzaluna sopra i Dioscuri, XV, 12.
L'esigua quantità di esemplari non permette di trarre
cognizioni interessanti. Si può soltanto stabilire che la mas-
sima parte delle monete per il tipo e per il peso sono an-
teriori alla 2.^ Guerra punica, poche sono posteriori e di
peso ridotto. La data dell'interramento si può fissare, tra il
200 e il 190 a. C. epoca in cui, terminata trionfalmente la
guerra contro Cartagine, Roma portò le armi nell'Alta Italia
riconquistando la Gallia Cisalpina.
Milano, Dicembre 1920.
P. B.
LUCERÀ. — Alfonso De Troia in Miscellanea Numismatica
dà notizia di monete romane repubblicane e imperiali
trovate in tombe nei lavori del cimitero e della scoperta
di un piccolo vaso contenente 319 denari imperiali, di
cui promette notizie particolari.
BIBLIOGRAFIA
Percy Gardner. a History of Ancient Coinage, yoo-joo B. C.
Oxford. Clarendon Press, 1918, pagg. xvi-463 e XI tav.
Questo interessante volume, giuntoci solo ora, vuol es-
sere il primo tentativo di una storia della monetazione an-
tica considerata nel suo assieme, nei suoi fattori storici e
nelle forme della sua evoluzione, di contro al procedimento
monografico fino ad ora seguito, che studiava le singole
zecche isolatamente ed indipendentemente Tuna dall'altra. 1
termini sono ben scelti: con Tepoca ellenistica si apre infatti
un nuovo periodo della storia monetaria, ove più non sono
delle città-stati, ma dei regni e tutto il regime economico
varia. Una prima parte delFopera modestamente indicata
come " Introduzione ,; studia i fattori sociali della moneta-
zione [le vie di commercio, i commercianti, i banchieri, le
misure, la politica monetaria nelle leghe di città e nei rap-
porti fra la città e la colonia, infine i concetti direttivi della
monetazione, il problema del monometallismo e del bimet-
talismo nel mondo antico] e i dati fondamentali dello studio
[ripostigli, procedimento di fabbricazione]. La storia vera e
propria è divisa in due periodi, dalle origini al 480 a. C. e
da quest'anno al 300 a. C. chiudendosi con le monete di Fi-
lippo e di Alessandro. L'opera veramente notevole come sin-
tesi storica, è stampata con l'abituale eleganza e sobrietà e
adorna di bellissime tavole.
Monnates Grecques Antiques provenant de la Collection de
feu le prof. S. Pozzi. Ginevra, Naville & C, 1920, pa-
gine 194 e CI tavole.
Il catalogo della collezione Pozzi (redatto crediamo dal
Dr. J. Kirsch) merita di essere segnalato non solo per il
valore eccezionale della raccolta, ma ancora per il metodo
veramente scientifico col quale è redatto. I 3334 pezzi non
solo sono tutti riprodotti in accurate tavole, ma hanno an-
cora nel testo una descrizione precisa ove le leggende, le
sigle o i segni di zecca sono riprodotti con tutta l'esattezza
desiderabile. Di ogni moneta è dato non solo il metallo e il
modulo, ma ancora il peso, così che questo ricco catalogo
deve divenire un sussidio indispensabile ad ogni studioso
della storia monetaria e della metrologia antica. Abbiamo
tenuto a segnalare il bellissimo esempio perchè serva di
guida e di incitamento.
70
Oesterreichische Munzpràgungen ijig-igi8, zusammengestellt
von Dr. Viktor von Miller zu Aichholz. Wien, 1920.
A cura del Gabinetto numismatico di Vienna e della
famiglia Miller von Aichholz è stata pubblicata, m accuratis-
sima edizione dell'istituto geografico militare austriaco, per
il decimo anniversario della morte del compilatore questa
preziosa opera riassuntiva di tutta la monetazione dell'Austria.
Ad una breve prefazione storica del Loehr fa seguito un'ac-
curata ed esauriente bibliografia in cui tutte le pubblicazioni
sono elencate dal punto di vista storico-cronologico e poi da
quello territoriale. Segue una tavola della produzione dei
metalli preziosi dal 1493 al 1745 e poi quelle prospettanti
l'attività monetaria della monarchia nell'ordine cronologico e
con la divisione delle zecche, riferendo di ognuna sia i segni
monetari quanto l'organizzazione dei funzionari. L'opera pro-
priamente detta si compone di 352 tavole ove cronologica-
mente sono elencate tutte le emissioni della monarchia, dando
per ogni pezzo le indicazioni numismatiche ed i richiami bi-
bliografici necessari. L'opera si chiude con l'indicazione degli
ultimi pezzi coniati da Carlo I nel 1918. Per nessuno Stato
moderno noi possediamo un prospetto della storia monetaria
così accurato e così seriamente composto come questo ; cre-
diamo che miglior elogio non è possibile fare alla bella pub-
blicazione austriaca.
Riceviamo dal Dr. Hill e pubblichiamo :
The Editor Riv. Ital. Numismatica.
Sir,
In your notice of my little pamphlet " Coins and Me-
dals „ {Riv. ItaL, XXXIII, pag. 233) you remark that J bave
forgotten, in the bibliography, to mention the works relating
to the Musulman Empire. Way J explain that, far from
having " forgotten „ these workes. J bave dealt with them
in the same way as with works relating to other branches
of numismatics. The bibliography does not pretend to cover
the whole ground, but, when a full bibliography alredy exists,
refers to thet, and mentions only the more important works
which bave appeared later. As J say on p. 38. ^^ in cach
branch of the subject some of the standard authoritie are
mentioned, togetter with some of the newer publications
which supplement them in details „.
J am, Sir, Your obedient Servant
George F. Hill.
VENDITE
ROMA. — Il 29 novembre 1920 è cominciata alla Gal-
leria G. Giosi, in Via del Babuino 153, sotto la direzione
dei Sigg. P. e P. Santamaria la vendita di una ricca colle-
zione di monete romane e di aes grave (i) che appartennero
ad un collezionista defunto.
Numerosi i numismatici ed i collezionisti intervenuti al-
l'asta. I 1302 numeri del catalogo hanno raggiunto i se-
guenti prezzi :
i-io L. 3400, 7500, 145, 40, 20, 24, 340, 30, 50, 34.
1 1-20 „ Ritirato, 55, 38, 950, 90, 30, 400, 220, 150, 20.
21-30 „ 16, 75, 30, 100, 71, R, 370, 70, 32, 50.
65, 64, 44, 170, 40, 6, 15, 400, 450, 820.
450, 6, 19, 5, [5-6] 26, [7-8] 22, [49-50] 22.
15O' [2-3] 27, 42, [5-6] 12. 140, [8-9] 18, 15.
[1-2] 20, 160, 42, 60, 5, 17, [8-9] 20.
[70-2] 32, 40, 36, [58] 64, 48, 160.
50, 5, 40, 190, [5-6] 2;„ [7-8] 23, [89-91] 32.
74, [3-4] 38. 45- [6^] 50' 14. [loo-ioi] 22.
290, 5, 21, [5-6] 32, 50, 500, [9-10] 30.
70, 40, 16, 55. [15-16] 30, [17 18] 50, 540, 80.
[13] 30' 32, [5-7] 36» 26, [2931] 26.
12, 20, [4-5] 16, [6-9] 27, 40.
15, 54, II, 160, [5-6] 26, ICQ, 26, 40, 155.
320, 750, [3-4] 12, 36, 42, 240, 60, 12, 120.
12, 85, 165, 24, 155, 130, 95, 100, 100, 850.
30, 135, 40, 120, 12, 75, 45, 280, 20, 42.
27' 50. [3-4] 36. 70. 29. 24. 30, 52, II.
200, 260, 150, 52, 50, [6-8] 40, 13, 100.
(i) Medailles Romaines, Aes grave composant la coUection d'un
amateur decèdè. P. & P. Santamaria experts 84 Via Condotti, Rome,
MCMXX, pagg. 137, N.' 1302 con 31 tavole eliotipiche.
31-40
»
4150
»
51-60
ff
61-69
V
7080
n
81-91
y
92-101
V
I02-II0
}}
Ili- 120
n
121 131
y)
I32I4O
ì)
I4I-I5O
))
I5I-160
})
161-170
»
171-180
f)
181-I9O
V
191-200
»
72
20I-2I0 L. [1-2] 23, 31, IO, [5-6] 42, 31, 15, 470, 260.
211-220 „ 1750, 800, IIOO, 570, 800, 2200, 410, 1400, 55, 22.
221-230 „ 45, 65, 220, [4-6] 50, 50, [8-9] 50, 26.
231-240 „ 50, 12, 25, 42, 23, 160, [37-40] 85.
241-250 „ 55, 100, [3-4] 50, 16, 130, 48, 100, 150, 15.
251-260 „ 40, 130, 100, 30, [5-6] 31, [7-8] 32, 37, HO.
261-270 „ 180, 100, 55, 85, [5-6] 70, 52, 80, [69-70] 44.
271 280 ,, [1-3] 44, 15, 45, 6, 100, 42, 125, 170.
281-290 „ 30, 200, 32, 130, 210, II, 115, II, 100, 185.
291-300 „ 120, 520, 25, 50, 140, 95, 800, 600, 460, 22.
301-310 „ 650, [2-3] 26, [4-6] 40, 650, 800, 26, 80.
311-320 „ 70, 700, 620, 750, 31, 82, [7-8] 60, 25, 70.
321-330 „ 80, 250, 55, 800, HO, 46, 200, 130, 130, 290.
331-340 » 155» 40» 40» 400» 95O' 55O' 600, 500, 160, 36.
341-350 » 160, 100, 30, [4-5] 25, 160, [78] 85, 370, 5.
351-360 „ 620, 75, 400, 725, 260, 220, 500, 480, 650, 350.
361-370 „ 300, 720, 560, 380, 260, 150, 90, 310, 40, 65.
371 380 ,; 525, HO, 200 [45] 26, 3600, 270, 240, HO, 55.
381-390 „ 245, 42, 51, [46] 35, 70, 180, 600, 16.
391-400 „ 2600, [2-4] HO, 105, 650, 80, 42, 1700, 1500.
401-410 „ 23, 70, 55, 15, 25, 22, 20, 35, 13, 85.
411-420 „ 300, 7, 800, 500, HO, 68, 73, 160, 51, 12.
421-432 „ 95, 115, 16, 2300, 115, 35, 1350, 500, 42 [30-2] 65.
433-440 „ 2600, 1700, 65, 28, 250 460, 340, 800.
441-450 „ 600, 350, 290, 125, [59] 170, 66.
451-460 „ [1-2] 58, 50, 57, [5.7] 70, [89] 46, 50.
461-470 „ 160, 260, [36] 115, [7-8] 46, 320, 30.
471-480 „ 1600, HO, 410, 630, 825, 440, 250, 400, 300,270.
481-491 „ 410, 400, 285, 330, 400, 300, 320, 700, [8991] 105.
492-500 „ 50, 700, 1625, [5-6] 32, 20, 22, 80, 180.
501-509 „ 275, 300, 370, II50, 950, 500, 350, 850, 120.
510-519 „ [10-2] 90, 80, 25, 120, 135 [7-8] 46, 135.
520-530 „ [20-21] 4I, 1000, 65, 135, [5-6] 20, 17, 28, [29-30] 32.
531-540 ;, 170, HO, 34, 105, 700, 145, [7-8] 26, 160, 16
541-550 n 30, 450, 26, [4-5] 25, 900, 875, 55, 26, 16.
551-560 ,; 500, [2-4] 210, 30, 800, 500, 510, 1500, 500.
561-570 „ 1000, 450, 725, 650. 370, [6-9] 50, 32.
571-580 „ 65, [2-3] 38, 120, 38, 300, 160, 30, 320, 105.
581-590 ,; [1-2J 42, 360, 30. 52, 58, 125, 21, 250, 54.
73
59i'6oo L. 60, 100, 3600, 420, lieo, 45, [7-8] 105, 500, no.
6oi-6io ,; [1-2] 210, 4C0, 770, II, 270, 370, 420, 1000, 600.
611-620 ,; 620, 300, 360, 340, 500, 650, 600, 1450,350, 510.
621-630 „ 920, 840, 500, 600, 900, 55, 100, [28-30] 135.
631-640 „ [1-2] 140, 56, 60, 125, 140, 52, 220, 260, 135.
641-650 „ 300, 160, 360, 42, 500, 80, 300, 265, 470, 500.
651-659 „ 150, 210, 60, 210, 135, 1900, 55, 50, 1500
6óo 670 „ [60-1] 90, 160, 145, 750, 775, 52, 21, [8-9] 75, 21.
671-680 „ 350, 78. 120, 300, 410, 665, 825. 550, 450, 450.
681-690 „ 950, 650, 750, 500, 43, 43, 25, 38, 39, 33.
691-700 „ 18, 24, 27, 27, IO, 20, 45, 56, 30, 63.
701-710 „ 78, 42, 65, 175, 135, 185, 56, 50, 42, no.
711-720 „ 50, 35, IO, 100, 35, 60, 68, 20, 76, 40.
721-730 „ 55, 50. 55, R, 460, 50, 50, 60, 60. 40.
731-740 „ 150, 45, 20, 16, 240, 56, 22, 62, 56, 35.
741-751 n 55» 33. IO» 75' 400, 300, 500, 550. 475, [50-1] 48.
752-760 „ [2-3] 47, 50, [5-6] 82, 45, 230, 290, 80.
761-771 „ 4100, 300, 800, 540, 400, 330, 285, 625, 660, [7o-i]36.
772-780 „ 100, 60, 58, 55, 72, 120, 65, 68, 205.
781-790 ,; 36, 45, 50, 56, 95, 45, 250, 155, 150, 40.
791-800 „ 41, 32, 200, 325, 450, 375, 380, 32, 34, 72.
8oi-8io „ 60, 135, 165, 100, 48, 155, 40, 150, 100, 70.
811-820 ,; 95, 72, 50, 40, 56, 48, R, 400, 860, 950.
821-830 „ 675, 460, 700, 510, 550, 500, [27-30] 76.
831-840 ., 300, 66, 160, 56, 140, 100, 45, 150, 825, 1050.
841-850 „ 675, 550, 46, 225, [5-6] 175, [7-8] 90, 1000, 5.
851-860 „ 65, [2-3] 55, [4-5] 150, [6-7] 150, 70, [59-60] 62.
861-870 „ [1-2] 165. 70, 425, 105, 75, 85. 165, 285, 135.
871-880 ,; [[-2] 150, 75, 51, 65, 78, 160, 2000, 68, 890.
881-890 „ 280, 140, 300, 320, 56, no, 1700, 620, 250, 15.
891-900 ,; 42, 26, 85, 400, 900, 1600 900, [8-9] 72, 30.
901-910 „ 65, 56, 66, 45. 25, 45, 1150, 1300, 1350, 1700.
911-920 „ [[-2] 140, 43, 500, 58, 61, 60, 80, 61, 40.
921 930 „ 1450, 1300, 1600, 32, 55, 100, 150, 90, 90, 170.
931940 „ 6r, 66, 65. no, 25, 1900, 1300, [8-9] 64, 28.
941.950 „ 68, R, 165, [4-5] 170. 60, 2350, [8-9] 55, 90.
951-960 „ 270, 60, 40, 265, 50, 55, 50. [8-9] 41, 52.
961970 „ 775, 600, 37, 80, 60, 2oa, 95, [8-9] 52, 32.
971 981 y, 88, 88, 130, 18, R, 125, [7-8] 100, 45, [80-1] 76.
74
982-990
L.
9911000
f)
I00I-I009
V
lOIO I020
ì)
102 1 103 1
))
1032-1041
n
1042-1050
»
1051-1061
»
1062-1072
»
1073-1080
j)
io8i-[090
V
1091-1100
V
IIOI-IIIO
»
1111-1121
»
1122-1131
V
1132-1142
))
1143-1150
}>
1151-1160
ì)
1161-1170
f}
1171-1180
»
1181-1190
V
1191-1200
w
1201-1210
})
1211-1220
»
1221-1230
)>
I 231 -1240
))
1241-1250
}}
1251-1260
>f
1261-1270
}}
1271-1280
V
1281-1290
)f
1 291- 1300
»
1301-1302
>f
675' [3-5] 45' [Ó-9] 80, 30.
64. 155. [3-5] 34. 40, [7-9] ^4- 165.
250, [2-4] 90, 720, 320, 420, 320, 620.
[10-3] 70, 130, no, [16-7] 62, 75, 130, 40.
325. [2-4] 32. [5-8] 52. 70. [30-1] 58.
32, no, 29, 50, 130, R, 50, [39-41] 65.
350. 30, 350» 6, 875, [7-8] 68, [49-50] 66.
[1-2] 40, [3-5] 60, 60 [57-61] 85.
270» 775' [4-6] 42. 41» [68-72] 55.
75, 20, 100, 50, 34, 45. 19, 32.
[1-4] 36, 425, [6-7] 30, 29, 22, 7.
II, 620, 22, 675, [5-6] 18, 900, [8-9] 30, 34.
38, 400, 340, [4-5] 150, 1000, [7-8] 18, 30, 600.
290, 220, [3-5] 52, 32, 500, 16, 48, [20-1] 42.
25' [3-5I 105, 410, 600, [8-9] 24, [30-1] 17.
105' [3-4] 30. 105, 250, 510, 800, [39-42] 42.
270, 12, 430, 6, 125, 2, 260, 190.
60, 370, [3-4] 42, 130, [6-8] 40, 70, 135.
26, 105, 250, 56, 140, 20, 120, 210, 20, 145.
[1-2] 20, 130, 120, 130, 66, 52, 220, 105, 100.
20, 62, 25, 90, 1 10, 105, 38, 65, 250, 265.
225, 78, no, 50, R, no, 40, 175, 85, 210.
300, 100, 100, 75, [5-6] 17, 62, 60, 100, 70.
350, 100, 76, 100, 26, [6-7] 6, 65, no, 50.
no, 115, [3-4] 24, 100, 25, 100, 45, no, 3[.
lOQ, 70, 70, 25, 5, 120, 40, 45, [39-40] 2r.
100, 160, 100, 70, 65, 30, 100, 100, 25, 75.
50, 75, 100, 50, I, 75, I, 5, 125, 40.
5, 100, 5, 60, 20, 5, 100, IO, 2, 125.
100, 100, 125, 15, 350, no 80, 50, 260, 40.
55' 58' 60, 650, 410, 250, 720, 320, 120, 1350..
150, 310, 500, 290, 200, 300, 60, 1400, 150, 1050
200, 890.
Il 6 dicembre 1920, negli stessi locali e per cura dei
sigg. P. e P. Santamaria, ebbe pure luogo la vendita di
monete e rnedaglte di Pio IX componenti la raccolta del
comm. ing. Scipione Ronfili. Il catalogo di pagg. ix-35 ^^'
75
^scrive 263 numeri con 4 tavole eliotipiche ed è preceduto
da una prefazione dei sigg. Santamaria che illustra la rac-
colta e riproduce due ritratti degli incisori Giuseppe e Ni-
cola Cerbara.
Il 31 gennaio 1921, sempre negli stessi locali e per cura
dei sigg. Santamaria, avrà luogo Tasta pubblica di rnonete
delP Italia Antica Aes grave componenti la raccolta di un di-
stinto collezionista. 11 catalogo di pagg. 19 comprende 228 nu-
meri ed è illustrato da 12 tavole eliotipiche.
Nella prossima primavera, sempre a cura dei sigg. San-
tamaria, verrà venduta all'asta la prima parte della collezione
Ruchat che comprende: Regno d'Italia, Savoia, Piemonte,
Liguria, Sardegna, Lombardia e Veneto. 11 catalogo sarà
illustrato da circa 40 tavole.
La seconda parte, la terza e la quarta che comprendono
rispettivamente la Toscana, le zecche pontificie ed il resto
delle zecche italiane andranno all'asta piìi tardi.
MONACO. — Il 13 e 14 aprile 1921 presso il dr. Eugen
Merzbacher andrà all'asta una collezione di Munzen und
Medaillen alter Lànder. Il catalogo di pagg. 56 descrive
955 numeri ed è illustrato da 22 tavole.
NOTIZIE VARIE
Roma. — Si è costituita sotto la presidenza di Paolo Orsi e di Quintino
Quagliati, per iniziativa di un gruppo di signore romane, la Società
Magna Grecia. La Società si propone di ricercare, far conoscere e
proteggere le bellezze ed i ricordi d'arte di quella nobilissima plaga
d' Italia. La quota annua pei soci è di L. io e le adesioni si rice-
vono alla Biblioteca di Piazza Nicosia.
In seguito all'assegnazione definitiva dei palazzi e delle ville, che
il Re con decreto 3 ottobre 1919 riconsegnò al Demanio dello Stato,
a Venezia nel Palazzo Reale verrà trasferito fra altri anche il
Museo Civico Correr ed a Palermo, pure nel Palazzo Reale, saranno
collocate anche le raccolte d'archeologia.
Sono state aumentate le tasse di esportazione di oggetti di anti-
chità e belle arti. 11 io °/o sulle prime 30,000 lire; il 14 7o sulle se-
76
conde; il i8 % sulle terze; il 22*^/0 per le quarte gjp.o a raggiun-
gere il 25°/o con l'intiera tassa. La misura presa tende a porre un
freno all'esodo d'opere antiche che era divenuto impressionante.
Milano. — Nello scorso anno, il materiale numismatico e medaglistico
del Gabinetto di Brera è stato tolto dalle casse dov'era riposto e
collocato secondo l'antica distribuzione nei vecchi stipi braidensi,
nella Sala di custodia del Medagliere, nel Castello Sforzesco.
Successivamente si è proceduto ad un riscontro per pezzi e
per metallo, ed alla consegna da parte del prof Patroni, sovrain-
tendente degli scavi e Musei Archeologici di Lombardia, rappre-
sentante del Governo, al Direttore prof Vicenzi, per il Comune
di Milano.
Si è curata poi la sistemazione della biblioteca speciale, incre-
mentandola con acquisti varii, fra cui precipuo quello latto al-
l'asta Ratto,
Si attende ora ad un primo riordinanìento ed al riscontro di
tutte le serie monetali e medaglistiche, contando di poter consen-
tire al pubblico degli studiosi l'uso delle raccolte nella seconda metà
dell'anno, quando sarà possibile d'avere il personale tecnico e di
custodia, per cui sono in attuazione i bandi di concorso.
Il Consiglio dell'Accademia di Brera ha conferito un primo premio
Grazioli, per l'incisione delle medaglie, alla medaglia dedicata al
cav. Serafino Donati di Atlilio Strada di qui ; 1 due secondi premi
alla medaglia del generale Caneva di Enrico Fare ed alla me-
daglia dedicata ad Angelo Cappuccio di Luigi Meazza.
Bruxelles. — 11 Sottosegretario di Stato alle Finanze ha proibito con un
decreto l'esportazione degli oggetti d'arte e del mobilio anteriori
al 1830.
Parigi. — Per la legge sull'esportazione degli oggetti d'arte, votata dalle
due Camere, gli oggetti d'arte propriamente detti, mobili, sopram-
mobili, ecc., anteriori al 1830 pagheranno una tassa del 15, 20 e
25 °/o se il loro valore sarà inferiore a 5000 fr., o fra 5000 e 20000 fr.,
o superiore a 20000 fr. Le opere d'arte importate non son soggette
a tassa.
CONDOGLIANZE
Il nostro consocio e consigliere Barone Pompeo Bonazzi di Sanni-
candro è stato colpito da una grave sciagura : la perdita della madre.
Neil' inviare all'egregio amico le condoglianze della Società, siamo certi
di interpretare il sentimento di tutti i soci, che con Lui partecipano
nell'ora del dolore.
RoMANENGHi Angelo FRANCESCO, Gerente fesponsabile.
Industrie Grafiche AMEDEO NICOLA & C* - Milano- Varese
Le prime monete e i primi « aspri
deir Impero Ottomano
»
Osman Han fu il fondatore dell'Impero Ottomano. A
riguardo delie prime monete ottomane coniate in quel tempo,
non abbiamo se non vaghe notizie. Da fonti storiche soltanto
apprendiamo quanto segue :
" È cosa nota che Osman Han, essendovi incertezza e
scarsezza di monetazione, fece coniare una sufficiente quan-
tità di monete „. Ci risulta dunque che il suddetto Osman
Han mentre provvide a costituire le basi del proprio Stato,
trovò altresì opportuno decretare la coniazione delle monete.
Nelle storie ottomane questo fatto è stato particolarmente
preso in considerazione : " Osman oltre a ciò fece coniare
monete d'oro „ (i). In effetto però, oggi più non si trovano
monete intestate al nome del suddetto sovrano, di cui non
è rimasto che il ricordo, unito a quello della fondazione del
potere.
Alla coniazione delle monete imperiali fu dato principio
al tempo di Orhan, figlio di Osman Han e secondo sovrano
deirimpero Ottomano; come si deduce non solo dalle storie
e dalle tradizioni turche ma anche dalla presenza di monete
effettivamente coniate. Del sultano " Orhan il vittorioso „
esistono numerose e svariate monete.
Secondo il mio modo di pensare, le monete imperiali
ottomane esistenti nel Museo imperiale, al 4.*' reparto del
catalogo, sono meritevoli di diligente ed accurato studio ; in
(i) Tag'el tavarih, voi. i, cap. 39.
78
una parola è quanto mai opportuno divulgare quanto risulta
dal I volume, III capitolo del Catalogo delle monete otto-
mane del Museo suddetto.
N. I.
Anno 727 Eg.
Peso 5 carati (i) un po' abbondanti
Diametro 18 (2).
Nella superficie centrale del recto :
(la ilah illa-llah) Non c*è altro Dio che Dio
Negli eserghi :
Nel verso
Negli eserghi :
Mohammed
Profeta di Dio.
Abubekr, Omar, [Osman], Ali
in (?)
Coniazione
Orhan figlio di Osman
Brussa
ui
Anno settecento ventisette.
Descrizione : Nel recto della moneta la scrittura è imi-
tazione dei tipi cufici, ad eccezione del nome di Mohammed
che si può leggere analogamente a quello delle altre mo-
nete di Orhan. Nel verso, ad eccezione del nome di Orhan,
la scrittura ha il tipo arabo piii recente. E poiché possono
dar luogo a difficoltà di lettura le lettere che costituiscono
(i) I carato = 200 milligrammi.
(2) Millimetri.
79
il nome di Orhan fig. 22 a ritengo necessario fornire alcune
spiegazioni sulla forma delle lettere del nome suddetto. Il
nome di Orhan nelle monete è sempre scritto come fig. 22^.
Le lettere elif, vav, re, sono legate insieme come qualsiasi altra
lettera, mentre ciò — è noto — non è permesso per tali
lettere, dalle regole della scrittura araba. Va ricordato però
che Orhan soleva fare la sua firma nel modo suddetto, firma
che fu, in fac-simile, ripetuta sulle di lui monete. Dopo la
sua morte, salito al trono il figlio di Orhan, le monete del
sultano Miirad Han I furono scritte come fig. 22 e, miirad ben i
orhan (Murad figli di Orhan), conservando pel nome di Orhan
la primitiva configurazione (i).
Nella suddetta moneta, delle lettere elif, vav e re, sol-
tanto la vav non apparisce in modo chiaro. Oltre a ciò la
frase Orhan ben i Osman presenta una caratteristica abbre-
viazione, e cioè, la lettera b di ben (figlio) oltre ad esser
tale per il punto che vi è sotto, funge anche da n finale di
Orhan qualora la si legga col punto sopra, punto che serve
altresì alla n finale di ben. Tale artifizio si riscontra anche
in altre monete di Orhan ove un unico segno funge tanto
da n finale quanto da b iniziale.
Circa il nome fig. 22 d (Brusa) nome della città di Brussa,
capitale dello Stato al tempo di Orhan, si trova ortogra-
fato nel modo suddetto fino all'epoca del sultano Moham-
med Han I. Al tempo di quest'ultimo invece si presenta
nella forma fig. 22 e (2). Se dopo tali chiarimenti esistessero
ancora dubbi sul nome di Orhan, diremo : Pur supponendo
che il nome di Orhan non vi fosse in dette monete, ci è
noto, dalla lettura delle medesime, che nell'anno 727 regnava
in Brussa un figlio di Osman; potremo dunque dubitare an-
cora non trattarsi di Orhan ?
Per conseguenza con tale moneta si può dire iniziata la
(i) Vedi Catalogo del Museo Imperiale (Medagliere Ottomano), vo-
lume I, pag. I, numero 4.
(2) Vedi Catalogo del Museo Imperiale (Medagliere Ottomano), vo-
lume I, pag. 28, nn. 88, 89.
8o
coniazione deir Impero Ottomano; di monete anteriori non è
possibile dimostrare la coniazione; su questa moneta invece
non sussiste alcun dubbio.
Benché il peso della moneta sia di 5 carati un poco
abbondanti, è chiaro che il suo peso originario raggiungeva
i 6 carati. Storici ottomani raccontano che la coniazione di
antiche monete avvenne nel 729 dell'Egira, cioè nel 1328
dell' E. V. (i).
Soltanto nella storia di Hairullah effendi è scritto che le
prime monete furono coniate nel mese muharrem del 728 (2).
E se non fossero state rinvenute le monete di Orhan coniate
in Brussa l'anno 727 le fonti storiche renderebbero tuttora
incerta la questione delle monete di Orhan, sia circa il tempo,
sia circa il loro peso. Il più famoso degli storici Sa'ad eddin
racconta infatti che: " un aspro ottomano „ è del peso di V^
di dirhem (dramma) legale (3).
Quantunque non specificato, si intende che il termine di
paragone usato nella suddetta frase è il peso del dirhem le-
gale delle monete selgiucide preesistenti e cioè — in peso
ottomano — 14 carati. Decreti dei sultani Selim e Sulejman
disposero che il peso di un aspro fosse di 3 \^ carati, cioè
appunto ^!^ di dirhem legale e tale misurazione di \\ di
dirhem legale deve certo ritenersi valida anche per le mo-
nete di Orhan.
Lo storico summenzionato Hairullah efendi riferisce la
stessa cosa (4); nella storia di Solaq zade (5), in Nahbet el
tavarig' (6) il dirhem illegale è posto in relazione col dirhem
legale ed è detto che l'aspro è equivalente a V* del dirhem
(i) Tag' el tavarih, voi. I, pag. 39. — Revzat el ebrar, pag. 342. —
Gtìljen me'arif, voi. I, pag. 422. — Taqvim el tavarih, pag. 91. — Naqd
«1 tavarih, pag. 374. — Taqvim i meskjukjat i osmanije, pag. 4.
(2) Hairullah efendi, Storia dell'Impero 0//ow««o, voi. 3, pagg. 22-27.
(3) Ì3g' el tavarih, voi. I, pag. 30.
(4) Hairullah efendi, Storia, ecc., voi. Ili, pag. 70.
(5) Solaq zade, Storia, pag. 19.
(6) Nahbet el tavarih, voi. II, pag. 5.
8i
legale (i). In Netaìg' el vuqu'at invece è detto equivalente
a Vg di dirhem (2), in una parola le fonti sono alquanto di-
scordi. Dal Taqvim i meskjukjat i osmanije (Almanacco delle
coniazioni ottomane) dell'autore Galib bei, è asserito che gli
aspri di Orhan sono equivalenti al peso di V4 di misqal (3).
Solo posteriormente è stato, in verità, rilevato dalle mo-
nete ottomane elencate nel Catalogo del Museo Imperiale
che il peso completo di un aspro di Orhan è di 6 carati (4).
Oltre a ciò risulta dal suddetto catalogo che gli aspri del
sultano Miirad Han I, simili a quelli di suo padre, sono pure
del peso di 6 carati (5), benché — in pratica — vi si veri-
fichi un grano in meno (6) o due grani in più. Tale differenza
è peraltro da attribuire alla imperfezione degli impianti delle
antiche zecche.
In una parola, nel catalogo delle monete ottomane del
Museo Imperiale, gli aspri di Orhan o di Miirad Han I, è
provato esser conformi nel peso agli aspri di cui al libro di
Galib bei, il cui peso è fissato a '/^ di misqal. Riesce così
possibile poter correggere gli errori degli storiografi circa
il peso delle monete di Orhan.
Nel Tag' el tavarih è ricordato che il coniatore delle
monete di Orhan fu il di lui compagno e consigliere Aladin
pascià (7). Fu per consiglio di costui che l'assemblea di Stato
prese tale deliberazione; giacché per risolvere questioni tanto
(i) I dirhem ottomani di 16 carati sono detti ** dirhem illegali „ ; i
dirhem arabi in uso presso le antiche monete islamitiche sono detti
" dirhem legali „. Il dirhem legale ha un ottavo di differenza dal dirhem
illegale, e cioè di 14 carati.
(2) Netaìg' el Vuqu'at, voi. I, pag. 20.
(3) Il misqal ottomano differisce dal misqal usato nelle monete arabe.
Il misqal ottomano è I ^/g dirhem illegale, cioè 24 carati (Taqvim i
meskjukjat i osmanije, pag. 8).
(4) Catalogo delle mon. ottomane del Museo Imp., voi. 1, mon. n, 3.
(5) Catalogo delle mon. ottomane del Museo Imp., voi. I, mon. n. 18,
19 e 20.
(6) I grano = ^/^ di carato; 1 carato =1 200 milligrammi; i grano
=: 50 nnlligranuni.
(7) Tag' el tavarih, voi. I, pag. 38.
82
importanti era ritenuta in antico necessaria la discussione in
un consiglio di giureconsulti. Nella storia di Hairullah efendi
è detto che del consiglio suddetto facevano parte i principi
imperiali Siilejman pascià e Miirad Han e altre notabilità e
personaggi (i). A quanto rilevasi dalle monete esistenti co-
niate a un peso di ^1^ di misqal, il saggio metallico è stato
trovato del 90 °/o (2) e tali monete argentee passarono nel-
l'uso comune col nome pre-ottomano di aqce (aspro) per
distinguerle dalle altre monete o sikke. Alla fine del nome
aqce fu deciso nel consiglio suddetto di aggumgere (3) l'ag-
gettivo osmani, e le monete ebbero quindi il nome di aqce
i osmani (aspro ottomano).
Nel catalogo delle monete turche del British Museum,
alla serie delle coniazioni di Orhan, si presenta dal n. 69
al n. 82, una serie di monete di Orhan. Nel nostro Stato si
dubita possa esistere una simile collezione di monete di Orhan.
Descrizione di un'altra di tali monete di Orhan :
Numero 2.
Peso, 1,15 grammi, diametro 18 mm.
Poco differente da questa moneta è quella registrata al
n. 76 del catalogo inglese. Il recto della moneta è simile a
quello della moneta descritta al n. i e la leggenda vi è
scritta in modo simile; in questa moneta di Orhan però non
(i) Hairullah efendi, Storia, voi. Ili, pag. 66.
(2) Canone riportato dal Taqvim i meskjukjat i osmanije, tariffa
dell'argento usato negli aspri coniati dagli ottomani.
(3) Taqvim i meskjukjat i osmanije, pag. 5.
VI sono scritti
Osman, Ali.
Nel verso :
83
nomi dei quattro califfi Abubekr, Omar,
Il grande sultano
Orhan figlio di Osman
Che Iddio conservi al potere.
Se si fa un confronto si riscontra molta somiglianza tra
lo scritto che è in questa moneta e quello della moneta pre-
cedente. Nel verso di questa seconda moneta si nota l'epi-
teto " es-sultan el-a'zam „, il grande sultano; si nota altresì
che la fine del nome Orhan presenta l'abbreviazione ormai
nota, consistente nell'assorbimento della n finale del nome
Orhan da parte della lettera b di ben-figlio.
Numero 3.
Numero
peso gr. 1,20
diam. 15 mm.
peso gr. 1,20
diam. 15 mm.
Numero 5.
peso gr. 1,20
diam. 15 mm.
Nella moneta numero 3 è da notare che la lettera n
finale del nome è scritta come una l, dopo la quale
è posta la voce ben (figlio) unita alla lettera precedente in
una sigla della forma fig. 22/". Tale sigla nella moneta
n. 4 assume la forma fig. 22^, mentre nel verso della mo-
neta n. 5 la sigla è ancora più ridotta nella forma.
84
Numero 6.
In questa moneta che nel catalogo del medagliere del
Museo Imperiale porta il n. 6, la voce ben (figlio) non è affatto
registrata e tra le due parole come a fig. 22 //. (orha[n ben]
os[man]) non si inserisce alcuna terza parola.
N. 7.
peso 1,20
diam. 15
N. 8.
N. 9.
N. IO.
1,10
14
1,40
0,95
14
N. II.
1.2:
N. 12.
N. 13.
peso 1,5 1,00
diam. 15 15
N. 14.
N. is.
1,20
15
15
iN. IO.
1,10
15
N. 17.
peso 1,25
diam. 17
N. 18.
N. 19.
1,10
16
Sul recto delle monete suddette segnate ai numeri 3^
4 e 5 le iscrizioni sono ripetute in modo analogo.
Il peso è espresso in grammi e il diametro in millimetri.
I
85
11 nome di Orhan sulla moneta n. i6 non porta scritte
le lettere - ha - e questa sillaba manca pure nelle monete
successive e la ritroviamo soltanto nella moneta n. 19
ove pure il nome Osman appare in modo piìi completo.
Tale nome però in modo veramente chiaro si ha soltanto
nelle monete n. i e 2 e si ritrova nuovamente scritto bene
soltanto al n. 21.
Nella moneta del n. 6 mentre il nome di Orhan appare
in modo abbastanza chiaro, non è così del nome di Osman
che appare invece scritto nella forma di fig. 22 /. Nelle mo-
nete 17 e 18 si riscontrano le medesime difficoltà della mo-
neta suddetta (n. 6); inoltre il nome di Orhan è ridotto alla
sigla di fig. 22^, la voce ben (figlio) è scritta -1 e il nome
di Osman ha la forma di fig. 22 /.
" Es-sultan el-a'zam „, il grande sultano, frase già sopra
ricordata, ricorre nelle monete di Oihan come appellativo
indivisibile del nome del sovrano. In tutte le suddette mo-
nete poi si riscontra la consueta fusione della n finale del
nome Orhan con la parola successiva ben (figlio). Del nome
Osman poi è scritta solo la prima parte con la forma fig. 22/,
in modo che senza conoscere lo speciale valore di queste
sigle non ne sarebbe possibile la lettura. In nove monete
del British Museum il nome di Osman è detto doversi leg-
gere come: Abdullahi^). Infatti nelle monete suddette il
nome di Osman è scritto come a fig. 22 w, ma la lettera n
si deforma in modo da apparire nella forma fig. 22 w, come
rilevasi dalla moneta n. 4, ovvero la elif si unisce in
modo completo alla lettera n dando luogo alla forma fi-
gura 22 o, come rilevasi dalla moneta n. 5. Così nei casi
suddetti, il nome di Osman apparirebbe simile al nome abd
ullah e come tale lo si dovrebbe leggere. Ma tale interpre-
tazione è da ritenersi erronea e i due epiteti non devono
mai esser confusi tra loro giacché in fig. 22 o manca la fi-
gura della lettera b e, dopo questa, quella della elif della se-
conda parola. Tale è dunque la lettura da dare ai segni che
trovansi dopo le lettere di fig. 22 /. Esclusa pertanto la
(]) British Museum. Catalogo delle monete turche, n. 69.
86
lettura abd ullah, i segni che appaiono scritti sulle monete
nn. 2, 4, 7, 8, 9, 11, 12, 14 vanno letti puramente e sempli-
cemente come nome di Osman. L'epiteto " es-sultan el-a'zam ,,
che figura nelle suddette monete imperiali non è altro — come
è noto — che l'epiteto tributato al sovrano dello stato sel-
giucida di Rum (= Sultano di Iconio) a partire dall'anno
684 dell'Egira, cioè 1236 dell'Era Volgare (i). 11 sultano di
questo stato Abu sa'id Bahadir Han morì avvelenato nel 736
dell'Egira, cioè 1335 dell'Era Volgare, e per la sua succes-
sione al trono sorse all'interno del suo stato una vivace
contesa tra i figli del sultano e i grandi del regno. In tali
circostanze fu comunicato agli stati stranieri che l'epiteto di
cui trattiamo, es-sultan el-a'zam, sarebbe stato tributato ad
Orhan in memoria della sua potenza e delle sue gesta mi-
litari, e tale epiteto fu scritto sulle monete. Così, l'epiteto,
estintosi il regno dei Selgiucidi, fu rinnovato e portato dai
sultani ottomani.
Del resto, con simile intendimento, anche il sovrano
Adii Bei fece scrivere il suddetto epiteto sulle sue monete
nell'anno 746 (2).
Poiché dunque, dati i motivi su cui era basato, tale ti-
tolo era tributato anche al sovrano di altri stati, Orhan il
vittorioso per distinguere sé dagli altri che avevano preso
lo stesso titolo e per rendere possibile al lettore la retta
comprensione delle monete, fece scrivere sulle sue monete,
oltre al detto epiteto anche il proprio nome e quello di suo
padre. Pertanto Orhan fu il primo che coniò monete negli
stati sorti dallo smembramento dell'impero selgiucida.
Nelle suddette monete non fu scritto troppo bene il luogo
ove avvenne la coniazione. Nelle monete n. 4, 8, 11, 14 si
vede il nome Brusa; sulla moneta n. io invece, come pure
in alcune di quelle del British Museum, si legge come^ a
fig. 22 p (3).
(i) Museo Imperiale. Catalogo delle antiche monete islamitich e
4* sezione, pag. 184.
(2) Museo Imperiale, 4.° reparto. Antiche monete islamitiche, pa-
gina 404, moneta n. 807.
(3) British Museum. Catalogo delle monete turche, pag. 42, n. 74.
87
Eccezionalmente, a lato del suddetto nome, trovasi un
fiore a scopo ornamentale. Altre monete infine sono senza
•luogo di coniazione.
Numero 20.
peso gr. 1,22 — diam. mm. 18,
Nel recto
Non vi è altro Dio che Dio
Mohammed
Profeta di Dio.
Negli eserghi :
Abubekr, Omar, Osman, Ali.
Nel verso:
Orhan
che Dio conservi
al potere.
Descrizione: Le iscrizioni di questa moneta sono, come
in altre, allineate su tre righe. Non risulta poi su questa mo-
neta il sopra mentovato epiteto di " es-sultan el-a'zam „, il
grande sultano.
Mentre le monete precedenti erano state coniate nel
tempo in cui Io stato nutriva preoccupazioni per l'ingerenza
dell'impero dei Mongoli, quanto tale preoccupazione dovè
considerarsi svanita, il sultano Orhan potè evidentemente
prendere in considerazione la coniazione di altre monete pre-
parate con modi e disegni diversi dai precedenti.
A conferma di ciò si nota il fatto che su quest'ultmia
moneta è stato tralasciato il nome del padre e quello della
città, poiché il sovrano era ormai noto, e facevan compren-
dere ciò il rafforzamento stabilito all'interno dello stato e la
rinomanza che aveva all'estero.
88
La formula di fede scritta sul recto di questa moneta e
i nomi dei quattro iar i guzin (amici particolari [di Mao-
metto] = i califfi) stanno quasi a segnalare il rafforzamento
della religione nel nuovo stato. Nel verso non sono scritti
i punti diacritici del nome di Orhan. Questa mancanza del
resto si riscontra anche nella moneta registrata al n. 68 del
catalogo inglese. Nell'aspro in questione poi l'iniziale m di
fig. 22^, è deformata. Dei multipli di quest'ultima moneta
si conosce oggidì un pezzo da due aspri (i) e un pezzo da
cinque aspri (2). Galib bei, lo storiografo delle antiche monete
islamitiche nel suo libro " Taqvim i meskjukjat i osmanije „
fa le seguenti considerazioni sopra questi più antichi aspri
degli Ottomani :
'' Nel catalogo delle monete ottomane del museo inglese
risultano ancora altre monete oltre quelle già attribuite al
sultano Orhan. Su tali monete si trova il noto epiteto es-
sultan el-a'zam, epiteto di cui l'autore non dà sempre retta
lettura scambiandolo spesso con l'epiteto ibn i osman e qual-
che volta con abd ullah o ancora con han o simili. Tali spie-
gazioni sono però deficienti in quanto, anche se la lettura
non dà chiaro sussidio, ognuno dei sultani suddetti non ha
fatto uso arbitrario degli epiteti, e sulle monete di Orhan
questi sono ben determinati. E a conferma diremo che, non
risultandoci che sulle monete del califfo e sultano vittorioso
Murad Han e del " fulmineo „ Baiezid Han, sia stato intro-
dotto l'epiteto di sultano, non potremo senz'altro attribuire
ai successori di Orhan un epiteto siffatto „ (3).
In verità Orhan cosciente della propria potenza, per di-
stinguer sé tra gli altri sovrani, bellicosi posteri di GengisHan,.
che tuttora rimanevano, assunse un tale epiteto e con chia-
rezza lo fece scrivere col proprio nome sulle monete perchè
fosse tramandato alla storia. Al contrario non troviamo mai
i nomi di Orhan o di Osman su monete di sovrani mongoli
di tale epoca. E attenendoci alle osservazioni di Galib bei,.
(i) Taqvim i meskjukjat i osmanije, pag. 3.
(2) Museo Imperiale, Catalogo delle monete ottomane, n. i,
(3) Taqvim i meskjukjat i osmanije, pag. 7.
I
89
non potremmo più avere alcun dubbio circa l'attribuzione
delle monete anche se vedessimo e considerassimo un nu-
mero più grande di aspri con apparenti alterazioni o diffe-
renze, e le monete ottomane non potrebbero mai esser con-
' _.
fuse con quelle delle posterità di Gengis Han. Tali osserva-
zioni pertanto diedero forte impulso alla retta comprensione
delle monete.
Dopo che si fu allontanato dall'impero ottomano il fla-
gello dell'invasione di Tamerlano, il sultano Mohammed Han,
a imitazione del suo illustre fratello Sùleiman Han, pur se-
dendo in Adrianopoli, volle risollevare Amasia e Brussa. In-
fatti dopo la morte di Tamerlano, il sultano Mohammed fece
coniare in Amasia un aspro con l'epiteto " es-sultan el-
a'zam „ (i) e in Brussa un altro aspro con l'epiteto : gijas
ed-diinia ve'ddin (2), Tali epiteti vi furono introdotti quasi a
manifestazione di letizia, giacché sulle monete coniate prima
in Anatolia doveva figurare in modo obbligatorio il nome di
Tamerlano. Con detti epiteti fu però scritto anche sulle mo-
nete il nome di Mohammed (3). Costui inoltre fece scrivere
su altra sua moneta l'epiteto " sultan „ (4) e su altra sua mo-
neta di rame l'epiteto " es-sultan el-melik el-a*zam „ (5). Tali
epiteti figurano anche col nome di suo fratello Sùlejman. E
dopo che nell'anno 816 coniò monete senza il nome del
fratello, ma indipendentemente, Mohammed fece scrivere
sulle monete l'epiteto " sultan ben i sultan „ e al nome di
suo padre fece aggiungere l'epiteto di " han „ (6). Dopo tale
epoca non fece sulle monete scrivere altri epiteti; non do-
vremmo dunque considerare possibile possa trattarsi di mo-
nete preparate in fretta e senza accuratezza, poiché col nome
di Mohammed mancavano su queste ultime monete tutti gli
epiteti ?
Riassumendo dunque, sappiamo che gli epiteti non sono
(i) Mus. Imp. Cat. delle nion. ottomane, voi. I, pag. 29, n, 92.
(2) Idem, pag. 30, n. 93.
(3) Idem, pagg. 28-29, ""• ^8, 89 e 90.
(4) Idem, pag. 31, n. 97.
(5) Idem, pag. 32, n. loi.
(6) Idem, pag. 37, n. 112.
90
arbitrari. Le prime monete coniate dal sultano Orhan il vit-
torioso non hanno epiteti; poi vi troviamo l'epiteto di " sultan
el-a'zam „; in seguito venne a mancare anche tale epiteto e
le monete di Orhan furono coniate senza di esso. 11 sopra
mentovato sultano Murad Han, salito al trono paterno, non
fece più scrivere sulle sue monete l'epiteto adoperato dal
padre di es-sultan el-a'zam, al contrario Miirad Han ordinò
che sulle sue monete venisse scritto l'epiteto " es-sultan el-
galib „ (il sultano trionfante) (i).
In verità l'epiteto isolato di sultan non fu ufficialmente
introdotto negli aspri fino all'anno 780. Prima dell'epoca sud-
detta tutti i sultani considerandolo del tutto ovvio, non vol-
lero farne uso. Lo storiografo Galib bei non considerò questo
epiteto per le monete dei sultani Murad Han e Mohammed Han;
se lo avesse preso in considerazione, certamente ne avrebbe
fatto menzione nel suo Taqvim i meskjukjat i osmanije, giac-
ché sulle monete dei suddetti sultani egli fa ampia trattazione.
Numero 21
Nel recto :
peso gr. 1,05 — diain. mm. 17
b-illah (in Dio)
el-imam (L'Imam [capo della religione])
el-miistensir (il vittorioso)
[Principe dei credenti].
Nel verso
Il sultano giusto
Orhan figlio di Osman
Lo glorifichi Iddio in eterno.
(i) Mus. Inip. Cat. delle mon. ottomane, Voi. I, pag. 13, 11. 38.
91
Questa moneta, protondamente differente dalle altre mo-
nete di Orhan, si ritiene coniata in una delle città più re-
centemente conquistate da Orhan. Nel recto i nomi miistensir
e b-illah sono scritti in cattivo cufico. E se il nome imam,
pur essendo imperfetto, è leggibile per via di congetture;
il nome el-miistensis non si può leggere, giacché manca la
lettera m e i punti al di sopra delle lettere non vi sono. Nel
verso della moneta in luogo di " es-sultan el-a'zam „ è scritto
" es-sultan el-*adil „. In luogo di " Dio lo conservi al potere „
è scritto, con lettere però mancanti, " Lo glorifichi Dio in
eterno ,;. L'autorizzazione ad assumere le qualifiche dei ca-
liffi fu concessa ai sultani ottomani per la prima volta sol-
tanto al figlio di Orhan, sultano Miirad Han (0. Tali quali-
fiche religiose non furono quindi ancora attribuite ad Orhan
il vittorioso.
Pertanto, a somiglianza di quanto praticavano i sultani
selgiucidi, fu scritto il nome dell'imam contemporaneo sul
recto della moneta. Incerto però è se vi fu scritto il nome
del califfo, giacché il b' illah mustensir non sembra sia at-
tribuibile al califfo contemporaneo di O.^man. Pertanto sulle
monete coniate in Anatolia incontriamo dubbi e difficoltà e
ci troviamo in presenza del dubbio se la voce " miistensir „
sia riferibile a Orhan figlio di Osmar, o ai califfi di Bagdad
o ai califfi d'Egitto o ad aliri potentati.
A me fu una volta presentata una moneta coniata in
Amasia e fu domandato a quale sovrano fosse relativa e in
quale epoca fosse stata coniata.
Nella suddetta moneta di rame v'era scritto, su di una
faccia :
([Dio] lo conservi ai potere - coniata in Amasia). Sul!' altra
faccia vi si vedeva inciso un cavaliere, come nelle monete
(i) Hainillah efi'endi, Storia, voi. IV, pagg. 34.
92
di rame selgiucide. Di questa moneta di rame priva di nome
e di data feci un minuzioso esame. E potei a fatica stabilire
che era stata coniata nel tempo del conquistatore Maometto 2°
(dal 875 al 886) e che quei di Amasia, quasi a ricordo dei
tempi precedenti, vi avevano inciso il disegno copiandolo da
una moneta di rame dell'epoca selgiucida. S'intende altresì
che fu coniata in tal guisa per commemorare, con una im-
magine di tempi più antichi, il valore e il coraggio del sud-
detto conquistatore di Costantinopoli (i).
La suddetta moneta coniata in Amasia è di specie di-
versa da quelle di Orhan da noi descritte. L'iscrizione del
recto è invece copia di quella di una moneta d'argento sel-
giucida. Ad Orhan il vittorioso infatti erano riconosciuti il
grado di nobiltà, la potenza, la gloria e l'onore come pei
sovrani selgiucidi; e rievocando, nelle monete, memorie sel-
giucide si volle evidentemente tributare ad Orhan una ma-
nifestazione di riconoscenza. Soltanto Orhan il vittorioso per
differenziarsi dai sovrani selgiucidi ancora viventi aveva fatto
scrivere sulle monete l'epiteto di " es-sultan el a'zam „ ;
aveva mantenuto però nel resto le costumanze selgiucide a
titolo di benevolenza verso gli abitanti dei paesi conquistati.
Fig. N. 22.
^)-^Ljjì ^)^^^ ^)J e) 2-2-
-)^f-ijL -)J!ìx -^jJJiX ^)à3j^
Questo studio ha soddisfatto il desiderio di conoscere
l'origine delle monete ottomane, prendendo come base gli
aspri. Tuttavia è stato prolisso. Come conclusione diremo
che il nome aqée dal popolo greco fu tradotto, in greco
moderno, aspre; e per mezzo dei commercianti veneziani fu
(i) 31° fascicolo degli Atti dell'Accademia di Storia Ottomana. —
Dalle monete senza nome né data, alle monete del tempo del Conquistatore.
I
93
portato anche fuori dei paesi greci. Nella storia della repub-
blica di Venezia le suddette monete sono conosciute col nome
di aspro. Io poi non ho considerato cosa senza importanza
lo scrivere tutto ciò per contribuire alla conoscenza delle
monete da noi dette aqce, cioè aspri.
GENEALOGIA IMPERIALE OTTOMANA.
ERTOGVL (1288 t)
I
OSMAN (1326)
I
ORMAN (1359)
MURAD I (1389)
I
BAIEZID I (1403)
I
SULEJMAN I (1410)
I
MUSA (1413)
I
MOHAMMED I (1421Ì
.. I
MURAD li (1451)
I
MOHAMMED II (1481)
I
BAYEZID II (1512)
etc.
Colonnello Aly
Membro deirAccademia di Storia Ottomana
Costantinopoli.
Le tessere veneziane dell'olio
Le leggi ed i provvedimenti che la Repubblica emanò
nel lungo periodo della sua vita furono sempre rivolte a pro-
muovere il benessere dei sudditi e specialmente di quelli a
cui la sorte aveva negato ricchezze ed agi. A questo fine il
Governo adottò una provvida misura fra le più atte a ren-
dere meno dura la vita dei poveri; la distribuzione gratuita
ma pili spesso a prezzo inferiore al calmiere dei generi di
prima necessità, fra i quali teneva posto importantissimo l'olio.
Come ogni altro ramo di commercio anche quello del-
Tolio era sotto la diretta sorveglianza dello Stato. Una spe-
ciale magistratura vi era preposta, la Ternaria Vecchia, le
cui incombenze originali erano Timposizione ed esazione del
dazio dell'olio, dell'entrata e consumo della legna e dei grassi,
poi anche l'ispezione sul commercio della seta e del ferro.
Istituita nel XIII secolo fu così denominata dai Ternieri
ossia rivenditori dei primi tre generi ed i Magistrati che la
componevano ebbero il nome di Visdomini alla Ternaria.
Pili tardi, quando il problema degli olii divenne vitale
pel popolo veneziano furono istituiti due Provveditori spe-
ciali (decreto del io gennaio 1531 in Consiglio dei X) ai
quali nel 1597 (decreto del 28 giugno in Pregadi) ne fu ag-
giunto un terzo.
Ad essi spettava di fare tutte quelle provvisioni che re-
putavano necessarie per tener fornita la città di olii; ne re-
golavano l'introduzione, ne fissavano i prezzi, ne curavano
la distribuzione fra i rivenditori affinchè il popolo e in special
modo la povertà non rimanesse priva di quel necessarissimo
alimento. A beneficio di questa i mercanti erano obbligati a
lasciare in Ternaria la quinta parte dell'olio introdotto che
veniva loro pagato ad un prezzo speciale.
Una deliberazione del Senato del 19 dicembre 1586 li
prosciolse da quest*obbligo così detto del quinto sostituendolo
95
-col pagamento di un ducato per ogni miaro (0 d'olio, denaro
che veniva tenuto a parte in zecca col nome di deposito del
quinto aWoglio che serviva per rifondere ai rivenditori quel
tanto che, secondo gli ordini, avrebbero riscosso in meno dai
poveri sul prezzo di calmiere.
Nel Capitolare della Ternaria Vecchia (2) in un ordine
dei Provveditori sopra gli olii che qui trascrivo, troviamo
chiaramente espresse le disposizioni prese da questi magi-
strati in unione ai 5 Savii alla Mercanzia (3) per la vendita
dell'olio ai poveri e per il rimborso del minor prezzo da essi
pagato col mezzo delle tessere o cetole :
" Capitoli et Ordini presi per li Clariss."* Ss." Prov.'*
^ sopra gli Oglii e Savij alla Mercantia sotto li 26 Febraro
" 1586 da essere osservati per li Postieri (4) delle Contrà
'^ delli sei Sestieri di questa Città e delle Isole di Muran
*^ e Zuecca.
"... Che debba vender alli poveri Toglio colla Cetola
'' à mezza lira, à lira, sino a lire due per volta e non più,
'^ né venderlo più del limitado dalli Clariss.""' Prov." sotto
" pena di d." 25 la mità della qual sia dell'accusator qual
'' sia tenuto secreto e l'altra mità alla pred.'^ Cassa del
*^ Quinto della qual non se gli possa far gratia alcuna.
" Che non possa strussiar li poveri in modo alcuno
" menandoli alla longa né ricusar de venderli Foglio ne mo-
^'' nede cative come quattrini e bagattini sotto pena a chi
'' commettesse cadauna delle predette cose di d." 20 appli-
" cadi la metà all'accusator qual sia tenuto secreto e l'altra
'^ metà alla detta Cassa del Quinto della qual non se gli
'^ possa far gratia alcuna ....
(i) Il miaro o miro era cliiamato nella vendita dell'olio una misura
corrispondente a libbre mensurali 25 equivalenti al peso di libbre 3 V4.
La libbra mensurale d'olio corrispondeva a pollici cubi veneti 26^,
(2) R. Archivio di Stato. Ternaria Vecchia, Capitolare III, pag. 75
e seguenti.
(3) Importantissima magistratura veneziana che regolava le rela-
zioni commerciali di Venezia con le potenze straniere sia d'Europa
-che d'Asia e d'Africa.
(4) Così venivano chiamati quelli che prendevano in affitto dal Go-
verno le poste d'olio ovvero le botteghe dove esso si rivendeva al
•minuto. jt
96
"... Che detto Cond/ debba ogni 2/° luni del mese
'* portar le cetole hauerà hauudo dalli poveri alli Scrivani
* deputati alla Tern.^ delle qual cetole sia refato esso con-
'^ duttor dal Magnifico Cassier deputado di quel manco che
" li sarà stato dato ordine ò limitado p. dar al pouero dal
* precio del calamier corrente, dichiarando che nelFult.^ g.°*^
'^ del mese o l'antecedente essendo festa debba h^(aver) finito
'^ di portar tutte le cetole hauerà scosso in d.*° mese e se
" non li porterà e sia accusado sia incorso in pena di d." 25
" applicadi la metà all'accusator e l'altra metà alla Cassa
" del Quinto.
" Che detto Condutor né altri p. nome suo possa com-
" prar né in altro modo scuoder cedole se non col vender
'* deiroglio sotto pena di d.'' 25 applicati la metà all'accu-
" sator e l'altra metà alla Cassa del Quinto „.
Con quest'ordine e con la pena minacciata si voleva por
freno agli abusi che si erano verificati nella dispensa delle
cetole. Esse rappresentavano denaro e l'utile che se ne ri-
traeva non era indifferente per non allettare i disonesti, fal-
sificatori compresi, che non s'erano astenuti dall'esercitare
le loro male arti su di esse, come sulle monete.
Ne abbiamo notizia da una cronaca esistente nel nostra
Museo Civico Correr (i) e precisamente nei diari anonimi
(ma di Francesco Contarini) dove in data 11 luglio 1593, tro-
viamo riportato :
" Essendosi scoperte fraudi grandi delle Cettole dal-
" rOglio che si danno alla povertà perchè ne sono state
" battute in circa 50 g da quei Ministri, è stato dato or-
" dine che si continui la confermatione del Processo da quei
" sopra i Ogli i quali ne hanno fatto ritener uno e procla-
" mato doi, et perchè non hanno maggior authorità che di
" bandir per 5 anni et certa pocha pena pecuniaria sono stati
" eccitati andar davanti li S.'* Capi del Cons.'' di Dieci.
'^ 1593» Luglio 13 in Coll.°
" Si è parlato con li Sop." sopra i Ogli e questi hanno
" detto che non ricevevano più cetole dalli postieri stante
* le false che non son sta battute in Cecca che ne faranno
(i) Museo Civico e Correr. Codice Cicogna, n. 2557.
97
'* stampar con nuovo impronto fino alla somma di ^ se ben
" per il passato sono arrivati alla somma di ^ e torranno in
" nota li stampatori acciò non segnano più fraude le quali
" in particolare son sta fatte per valere una cettola 5 6 che
" tanto di manco la povertà Tà pagato Toglio et però questa
" tanto gran valuta son sta stampade et si disegna di ritirarle
" a mano „.
Che il provvedimento avesse avuto l'effetto sperato non
ci è dato affermarlo. Certo è che Tabusiva valutazione di
soldi 6 Tuna continuò ancora perchè in vari decreti poste-
riori del Collegio dei 5 Savii e Provveditori sopra gli olii,
si richiama l'osservanza alle disposizioni del Senato il quale
aveva ordinato che le cetole non potessero essere " cedute
" ouer valutate né bonificate per più di soldi doi Tuna „.
Anche gli abusi nella distribuzione dovettero continuare
perchè i Provveditori sopra gli olii, riunitisi in Collegio coi
5 Savii alla Mercanzia il 17 dicembre 1595 ne regolano nuo-
vamente la dispensa.
In ciascuna contrada della Città, presso il Piovano, do-
vevano venire eletti dai Provveditori, un Nobile, un Cittadino
ed un Artigiano ai quali era affidato il compito di recarsi
nelle rispettive contrade e di casa in casa prendere in nota
coloro che secondo il convincimento» erano bisognosi e me-
ritevoli del beneficio delle cetole.
Ne segnavano il nome e l'età in un libro che era dato
loro dai Provveditori e che debitamente firmato da tutti e
tre, finita la rassegna doveva venir riportato all'Ufficio e
consegnato dall'Artigiano al Notaio.
Ai Provveditori era lasciato di ripartire fra le contrade
la quantità di cetole decretata dal Collegio e di assegnarne
a ciascuna famiglia il numero ritenuto sufficiente.
Le cetole venivano poste in una cassetta le cui due
chiavi stavano in mano del Piovano e del Cittadino e dai tre
incaricati distribuite di casa in casa, secondo le indicazioni
del libro.
Terminata la dispensa il Piovano doveva renderne conto,
ritornando quelle eventualmente rimaste.
La distribuzione doveva effettuarsi per sette mesi con-
tinui dell'anno, cioè da settembre a tutto marzo, i mesi in
98
cui la povertà più necessitava del soccorso. Soccorso non
lieve perchè in un^epoca in cui il prezzo dell'olio si aggirava
dai 6 a 9 soldi la lira o libbra esso portava un beneficio
di soldi due per tale misura.
Non ci è dato stabilire con esattezza Tepoca di emissione
delle diverse cetole, che sono tutte di rame. Due sole por-
tano la data del 1587 e 1590, la prima che corrisponde evi-
dentemente all'ordine dei Provveditori del 26 febbraio 1586
more veneto, ma la leggenda del suo rovescio CEDOLA NOVA
lascia supporre che prima di esse ve ne fossero state delle
altre. Infatti anche il decreto del Senato del 19 dicembre
1586 a cui ho accennato, che regolava il deposito del quinto
all'olio parla della dispensa del beneficio : " o per via di ce-
" tole o in quel altro modo che (i Provveditori e 5 Savii)
" giudicherano più conueniente et facile p. provedere alli
" disordini „.
Sarebbe questo il primo documento che le menziona,
ma il non averne trovato cenno in altri anteriori non esclude
che esse non fossero in uso prima, come sembrerebbe dalla
fattura di alcune di esse.
Non esistevano però più nella seconda metà del se-
colo XVII come risulterebbe da una supplica di mercanti
d'olio (i) di data non precisata ma di quel periodo. Essi ri-
volgendosi al Serenissimo Principe per lamentarsi di una
sospensione di estrarre l'olio per usi fuori di città, riaffer-
mando la loro libertà di commercio dichiaravano che il de-
naro del ducato per miaro era denaro pubblico, perchè l'uso
di dare alla povertà " l'oglio a miglior precio in riguardo di
" dette cedole che agli altri „ non si praticava più, " pagando
'' ogni uno in precio del Calamiero „,
Tenuto conto dei vari elementi raccolti ho creduto nel-
l'elenco che segue, dare una disposizione delle cetole che
dovrebbe essere cronologica.
Ammesso che quelle datate non siano le prime, credo
possano giudicarsi anteriori ad esse quelle di forma circolare
o non dove l'indicazione della quantità o misura non è fatta
(i) R. Archivio di Stato. Provveditori all'olio. Miscellanea 212 fa-
scicolo III, pag. 67.
99
con l'iniziale ma con un segno convenzionale rappresentante
forse Tantica misura, libbra e mezza libbra e che non si trova
poi ripetuto, e queste pure appartengono a due emissioni di-
verse, una fatta dai Savii alla Mercanzia e dai Provveditori
della Ternaria, mentre l'altra sarebbe stata fatta dai Provve-
ditori all'olio che, come abbiamo veduto, furono istituiti più
tardi.
A queste più antiche seguono le cetole datate.
Poi viene un gruppo che ritengo possa rappresentare la
rinnovazione delle cetole avvenuta in seguito alle frodi sco-
perte e al ritiro di quelle esistenti. Esse hanno tipi diversi a
seconda dei sestieri, forse per rendere più difficili le falsifi-
cazioni e più facile scoprire il luogo dove avvenivano le ir-
regolarità e gli abusi.
Ultime di tutte quelle con l'immagine di S. Marco e del
Redentore che presentano varii caratteri di somiglianza con
i bezzoni anonimi che correvano a Venezia nella prima metà
del secolo XVII.
Eccone la descrizione :
I. ^ — Leone di S. Marco nimbato stante a sinistra; ai
lati tre stelle, sotto * S\ M'J (Savii Mercantia).
5/ — Nel giro + TERNARIA VECCHIA Nel campo I e I
segno della libbra entro quadrato; agli angoli
giglio.
Mill. 20 X 20. Museo Civico e Correr di Venezia al quale apparten-
gono tutti gli esemplari descritti che non hanno indicazione diversa. ']
2. ^ — Simile al prec, sotto • S" • M'^
lOO
9
Leggenda come il prec. Nel campo M fra due stelle
sormontato dal segno della mezza libbra.
Mill. i6 X i6.
3. f^ — Leone di S. Marco nimbato stante a s., sotto
P. T. V. (Provveditori Ternaria Vecchia). Agli
angoli una stella.
9 — I fra due foglie, sopra e sotto stella entro cerchio
di perline; agli angoli una foglia.
Triangolare lato mill. 25.
4. Varietà : I fra due triangoli e agli angoli una stella.
Triangolare, lato mill. 24.
5. ^ — Simile al prec, sotto il leone P. T. (Provveditori
Ternaria).
9 — M fra quattro punti entro cerchio di perline. Agli
angoli una rosetta.
Triangolare, lati mill. 19 x 15.
6. /B' — ^ - PRO"' -f A - LOG-LIO - * in quattro righe.
lOI
91 — Nel giro + TERNARIA ® VECHIA Nel campo I 6 I
entro circolo.
Min. 23.
7. Varietà: + TERNARIA ^ VECCHIA.
Mill. 23.
S. ^ — Simile al prec.
9 — Nel giro + TERNARIA ^ VECCHIA Nel campo M fra
due rose sormontato dal segno della mezza libbra
entro circolo.
Mill. 18.
9. B"
9
PROVED"' - t A ^ - LOGLIO in quattro righe, entro
quadrato a cordoncino.
Nel giro TERNARIA • VECCHIA Nel campo M fra
due rose sormontato del segno della mezza libbra.
Circolare irregolare, mil!. i8.
IO. ;& — 1687 • TERNARIA S^ V Leone di S. Marco nimbato
stante a sin. entro mezzo cerchio di perline.
Esergo i-;? L "^t I *J-? (libbra una).
9< — + - PROVI - SORISOLEI - CEDOLA - NOVA - ^
in sei righe.
Mill. 24. Museo Bottacin di Padova.
102
II. Varietà: • 1587 • TERNARA ® V.
Mill. 24.
12. ^^ — • 1687 • TERN Leone simile al pr. Esergo %% M '^l
(mezza libbra).
V^ — Simile al prec.
Mill. 20.
Museo Bottacin.
13. B" — PRl • SOPRA • LI • OL&I Leone nimbato in soldo.
Esergo ^1 1690 ^^
9 — Croce con rosette sopra le braccia. Es. ^-1 L i** I i^
Mill. 23.
14. & — Simile al prec.
P — Simile al prec, sotto alla croce 'ù^: M %•!
Mill. 19. R. Aichivio di Stato di Venezia.
15. ^ — Leone di S. Marco nimbato rampante a sin. con
spada nella zampa, sopra la testa una crocetta.
In basso, ai lati della zampa S-M (S. Marco).
I03
9 — Nel giro %-^ . PROVISORI • ^1 S • OLII «^ Nel campo
entro ornato curvilineo L • I ; sopra e sotto foglia.
Mill. 23.
Museo Bottacin.
16. Varietà: ^1 • PROVISORiS • OLII • ^^
Mill. 23.
17. ^ — Simile al prec.
9 — Leggenda come il prec. Nel campo entro ornato
curvilineo M fra due foglie.
Mill. 19.
18. /B" — Leone di S. Marco nimbato stante a sin. Esergo
* S • M ^ (S. Marco).
R) — + PROVISORIS : OLII : Nel campo ^ L ^ I ^; sopra
e sotto foglia.
MiU. 24.
19. ^ — Croce fiorata, ai lati del braccio superiore S • C
(Santa Croce).
I04
1$ — Nel giro + PROVISORIS ^ OLII Nel campo ^ L^l^
Esagonale, i quattro lati maggiori inill. 12, i due minori mill. 7.
20. ^ — Ponte con due guglie, in alto, agli angoli C-O
(Cannaregio).
^ — Nel giro ^ PROVISORIS ^ OLII Nel campo L ^ l.
Mill. 19.
21. B" — Torre a due piani, esergo C ¥ LO (Castello).
9 — Nel giro ^ PROVISORIS OLII foglia. Nel campo
^ L ^ I ^.
Rettangolare, mill. 23 x 17.
22. ^ — O accostato da segno I nel centro S (Ossoduro
ora Dorsoduro).
I05
9< — Nel giro ^ PROVISORIS • OLII ^ Nel campo • L ^ I •
Ottagonale, i due lati maggiori niill. 19, i sei minori mill. 4.
23. ^ — Mezza figura di S. Marco benedicente. Esergo
^ P • O -f (Provveditori olio).
1$ — I fra due foglie.
Mill. 21.
24. ^ — Mezza figura del Redentore benedicente. Es. P
9 — M sopra e sotto rosetta.
Mill. 17.
Museo Bottacin.
25. /©" — S. Marco stante, il capo cinto d'aureola. Ai lati
PO-
io6
1^ — I fra due rosette; sopra OGLIO sotto la lettera -A
Min. 22.
R. Archivio di Stato.
26. Varietà: La lettera M invece di A.
Min. 22.
27. ^ — Simile al prec.
9 — M fra due rosette; sopra OGLIO.
Min. 18.
Vene:[ia, Maggio del 1^21.
G. Majer»
Una nuova Moneta della Zecca di Solferino
MEMORIA XX.
Dei tre esemplari qui sotto descritti, che rappresentano
tre varianti di una medesima moneta, uno mi fu gentilmente
prestato da un ricco collezionista milanese e gli altri due
non furono da me casualmente trovati, per quanto infatica-
bile ricercatore, mi vennero ceduti da numismatici, i quali
rinunciando a spiegarne il significato, mi fecero anzi antici-
pati auguri di buona fortuna per sciogliere il mistero che li
ricopriva.
Uno di questi, mi ricordo bene, riponendo i denari dei
mio acquisto, mi dette per consiglio di non perderci il tempo
^ soggiunse: sicuramente le parole che vi si scorgono fu-
rono poste a caso senza alcun nesso fra di loro e solo per
imitare in qualche modo la moneta mantovana.
E a mia cognizione l'esistenza di altri esemplari : uno
cadde fra le mani dell'ora defunto numismatico dott. Giorgio
Ciani di Trento che ci si era accanito per trovare la solu-
zione dell'enigma, ma partendo dal dato di fatto errato, che
la moneta fosse della zecca di Mantova, fece passare scru-
polosamente tutti i documenti conservati negli archivi, cer-
cando invano fra quelli dei Gonzaga un accenno, che vi po-
tesse riferirsi.
Un altro di bellissima conservazione e fu il primo che
vidi, Taveva un notaio di una piccola città del veneto e per
nessuna ragione me lo volle cedere, pur non essendo rac-
coglitore di monete, anzi in fatto di monete antiche non pos-
sedendo che quel solo esemplare. Un altro pure fa parte
io8
della collezione particolare di un noto negoziante di monete^
del mantovano.
Probabilmente ve ne saranno altri ancora, che in attesa
di conoscerne Tattribuzione si conserveranno forse gelosa-
mente custoditi, in qualche angolo di medagliere.
La moneta è una contraffazione degli otto soldi di
Carlo II di Mantova, nono duca, 1647-65 che per maggior
chiarezza do qui il disegno e la descrizione :
^
- •^ 8 -MI • CROLVS
MONT • Il • F • VII •
9
— ® • NON • MVTVATA
giante.
• DG • DVX • ii • MANI • VINI | T
'k II in sette righe.
LVCE • Nel campo sole rag-
AR. Peso gr. 1,87. — O
Ed ecco le tre varianti della contraffazione :
^^ — ♦ 8 ♦ Il GON • MAR j D • (7 • DVX || CAR • DIM • ||
FOR • "E • B 11 A . I • Il * Il in sette righe.
R) — • NON • MVTVAVA LVCE Nel campo sole raggiante.
'S^i
M. Peso gr. i,83. — C
^ — ® 8 ^ 1 GON • MAR 11 D • G DVX • || CAR • DIM
FORT • "E B il II • Il
109
I^ — + NON MVTVATA • LVCE • Nel campo sole raggiante.
M. Peso gr. 1,52
^' - <& B ^ \\ GON • MAR il • D • G • DVX • || CAR DIM • ||
FOR-E B II Ali-® Il ••
^ — ♦•NON MVTVATA -LVCE- Nel campo sole raggiante.
M. Peso gr. 1,79. — C^
Queste imitazioni fatte da Carlo Gonzaga marchese di
Solferino (1640-78) sono tra le più curiose e interessanti che
si conoscono e la spinta che ebbe a contraffare quelle di
Mantova non poteva essere ne più forte ne più valida.
Primo il nome eguale : Carlo Gonzaga, poi il titolo di
marchese, comune a tutti e due, inoltre l'impresa del sole
raggiante che se era usata da tempo per Mantova, era pure
lo stemma di Solferino e la lettura si potrebbe decifrare in
questo modo :
(j0ti3aga fAkRchto
Oet • (yratia • DVX
CkRolus (e qui si deve sottintendere de mantva monetam
imitavit) UMentione
FORma ET Bonitate
Quel A • I • o A • Il • che potrebbero indicare Tanno primo
e il secondo di battitura, in fine, imita con molta evidenza
il VII marchese del Monferrato e così ingegnosamente ca-
muffati potevano impunemente spendersi per gli otto soldi
di Carlo II di Mantova, pur dicendo la verità, enigmatica-
mente se vogliamo, che erano contraffatte, in sostanza egli
no
voleva dire : Io Carlo Gonzaga marchese di Solferino, ho
fatto questa moneta come quella di Carlo Gonzaga marchese
di Mantova, nella stessa dimensione, forma e bontà.
Passi la dimensione che è presso a poco uguale, sor-
passiamo sulla forma per quanto più trascurata, ma la bontà
poi , se quelle di Carlo II di Mantova non sono di ar-
gento molto fino, queste di Solferino sono di lega bassissima
e prima di emetterle certamente furono aiutate da una così
detta sbiancatura per renderle lucenti, sbiancatura col tempo
scomparsa, si presentano ora quasi nere e come in tutte le
contraffazioni lo scopo del lucro raggiunto.
Se si tien conto che il nipote di S. Luigi non era alle
prime armi in fatto di contraffazioni, io credo di aver dato
nel segno, interpretando le arcane parole e sono lieto di ag-
giungere queste note, alle altre sulla zecca di Solferino da
me pubblicate precedentemente.
Guglielmo Grillo.
11 furto al Museo di Schifanoia in Ferrara
Per cortesia del Sen. L. Niccolini, direttore del Museo di Schifanoia
in Ferrara, possiamo stampare il suo primo rapporto in merito al furto
avvenuto or sono pochi giorni. Interessiamo tutti i nostri lettori a for-
nirci qualsiasi notizia che potesse facilitare l' identificazione dei pezzi
qualora li avvertissero in circolazione.
" Nella notte dal 20 al 21 giugno 1921 alcuni ladri introdottisi nel-
l'Orto della Caserma di Cavalleria in Via Cisterna del Follo, dopo aver
abbattuto un tratto della rete metallica che divide quell'orto dal nuovo
orto botanico, e dopo aver tagliato altre due reti metalliche che recin-
gono lo spazio adiacente al Laboratorio di Chimica diedero la scalata
ai locali del Museo servendosi di due lunghe scale appositamente por-
tate sul posto e collegate mediante una robusta corda. Entrarono nel
Museo dall'ultima finestra della parete Nord verso Oriente rompendo
la rete metallica e praticando, col mezzo di un diamante, un foro cir-
colare in una lastra, e così aprendo l'imposta.
" Entrati nel salone degli Encausti ove si trovano esposti i libri co-
rali miniati, essi si occuparono soltanto di forzare la porta ed il can-
cello di ferro che chiudono l'accesso dal salone alla sala degli Stucchi,
ove si trova la raccolta numismatica ed alla sala successiva ove si trova
la raccolta archeologica.
Ili
" La porta, rafforzata con lamiere di ferro e con una speciale gran-
dissima serratura dopo il furto del 1912, presentò una grande resistenza
che fu vinta mediante scalpelli, palo di ferro, cuneo, palo di legno che
i ladri avevano portato con sé.
* Facendo forza di leva poterono staccare dall'incastro, che pure
era cerchiato di ferro, la grossissima serratura e cosi aprire la porta.
Dal cancello furono con una tronchese tagliate tre sbarre che ripiegate
in alto lasciarono sufficiente adito ai ladri, i quali coi loro ordigni po-
terono facilmente aprire le vetrine dei mobili contenenti le collezioni
delle monete, delle medaglie e delle statuette.
" Dei diciasette mobili esistenti nella Sala degli Stucchi soltanto
sei furono scassinati e cioè :
a) la vetrina contenente le medaglie dei personaggi illustri fer-
raresi (medaglie N. 52) (i).
b) la vetrina contenente le medaglie di personaggi illustri ita-
liani (N. 38) (2).
e) la vetrina contenente monete di Stati Esteri (circa 200).
d) la vetrina contenente l' importantissima collezione di plac-
chette (N. 136) (3).
e) tutto il mobile contenente, in sei vetrine, la collezione delle
monete delle varie Zecche Italiane (circa 1000) (4).
(i) Rappresentavano: Tito Strozzi, Girolamo Savonarola, Antonio Marescotti, Pellegrino
Prisciano, Luigi Carbone, Cesario Contughi, Pietro Avogario, Cornelio Bentivoglio, Evan-
gelista Baronio. Alessandro e Battista Guarini, Gerolamo Sacrati, Battista Saracco, Gerolamo
Novaro, Bartolomeo Pendaglia Seniore, Bartolomeo Pendaglia Juniore, Pompeo Pendaglia,
Lodovico Ariosto, Beato Giovanni Tavelli da Tossignano, Bartolomeo Roverella, Filiaso Ro-
verella, Bonaventura Barberini, Felice Pellegatti, Marcello Crescenzio, Cardinale Giuseppe
Ugolini, Luigi Giacchi, Luigi Vanicelli Casoni, Matteo Maria Boiardi, Celio Calcagnini, An-
tonio Tebaldeo, Giovanni Beltrametti, Giovanni Battista Pigna, Orazio Maleguzzi, Obizzo
Reni, Alfonso Trotti, Ercole Trotti, Giovanni Maria Crispi, Eustacchio Crispi, Girolamo
Crispi, Alberto Crispi, Ercole Graziadei, Rangone Roverella, Ottavio Tassoni, Alfonso Tas-
soni, Forcole Varano, Giuseppe Varano ed altri.
(2) Opere, alcune di sommo pregio, degli incisori : Sperandio, PoUajolo, N. Cavalierino,
G, Bernardi, Gian Francesco Ruberto, Francesco Raibolini (il Francia), Vittore Gambelio
(Camelio), A. Foppa (Caradosso), Arsenio, medaglista dell'Aquila, Domenico De Vetri (Di
Polo).
(3) Le più importanti erano le seguenti : Minerva. Il Sacrificio (di V. Bella). L'incredu-
lità di S. Tomaso. La caduta di Fetonte (di Bernardi). Soggetto allegorico (G. Delle Cor-
niole). Uomo che si guarda nello specchio (G. Bernardi^. Cererò e Trittolemo. Allegoria sulla
fama. Altra allegoria sulla fama. Il giudizio di Paride (G. Delle Corniole). Apollo e Marsia
CLocrino). Sacrificio Agiano. Amore addormentato (Antonio da Brescia). La Crocifissione
(del Moderno). Allegoria sul destino. Vulcano che fabbrica le armi di Enea. Baccanale.
Trionfo di Sileno. Diana. Leda col cigno. Ercole, Minerva, Venere e Amore (V. Bella). Apollo
e Dafne cangiata in albero. Venere e Amore (del Moderno). Euridice implora da Plutone e
Proserpina la libertà di Orfeo. Trionfo (Agostino Diduccio). Bacco fanciullo e satiro. Orfeo.
Minerva. S. Cecilia, Arianna nell'isola di Nasso (G. Delle Corniole). Ercole che strozza
Anteo (del Moderno). Ercole nelle stalle di Augia (Moderno). Ercole ed il leone Nemeo (Mo-
derno). Ercole e Caco (Moderno). La verità pettinata dall'invidia. Lucrezia che si trafigge
(Moderno). Deposizione nel sepolcro (Moderno). La Vergine e Gesù Cristo (Moderno), S, Se-
bastiano (Moderno). La llagellazione. Entrata di Gesù in Gerusalemme.
(4) Citeremo : Asti : testone di Carlo V inedito ; Correggio ; doppio scudo di Siro ; Faenza:
testone di AstorgioIII; Massa Lombarda; testone di Frane. d'Este ; Milano; zecchino di
112
/) la vetrina contente le monete italiane moderne (circa 70).
" Asportarono poi, strappandolo a forza dal muro ove era stato in-
fisso il quadro contenente una formella di terracotta di Donatello (i).
" Passati nella Sala Archeologica i ladri aprirono due vetrine del
mobile contenente tutta la collezione ferrarese ed asportarono intera-
mente la collezione, preziosissima perchè completa, delle monete Estensi
(N. 273) (2) e la collezione pure completa delle monete papali ferra-
resi (N. 386).
" Aprirono poi tre delle vetrine murali della parete ad Oriente.
Nella prima a Nord tolsero un calamaio di bronzo del 1500 rappresen-
tante Ercole che strozza il leone (3) e un ostensorio d'argento del '400.
Quest'ultimo però lo abbandonarono poi, forse perchè ingombrante^
sopra uno scanno nel grande salone. Nella seconda vetrina tolsero un
piccolo bronzo rappresentante un torso con una gamba (4) e smossero
e ruppero in una gamba ed alla testa una piccola statuetta che non
asportarono (forse per non averla riscontrata di bronzo) rappresentante
un cervo impennato. Nulla tolsero dalla terza vetrina.
" La scelta delle vetrine ove si trovavano le collezioni numisma-
tiche più complete e più importanti, e la cernita dei tre oggetti d'arte
fra tanti più appariscenti e più sottomano, dimostra che il furto (a dif-
ferenza di quello del 1912) fu diretto da persona espertissima in materia.
Il fatto che non furono vuotate alcune vetrine contenenti oggetti impor-
tantissimi e che non furono asportati altri oggetti di piccola mole ma
di grandissimo pregio, fa ritenere che i ladri, per qualche circostanza,
non abbiano potuto portare a compimento la loro opera secondo il
piano prestabilito.
Giov. e Luchino Vis'^onti ; Modena: zecchini di Leone X e di Adriano VI; Sabbioneta :
scudo d'oro di Vespasiano Gonzaga.
(1) La formella di terra cotta (colla cornice in legno scolpito cm. 43 per 47, senza cor-
nice 29 per 33) rappresentava a basso rilievo due scene svolgentisi in due piani sovrapposti
ed uniti da una scala. Nella parte superiore alcuni bambini reggevano una tomba ed alcuni
personaggi parevano in pianto, nell'inferiore un guerriero seduto in terra ed un bambina
che giuocava con un cane: sulla scala due guerrieri in piedi ed una donna affacciata ad una
piccola finestra. La fattura sollecita indicava evidentemente trattarsi di un bozzetto che per
giudizio unanime è stato attribuito a Donatello. La formella aveva da una parte una rottura.
(2) Citeremo lo scudo d'oro di Ercole II col DVX CARNVTI. Ricchissime erano pure
le serie di Correggio, Lucca e Mantova.
(3) Aveva un'altezza di cm. 18 circa e poggiava sopra una base di marmo di cm. 20 per 10.
(4) Era un bronzetto dell'altezza di cm. 15 e rappresentava, coll'aggiunta di una gamba,
il celebre Torso Farnese del Museo di Napoli. Venne illustrato in uno studio di Adolfo
Venturi.
RoMANENGHi Angelo FRANCESCO, Gerente responsabile.
Industrie Grafiche AMEDEO NICOLA & C.^ - Milano- Varese.
IL TESORO DI NAGYTÉTÉNY
Il tenente colonnello Voetter e J. Maurice riuscirono a
fare ordine nel caos della numismatica dell'epoca di Costan-
tino, quello colla sua infaticabile attività di collezionista, questo
colla sua grande opera riassuntiva, e ne gettarono le basi
scientifiche. Il lavoro dei due precursori diede la spinta a
nuove ricerche, i risultati delle nuove ricerche resero possi-
bili delle correzioni. Fra questi i pii^i importanti sono i lavóri
che fecero i numismatici italiani, con a capo L. Laffranchi,
il quale non solo con nuovi dati, ma adoperando i dati sti-
listici ed epigrafici è arrivato a nuovi successi.
Nelle pagine che seguono mi proverò a presentare i ri-
sultati scientifici e la descrizione di un tesoro scoperto non
lungi dalla capitale della Pannonia inferiore dell'antichità, nel
comune di Nagytétény situato sulle rive del Danubio. Questo
comune, che si chiamava allora Campona costituiva un ac-
campamento secondario del limes romano. Il tesoro venne
scoperto nel 1887 da un abitante del luogo il quale voleva
scavarsi una cantina (i). Oltre alle monete, vennero alla luce
(1) Menzionato brevemente in Archeologiai Ertesitò, VII (1887), \yA-
gina 445.
114
mattoni romani. Il Museo Nazionale Ungherese riuscì ad
acquistare ben 10,585 pezzi per il suo Gabinetto di numi-
smatica. Questi furono identificati sulla scorta dell'opera del
Cohen dal prof. Valentino Kuzsinszk3^
Interessante la speciale composizione del tesoro. Esso è
composto esclusivamente di monete di bronzo; in quella
gran massa di monete non si trovano che due tipi di piccole
monete di bronzo argentate : a) 3 gr. io — 3 gr. 20, b) 2
gr. 50 — 2 gr. 54 di peso medio, come risulta da 45 prove.
Il tipo pili pesante sumenzionato è preceduto da due MB
ridotti, frammisti agli altri (nn. 223, 456); cosicché non tro-
viamo che una sola serie di Heraclea (n. 359) precedente la
nomina cesarea datata coll'anno 317. Delle zecche d'Occi-
dente soltanto 7 SOLI INVICTO GOMITI, 2 lOVI CONSERVA-
TORI, 2 PRINCIPIA IVVENTVTIS precedono le serie più com-
plete delle varianti ViCTORIAE LAETAE PRINC PERP dopo le
quali sono rappresentati in abbondanza i prodotti delle zec-
che tra il 320-330. Ultimi vengono i GLORIA EXERCITVS di
peso ridotto (con due insegne militari) coi rovesci VRBS
ROMA e CONSTANTINOPOLIS.
In Oriente la successione cronologica viene aperta colla
bella serie delle emissioni coniate, secondo Maurice, tra il
317-319, se prescindiamo dalla serie menzionata di Heraclea;
ma mancano le monete non argentate segnate fatte co-
niare da Licinio dal 318 al 324 (0, come pure mancano le
piccole " Ahnenmiinzen „ emesse dal suo avversario nei
primi tempi della seconda guerra. Dopo la vittoria di Co-
stantino, seguono le serie corrispondenti a quelle d'Occidente
che chiudono la serie, come nel primo gruppo. Sono tutti
esemplari nuovi, senza nessun difetto.
La scelta accurata dei due tipi di moneta spicciola ci fa
supporre che questa collezione di monete sia stata una cassa
per pagamenti di piccole somme, probabilmente il soldo
delle truppe del forte vicino, nascosta poi in tutta fretta al-
Tavvicinarsi dei barbari. Il materiale si suddivide come segue
tra le singole zecche :
(i) Con una sola eccezione, n. 394 (Kyzikos).
II
Z K e e A
.MI5 H.'.l
PB
.•J,10--J,20 gr.
PB Ke.l
2,50-2,54 gr.
T..tal.'
'973
2185
4159
1411
352
1763
1088
85
II73
1054
33
1087
520
—
520.
407
17
424.
217
24
241
147
89
236
225
3
228
161
48
209
153
153
120
9
129
83
—
83
33
9
42
35
—
35
23
—
24
24
—
24
25
30
55
1 7599
2984
10585
1.
2.
3-
4-
5-
6.
7-
8.
9-
IO.
II.
12.
13.
14.
15-
16.
n-
18.
Siscia
Thessalonica
Ileraclea Thraciae .
Cyzicus
Ticinuni
Niconieciici
Roma
Costantinopoiis . . . .
Arelate
Treviri .
Aquileia
Antiochia
Sirmium
Lugdunuin
Londiniuni
Alexandria
Falsificazioni sincrone.
Incerta
Totale
Dalla tabella qui sopra la prima conseguenza, la quale
fu già segnalata da Monti e Laffranchi, è che nei ripostigli
ungheresi, i prodotti della zecca con la signatura T sono
dieci volte superiori a quelli di Lugdunum. In altro articolo
ho intenzione di dimostrare con nuovi argomenti e con altri
ripostigli ungheresi la questione già risolta, che la zecca T
doveva essere nell'alta Italia.
Relativamente all'epoca in cui questa cassa venne na-
scosta, il ierminus ante quem è dato dalla circostanza che vi
mancano del tutto le monete di Costante salito sul trono il
25 dicembre del 333. Questo fatto mette in rilievo la grande
importanza del tesoro, in quanto che ne possiamo ottenere
con assoluta certezza le serie dei piccoli bronzi anteriori al
25 dicembre 333.
Maurice cioè in mancanza di una base sicura fu costretto
a datare ipoteticamente le emissioni di parecchie zecche, le
ii6
quali erano attive attorno a quell'epoca. A questo riguardo
Voetter osserva (i) : " Ganz schleierhaft oder vielmehr un-
" bedingt unrichtig erscheint mir die Angabe, dass Antio-
" chia, Alexandria, Cyzicus, Nicomedia, Heraclea, Thessa-
'' Ionica, Siscia und Lugdunum von 326 bis 333 ausgesetst,
** d. h. nicht gepràgt hatten „. Il nostro ripostiglio confenna
nelFessenza la giustezza di questa supposizione, in quanto
che colloca nei tempi anteriori alla salita al trono di Costante
le emissioni assegnate dal Maurice ad epoche posteriori al
25 dicembre 333 (rispettivamente al 18 settembre 335), nelle
zecche di Antiochia, Cyzicus, Nicomedia, Heraclea e Thes-
salonica. Risulta inoltre dal nostro tesoro che la serie
— T^^~t>^ ~ ^^. — (assegnata anche dal Voetter al 333(2))
era in circolazione a Siscia già molto prima dtll'epoca di
Costante, e che la 2.* officina (3) fu inaugurata a Costantino-
polis già prima di Costante (Vedi i nn. 334-338, 383-387,
406-412, 437-440. 453-455' 273-277. 335)- Queste constatazioni
sono specialmente degne di attenzione, perchè i piccoli bronzi
ridotti pervennero nel nostro fondo dalle zecche geografica-
mente lontane soltanto in quantità esigua e ciò vuol dire
che la loro coniazione non poteva essere cominciata da lungo
tempo. Per questo motivo vi manca il conio di Alessandria
GLORIA EXERCITVS o qualche conio parallelo (Le iniziali di
questa città ricorrono soltanto in 24 pezzi (4)).
Non mi sembrano probabili e non trovo dimostrati gli
intervalli tra il 326 e il 330. Vedremo più giù che a Roma
è chiaramente visibile il passaggio da PROVIDENTIAE CAESS,
(DN CONSTANTINI MAX AVG - VOT XXX) e a GLORIA EXER-
CITVS. Perchè dunque supporre relativamente ad altre zecche
che tra gli stessi rovesci ci siano 4 anni di differenza?
Così per esempio a Heraclea, dove nel nostro elenco,
col rovescio PROVIDENTIAE CAESS il Crispo figura con una
( I ) Niiìu. Zeilsc/irifi, 1913, \'<-'^. 1 36.
(2) Voetter, Constantinits junior, Atlas {Beiìa^e sur Num. Zetischr.,
1909). Taf. 7.
(3) Cfr. Maurice, Numisniatiqiie Constatìtienne, tome li, pag. 528.
(4) Voetter. Stitn. Zeitschrift, 1913, pa<j;g. 140- 141, ha dimostrato
dettagliatamente la contenuta delle serie.
117
sola sigla di zecca (n. 374), mentre i suoi due fratelli ci sono
rappresentati con due serie complete (nn. 375376), le quali
dunque nella più gran parte sono state coniate dopo la di
lui morte. Ma i pezzi derivanti da quest'ultima epoca sono
distinguibili anche in altri casi. Ad ogni modo è chiaro, che
dopo le grandi esigenze della guerra, col coniare si dovette
procedere più misuramente (0 (Altro è il caso di Aquilea e
delle zecche cessate).
Osservo a proposito delle singole zecche :
Roma. — È di una serie finora sconosciuta il segno n. 31
— — — — i, che si unisce alla serie ---^ — ,— _— pubblicata
^RFTf RFP RFQ ^
dal Voetter (Constantinus jun.. tav. 11), nei riguardi del ro-
vescio PROVIDENTIAE CAESS. Quest'ultima serie esiste nel
rovescio sincrono DN CONSTANTINI MAX AVG- - VOT XXX
(n. 30), e continua anche nelle riduzioni. Togliamo natural-
mente dall'emissione 330-333 di Maurice il rovescio relativo
ai tricennali, e lo collochiamo tra il 326-330.
Maurice (2) tra gli anni 326-330 frappone una emissione
segnata colla mezzaluna, che però non mi riuscì di ritrovare
in nessun luogo e che non è conosciuta neppure dal Voetter.
Il tipo colla porta di campo e colla leggenda DN CONSTAN-
TINI MAX AVG" qui aggregato dal Maurice, è una fabbrica-
zione speciale di Ticinum e perciò il supposto RvjT potrebbe
essere piuttosto un PuT male coniato.
Treviri. — Il n. 74 a (v. tav., n. 3), completa una serie
a scudo riccamente ornato (Cfr. Voetter, Nttm. Zeitschrift,
1918 (pag. 51), Taf. 19, nn. 38, 39, 41).
(i) In Antiochia la serie -,. . ,.— . occ, in occasione della riduzione
SMANTA
viene sostituita da — — — ■— ecc. E una interessante e finora inedita
SMANA
marca di zecca quella di un esemplare della collezione dott. Scholtész
a Budapest: \^ — GLORIA EXERCITVS '-''"^ ^"^ insegne militari
^ — CONSTANTINVS MAX AVG (I^MlJd); ^^ _- (sic!).
Questa marca congiunge dunque i due gruppi sopramenzionati.
(2) Niim. Constantinienne- tome I, pagg. 248-249.
ii8
Ticinum. — Appartiene a questa zecca " diu vexata „
la nuova marca di zqccsl al n. 202 per l'esemplare colla testa
dell'imperatore munita di corona radiata (Coli. Trau, Off. P,
S, T) di cui Maurice (i) conosce il paio di Constantinus jun.;
ma esiste anche quella di Crispo e di Licinio :
a) CRISPVS NOB CAES (TRd)
9 — DOMINORVM NOSTRORVM CAESS nella ghirlanda:
-¥■ ■¥■
VOT V — (Trau) ; — (Gerin, Vienna).
ò) IMP LICINIVS AVG (TRd)
I^ — DN LICINI INVICI AVG nella ghirlanda: VOT XX
— (Voetter) ; — - (Schwechat (2;) ; — - (Voetler).
il o I II
Il n. 25 augura a Crispo altri dieci anni di felicità, an-
cora prima che fosse trascorso il primo periodo di dieci
anni : ne risulta che scrissero sulle monete il nuovo periodo
già in occasione delle feste preliminari. Se è vero che fu
proclamato imperatore il primo marzo 317, questi auguri
non si riferiscono che ai 6 mesi che ancora gli restarono
di vita. Qui introduciamo al penultimo posto una nuova serie
finora mancante. Dopo la serie di marche colla mezzaluna,
segue questa marca molto rara : la mezzaluna passa sopra
VOT e cede il posto alla lettera H (v. tav. n. 4 ; n. 220),
Anche Voetter ne possedeva due esemplari che essendo soli,
gli sembrarono piuttosto falsificazioni sincrone (3). Questi
completano quelli di Nagytétény :
u
aj al n. 220 : H (Voetter).
QT
(i) Op. cit. tome II, pag. 273, V, 3.
(2) Il catalogo manoscritto del tesoro di Schwechat, opera del Voet-
ter, si trova nel Gabinetto delle medaglie di Vienna.
(3) Num. ZeìtscJitft, Jahrg. XXIV (1892), pag. 54, invece di H erro-
neamente V; nel catalogo mss. del Gabinetto di Vienna è descritto
esattamente.
119
bj CONSTANTINVS IVN NOB CAES (BMLd).
9 — DOMINOR NOSTROR CAESS, nella ghirlanda : VOT XX
u
J-|_ (Voetter).
TT
Non è certo se esista l'esemplare parallelo di Crispo, e
se sia arrivato a questa marca.
Sisria. — Abbiamo da fare alcune osservazioni sulla
cronologia dei rovesci VICT(ORIAE) LAETAE PRINC PERP. In
essi due vittorie tengono uno scudo sopra un altare, una
delle vittorie incide sullo scudo gli auguri del popolo romano
vot(fl) "^{optili) r(omani), evidentemente in occasione dei voti
periodici (quinquennalia , decennalia). La loro importanza
consiste nel fatto che sull'elmo di Costantino appare qui per
la prima volta il monogramma di Cristo. Se ne occupò det-
tagliatamente Maurice (0 e Voetter raccolse in tabelle i loro
coni (2). Maurice osserva (3': " Il est très important de fixer
" exactement la chronologie de ces pièces. Les difTérents
" monétaires sont pour cela d'une utilité réelle. L'on con-
" state en effet que les séries qui ont du étre frappées de
" 320 à 324 ne sont pas les mémes que celles frappées de
" 317 à 320 „. La sua suddivisione è la seguente :
317-320 d. Cr. Rovescio con leggenda piij completa.
" Sur la face antérieure de l'autel, un point, un losange
" ou l'une des lettres S-l-S, on rien „.
a) ASIS -6SIS; b) ASIS. - €SIS.
320-324 d. Cr. a) Rovescio con leggenda più corta. Sul-
l'altare per lo più le lettere S-l — S, che secondo lui in-
dicano la zecca.
a) .ASIS. - •€$!$• ; b) ASIS^ - ESIS^
P) Rovescio a leggenda completa, '' Les pièces de Constantin
" le Grand, n. 636 et 639 de Cohen déjà décrites avec
" l'émission précédente ont du étre de nouveau frappées
(i) Op. cit. tome II, pagg. xl, cviii, 330. 338.
(2) Nnnt. ZeUschrift, 1920, Taf. 8, 9.
(3) Op. cit. tome II, pag. 330.
I20
" au cours de celle-ci avec les exergues de la i'' et de
" la 2' séries (= ASIS - eSIS ; .ASIS. - .eSIS.) „.
In base all'abbondante materiale del ripostiglio di Nagyté-
tény siamo in grado di confermare la supposizione del Mau-
rice, che cioè continuarono a battere questa specie di mo-
neta per Costantino il Grande anche posteriormente, ma
nello stesso tempo risulta comprovato che il tipo delle mo-
nete di conio posteriore è chiaramente distinguibile dagli
altri e forma delle serie a parte (cfr. tav., nn. 11-12, 13-15).
Questa constatazione modifica sensibilmente la cronologia
dei gruppi di sigle di zecca. Questo cambiamento non risulta
dalle tabelle nuove del Voetter (anch'egli comincia con quelle
prive di " différent „), perciò fissiamo la esatta cronologia,
completata di nuove indicazioni :
I. — VICTORIAE LAETAE PRINC PERP VOT PR (v. tav.,
nn. II, 13; nn. 225-234). La veste della vittoria è formata
da un velo che arriva alle caviglie (Raramente si incontra
il vestimento del gruppo III anche in figure maggiori).
I. ASIS. BSIS. rSIS. ASIS. €SIS.
Sull'altare ho costatato le varianti dal numero i al 18
compreso (I tipi degli altari sono riprodotti a pag. 132).
Queste numerose varianti formano nuove minori serie,
e dimostrano quante suddivisioni potrebbero effettuarsi me-
diante la segregazione delle serie secondo le diverse deco-
razioni dell'altare, come fa del resto il Voetter nelle sue
nuove tabelle {Num. Zeitschrifi., 1920, Taf. 8).
2. • «BSIS»
Sull'altare : i tipi 12 e 15, Coli. Gerin, Vienna (Maurice,
8 em., V 4, V 6).
Non so perchè M. abbia creduto che le monete per Co-
stantino siano state coniate con questa (IX em., II).
I I s s s
^' ASIS. BSIS» rSIS. ASIS. €SIS.
Le lettere sull'altare soltanto in questa combinazione.
121
II. - VICT • LAETAE PRINC • PERP, VOT PR (v. tav.
n. 14, nn. 235-242). Tipo, come quello precedente. Le iscri-
zioni del diritto sono dapprima come sopra, dopo si ab-
breviano.
^* ASIS. BSIS. rSIS. ASIS. €SIS»/ ^
Maurice non conosce questa rara sene. È importante
perchè indica l'immediato nesso col I gruppo.
I I s s s
2.
3-
ASIS* «BSIS* «rSIS* «ASIS* «CSiS*
I I S S S
ASIS^ BSIS^ rSIS^ ASIS+ €SIS^
111. — VICTORIAE LAETAE PRINC PERP, VOT PR (v. tav.
nn. 12, 15 ; nn. 243-247). Sono coniate su piastrelli minori
dei precedenti; i busti sono piìi piccoli, più tozzi; così pure
le Vittorie. Differente, salvo poche eccezioni, anche il loro
vestimento : sotto il mantello che arriva fino alle coscie si
scorge il drappeggio verticale della camicia. 11 gruppo III,
non è che la copia deformata, di stile trascurato del gruppo I
di cui riproduce (ad eccezione del n. 247) anche i dritti.
Mentre i primi due gruppi furono fatti per i due Licinio e
per i due figli maggiori di Costantino, il terzo fu coniato
esclusivamente per Costantino, colle seguenti marche :
I. ASIS BSIS rSIS ASIS €SIS
2. Asis^ Bsis^ rsis^ ASIS* esis^
Sull'altare troviamo la più grande parte delle decora-
zioni riprodotte dal numero i al 18 (le forme decorative i,
3, 4, 5, 12, 14, 15) nonché i tipi 19, 20 e 21.
Da quanto precede risulta :
a) per quanto mi consta, il monogramma ^ appare
soltanto nella primissima serie (I, i) (i), sul nastro che divide
(i) Maukice, 8 em. V. 4 (tome 11, pag. 336), la ricorda colla inarca
senza punto, ma l'esemplare a tav. X, n. 4 ha la seguente marca:
— (Vo.j ; manca nella coli. Winclisclijjralz, \Il\. VI, Aht., 2, pag. 144;
BSIS •
soltanto ricordata. Indicata esattamente da Voltteh, Niuh. Zeitschrift^
Bd. XXIV (1892), pag. 68, ma il jjunto non è visibile nella tavola 9 del-
Taiino 1920. Non conosco gli esemplari di l'.irigi e di Londra.
122
in due parti Telmo; ma nella raccolta del Voetter vi è un
pezzo VICI • LÀETAE, ecc., sul quale il nastro in parola porta
l'altro monogramma, o meglio la forma del primo travisata
e malintesa dall'operaio pagano: •^- (colla marca ),
• BSIS •
Queste iniziali (^ic = I e X) le troviamo sulle due faccie
del nastro intercalate da stelle. Invece delle stelle nei grup-
pi I e II figurano anche croci,
b) Tra le lettere poste sull'altare, T I proviene soltanto
dalle due prime officine, la S dalle tre ultime officine; non
come nei coni paralleli di Ticinum, dove le lettere C, R, P
si trovano in ogni officina. Crolla quindi la spiritosa combi-
nazione di Maurice che le lettere S e I risultino dalle ini-
ziali della voce SIS(c/<7).
e) In seguito allontanamento della serie priva della
'^ différent monétaire „ (e stellata), i coni dell'S. emissione se-
condo Maurice portanti il nome di Costantino (V, i, 2, 3. 4),
si suddividono tra i gruppi segnati da noi con I e HI.
d) Può sembrare strano che il gruppo III sia stato
fatto esclusivamente per Costantino. La causa di questa cir-
costanza può ricercarsi nel fatto che essendo i suoi due av-
versari impossibilitati in seguito alla guerra di Licinio, di
battere moneta, questo tipo venisse rinnovato appunto per
supplire ai loro conii.
A Siscia quei di Licinio vengono a mancare appunto
nel corso della serie stellata; il giovane Licinio raggiunge
nella serie i vota quinquennalia dei Cesari ma non vi figura
più quando scrivono nella corona di alloro i decennalia. In
quell'epoca si sospende l'emissione dei rovesci del padre suo
portanti VOT(«) XX. Le monete di Costantino colle due Vit-
torie dovevano sostituire appunto questi ma provvisoriamente,
perchè non vi troviamo più le altre serie della guerra.
Molto più difficile è fissare il termine ab quo; l'autore
della " Numismatique Constantinienne „ lo pone nel 317.
L'argomento decisivo a questo proposito è fornito dal cor-
rispondente aureus di Ticinum e di Roma (i) nel quale sullo
(i) CoHEN^ {Constantinus), n. 64T ; Maurice, t. I, pagg. 216, xviii ;
t. II, pagg. 261, IX.
123
scudo sostenuto dalle Vittorie sta scritto VOT X. La festa
per l'avverarsi fortunato di questi voti fu celebrata nel 315
e nel 316 (0 e non abbiamo nessun motivo per dubitare che
Vaureits non sia stato coniato allora. Venendo fatti in meno
esemplari che le monete spicciole e durando meno tempo la
loro preparazione, negli aurei non sono probabili spostamenti
maggiori dalla data indicata.
E un fatto che per Toccasione vennero coniati anche
piccoli bronzi (così X invece di PR), e precisamente a Trier
(Maurice, 6 em., II), i quali hanno qui il posto che loro
spetta. Ma nella collezione Goubastow^ di Pietroburgo esi-
steva anche un esemplare di Siscia (2) :
B" — IMP CONSTANTINVS AVG Son buste cuirassé à gau-
che avec un casque surmonté d'un cimier, tenant
une baste.
I> — VICTORIAE LAETAE PRINC PERP Deux Victories
debout posant un bouclier sur un cippe et écri-
vant VOT X, à l'exergue TSIS (PB).
Ma se i piccoli bronzi in parola, si riferissero anch'essi
a questo voto, perchè mai a partire dal 317 il VOT(«) X sa-
rebbe stato sostituito da VOT PR ? Il tipo analogo degli
aurens non prova affatto la contemporaneità, perchè è un
tipo più vecchio. Voetter ha dimostrato che le eguali billon-
monete di Treviri (con VOT PR) sono parallele alle billon-
monete di Licinio e Massimino Daza. Dunque il tipo stesso
è anteriore all'anno 313. Va preso inoltre in considerazione
che tra gli altri rovesci enumerati nell'emissione di Siscia
dal 317-320, non figurano in generale nel tesoro di Nagy-
tétény quelli SOLI INVlCTO GOMITI, lOVI CONSERVATORI,
CLARITAS REIPVBLICAE e quelli PRINCIPIA IVVENTVTIS vi
sono soltanto in due esemplari (le altre zecche sono rappre-
sentate ancora più modestamente); la VICTORIAE LAETAE
PRINC PERP invece vi figura già in bel numero, lutto ciò
ci induce a collocare le monete in questione dopo quelle
collocate tra il 317-320, e, fatta nostra una precedente sup-
(i) Maurice, Op. cit., t. I, pag. 217.
(2) Rivista, 1909 (XXII), pag. 167, n. 9.
124
posizione del Maurice (i) a cercare circa il 320 la data del-
Tapparizione nelle zecche del monogramma ^ (2),
Devo osservare su questo punto, che secondo Targo-
mentazione dettagliata di P. Franchi de' Cavalieri {Studi ro-
mani, voi. I, pagg. 161-188), il labaro deriva dall'anno 312;
secondo il medesimo, il passo contrastato di Eusebio deve
intendersi nel modo che Costantino portava il monogramma
in questione sull'elmo " anche nei tempi che seguirono la
spedizione di Roma „.
Dunque tra l'origine del labaro e tra il monogramma ^^
che vediamo sull'elmo cesareo (delle monete di Siscia) non
si deve cercare nessuna correlazione; ciò che corrisponde
anche alla nostra opinione) (3). Come sono comuni queste
monete in generale, tanto sono rarissime quelle col mono-
gramma menzionato. Gli esemplari finora conosciuti derivano
dalTofficina B; era forse l'ambizione di qualche incisore cri-
stiano quella di far raffigurare fedelmente le iniziali del Re-
dentore come le portava sull'elmo il suo imperatore.
La marca SIS del n. 249 ricorda la marca AR dei conii
simultanei di Arelate e si trova sulle piccole monete com-
memorative che sono quasi della medesima epoca. È invece
probabile che le marche n. 266, 269 e 273 con un punto siano
semplici sbagli di stampa della zecca. Non sarà certamente
priva di interesse la circostanza che delle migliaia di varianti
delle porte della fortezza di PROVIDENTIAE AVG& (CAESS),
si trovano nel nostro tesoro unicamente 8 varianti, e preci-
samente 3 in Crispo, negli altri vi sono tutte.
Sirmium. — Dalla serie dei fini conii di Sirmio va tolto
certamente quello di Maurice, 2 em., I, i (busto di Costanzo
a destra) che manca nel nostro tesoro e che Voetter e Win-
dischgraetz non ricordano.
Thessalonica. — Nella tavola presentiamo tre monete
rare della madre e della moglie di Costantino col titolo di
(i) Nuni Chronicle^ 1900, pagg. 331.
(2) Per l'interpretazione di VOT PR cfr. CohEiN^ [Conslaìitinus\
n. 717; VOTA ORBIS ET VRBIS SEN ET PR XX I XXX | AVG-
hidica l'adesione di tutto il mondo romano.
(3) P. Franchi de' Cavaliert. Il labaro descritto da Eusebio (Studi
romani, 1), pag. 163.
125
niobilissima) i(emtna) (v. tav. nn. 6, 7, io ; nn. 286-287) ^^^•
I nostri esemplari sono degni di venire riprodotti per la fi-
nezza del loro stile e per la insolita bellezza, e forse aiute-
ranno altri a risolvere la questione se siano stati coniali in
pili zecche? Aggiungo alcune mie osservazioni:
a) gli esemplari che finora ebbi occasione di vedere
si possono suddividere in tre categorie :
T. marca --- Elena: v. tav. n. 9 (Coli. Voetter, Vienna).
TSA
Fausta : v. tav. n. 5 (Vienna, n. 26927 a).
2. senza marca di zecca. 9 — La ghirlanda è composta
di foglie di alloro e di pino. & — Il busto
di Elena è piìi piccolo che sugli esemplari
segnati con TSA, ma come stile gli è simile:
Elena : v. tav. n. 8 (Vienna, n. 24700).
Fausta : Vienna, n. 26927 e, consunta.
3. senza marca di zecca. R) — La ghirlanda è fatta di
semplici foglie di alloro, come sulle meda-
glie con TSA, ma è facilmente distinguibile
dall'altra. Lo stile dei busti ricorda gli esem-
plari angusta delle zecche occidentali (per
es. di Sirmio) ; caratteristici a questo ri-
guardo il fine taglio del viso e il modo di
indicare il globo dell'occhio. E vero che il
drappeggiamento che osserviamo su di un
esemplare di Fausta (v. tav. n. 6) si trova
anche su di un esemplare colla marca di
zecca da noi riprodotta; è vero anche che
la chioma di Elena (v. tav. n. io) la quale
è fatta in una maniera completamente di-
fi) L'essere di Elena 11. f. loniiò recentemente oggetto di vivace
polemica. Maurice, cioè (t. II, pagg. 451-456) riaffacciò l'opinione che si
tratti della moglie di Crispo. P II. Wehb. invece, condivide l'opinione
di Cohen W H. Wkbb, Num. CJiromcle, 1908, pag. 82; J912, pag. 352;
'9^3> P^"- 377 J '9^5, P'^ri- 132. Spink (S: Son's, Xtun. Circitlcw^ voi. XXVII,
(1919), pagg. 183-J86. Mauuice, Num. Chrouicle^ 1914. P<T?:g- 314-329. Vedi
ancora Cohen, 2» ed., S. VII, pag. 333, nota i. VoetTkk, Mofiaishlatt,
1898, pag. 188 ; Num. Zeitschr., 1909, pag. 7. H. Goodacrk. Spink cV .Scìn's.
Num. Circular, XXVII ( 1919). pag. 1 11 115, 407-40B.
120
vergente da quella usata in Thessalonica
— su un pezzo del Gabinetto di Vienna
(n. 37104) viene raffigurata nella forma di
quest' ultima zecca — pure sembra che
questo gruppo non sia di origine tessalonica.
Mi pare verosimile che questo gruppo sia
quello ritenuto dal Percy A. Webb di pro-
venienza trevirese :
Elena : tav. n. io (ripostiglio di Nagytétény).
Fausta: ,, „ 6e 7 ., ., ).
b) per la datazione, possiamo prendere in considera-
zione che la corona e la stella sono inseparabili in questo
periodo dalle feste dei voti periodici degli imperatori. Lo
stesso rovescio si trova per esempio su una siliqua di Co-
stanzo Gallo che è anche senza leggenda.
e) Maurice li descrive come più piccoli e piij leggeri dei
piccoli bronzi contemporanei (i), unendoli alle piccole monete
commemorative coniate in occasione della seconda guerra
di Licinio. Un tale errore, insolito in Maurice, è spiegabile
appunto colla loro rarità; ma nella tabella di Dattari ag-
giunta al III volume appaiono riabilitati, appunto come
esempi di " PB ,,.
La moneta al n. 295 (v. tav. n. 21) facilita la soluzione
di un problema sorto di recente. O. Voetter, cioè, scoprì il
seguente piccolo bronzo :
9 - CAESARVM NOSTRORVM, nella ghirlanda: VOT V.
B' - IVL CONSTANTIVS NOB C <2) (BMd).
Di questo esistono nel nostro tesoro, quattro esemplari
(n. 294, V. tav. n. 20). Il rovescio eterna i quinquennalia di
Crispo e di Costantino il Giovane. A Voetter diede talmente
(i) t. I, pag. 90, 127; t. II, pag. 441.
(2) Voetter, Constaiiiinns junior, Taf. 6; Ntini. Zeilschr., 1909, pag. 7.
127
nell'occhio raccoppiamento di questo rovescio col diritto del
loro fratello minore, da indurlo a supporre nel diritto non
il giovane Cesare, ma un fratello trascurato di suo padre,
cioè, Giulio Costanzo. Egli espose più tardi quest'ipotesi in
un articolo (0 nel quale egli si riferisce anche ad uno scrit-
tore cristiano, il quale afferma che Costantino fece Cesare
anche il fratello Giulio Costanzo e proprio all'epoca della
caduta di Licinio.
I suoi argomenti per dimostrare che questa moneta non
può essere del giovane Costanzo II sono i seguenti: i. Manca
il nome F\(aviics). Nel nostro ripostiglio esiste un esemplare
— unico finora — che toglie questa mancanza (n. 295, v. tav.
n. 21). — 2. C*ostanzo II, appare nelle prime sue monete, in
tutte le zecche, raffigurato di solito con un piccolo busto che
guarda a sinistra. Nell'atlante di " Constantinus junior „ la
PROVIDENTIÀECAESSdiThessalonica è indicata così: (BMLs)
(v. tav. n. 6). Ma si tratta di uno sbaglio di stampa, perchè
in realtà il busto è grande ed è rivolto a destra (^) (v. ta-
vola n. 22). — 3. Dice inoltre che questo rovescio è troppo
antico per poter servire anche a Costanzo II ; segue da
Voetter una bella ed istruttiva tabella per dimostrare, tra
l'allontanamento dei Licini e l'apparizione del nuovo Cesare,
quante serie siano ancora state adoperate nelle zecche di
Siscia e di Aquileia. Ma è chiaro che le molte serie non in-
dichino periodi lunghi bensì che le zecche data la immensa
produzione di monete, voluta dai bisogni degli eserciti, cam-
biassero più di frequente le marche di controllo.
Questa moneta è dunque ibrida e indica che i V0T(<7) V
festeggiati nel 321-322 ricorrevano sulle monete anche sul
finire del 324. È data inoltre il termine ad qìieni dell'uso
della serie di marche che comincia con TSÀ VI. Il numero VI
non indica — come si è creduto — valore, perchè sugli
esemplari fratelli c'è la serie che segna con VII (TSA VII, ecc.),
e precisamente in antecedenza (sK La presenza di Costantino
il Grande a Thessalonica sarà stata la causa che questa
(i) Nuin. Zeitschtift, 19 16, pag. 19811'.
(2) Esattamente Maurice, op. cit. (t. II, pag. 461), II, 3; pi. XIV, n. 9.
(3) Pubblicata da Voetter, Constantinus junior. Tal'. 6.
128
jzecca abbia prevenuto le altre col conio delle monete del
nuovo principe ereditario. La naturale spiegazione di queste
monete ibride si è, che l'officina €, la quale aveva battuto
fino allora questo tipo col nome di Licinio II, caduto lui, ot-
tenne per breve tempo l'effigie del nuovo Cesare, fino a
tanto che il tipo PROVIDENTIAE CAESS non ebbe sostituiti i
modelli antichi.
I nn. 299-315 presentano la serie TSA, ecc., colle sue
differenti punteggiature. In questo riguardo è bene rappre-
sentata la VICTORIA AVG-G- NN (CAESS NN) specialmente tes-
salonica. Maurice le assegnò all'emissione 317-320, ma se
gettiamo un solo sguardo a CLARITAS REIPVBLICAE (op. cit.,
Tomo II, tav. XIII, n. 17), vediamo che il vicmo esemplare
colla Vittoria è molto più piccolo. Risulta chiaramente dal
tesoro di Nagytétény, che i coni in parola sono di eguale
esecuzione e provengono dalle stesse officine, come 1 tipi
VOT V MVLT X CAESS — VOT XX MVLT XXX e quelli rari
VIRT EXERC, ciò che illustriamo con un esempio sulla no-
stra tavola (v. tav. nn. 17, 18, 19) d). Questo parallelo di-
mostra, che la VICTORIA AVGG- NN non indica una vittoria
'Sul nemico, ma la Vittoria che accompagna sempre i de-
cennali (Confrontabile colle monete delle zecche occidentali
VICTORIAE LAfTAE PRINC PERP, VOT PR, qui però i voti
sono eternati con rovesci speciali).
Heraclea Thraciae. — Nella 7 emissione del Maurice la
lèttera situata nel campo sembra una lamda greca (A) (nn. 361,
364). Il rovescio a tre torri di Costantino II (n. 372, dopo
le guerre), finora era noto soltanto con Costanzo (n. 373);
sembra che Crispo non sia più arrivato ad ottenere un tanto.
Nicomedia. — Degno di menzione il n. 431, nel quale
vediamo sulla testa di Costantino II -un nastro-diadema liscio.
• Interessanti dati riguardanti il lato tecnico della conia-
zione ci fornisce un pezzo di Siscia (Maurice, 9 em., XIII, i),
la sigla del quale (ASIS^^^) venne battuta due volte sul rove-
(I) Seguì que.^ta suddivisione anche Voettek, Monai'sblatt d. mini.
Ges. in Wién, 1898^ pagg. I99 ff. ; Atlas^ Taf. io {Fausta und He/ene, ecc.).
R. I. N. lir- IV" trim. 1921.
.<^^
5 0
IS 19
ANDREA ALFÒLDI
Il Tesoro di Nagytétény.
129
scio: cioè prima sul posto solito e poi di rimpetto a questo
sopra la rosetta della ghirlanda tagliando la leggenda. Da
questo fatto risulta chiaramente, che la sigla di zecca non
veniva incisa nel conio, ma bensì applicata dall'impiegato di
controllo per mezzo di un apposito timbro.
Segue il catalogo del ripostiglio in base all'opera del
Maurice e citando da per tutto le sue identificazioni. In mar-
gine trascrissi la sua cronologia, eccezione fatta per i casi
trattati nel testo.
Accanto ad ogni marca di zecca indico il numero degli
esemplari tra parentesi se ignorato dal Maurice.
Se ne togliamo quelle già note in seguito alle pubbli-
cazioni del Voetter (che non potemmo indicare separatamente
per mancanza di spazio), otteniamo circa 200 marche o sco-
nosciute affatto o insufficientemente pubblicate, senza contare
le molte varianti di retti.
Mi servo per brevità delle sotto segnate abbreviazioni
di cui indico il significato :
d = a destra.
s = a sinistra.
T = testa.
R = corona radiata.
L = „ d'alloro.
D = diadema.
a = con lo sguardo rivolto all'alto.
BC = busto con corazza visto davanti.
BCd = „ „ „ „ di dietro.
BM = „ „ mantello di faccia.
BMd = „ „ „ visto di dosso.
M = manto imperiale.
EC = elmo crestato.
EL = „ laureato.
EU =-- „ crestato con umho.
I30
In mano all'imperatore :
Sp = impugnatura di spada con testa d'aquila.
Id = lancia a destra.
Is = „ sinistra.
Se = scettro.
Sca == „ con aquila.
V = vittoria sul globo.
G = globo.
S = scudo.
F = fulmine.
Spero che le mie comunicazioni indurranno altri a stu-
diare questo ricco materiale a tutto profìtto della scienza.
TIPI DEGLI ALTARI
(ved. i nn. 215-247).
O H »^ »^^ <7 «^ '9 -^ "» '-'
fl
,131
ROMA 3.3-317.
1. 1^ — SOLI INVICTO GOMITI
B'— jMP CONSTANTlfSVS P F AVCr (BMLd)
c_LS
RP '
R ! F
RS "
R*T '
RI F
X L (I)'
RQ
Maurice, 6 em. I, i.
ROMA 320-324.
2. R} — CAESARVM NOSTRORVM ; VOT V
B' — CRISPVS ISOB CAES (BMLdj
-L3;
RT -^' M., 8 em. I, 2.
3.^- CONSTANTINVS IVN NOB C (BMLd)
_i_ _,
RS ^' M., 8 em. I, 2 a
R6Q9CQ '
4.3'- LICINIVS IVN NOB C (BMLd)
RQ ^'^' M., 8 em. I, 3.
5. I^ — D N CONSTANTINI MAX AVG : VOT XX
^- CONSTANTINVS AVG (MLd)
-L(i)-
RP ^ '' M., rov., 8 em. IV.
6. B' — (come sopra) (TLd)
±27- -L q. J- ,. J-ao.
RP '' RS "^^ RT ' RQ '^' M., 8 em. IV. i.
RP ^^'
132
8.91 -
CONSTANTINVS IVN NOB C (BMLd)
D N LICINI AV&VSTI ; VOT XX
IMP LICINIVS AVG (TLd)
I
RS"'
M., 8 em. IV, 3.
M., 8 em. V.
R6QPCQ
(I);
9.9 -
ROMAE AETERNAE ; XV
CONSTANTINVS AVG (BMdLs ; Is : S)
P I R
M, 8 em. VI, i.
10.^ — (come sopra) (BC ; ECd)
P I R
2;
P I R ,. P I R
11.3^
14. ^^
RP ' RT? RQ ' M., 8em. VI. 2
CRISPVS NOB CAES (BMdLs: Is; S)
P i R
RT ^' M., 8 em. VI, 6.
CONSTANTINVS IVN NOB C (BMLd)
P I R
RS
I ;
M., 8 em. VI, 7.
(come sopra) (BMdLd)
P I R
RT
UCINIVS IVN NOB C (BMdLd)
I
M., rov., 8 em. VI.
M.. 8 em. VI. 8.
VIRTVS AVGG con ali di porta chiuse
CONSTANTINVS AVG (BC ; ELd)
P I R P I R P I R
RP ' RS ' RT ''
16. ^'— LICINIVS IVN NOB C (BMLd)
M., 8 em. IX a), i.
P I R
RP
M., 8 tm. IX rt), 6.
(come sopra) senza ali di porta
CONSTANTINVS IVN NOB C (BMLd)
P I R
RQ ''
M., 8 em. IX. 6.
133
i8.9 — CAESARVM NOSTRORVM; VOT X
^'— CRISPVS NOB CÀES (TLd)
RS ^* M., 8 em. XI, i.
RS '^^'
19. B" — (come sopra) (BMLd)
F
20. ^ - CONSTANTINVS IVN NOB C (TLd)
J_
RT
RT ^ ' M., 8 em. XI, 2.
RT ^ ' M., 8 em. XI, 6.
RT ^'>-'
21. ^ — (come sopra) (BCLd)
RÌ' "^ ' M., 8 em. XI, 7.
ROMA 324-326.
22.9/ — PROVIDENTIAE AVGG
ÌB'— CONSTANTINVS AVG (TLd)
RP ^' RS ^' RQ^""^' M., 9 em. I, i.
I
9; ^:;7=^ io;
RQP^' RPS
23. 9 — PROVIDENTIAE CAESS
^^ - FL IVL CRISPVS NOB CAES (BMLs)
RS "^ ' M., 9 em. II, i.
• • • •
RT ' RQ '
?T ' RQ
24. -B'— CONSTANTINVS IVN NOB C (BMLs)
RPT ' RQQ ^'
RT ^ ' M., 9 em. II, 2.
rt'
' xx;
RQT
RQT '
134
2S.i^— FL VAL CONSTANTIVS NOB C (BMLs)
26.3'— (come sopra) (BMdLd)
R9Q '
M., cf. 9 em. II, 3.
RQ ^^^' M., 9 em. II, 4.
27.1^ — SPES REIPVBLICAE
B' — FL MAX FAVSTA AVG (BM ; Td)
RQ P "" '
28. ^ - SECVRITAS REIPVBLICE
.B' — FL HELENA AVOVSTA [BM ; Td)
RQS
•1 ;
M., 9 cm. Ili, I.
M., 9 em. IV.
29. P - D N CONSTANTINI MAX AVG : VOT XXX
ÌB'— CONSTANTIiyVS AVG (TLd)
RP ^ ' RS ' ■•
M., 9 em. X.
ROMA 326-33°-
3o.^'-
CONSTANTINVS MAX AV& (BMDd)
RFp("= RFT^^''
M., Il em. Ili, 2.
31.9 -
PROVIDENTIAE CAESS
ir -
CONSTANTINVS IVN NOB C (BMLs)
^RFTf ^'^'
M., IO em. I, I.
ROMA 330-333-
32.9 -
Vittoria.
©- —
CONSTANTINOPOLIS (M ; ELs ;
Se)
RB€ ' M., II em. I.
135
33- 9^ — La Lupa coi Gemelli.
B' — VRBS ROMA (M ; ECs)
I 6-
RFQ ' M-, II em. II.
34.9 — GLORIA EXERCITVS con due insegne.
B'— CONSTANTINVS MAX AVG (BMDd)
I j.
RBP ' M., II em. IV, i.
' (4);
RFP
35. ^'— CONSTANTINVS IVN NOB C (BCLd)
I _.
RFS ' M., II em. IV, 2.
36.^— FL IVL CONSTANTIVS NOB C (BMLd)
J-i-
RBT ' M., cf. II em. IV, 3.
I
RFT
(6);
AQVILEIA 317-320.
37.9^ - SOLI INVICTO GOMITI
^ — IMP CONSTANTINVS P F AVO (BMLd)
_L X-
AQP * M., 5 em. I, i.
AQVILEIA 320-324.
38. 9 — CAESARVM NOSTRORVM : VOT V
B" — CRISPVS NOB CAES (TLd)
AQT ' M., 6 em. I, i.
39. ^ — (come sopra) (BCLd)
_J
•AQS» ^ ' M-» cf. 6 em. I, i a).
40. ^'— (come sopra) (BMLd)
— I-Q. -J— 2-
•AQS* -AQT* ' M, 6 em. I, 10).
4I.^'— (come sopra) (BMLs)
I ,.
•AQS» ' M • 6 ^"^- ^' ^
136
42. B' — LICINIVS IVN NOB CAES (BMLd)
I
ÀQT
i;
M., 6 em. I, 3.
43. ^^
44.^
CONSTANTINVS IVN NOB C (BMLd)
AQT«
3;
(come sopra) (BCLd)
AQT
i;
M., 6 em. I, 4.
M., 6 em. I, 4.
•AQT»
45. ^ — (come sopra) (BMLs)
AQT*
4;
3;
46.9
DOMINI • N • LICINI AVG : VOT XX
IMP LICINIVS AVG- (TLd)
2:
AQS '
M., 6 em. I, 5^
M.. 6 em. II.
AQS«
3:
47.^
D N CONSTANTINI MAX AVG : VOT XX
CONSTANTINVS AVG (TLd)
AQP
I
4;
M., 6 em. III.
25;
48.9
49-^
50. 3^
51.^
•AQP*
VIRTVS EXERCIT : VOT XX
(come sopra) (BC ; ECd)
SI F
AQP
8;
IMP LICINIVS AVG (BC : ECdl
S 1 F
a1qs^'
(come sopra) (TLd)
SIF
AQS
6;
M., 6 em. IV, i.
M, 6 em. IV, 3.
M., 6 em. IV. 4.
CRISPVS NOB CAES (BCdLs : Is ; S)
^ I
AQT ^ ' M., 6 em. IV, 6.
137
52.^— LICINIVS IVN NOB CAES (BCLs : V: Sp)
AQS ' M., rovescio, 6 em. IV.
53. RI - VIRTVS EXERCIT ; VOT X
^ — CRISPVS NOB CAES (BCdLs : Is : S)
SJF^.
AQT ' M., 6 em. V, 6.
54. -B" — (come sopra) (BCLd)
SlF _.
AQT "^" M., 6 em. V, 7.
AQVILEIA 324.
55. ^ — CAESARVM NOSTRORVM ; VOT X
'^ — (come sopra) (TLd)
AQS ' M., 6 em. Vili, l.
56. ^ — (come sopra) (BCLd)
AQS ' Voetter, Const. j. T. io.
57. ^'— (come sopra) (BMLd)
J— 12-
•AQS* ' M., 6 em. Vili, 2.
M f
- - II :
AQS
58.^— CONSTANTINVS IVN NOB C (TLd)
AQT ' M., 6 em. Vili, 5.
59. ^ — (come sopra) (BCLd)
AQT ^ ' M., 6 em. Vili, 6.
60. ^ — (come sopra) (BMLd)
I
•AQT* ^' M., 6 em. Vili. 6.
i
61. fJ^' — (come sopra) (BMLs)
AQT '3-
AQT» ^''' ' M-, 6 em. Vili, 7.
138
62. 9 — D N CONSTANTINI MAX AVG ; VOT XX
B" — CONSTANTINVS AVO (TLd)
AQP ' M., 6 em. IX.
TREVIRI 317-320.
63.91 — SOLI INVICTO GOMITI
^'— IMP CONSTANTINVS AVO (BCLd)
B T R ^ ^ ' M., 5 em. I, 2.
64. 9 — lOVI CONSERVATORI AVG
^— IMP LICINIVS AVG (BMLs : Se: F)
_J
STR ' ' M., 5 em. III.
TREVIRI 320-324.
65.9/ — VICTORIAE LAETAE PRINC PERP : VOT P R
ÌB"— IMP CONSTANTINVS MAX AVG (BC : ELd)
STR
_*_
•STR
3;
I :
ST R ' M., 6 em. I, 4.
66. 9/ — BEATA TRANQVILLITAS : VOTIS XX
^— CONSTANTINVS AVG (MLd ; Sca)
PTR»
I
I
STR ' M., 6 em. V, i.
I :
•PTR*
67. ìB" — (come sopra) (MLs ; Sca)
I:
• STR» ' M., 6 em. V, 2.
68. ^ — (come sopra) (BM ; ECs : Id)
•PTRVJ ^'
i39
69. 3^ — (come sopra) (BC ; ECd)
i;
PTR ' M., 6 em. V, 5.
I ; «^^ 2 ;
PTR» STR
I „ I
•PTR» ^' •STR* ^'
^o.^- CONSTANTINVS IVN NOB C (BCLs : V; Sp)
•STR*
ViwB'— (come sopra) (BMLs ; V: Sp)
PTR
72. ^ — (come sopra) (MLd : Sca)
•PTR^ ' M., 6 em. V, 34.
73.^'— IVL CRISPVS NOB CAES (BCdLs : S: Is)
STR ' M-. 6 em. V, 23.
74. ÌB' — (come sopra) (BCLs : Id ; S)
STR» ' M., 6 em. V, 24.
I _. I _.
•PTR» ' •STR» '
74^).^' — (come sopra) Sullo scudo Tlmp. coi suoi due figli.
•PTR» '^^ '
75.3^— D N CRISPVS NOB CAES (BCLd ; Id ; S)
(I)
PTR» M., 6 em. V, 29.
76. ^ - VIRTVS EXERCIT
^— CONSTANTINVS AVG (BC ; ECd)
JJ-?2-
• PTR ' M., 6 em. VII, i.
*^(i);
•PTR
77- ^^ — CRISPVS NOB CAES (BC : ECd)
STR M., 6 em. VII, 5.
140
78. ^ — CONSTANTINVS IVN N C (BMRs)
TI F
STR ^' M., 6 em. VII, 9.
79. 91 — VIRTVS EXERCIT ; VOT XX
^ - LICINIVS P AVG (BC ; ECd)
STR ^ ' M., 6 em. Vili, 5.
80. B' — IVL CRISPVS NOB CAES (BCdLs ; Is : S)
(0;
•PTR '' M., 6 em. Vili, 11.
81. & — CONSTANTINVS IVN N C (BMRs)
•PTR ^ ' M., 6 em. Vili, 13.
82. 1$ — CAESARVM NOSTRORVM : VOT X
^— IVL CRISPVS NOB C (TLd)
PTR ' STR ^' M., 6 em. X. 3.
I 8. .^„:
PTRV^ STR^
83. ^'— CONSTANTINVS IVN NOB C (TLd)
-Li- ^3.
PTR ' STR "*' M., 6 em. X, 6.
I „ I
3; 7r:;r;^^. ^7
PTR^ ^ STRv^
84. 9 — SARMATIA DEVICTA
3^— CONSTANTINVS AVG (TLd)
PTR STR ' :^ TR ' M., 6 em. XIII, i.
-^io;-i-6;
PTRW ' STR^ '
TREVIRI 324-326.
85.9 — PROVIDENTIAE AVGO
B* — (come sopra)
I
PTR ^' M.. 7 em. 1, i.
PTRO STRO ^ '
141
86. 9 — PROVIDENTIAE CAESS
^'— FL IVL CRISPVS NOB GAES (BMLd)
STR ' M., 7 em. II, i.
87. B' — (come sopra) (BMdLd)
PTR M., rovescio, 7 em. II,
88.^'— (coniti sopra) (BMLs)
' i: -W.
PTRO " STRO ' M., 7 em. II, 2.
89.^'— CONSTANTINVS IVN NOB C (BMLd)
STR ' . M., 7 em. II, 4.
90. ^ — (come sopra) (BMdLd)
-L(i)-
STR ' M., rovescio, 7 em. II.
91.^ — (come sopra) (BMLs)
— 1— 2- ^— (I).
PTRO ' STRO ^ ^' M., 7 em. II, 5.
92. ^'— FL IVL CONSTANTIVS NOB C (BMLs)
PTRO M., 7 em. II, 6.
93.1^ — SPES REIPVBLICAE
B - FLAV MAX FAVSTA AVG (BMTd)
— i— I-
•PTRO ' M., 7 em. IV.
94. I^ — SALVS REIPVBLICAE
B" — (come sopra)
STR ^ ' M , 7 em. V.
STRO '
95- ^ — SECVRITAS REIPVBLICE
^ — FL HELENA AVGVSTA (BMDd)
1 ..
STRO ' M., 7 em. VI.
,142
TREVIRI 326-330.
96. ^ — PROVIDENTIAE AVG&
ÌB"— CONSTANTINVS AVG (TLd)
' 4; J^.x-
M., 8 em. I.
3;
•PTRE"^' «STRE '
97. B* — (come sopra) (TDd)
•PTRE ' ' ^^'. rovescio, 8 em. I.
98. 9 — PROVIDENTIAE CAESS
iB'~ CONSTANTINVS IVN NOB C (BMLs)
STRE ' M., 8 em. II, i.
99.,©'- FL IVL CONSTANTIVS NOB C (BMLs)
PTRE ' STRE '^' M., 8 em. II, 2.
I ,.
•PTRE '
100. 9 — SECVRITAS REIPVBLICE
B' - FL HELENA AVGVSTA (BMDd)
PTRE '
M.. 8 em. Ili
TREVIRI 330-333.
IDI. 9 -
- Vittoria.
B" -
- CONSTANTINOPOLIS (M ; ELs ;
SO
TRP* ^' TRS* '^'
^M., 9 em. I
,'.„3;
TR'P
102. 9 — La Lupa coi Gemelli.
B' - VRBS ROMA (M ; ECs)
1 .. I _.
TRP- ' TRS* ' ^^^ 9 em. II.
I .. — L -.
TR«P ' TR'S^'
143
I03- ^ — GLORIA EXERCITVS con due insegne.
^' — CONSTANTINVS MAX AVG (BMLd) e (BMDd)
TRS» ' ìM., 9 em. Ili, i.
1 1
TR^P " TR.S ^'
104. ^^ —
CONSTANTINVS IVN NOB C (BCLd)
1 1
' i; '2;
TRP* TRS* M., 9 em. Ili, 2.
TR*P ^' TR.S '
105. ^^ -
FL IVL CONSTANTIVS NOB C (BCLd)
1
1 I .
TRS* ' M., cf. 9 em. III, 3.
'2; 1 3;
TR*P TR«S ^'
LONDINIVM 3i7?-324.
106. ^ — VICTORIAE LAETAE PRINC PERP ; VOT P R
^ — CONSTANTINVS AVO (ELd)
PLN ' M., 5 em. IV, i.
107.^ — IMP CONSTANTINVS AVG (BM ; EUs; Id : Sp)
PLN M., 5 em. IV, 6.
108. B" - IMP CONSTANTINVS MAX AVG (BC ; ELd)
4;
PLN ^' M., 5 em. IV, 9.
LONDINIVM 320-324.
109. I^ — VIRTVS EXERCIT : VOT XX
ÌB' — CONSTANTINVS AG (sic!)
PLN ^ ' M., 6 em. II, 2.
HO. B' — CONSTANTINVS IVN NOB C (BMRs)
PLN M., rovescio, 6 em. II.
144
III. ^
BEATA TRANQVILLITAS: VOTIS XX
CONSTANTINVS AVO (MLs ; Sca)
PLON
(I);
M., 6 em. IV, 2.
112. /B' — CRISPVS NOBIL C (BC ; ECs)
113. ^^ -
114. ^
115.^^
PLON ' M.. 6 em. IV, 13.
CONSTANTINVS IVN N C (BMRs)
PLON ^'
M., 6 em. IV, 16.
BEAT TRANQLITAS: VOTIS XX
CONSTANTINVS AVG (BCLd: Sca)
I
i;
PLON ~ ' M., 6 em. V, 4.
CRISPVS NOBIL C (BCdLs: Is; S)
(»
PLON
PLON '^'
M., 6 e in. V, 16.
ii6..B^
117. ^^
118. ^^
(come sopra) (BCd : ECs : Is : S)
I ..
M., 6 em. V, 17.
PLON
2;
[come sopra) (BC : ECs)
I
PLON
I ;
M., 6 em. V, 21
CONSTANTINVS IVN N C (BC : ECd)
I ..
PLON '
119.^ — (come sopra) (BC : ECs)
1 _.
120.^
121. 9
PLON ""
(come sopra) (BCRs)
PLON^^'
M., 6 em. V, 22.
M., 6 em. V, 23.
M., cf. 6 em. V, 34.
BEAT TRANQILTAS (sic) VOTIS XX
(come sopra) (BMRs)
PLON
(0;
M., cf. 6 em. V, 24.
145
122. 9' — CAESARVM NOSTRORVM : VOI X
ÌB' - IVL CRISPVS NOB C (ILcì)
PLON^ ' M., 6 em. X, i.
LONDINIVM 324-326.
123. ^ — PROVIDENTIAE CAESS
^^ — FL IVL CRISPVS NOB CAES (BMLd)
PLON ' ' M., 7 e.n. II, i.
124. ^^ — CONSTANTINVS IVN NOB C (BMdLd)
I ;
PLON M., 7 em. II, 2.
125. 9 — SALVS REIPVBLICAE
^ — FLAV MAX FAVSTA AG- (sic !)
PLON M., 7 em. III, 2.
LVGDVNVM 317-320.
126. 9 — VICTORIAE LAET PRINC PERP : VOT P R
^ — CONSTANTINVS AVO (BC ; EUd)
I
M., 5 em. I, I.
127. ^^ — CONSTANTINVS P AVO (BC : EUd)
M., 5 em., I, 3.
128. B' — D N CRISPO NOB CAES (BCLd)
i;
Pi^&.L ' M., 5 em. I, 9.
129. B^ — D N CONSTANTINO IVN NOB C (BMLd)
PÌ^Cl^'^' M, cf. 5 em. I, 11.
130. B* — (come sopra) (BMdLd)
Pw^&.L ' M., 5 em. I, 11.
LVGDVNVM 320-324.
131- y' — BEATA TRANQVILLITAS : VOTIS XX
^ — CONSTANTINVS AVO (TLd)
-Li- ^"i.
PLG ' PLG ' M 6 (in I, i.
lo
146
132. B' — (come sopra) (BCLd)
PLG ^' M., 6 em. I, 2.
133-^ - CRISPVS NOB CAES (TLd)
CJ_R..
PLG M,. 6 em. I, 12.
134- ^ — (come sopra) (BCLd)
CI R^.
PLG ' M., 6 em. I, 13.
135. ^ — (come sopra) (BC : ECd : Is : S)
C I R j.
PLG ' ^^, ^^' 6 em. I, 16.
136.^ - CONSTANTINVS IVN NOB C (BMdLd)
C I R j.
PLG ' M , 6 em. 1, 27.
137. ^^ — CONSTANTINVS IVN N C (BMdLd)
C_LR ^.
PLG M., 6 em. I. 32
138. ^^ — D N CONSTANTINO IVN N C (TLd)
PLG ' M., 6 em. I, 42.
139- ^ — VIRTVS EXERCIT: VOT XX
^ — CONSTANTINVS AVG (TLd)
C I R j.
PLG ' M., 6 em. III. i.
140. ^ — (come sopra) (BC : KCd)
PLG ' M., 6 em. Ili, 3.
141. 3^ — D N CRISPO NOB CAES (BC ; ECd)
PLG' M., 6 em. IH, 8.
142- 91 — SARMATIA DEVICTA
^ — CONSTANTINVS AVO (TLd)
PLG»^ ^' M., 6 em. VI.
143- 9 — CAESARVM NOSTRORVM : VOT X
^ — CONSTANTINVS IVN NOB C (TLd)
I ,.
PLGC ' M-, 6 em. VII, 3.
147
144- ^^ — (cume sopì a) (BMLs)
• I •
(3)
PLGC ' PLGC ' M.. 6 em. VII, 4.
LVGDVNVM 324—?
145. 1^ — PROVIDENTIAE AVGG-
^ — COINSTANTlfSVS AVG (TLd)
_L_ 2-
PLG m., 7 em. I, i.
LVGDVNVM 330-333.
146. 9 — Vittoria.
^ — CONSTANTINOPOLIS (M : ELs ; Se)
-^ .;
PLG M, 8 em. I.
147. R) — La Lupa coi Gemelli.
^ — VRBS ROMA (M : ECs)
PLG M., 8 em. II.
148. 1$ — GLORIA EXERCITVS con due insegne.
^ — CONSTANTINVS MAX AVG (BMl)d)
PLG ' M., 8 em. Ili, i.
149. ^ — CONSTANTIINVS IVN NOB C (BCLd)
I ,.
PLG ^ ' M., 8 em. Ili, 3.
ARELATE 317-320.
150. ^ — SOLI mVICTO GOMITI
3^ — IMP CONSTANTINVS P F AVG (BMLd)
ClS j.
PARL ' M., 3 em. L i.
151. I^ — lOVI COVSERVATORI AVG
^ — IMP LICINIVS AVG (BCLd)
TARL ^ ' M., 3 em. VII.
152. 9 — VICTORIAE LAETAE PRINC PERP ; VOT P R
^ - IMP CONSTANTINVS AVG (BC ; ECd)
-J-2. -i-I. I ,.
PARL ' SARL ' TARL ^' M., 3 em. X. i.
148
(come sopra) (BM : EUs : Id : Sp)
SARL ^' TARL ^
M., 3 em. X, 2.
154"^ — II^P CONSTANTINVS MAX AVG (BC ; ECd)
SARL ' TARL '
M., rovescio, 3 em. X.
ARELATE 320-324.
155. I^ — CAESARVM NOSTRORVM : VOT V
ÌB' — CRISPVS NOB CAES (TLd)
Ta^'
fA^
M., 4 em. V, I.
T^A
T^A^'
156. ^ — CONSTANTINVS IVN NOB C (TLd)
QA ' M., 4 em. V, 2.
T^' AR^
QWA
5 >
Q«^A
157-^ — LICINIVS NOB CAES (TLd)
AR
I ;
qa3'
M., 4 em. V, 3.
Q^A '
158. 1$ — D N CONSTANTINI MAX AVG : VOT XX
^ — CONSTANTINVS AVO (TLd)
àr'' pa^'
M., 4 em. VI.
P^A
6;
P^A
P*AR^'
(3»;
S*AR^'
i
ARLP
(I);
ARLS
(3)
149
159- 9 — D N LICINI AVGVSTI ; VOT XX
^ — IMP LICINIVS AVG (TLd)
SA '^ ' M., 4 em. VII.
S^A
7;
6;
S\^A
i6o. 9 CAESARVM NOSTRORVM : VOT X
^ — CRISPVS NOB CAES (TLd)
I -.
(I);
? ' T^A
ARLT '
fSÀR^-^^'Q^AR^'^'
M., 4 em. XI, i.
i6i. ^^ - FL IVL CRISPVS NOB CAES (BMLd)
'nMR^'^^' M., 4 em. XI, 4.
162. B' — CONSTANTINVS IVN NOB C (TLd)
Q^*/A
I
5;
Q*AR
M., 4 em. XI, 6.
163. ^^ — (come sopra) (BMLd)
— L_6-
Q*AR '
M., 4 em. XI, 7.
164. 9/ — CAESARVI hNOSTRORVM (sic): VOT X
^ — CONSTANTINVS IVN NOB C (BMLd)
f^^'^' M.. cf. 4em. XI, 7.
ARELATE 324-326.
165. e* - PROVIDENTIAE AVGG
^' - CONSTANTINVS AVG (TLd)
' 4; -'-6;
PA^RL^ SAWRL M, 5 em. I, I.
•SA^RL
P^AR ' S*AR
I50
i66. ^ - PROVIDENTIÀE CÀESS
B' — CRISPVS NOB CAES (BCLd)
T^I^AR ' M, 5 em. 11,2.
167. B' — (come sopra) (BMLs)
' (o;
TA^RL
M , rovescio, 5 em. II.
68.^ - FL IVL CRISPVS NOB CAES (BMLd)
l_
S*AR^' M. 5 cni. II, 4.
169.3^ — CONSTANTINVS IVN NOB C (TLci)
-I— I-
T^I^AR ' M.,5em.II,6.
170.^ — (come sopra) (BMLs)
QAV^RL^^'
M.. 5 em. II, 7.
171. ^' — FL CONSTANTIVS NOB C (BMdLd)
I
(I);
Q*AR
M.. rovescio, 5 em. II.
172. ÌB" — fi IVL CONSTANTIVS NOB C (BMLs)
QAWRL^^^'
M., 5 em. II, 9.
173- ^ — VIRTVS AVGG- con ali di porta.
^ — CONSTANTINVS AVG (TLd)
I 3- I 3.
PAWRL"^' SA^RL"^' M.. 5 em. Ili, i.
174. 9 — (come sopra) senza ali di porta.
/B" — (come sopra)
SVJAR ' M., cf. 5 em. Ili, i.
175. 9 — VIRTVS CAESS senza ali di porta.
/B — CRISPVS NOB CAES (BMLs)
1 ^.
TAWRL '
\r., cf. 5 em. IV, 3.
I5T
176. 9 — (come sopra) con ali di porta.
:& — CONSTANTINVS IVN NOB C (BMLs)
(2);
QAWRL
M., 5 em. IV, 6.
177- '^ — FL IVL CONSTANTIVS NOB C (BMLs)
3;
QA^RL
. \ (X).
M., 5 em., IV, 7.
178. 9 — SPES REIPVBLICAE
B" — FLAV MAX • FAVSTA AVG (BMTd)
M., 5 em. VI,
179. 9 — SECVRITAS REIPVBLICE
^^ - FL AELENA (sic) AVGVSTA (BMDd)
— J— I.
TA'w'RL ' M., cf.5em.VII.
T*AR '
ARELATE 326-330.
180. 9 — PROVIDENTIAE AVGG
B" — CONSTANTINVS AVG (TLd)
PARL ' M , 6 em. I, i.
SIP S I F
I ; ~ — 2 :
ARLP ' ARLS
181. ^ — (come sopra) (TDd)
ARLS^ ^' M., 6 em. I, 2.
SIP ^. SIP ^ .
PCONST ' SCONST '
182. R) - PROVIDENTIAE CAESS
.B' — CONSTANTINVS IVN NOB C (BCLs)
TIF ^.
PCONST ' M., 6 em. Il, i.
183. ^^ — (come sopra) (BMLs)
SiFi: -S_LF,
ARLP ' ARLT ' M.. 6 em. II, i.
152
184. B'
185. I^
FL IVL CONSTANTIVS NOB C (BMLs)
arlq"^'
M., 6 em. II, 2.
VIRTVS AVG& con ali di porta.
CONSTANTINVS AVG (TDd)
i;
ARLS '
SI F
PCONST ' SCONST
SI F
ARLP
SI F
M., 6 em. Ili, i.
I ;
186.^ — (come sopra) (TLdj
Si F
ARLP
:.i;
M., rovescio, 6 em. IIL
187. I^
B'
188. 5^'
[come sopra) senza ali di porta,
[come sopra) (RMDd)
PCONST^
M., et. 6 em. Ili (2).
— VIRTVS CAESS con ali di porta.
— CONSTANTINVS IVN NOB C (BMLs)
S I F .
M.. 6 em. IV.
ARLT
SI F
TCONST
- I ;
189. B —
FL IVL CONSTANTIVS NOB C (BMLs)
S ; F
ARLQ '
M., 6 em. IV, 2.
S ' F
QCONST
I ;
190. P — SECVRITAS REIPVBLICE (sic)
^^ - FL HELENA AVG-VSTA (l^MOd)
ARLT
M.. 6 em. V.
ARELATE 330-333-
191. 9( — GLORIA EXERCITVS con due insegne.
i& - CONSTANTINVS MAX AVG iBMDd)
PCONST
I :
M., 7 em. I, I
153
192. B' — CONSTANTINVS IVN NOB C (BCLd)
— *— I-
SCONST ' M., 7 em. I, 3.
193. 9 — Vittoria.
^ — CONSTANTINOPOLIS (M : ELs : Se)
* I
PCONST
1;
TICINVIVI 3i7?-324.
194. 9 ~ VICTORIAE LAETAE PRINC PERP : VOT P R
^ — IMP CONSTANTINVS MAX AVG (BC ; ELd)
PT ' ST ' M., 5 em. V, 2.
P
tt''
PT ST ' TT
Si;
TT '
195. ^ - FL IVL CRISPVS NOB C (BMRd)
PT ' ST ' M., 5 em. V, 3.
196. ^ — CONSTANTINVS IVN NOB C (BMdRd)
Tt""' M., cf. 5 em. V, 4.
TICINVM 320-324.
197. R) — VIRTVS EXERCIT ; VOT XX
ly — CONSTANTINVS AVG (BC : ECd)
PT ST"^*^ TT^' M., 6 em. II, I.
P9|tT''
J-3;
I
I
T»T
198. Jy — IMP LICINIVS AVG (BC : ECd)
TT ' ' M., 6 em. II, 3.
154
199./^ — CRISPVS NOB CAES (BCdLs: Is : S
PT^
TT
T»T
M., 6 em. II, 4.
(2);
200. /B' — CONSTANTINVS IVN NOB C (BCLs ; V; Sp)
M., 6 em. II. 7.
PT
ST
TT
201. 9
— D N CONSTANTINI MAX AVG : VOT XX
— CONSTANTINVS AVO (TLd)
30;
I :
34-
_1
PT "" ST
PT
pt'^^ sf^^
^(2); 3^(3);
r"
TT
TT
TT -^
49
M., 6 em. Ili, i.
^(58);
202.^ — (come sopra) (TRd)
TT
203. ^ — (come sopra) (BCLd)
(I);
M., 6 em. Ili, 2.
TT '
204. 9
205. 9
M., rovescio, 6 em. III.
D N LICINI INVICT AVG : VOT XX
IMP LICINIVS AVO (TLd)
TT
M., 6 em. IV.
DOMINORVM NOSTRORVM CAESS : VOT V
CRISPVS NOB CAES (BCLd)
_L
PT
J_
TT
2:
M., 6 em. V, i.
206. ^^ - CONSTANTINVS IVN NOB CAES (BMLd)
_1
ST
TT
M., 6 em. V, 2.
207. I^
DOMINOR • NOSTROR • CAESS; VOT V
CRISPVS NOB CAES (BCLd)
ér^^'-^ fr^^^^
M.
155
208. ^ - DOMINOR • NOSTROR • CAESS ; VOT X
^ — (come sopra) (TLd)
PT^'^' M., rovescio, 6 em. VI.
209. r^ — (come sopra) (BCLd)
V^(»);
M., 6 em. VI, i.
PT^' ST^^ TT^^
.^T*^''
210. ^'
— (come sopra) (BMLd)
Jf(..,
M., rovescio, 6 em. VI.
211.^'
- (come sopra) (BMdLd)
p^(3);
S<^''
M , rovescio, 6 em. VI.
212.^ — (come sopra) (BCdLs ; Is; S)
I
ST M., rovescio, 6 em. VI,
p^(x);
213. 3" - CONSTANTINVS IVN NOB C (BMLd)
ST^' TT'^' M.. em. VI, 2.
:j^(3);
PT^^' ST ' TT^' QT
214. r^ — (come sopra) (BMLs)
TT ' ' M., 6 em. VI, 3.
S^^'^^
TICINVM 324-326.
215. ^ - DOMINOR • NOSTROR • CAESS : VOT XX
^' - CRISPVS NOB CAES (BCLd)
PT^'^' Vo. C. j. T. 14.
156
2l6. I^
217. ^^
PROVIDENTIAE CAESS
CONSTANTINVS IVN NOB C (TLd)
ST ' M., 7 em. II, 2,
FL IVL CONSTÀNTIVS NOB C (BMLs)
sV^^^^
M., 7 em. II, 3.
QT
(2);
(0;
218. i^
219. 9
220. 9
PfT ' SfT' ^' QfT
SPES REIPVBLICAE
FLAV MAX FAVSTA AVO (BMTd)
SECVRITAS REIPVBLICE
FL HELENA AVGVSTA (BMDd)
I .. !.. I .. I
(I);
M., 7 em. III. I.
PWT
S^T
TWT
2;
QV^T
M.
em. IV.
221. 9
D N CONSTANTINI MAX AVO; VOT XXX
CONSTANTINVS AVG (TLd)
PT ^ ' ST ' TT "^ ' QT ^ ' M. 7 em. IV.
_H_(i); JlCO;
ST TT
D N CONSTANTINI MAX AVG porta della fortezza.
CONSTANTINVS AVG (TLd)
-J-i. _L_i- -^4- -i--^-
PV^T ' S'^T ' TV^^T^' Q^T
M., 7 em. VII.
2;
I ;
22^. ^^
SfT ' TfT*' QfT '
CONSTANTINVS IVN NOB C (BMLd)
PKjj ^ ^ ' M., rovescio, 7 em. VII.
SISCIA 3^3-314- \
223. ^
- lOVI CONSERVATORI
^
- IMP LIC LICINIVS PF AVG (TLd)
SIS '
M., 6 em. I, 4.
157
SISCIA 317-320.
224. 1^ - PRINCIPIA IVVENTVTIS
^ - CRISPVS NOB CAESAR (BMLd)
rsis^' €sis^'
M., 8 eni. IV, 2.
SISCIA 320 7-324.
225. ^ - VICTORIAE LAETAE PRINC PERP : VOT P R
i& - IMP CONSTANTINVS AV(y (BC; EUs: Id : S)
altare 15 alt. 15, 22, 14
ASIS* ' ' BSIS* M., 8 em. V, 2.
226. ^' - (come sopra) (BM: EUs: Id; [Se]: Sp)
alt. 5 alt. I alt. 15
BSIS* ' ' ASIS*^' €SIS^ ^ '
M., cf. 8 oni. V, 3.
227. ^' - IMP CONSTANTINVS P F AVG- (BC; ELd)
alt. 22 a. 1. 23 alt. i
ASIS* ^ ' ASIS- ^ ' €SIS* ^ '
M., cf. 8 em. V, 4.
228. ^' - CRISPVS NOB CAESAR (BMLd)
alt. 4
€SIS'^'
M., 8 em. V, 5.
229. ^^ - IVL CRISPVS NOB CAES (BMLd)
alt. 4 ,
ASIS» M., rovescio, 8 em. V.
230. fì" — (come sopra) (BCLs : Id ; S)
s
ASIS* ^' M., rov. 8 em. V.
231. ^^ - IVL CRISPVS NOB CAESAR (BMLd)
mIi. I
BSÌS- ^ ' M , 8 em. V, 6.
232. ^^ - CONSTANTINVS IVN NOB CAES (BMLd)
alt. 14 alt. I
BSIS- ' ' €SIS»^'
M., 8 em. V, 8.
S x;
€SIS- '
I5B
233 ^ - LICINIVS IVN NOB CAES (BMLd)
alt. 14 _ alt. I, 15
BSis* ' ' rsis» ^ '
234.,^ - IMP LIC LICINIVS P F AVG (BCLd)
M., 8 em. V, 9.
alt. is
I ;
ASIS» ' M., 8 em, V, io.
235. 9< — VICI • LAETAE PRINC PERP ; VOT P R
^ - CONSTANTINVS AVG (BC ; EUs; Id: S)
ASiS
I
•ASiS*
M., 9 em. I, 2.
<i);
ASIS^
236.3^ — (come sopra) (BC; ELd)
• rsis*
I ;
BSIS* ' ASIS*
237. ^^ - IMP CONSTANTINVS AVG (BC; ELd)
BSIS<
M., 9 em. I, I.
i;
•€SIS'
M., rovescio, 9 em. I.
238.^ — IMP LICINIVS AVG (TLd)
ASiS*
S
•ASIS-
s
(2);
M., 9 em. I, 5.
ASIS* ' rSIS* ' ASIS* ' €SIS*
239-3' - IVL CRISPVS NOB C (BMLdj
I :
•€SIS« '
M., 9 em, I, 7.
^ 3;
rsis* ASis* ' €Sis*'^'
240. ^^ — CONSTANTINVS IVN NOB CAES (BMLd)
(2);
rSIS» ' '' M., rovescio, 9 em. I.
241. ^ - CONSTANTINVS IVN NOB C (BMLd)
ASIS«
i;
iM., rov. 9 em. i.
•€SIS« '
159
242.^ — LICINIVS IVN NOB C (BMLd)
S
ASIS*^
BSIS^
SISCIA 324.
243- 9 — VICTORIAE LAETAE PRINC PERP: VOT P R
^ — IMP CONSTANTINVS AVG (BC: EUs; Id; S)
a. 14 alt. 5
BSIS ^ ' €SIS
M., 9 em. II.
244.^ — (come sopra) (BM; EUs; Id; [Se]; Sp)
alt. =; ^ alt. 7 ^ ^
Bsis'' rsis^'
alt. 7 . .
ASIS* '
245.^ — (come sopra) (BC : ELd)
alt. 7, I ^ . alt. 7
ASIS "' rsis^'
a. 20
€SIS^'
M., 9 eni. II
alt. 8
^2;
rsis*
246. ^^ — IMP CONSTANTINVS PF AVG (BC; ELd)
a.
3; ^
M., 9 em. II.
a. 12, 13, 17,7 alt. 5, 4 a. 1,5, 7, 20 ^ a. 20
ASIS '^' BSIS ASIS ^' €SIS
a- 5, 7,8
ASIS* '^'
247. ^^ — IMP CONSTANTINVS MAX AVG (BC: ELd)
rsis^ ^' M., - -
248. ^ — CAESARVM NOSTRORVM; VOT V
^ — IVL CRISPVS NOB C (TLd)
rSIS M., 9 em. VI, i.
I I I I I
'3 ; „^.^^ IO ; -— ~ 15 ; ,^.^^ 6 ; —— — 6 ;
ASIS* ^' BSIS* ' rSIS* ^' ASIS* ' €SIS*
249. ^^ — IVL CRISPVS NOB CAES (TLd)
SIS ^^' M.. rovescio, 9 em. VI.
i6o
250. ^' — CONSTANTINVS IVN NOB C (TLd)
€SIS
ASIS^
BSIS^
IO
5;
rSIS^"' ASIS*^' €SIS* ^'
M., 9 ern. VI, 2.
251. r^ — LICINIVS IVN NOB C (TLd)
ASIS
I
M,, 9 em. VI, 3.
4;
252. Vi
ASIS*
D N CONSTANTINI MAX AVG: VOT XX
CONSTANTINVS AVG (TLd)
ASIS
I :
_L
BSIS
M., 9 em. VII, XIV.
ASIS* ' ' BSIS*
__l
BSISO
13;
rsis*
4;
ASIS*^' €SIS*
(2):
ASISO
(2)
6SISO
io:
(I);
2 :
2;
\
!_
ASisySi " BSisyS:
I .: — i
ASIS^«^ BSIS^«^
Bsisf ' rsisf
2;
16
31
-:i7 14;
rsisyS:'^ 'ASisyH: esisySi
27;
2;
€SISs^
2;
? ' BsisQ"' rsisQ' ASIS9
253. I^ — D N LICINI AVGVSTI : VOT XX
^' — IMP LICINIVS AVG (TLd)
I
2;
I :
BSIS
I
M., 9 em. VIII.
6;
ASIS* " ' BSIS*
254. I^ — VIRTVS EXERCIT ; VOT XX
fB" — CONSTANTINVS AVG (BC : ECd)
1 r...
rsis*'*'
M., 9 em. IX, I
^^^ 2-
ASIS* '
Sl^ 2:
BSIS*
SIF
rsis*"*'
SIF ,.
ASIS* '
SF
SF
!K_ i;
H. i;
ASIS*
€SiS*
S F
SIF
K. 5;
k i;
ASIS^
ASIS^
i6i
255"^' — IMP LICINIVS AVG iBC; ECd)
ASIS* ' M.. 9 em. IX, 3.
S F S F
!HL 2; Ih. 2:
ASIS* 6SIS*
S;F
Ih- 5;
BSIS^
256. ^' - IVL CRISPVS NOB CAES (BCdLs: Is ; S)
€SIS* ^'
M.,
rovescio, 9 ein.
IX
Is
: S)
M
, 9 eiii. IX
> 5
257. ^' — CRISPVS NOB CAES (BCdLs; Is: S)
rsis* '
258. R) — VIRTVS EXERCIT : VOT X
fi' — IVL CRISPVS NOB CAES (BCdLs: Is: S)
S I F , . Sì F
ASIS* "' BSIS* ' M., 9 eni. X, i.
SjF SiF
|H- 4: Jk. i;
BSIS* €SIS*
259-^ — (come sopra) (BCLd)
S 1 F ,.
rSIS* M., cf. 9 eiii. X. 2.
260. ^^ — CONSTANTINVS IVN NOB C (BCLs; V; Sp)
€SIS*
M., cf. 9 ein. X, 3.
AlF ,. s^^
BSIS* ' €SIS*'
F SjF
H. 2: IK. I
Bsis* rsis*
S F
IK. (2);
€SISv^!t/
261. rB' — CONSTANTINVS IVN NOB CAES (BMLs)
€SIS^
M., rovescio, 9 eiii. X.
102
202. ,B^ — LICINIVS IVN NOB CAES (BCLs; V; Sp)
rSIS* " M., cf. 9 em. X, 5.
S|F
Jh. (7);
ASIS^
263. i& — (come sopra) (BMLs)
ASIS* ' M., 9 em. X,6.
264. ?l - CAESARVM NOSTRORVM ; VOT X
i& — IVL CRISPVS NOB C (TLd)
I . \ . I ^. I
6; r^^.^u. 5; .^.^u. ^;
Asis* ' Bsis*^' Asis* ' esis**^'
M., 9 em. XUI, i.
3* DOIO.a. ' |-OIO.».3> AOIO.^i'J'
ASISO BSISO rSISO ASISO
' 48: „^ ' ^ 18; --!— 17 17; .^ ' ^ 28: —J— - 34;
ASisySi^ BsisySi ' rsisyS: ' ASisyS: €SisyHi
ASisf ' BSisf ' rsisf ' Asisf ' esisf
BSIS^
6 ; PTrTTTTS I 5
ASISQ ' rSISQ ' ASISQ ' €SISQ
265. ^' — CONSTANTINVS IVN NOB C (TLd)
M., 9 em. XIII, 2.
I _. I
^ ; .o.o». 7 ; ^o.o.«. 4 ;
BSISO ASISO ' €SISO
ASisySi" BSisyS: " rsisySi^^'^'ASisySi ' esisyS:
[_.. I . i_ . L . l_--
ASisf ' Bsisf '^' rsisf^' ASisf^' €Sisf ■"
I ,. I ,. I .
BSISsis ' ASIS3IS ' €SIS3I©"'
-i-li- I ,. I -. I ,.
? ' BsisQ ' rsisQ^' ASISQ '
SISCIA 324—?
266. 5( — PROVIDENTIAE AVGG
^^ — CONSTANTINVS AVG (TLd)
BSIS ' rSIS ' M., IO em. I.
i63
•AsTs- ^^ ' 'Bsis^ ^^ ■ • rsis"' ^ ' Tasìs"* ^ '
Il ili
■^— I : ■ — 147 ; 1^7 ; ^ 12 :
? AsiSt-? " bsisn=^ ^^'' ^sls^=^ ASis^
I
ASIS'
(2)
267. ,!>' — CONSTANTINVS MAX AVG (BMDd)
ASIS^ ^' BSTs^ ' rSIS« ' M., rovescio, io em. I.
268. R; — PROVIDENTIAE CAESS
,B' — IVL CRISPVS NOB C (TLd)
rSISQ M., IO ein. II, i.
8;
•Asis* ' «esis-
269. ^^ — CONSTANTINVS IVN NOB C (TLd)
L,
M., IO em. II, 2.
I
€SIS*
1.0. -^3
? ^' €818 "^
i;
•A8I8* '-esis* ^'
I I
— — s ; — ■ — 129 ;
A8I8^^' €8I8« ^'
270. ^' — FL IVL CONSTANTIVS NOB C (BMLs)
ASI8Q ' M., ioem:Il,3.
A8I8 '
ASIS<
I
138; 7^7^ i;
A8l8s^ " €8I8«
271. 1^ — SECVRITAS REIPVBLICE
^' — FL HELENA AVGVSTA (BMDd)
' M., IO em. III.
IO : — -T— IO
rsi8
_ i_
• r'8i8«
^ 26 ; ! — 27
rsis»wj €sis^
164
272. 9 — SPES REIPVBLICAE
i& — FLAV MAX FAVSTA AVO (BMTdj
BSISQ
'ASIS<
^3 5
(2);
IO ;
M., IO eri). IV.
•ASIS» ^ '
•BSIS
SISCIA 330-333.
273. 9. — GLORIA EXERCITVS con due insegne.
^ — CONSTANTINVS MAX AVG (BMDd)
ASIS
213;
•ASiS
ASIS'
185;
— L-(2); — ^(11);
ASIS " €SIS^ ^'
M., II CHI. I, I.
6;
•€SIS«
M. (12 CHI. !).
274. ^^ - CONSTANTINVS IVN NOB C (BCLd)
ASIS
I
ASIS
209;
€SIS
M., II eni. I, 3.
•ASIS--' .ASis-''^' -esis.^^^'
M. (12 em.!).
275- '^' — FL IVL CONSTANTIVS NOB C (BCLd)
_J 207 ; J_
ASIS (sic) €SIS
M., II eiii. I, 2.
_J 223; ' ,^.
•ASIS (sic)
3;
276. ^ — Vittoria.
rè' — CONSTANTINOPOLIS 'M; ELs; Se)
BSIS
203
311
B'
•BSIS'
277. I§ — La Lupa coi Gemelli,
VRBS ROMA (M ; ECs)
I
2
rsis
•TsTs^
131 :
•€SIS* '
IM. (12 ein. :).
M.. TI cm. II.
' :
M., II em. in.
M. (12 em. !).
i65
278. 9 — (Incusus).
^^ — FL IVL CONSTANTIVS NOB C (BCLd)
SIRMIVM — ?— 324.
279. Ri — ALAMANNIA DEVICTA
,£^ - FL IVL CRISPVS NOB CAES (TLd)
•SIRM- ' M., I em. I, i.
280. ,B' — CONSTANTINVS IVN NOB CAES (BMLd)
•SIRM* ' M., I em. I, 2.
281., !>' — CONSTANTINVS IVN NOB C (BMLd)
I _.
•SIRM* "^' M., I em. I. 3.
282. FÒ - SARMATIA DEVICTA (TLdj
^' - CONSTANTINVS AVG (TLd)
33;
SIRM^^'' M-, I em. Il, i.
SIRMIVM 324-326.
283. ^ - PROVIDENTIAE CAESS
^' — FL IVL CONSTANTIVS NOB C (BMLs)
-' 8-
SIRM ' M. 2 em. I, 2.
284. 1$ --- SECVRITAS REIPVBLICE
^^ — FL HELENA AVGVSTA (BMDd)
-J-3-
SIRM"^' M., 2 em. II.
285. 19 — SALVS REIPVBLICAE
^B' — FLAV MAX FAVSTA AVO (P>M ; Td)
-J— 6-
SIRM ' M., 2 em. III.
ZECCA INCERTA (Sirmium?).
286. Ip — Stella in o^hirlanda.
<B' — FAVSTA N F (BM ; a destra) (pesi gr. 2.88 e 3).
il- 2.
' M., 7 em. XIII, 2 (Thessalonica).
287. ,iy - HELENA N F (BM ; a destra) (peso gr. 3.30).
— ' AI., 7 cm. XIII, I ('riicssaioiiic.i;.
i66
THESSALONICA 320-324.
288. 9' — CAESÀRVM NOSTRORVM ; VOT V
ÌD' — FL IVL CRISPVS NOB CAES (BMLs)
TSAVÌ ^°'M.. 7^-111. I, I
TSAVI '
s89.,B' — CRISPVS NOB CAES (TLd)
TSAVII M., 7cni.I,2.
290. !>' — CONSTANTINVS IVN NOB C (TLd)
(Di
TSBVI ^ ' M., 7 ^>n. I, 3.
291.,^' — (come sopra) (BMLs)
i
II ;
M., 7 eni. I, 4.
fsévT.^^^'
292. ^' — LICINIVS IVN NOB CAES (BMLs)
TS6VI '
M., 7 eni. I, 5.
TS6VI '
293. ^ — (come sopra) (TLd)
TS€VII ^ ^
M., 7 eni. 1, 6.
294.^ — IVL CONSTANTIVS NOB C (BMLd)
TS€VI^^^'
Vo. C. j. Taf. 6.
295. ^' — FL IVL CONSTANTIVS NOB C (BMLs)
-J-(i);
M.^ _ Vo. _
296. I^^ — D N CONSTANTINI MAX AVG ; VOT XX
^ - CONSTANTINVS AVG (TLd)
66;
TSAVI ^' TSBVI ' TSrVI ' TS6VI
M., 7 ein. Ili,
167
297- y* — D N LICINI AVG; VOT XX
^ — IMP LICINIVS AVO (TLd)
TSAVI ' M., 7 em. IV.
— L-id;
TSAVII ^ '
298. :^ — D N LIC LICINI AVGVSTI ; VOT XX
r^ — (come sopra)
TSAVI ^' M., 7 em. VI.
299. I^ — VOT • V • MVLT • X • CAESS
^' — CRISPVS NOBILISS CAES (BMLd)
M., 7 em. VII, I.
300. r^ — D N FL IVL CRISPVS NOB CAES (BMLd)
I
(2);
M., 7 em.
301.^ — (come sopra) (BMLs; Id; Sp)
TS«€*
M., 7 em. VII, 3.
(I);
TS»€*
M., cf. 7 cm. VII, 4.
302. ^ — CONSTANTINVS IVN NOB C (BCLd)
(6)
TS»B» ' M., 7 em. VII, 5.
I ..
•TS'B* '
303. ^' — LICINIVS IVN NOB CAES
(I)
TS«A»^ ' M., 7 em. VII, 8.
304. I^ — VOT XX MVLT • XXX •
i& — CONSTANTINVS AVG (BCLd)
TS-'r» ^^^ ' TS"-a'» ^^^ ' M., 7 em. Vili. i.
•TS«r« ' •TS«A« '
305. ^' — (come sopr:)) (BMLs; Id ; Sp)
Vjs^f* ^^^' M., cf. 7 em. Vili, 2.
i68
306. a^ — IMP CONSTANTINVS ÀVG (BM ; EUs ; Id ; Sp)
1
TS»r» M., rovescio, 7 em. Vili.
307. ,5>^ — IMP CONSTANTINVS P F ÀVG (BC ; ELd)
(I);
TS»A» M-, 7 em. Vili, 4.
08. ^ - (come sopra) (BCLd)
TS*A«
M., rovescio, 7 em, Vili.
309. ,!>' — IMP LICINIVS AVG (BCLd)
TSA^^' M., 7 em. Vili, 5.
(6);
TS«A-
•TS'A*
310. 1> — VICTORIA AVGG NN
rJ^ — CONSTANTINVS AVG (BCLd)
1 _ _ I
• TS-r» ' •TS»A» ^ ' M-. 6 em. V, i.
. \ (i);
•T«s»r» (sic)
311.,©^ — (come sopra) (BMLs ; Id ; Sp)
(I)
TS«r« ^^' M., 6 em. V, 2.
•TS*r- '
312. ,1^' — IMP LICINIVS AVG (BCLd)
• TS«A« ' -^^, 6 em. V, 3.
313. Kl — VICTORIA CAESS N N
,B' — D N FL IVL CRISPVS NOB CAES (BMLd)
3;
•TS«€-
M., 6 em. VI, 2.
314. ,D' — CONSTANTINVS IVN NOB C (BMLd)
' 6;
TS»B» ' M., 6 em. VI, 3.
169
LfCINIVS IVN NOB CAES (BMLd)
•TS«A» ' ^I-, 6 em. VI, 4.
316. Ijii — VIRTVS EXERCIT; VOT XX
fB' — CONSTANTINVS AVO (BC ; ECd)
S i F S I F _ .
•TS«r* ' «TS-e "
M., 7 eiii. X. I.
317. ,D' — IMP LICINIVS AVCt (BC; ECd)
S! F ^.
•TS»A» ' M-? 7 em. X, 2.
318. ^ — LICINIVS iVN NOB CAES (BMLs)
SIF
•TS'A» ' M., 7 em. X, 3.
319. ,& — CRISPVS NOB CAES (BMLs)
S I F .
•TS'A»"^' M., 7em. X, 4.
320. (& — (come sopra) (BCLd)
S i F ^ . S 1 F ^
•TS«A» *' •TS«€» '
M., rovescio, 7 em. X.
321. i& — CONSTANTINVS IVN NOB C (BMLs)
^S»B« ' M.. 7 em. X, 5.
322. 9 — CAESARVM NOSTRORVM ; VOT X
r^ — FL IVL CRISPVS NOB CAES (BMLs)
TSAVI^^' M., 7em.XI, I.
323. .B' — IVL CRISPVS NOB C (BCLd)
<2); ^^rw7<0;
TSrVI ' TSAVI
M., rovescio, 7 e!ii. XI.
324. ,ìy — CONSTANTINVS IVN NOB C (BMLs)
- -' - 66; ^ (2);
TSBVI TSAVI ^'
.M., 7 em. XI, 2.
lyo
THESSALONICA 324—?
325. 9 — PROVIDENTIAE AVGG
^' - CONSTÀNTINVS AVO (TLd)
I .. I • .... I • -.. I • ,.,. I • ... i *
' SMTS(
M., 8 em. I, i.
- 4 : ' 140 : — — !- — 71 ; ' i^i : 21 : - — 11 1
? ^'SMTSA 'SMTSB^ ' SMTSr "^ SMTSA ' SMTS6
326. ^ — (come sopra) (BMDd)
A j.. I r ^. ^..
SMTS SMTS SMTS
M., 8 em. I, 2.
(37); ^, ' * (19); c>..lo^(^5);
SMTSA ' ' SMTSr ' SMTS6
327. ^' — CONSTÀNTINVS MAX AVG (BMDd)
SMTSA M.. rovescio, 8 em. I.
'*(n;
SMTS
328. I^ — PROVIDENTIAE CAESS
fì' — IVL CRISPVS NOB C
"; ^^. (0;
SMTSr SMTS6
M.. 8 em. II. i.
329. .B^ — CONSTÀNTINVS IVN NOB C (BMLs)
M., 8 em. II, 2.
SMTSB ■^'^' SMTSA ^^'^' SMTS€^^^'
SMTS
"6;
330. ,B' - FL IVL CONSTANTIVS NOB C (BMLd)
I .... I o. 1
107; ^^.-r^. »i ^iTTiT-r^^ ^3
SMTSB " SMTSA ' SMTS6
M., 8 em. II, 3.
I % «;
SMTS
331. 9' - SECVRITAS REIPVBLICE
3' - FL HELENA AVGVSTA (BMDd)
I I I I I
SMTSA " SMTSB ' SMTSr SMTSA ' SMTS6
M.. 8 em. III.
171
332. 9 - SPES REIPVBLICAE
3' - FLAV MAX FAVSTA AVG (BM ; Td)
SMTSA SMTSB^" SMTS€
M., rovescio, 8 eiii. IV.
333- 9 - SALVS REIPVBLICAE
3' — (come sopra)
SMTSA ^' SMTSB^'^' SMTS6^^^'
M., 8 em. V.
THESSALONICA 330-333.
334- 9' — Vittoria.
^' - CONSTANTINOPOLIS (M ; ELs ; Se)
80
SMTSA M..9em..I.
335- 9' — ^-a Lupa coi Gemelli.
^' - VRBS ROMA (M ; ECs)
' 6,;
SMTS6
M., 9 em. II.
336. 9/ - GLORIA EXERCITVS con due insegne.
^ - CONSTANTINVS MAX AVG (BMDd)
SMTSA ^' M., 9 em. Ili, i.
337. ;D' - CONSTANTINVS IVN NOB C (BCLd)
SMTSA ''' SMTSB ' SMTSf'' M., 9 em. Ili, 2.
338. ^' - FL IVL CONSTANTIVS NOB C (BCLd)
SMTSB ^^' Sivjfsr °' M., 9 em. III. 3.
CONSTANTINOPOLIS 324?-326.
339. 1$ — PROVIDENTIAE AVGG
^ ~ CONSTANTINVS AVG (TLd)
Al „. Bi_
CONS CONS M., I em. 1, i.
340. J^ — SECVRITAS REIPVBLICE
3' — FL HELENA AVGVSTA (BMDd)
B I
CONS^^ ■ M.,' 1 em. III.
172
CONSTANTINOPOLIS 326-330.
341. i^ — PROVIDENTIÀE CAESS
i& — CONSTÀNTINVS IVN NOB C (BMLd)
j\I., 2 em. II, I.
CONS CONS CONS
342. (& — (come sopra) (BCLd)
ri
CONS ^ " ^52 eni. II, i.
343. ^ — FL IVL CONSTANTIVS NOB C (BMLd)
Sj __.
CONS""
M., 2 eni. II, 2.
SI
344. i&' — (come sopra) (BCLs)
Al
CONS
(2 :
r I
CONS
(2)
CONS*
M., rovescio, 2 em. II.
345. 9 — GLORIA EXERCITVS l'imp. in piedi.
,iy — CONSTÀNTINVS MAX AVG (TDd)
CONS
CONS
4:
M., 2 eni, IV.
346. ,B' — (come sopra) (TLd)
4:
CONS ' ' M., t. II, pi. XV, n. 5.
347. Ij^ — GLORIA ROMANORVM siede a sin.
,i^' — (come sopra) (TDd)
CONS
3;
Zi
CONS
348. ,& — (come sopra) (TLd)
CONS
349- t^ - LIBERTAS PVBLICA
,iy — (come sopra)
B
3;
CONS
350. I>' — (come sopra) (TDd)
Bl
CONS '
M., 2 em. V, I.
M., rovescio, 2 em. V.
M.. 2 em. VI, I
CONS
4:
CONS
9:
M., 2 em. VI, 2.
173
351. 9 — CONSTANTINIANA DAFNE
fÓ" — (come sopra) (BMDdj
Al B ! ^ Al 6 I ZI
3:;s^I7^4: ^^r.^ ^o^ ;.-:;^T^ 9 :
CONS^ CONS CONS CONS^ CONS '
M.. 2 em. Vili. I.
CONS* ■ CONS*
-^-^—(2): ^-^(i)
CONS* CONS- ^
352. ^ — (come sopra) (TDcì)
CONS CONS CONS
M., cf. 2 em. Vili, 2.
353. ^' — (come sopra) (TDa
Al ,,AL^,,n^,,AL.^Al^,,sA^,
CONS CONS CONS CONS" CONS CONS" CONS
I\I., 2 em. Vili, 2.
CONSTANTINOPOLIS 330-333.
354- ^ "" Vittoria.
^ — CONSTANTINOPOLI (M ; ELs ; Se)
CONSZ
M., 3 em. I.
355- -^ — ^^ Lupa coi Gemelli.
3' - VRBS ROMA (M ; ECs)
I
C0NS6 " iM, 3 em. II
CONSIA M. (4 em.!l
356. I^ — GLORIA EXERCITVS con due insegne.
^' - CONSTANTINVS MAX AVG (BMDd)
I ... I , I .
^4;^^^.^» 5:
CONSA ^'CONSB ' CONSA ^ M., 3 em. IH, i.
I _. I .
D
CONSH
357"^' — CONSTANTINVS IVN NOB C (BCLd)
_J
CONSr^' M.. 3 em. Ili, 2.
CONSe^ CONSI^^
174
358. ^^ - FL IVL CONSTANTIVS NOB C (BMLd)
CONSA ^^^' CONSS ^^ '
M., 3 em. Ili, 3.
coNse coNsr'
HERACLEA 315-317.
359' ^ — PROVIDENTIAE AVGG con tre torri.
^ — IMP LICINIVS AVG (BMLs ; G ; Se ; F)
I
4; uTi^S: Tr-ri:^'^
HTB"' HTr" HTA"' HT€"
M.. 6 em. II. i.
HERACLEA 317-320.
360. 9 — PROVIDENTIAE AVGG con tre torri.
(^ — IIVIP LICINIVS AVG- (BMLs; G ; Se ; F)
1 „.
'1 > ^
1 .
MHTA "
MHTB' MHTr^
MHT£
i ,.
M., 7 CÈii. 1, I
SMHA "
' fil-
1 .
•SMHB^"
SMHA*'
1 •
1 • ^.
SMHA '
I. i£y — (come
sopra) (BMLd ; G ;
Se;
F)
SMHA ^^'
SMHB "■
M., 7 em. I, 2
362. .B' — IMP CONSTANTINVS AVG (BMLs; G ; Se ; F)
MHTB ^' M., 7 em. I, 3.
•SMHB
I •
8;
SMHB
175
363. 9 — PROVIDENTIAE CAESS con tre torri.
/^ — D N VAL LICIN LICINIVS NOB C (BMLs; G; Se; F).
I
MHTA ^^'
M., 7 em. II, I.
MHTA* ''
1 ..
•MHTA "'
SMHA ^'
.SMHr^^^^
sJhc'''^
364. (B' — (come sopra) (BMLd ; G ; Se ; P^)
_LA(iq).
SMHr M., rovescio, 7 em. II.
365. ^B" — D N FL IVL CRISPVS NOB CAES (BMLs ; G; Se; F).
' 14:
MHTr ^' M.. 7 em. II. 2.
I
I ;
SMHr
I
2 :
•SMHr
SMHT^
(2)
SMHr
366. ^^ — DNFLCLCONSTANTINVSNOBC(BMLs;G;Sc;F)
i
io;
MHT€
M., 7 em. II, 3.
(I)
•SMHA
I • 6-
SMH€ '
HERACLEA 324.
367. 5/ — DOMINOR • NOSTROR • CAESS ; VOT V
^ — CONSTANTINVS IVN NOB C iBMLd)
SMHr M.. 9 em. I. 2.
SMHr ' smha'''
176
368. 1^1 — D N CONSTANTINI MAX ÀVG ; VOT XX
;& — CONSTANTINVS AVG- (TLd)
SMHA
49
SMHB
53
(17);^ - (16)
(I);
SMHA
SMHA<
32:
(4);
*I.. 9em. II,
(I);
SMHe
Vo. C. j. T. 5.
>SMHB<
369. r^ — (come sopra) (TLDa)
SMHA
(I):
(I):
SMHÀ
M., rovescio, 9 enr II.
370. 9' — DOMINOR • NOSTROR • CAESS ; VOT X
ré' — CRISPVS NOB CAES (BMLd)
371. ^'
SM H B " ■
SMHB^' SMHP
(come sopra) (BCLd)
y.., 9 em. Ili, I.
1^
SMHB
M., 9 em. HI, I.
372. ]> — PROVIDENTIAE CAESS con tre torri.
<B' — CONSTANTINVS IVN NOB C (BMLd)
3;
•SMHA* •SMHr«" M., rovescio, 9 em. IV
373- ^' — FL IVL CONSTANTIVS NOB C (BMLs)
•SMHB*^' M., 9 em. IV. i.^
374. p — (come sopra) con due torri.
fì' — CRISPVS NOB CAES (BMLd)
SMHf ^^' M., 9 em. V, i.
375- ^' — CONSTANTINVS IVN NOB C (BMLd)
' SMHB^" SMHr^^" SMHA^^' SMH6
2;
SMHA
_J
SMHA<
» I . _^,_
SMHA ^^" SMHB "^^ '
9;
SMHB'
SMHT'
7;
SMHA
SMH€
3;
-i-7
SMHA
12;
* I
SMHr ^'' SMHA
* I _. * i ..
SMHB
SMHr
SMHA
SMH€
SMH€
32;
8:
M., 9 em. \', 2.
177
376. ^' - FL IVL CONSTANTIVS NOB C (BMLs)
' 6: -1- 30: -^ M :
SMHB SMHr " SMHA ^ SMH€ '
M.. 9 em. V, 3.
- ' I- - I V _>- X6--J- 12- ' s-
SMHA* SMHB*"^' SMHr- ' SMHA- SMH€'^'
• I • I ^ • I • I • I
— 1 : — 8 : ^ — 20; ^ — 22; ■ 12:
SMHA SMHB SMHT ' SMHA ' SMH€ '
SMHB ' SMHT^^' SMHA ' SMHC"^'
377. i> — SECVRITAS REIPVBLICE
^^ - FL HELENA AVGVSTA (BMDd)
I ... I ..
SMHB ' SMHA ' SMH€
M., 9 em. VI.
I
8;
I.
6;
SMHB- ' SMH6-
-J— 14;
•SMH6 ^'
378. 9 — SPES REIPVBLICAE
^ — FLAV MAX FAVSTA AVO (BM ; Td)
(7); 7::z^3',
SMH6 '
SMHA" ' SMHA''' M, 9em.VII.
L_ -.
SMHA'^'
379. I^ — D N CONSTANTINI MAX AVO; VOT XXX
fB" - CONSTANTINVS AV& (TDd)
SMHA^' SMHB^' SMHT^' SMHA^*'
M., cf. 9 t ni. Vili, I.
T^' -sMnA^^'-SMns^^' -SMHr^' «smha '°'
380. 3' — (come sopra) (TDa)
SMHA^' M..9em.VlII. I.
I .. I p. _J ,. I ^.
7 j .^„L.a s ; .rs>^...- 5 : rxTTrrr 7 ;
•SMHA' -SMHB ' •SMHT' •SMHA
381.,©' — (come sopra) (TLd)
SMHA^' SMHB^' SMHr^' SMHA "' M., 9eni. VIir.2.
SMHA^^°' SMHB- ^^' SMHr-"^' SMHT- ^ *
_. I ^ I _ I
•SMHA- '«SMHB^ -SMHT- ' «SMHA* ' (cf.M.4serieI).
12
178
382. ^^ — CONSTANTINVS MAX AVG (BMDd)
SMHA
(I);
? ^' «SMNA^' «SMHB
1 .. I
3:
•SMHr ' «SMHA
II :
4;
M.. 9 eni. Vili. 3.
8;
I
8
2;
*SMHA""*SMHB *SMHr^'*SMHA ' *SMH€ '
HERACLEA 330-333-
383. ^ — La Lupa coi Gemelli.
^ — VRBS ROMA (M ; ECs)
3:
SMH€
M., IO em. I.
(9);
•.SMH€»
384. l^ — Vittoria.
^' — CONSTANTINOPOLI (M ; ELs ; Se)
SMHA '
I
3;
•SMHA
•SMHA»
7;
SMHA
M., loeiii. II.
385. 9 — GLORIA EXERCITVS con due insegne.
^' - CONSTANTINVS MAX AVG (BMDd)
SMHA
I
8;
SMHB
I
D 1
•SMHA ' «SMHB '
•SMHA«
(2);
>SMHB<
(6);
SMHr
1
(4);
SMHA
•SMHB* ' «SMHr^ '
' * * 3;
SMHB
M., IO eni. Ili, I.
179
386. ^' — CONSTAINTINVS IVN NOB C (BCLd)
I .- '
SMHr ' SMHA^' M., ioem.!II.2.
•SMHA
' I . . I__^
•SMHA'^' -SMHr- ^''
• • •
387. ,B^ — FL IVL CONSTANTIVS NOB C (BMLd)
SMHA^' M., ioem.111,3.
•SMHA '
>_J ' I
-SMHA* ' -SMHr*''
• • •
SMHr
CYZICVS 317-319.
388. ^ — lOVI CONSERVATORI AVGG
^ — IMP LICINIVS AVG- (BMLs ; G; Se ; F)
ii'6.2J_A,^.9lB QjLr^^.QiA 2J^€^.9ls^^.2J^^.
SMK ^ SMK ''SMK 'SMK 'SMK 'SMK 'SMK '
SMK ' M., 7 eni. I, i.
389.,^' — IMP CONSTANTINVS AVG (BMLs; G ; Se ; F)
Q_|A QJLBg. ?±r,o.^-^Q. 91 € QIS 9IZ
SMK^' SMK ' SMK 'SMK^' SM K ^ ' SM K "^ SM K '
SM K ' M.. 7 em. I, 2.
390. ^ — lOVI CONSERVATORI CAESS
^^ — D N VAL LICIN LICINIVS NOB C (BMLs; G; Se; F)
±1. 2_LB^. ^Lr^. ^1^.. 2±ix.2is QAJ,.
? ' SMK"^' SMK ' SMK'^' SMK SMK"^' SMK '
SMK' M., 7 em. II. i.
391. ,^' — D N FL IVL CRISPVS NOB CAES (BMLs; G; Se; F)
SMK ' SMK^' SMK"^ SMK'^'SMK'^'
QJ_H,.
* SMH ' M., 7 em II 2.
i8o
392. B' — D N FL CL CONSTANTIVS NOB C BMLs; G; Se; F)
91A §_^. g €_9 s
SMK ' SIIK"^' SMK SMK '
M.. 7 cm. IL 3.
393. B' — IMP LICINIVS AVO (BMLs ; G : Se : Fi
9-^rii- ^^ I •
SMK SMK * M^ rov. 7 erri. II : dir. I. I.
CVZ.^ . ^ 31^324-
394. lì — lOVI CONSERVATORI
B — D N FL IVL CRISPVS NOB CAES <BMLd)
\\v
I ;
SMKr M-, 3 era. I,
CYZICVS 324—
395. ^ — PROVIDENTIAE AV&G- con due torri.
B — CONSTANTINVS AVO ^TLd
13- -^„-,io-
SMKA " SMKB SMKf SMKA
SMKS M^ 9 cm. I, 1.
SMKA* SMKB* SMKF*^ SMKA*^^ SMK€*
SMKS*^^
•SMKr- -SMKA-"^
'_ _ » I ^, ^ . •_ . I
SMKA' SMKB"' SMKr*°* SMKA ^^ SMK€^'
396.^ — (come sopra) (TDd)
SMKA* SMKB* SMKf* SMKA*" SMK€*
I ,
SMKS*^'
397. B - CONSTANTINVS MAX AVG (BMDd
5>;
6:
SMKA ^ ' SMKB^ SMKf SMKa SMK€
SMIcS^' M, 9eiii.I,
i8i
398. !& — (come sopra) (TLd)
SMKr^' SMKA^'
1 -z
SMKS ' M., 9 ein. I, 3.
399. I^ — PROVIDENTIAE CAESS
rB" — FL IVL CRISPVS NOB CAES (BMLs)
SMKA ' SMKB ' SM Kf ' M , 9 em. II, 1-2.
SMKA* ' SMKB*
-I I
•SMKr-'"' -SMKA» '
400. ^^ — CONSTANTINVS IVN NOB C (BMLs)
I 8- ' 6- —Li- — L "• — L^.
SMKA ' SMKB ' SM Kf ^' SMKA^' SMK€^'
SMKS ' M., 9 em. 11,3-4.
SMKA* SMKB- SMKf* ^' SMKA* " SMK€*
SMKS* ''
! I
(5);
SMKA ^ ' SMKr ^^^ '
401.^ — (come sopra) (BCLs)
SMKB^' SMKr^' SMKe^'
SMKS ' iM., rov. 9 em. II,
402. ^^ — FL IVL CONSTANTIVS NOB C (BMLs)
SMKA ' SMKB ' SMKf^' SMKA^' M., 9 em. II. 5-6.
' ^5; ^Lttt ^8; —-L- 14; L^ 16; ' -
SMKA* ""SMKB* 'SMKf* ^' SMKA* ' SMK€* '
SMKS*^''
I
8; ....^7T-7;
•SMKr* ' *SMKA
SMKB ' SMKA
l82
403. ^ — (come sopra) (BCLs)
SMKA ^^■^^ M., rov. 9 em. II.
404. 5.' — SECVRITAS REIPVBLICE
&' — FL HELENA AVG-VSTA (BMDd)
SMKA ' SMKB ' SMKf ' SMKA ' M., 9 cui. III.
8; — 7-— i; ^,,;, , 3; ^„..^ i;
SMKA-^'SMKB* 'SMKf* ' SMKA* ' SMKe*
SMKS<
•SMKr*^' •SMKA-""
405. I^ - SPES REIPVBLICAE
3' — FLAV MAX FAVSTA AVG (BM ; Td)
!.. . ;
SMKB ' SMKr ' SMKA ' M., 9 cin. IV
SMKA- ' SMKB-^
\ .. — 1— 7-
•SMKr»-^' -SMKA*^'
CYZICVS 330-333-
406. 9 ~ La Lupa coi Gemelli.
^ — VRBS ROMA (M ; ECs)
SMKr^' SM'ka^' M., io cm. I.
•SMKA''
407. 9 — Vittoria.
^' - CONSTANTINOPOLI (M ;
1 ,. 1 ,.
KLs;
Se)
? 'SMKA? '
SMK€^'
M., IO em. II, 1-2.
•SMKB ' -SMKr '
408. ^ — (come sopra) (M ; ECs ; Se)
SMKA M., rov. io em. II.
i83
409. I^ — GLORIA EXERCITVS con due insegne.
^' - CONSTANTINVS MAX AVG (BMLd)
SMKr ' M., IO em. Ili, 3.
410. ,B' — CONSTANTINVS IVN NOB C (BCLd)
I ;
•SMKA ' «SMKr^' M.. IO em. Ili, 5.
410 a ÌQ' — (come sopra) (BMLd)
' 3=
SMKA" SMKA
I
SMKS M., IO em. Ili, 6-7.
1 ,.
•SMKS '
41 1.^' — FL IVL CONSTANTIVS NOB C (BCLd)
(0; ^ '... (I);
•SMKr ' •SMKC
M., IO em. Ili, 8.
412.3" — (come sopra) (BMLd)
^-i. ^i- -i-I. -Li-
SMKA ' SMKB ' SMKA ' SM K€ '
9 ^' .CMU-A'^^'
SMKS ' M.. IO em. Ili, 9.
I
•SMKA
NICOMEDIA.
413. Iji — lOVI CONSERVATORI AVGG-
^ — IMP LICINIVS AVO (MLs; G ; Se ; F)
\lA,.MB..Mr^.^lA :\L€ . ^isMz^.
SMNSMN'SMN 'SMN"^'SMN''SMN^'SMN '
M., 7 em. I, i.
414. i&' — (come sopra) (MLs ; G ; F)
Mr ^ . \]j j . ^_Lz .
SMN ' SMN ' SMN'^'
M., et'. 7 em. I, I.
415. 3^ — IMP CONSTANTINVS AVG (MLs; G; Se; F)
? 'SMN 'SMN"^' SMN ' SMN 'SMN
iM., 7 CHI. I. li.
i84
416. T(i — PROVIDENTIAE CAESS Tuppiter.
^^ — D N VAL LICIN LICINIVS NOB C (BMLd)
MA,. ìli.. iLiì,. M V,. ^;€ ^ s ^^;z
SMN 'SMN^'SMN 'SMN''SMN 'SMN 'SMN^^'
M., 7 em. Ili, I.
417.^ — (come sopra) (BMLs ; G; Se; F)
SMN '
M., 7 eni. Ili, 2.
418. 3^ — DN FL IVL CRISPVS NOB CAES (BMLd)
MAj.
SMN '
SMN '
MS
SMN '
M., 7 em. Ili, 3.
419. .B' — D N FL CL CONSTANTINVS NOB C (BxMLs; G; Se; F)
SM N M., 7 em. III. 5.
420. ÌB' — (come sopra) (BMLd)
SMN^'
M., 7 cm. III. 6.
NICOMEDIA 324.
421. ^ - PROVIDENTIAE AVGCr porta della fortezza.
i& — CONSTANTINVS AVG (TDd)
? ^'SMNA "' SMNB ^^' SMNT ^^' SMN A ^^' SMN€ '^' SMNS^'
M., 9 em. I, I.
422.^ — (come sopra) (TLd)
16;— rb^7; ;^7^^3:
4;
9;
2;
SMNA 'SMNB" SMNr^ SMNA^' SMN€^' SMNS '
M., et'. 9 em. l, I
15;
MNA "' MNB
1 8-
NÀ^'
MNA ' MN€
NA ■ ' N€ '
/ ?
423 ^' — (come sopra) (TDd)
(I);
SMN€
M., cf. 9 em. I, I.
i85
424. .& — CONSTANTINVS MAX AVG (BMDd)
SMNB ' SMNr ' SMNA 'SMN€^' M, 96111.1,3.
425.^ — FL IVL CONSTANTIVS NOB C (BMLs)
NA ' AL, rov. 9 ein. I; dir. II, 4.
426. y» — PROVIDENTIAE CÀESS porta della fortezza.
B' — FL IVL CRISPVS NOB C (BMLs)
SMNB ' M., 9 tm. II, i.
I
IO :
MNB '
427. ^' — FL IVL CRISPVS NOB CAES (BMLs)
SMNB ' M., 9 em. II, 2.
428. i& — CONSTANTINVS IVN NOB C (BMLs)
I 0.
SMNr ' M., 9 em. II. 3.
429. ,B^ — FL IVL CONSTANTIVS NOB C (BMLs)
• 4;
SMNA^' M., 9 em. II, 4.
^4= -^5; ^--■.
MNB^ MNA^' MNS
430. ^ — PROVIDENTIAE CAES •
i& — CONSTANTINVS IVN NOB C (BMLd)
MNT^^^' MNS^'^'
M., 9 em. Ili, 3.
±5
Nr^
431. ^^ — (come sopra) (BMDd)
I ,. I .. I
3; T^r.T^A
SMNA ' SMNB ' SMNC"^' SMNS
M., cf. 9 em. Ili, 3.
432. rB' — FL IVL CONSTANTIVS NOB C (BMLs)
SMNA"' SMN€ ' SMNS"'
ìM , 9 em. Ili, 4.
7; k-kTV^; .-m.^3; I/m\^9
MNB " MNr ' MNA ^' MNS^'
Wb^'^' ìL^'^' rrs<3"
i86
433. gi — PROVIDENTIAE CAES (senza punto!)
^^ — FL IVL CONSTANTIVS NOB C (BMLs)
SMNA
3;
SMNS
M., cf. 9 eiii. III.
I ..
434- 9 — SALVS REIPVBLICAE
^ — FLAV MAX FAVSTA AVG (BM ; Td)
SMNA
I .
(I);
MNS '
M,, 9 eni. IV
MNA '
435. 9( — SPES REIPVBLICAE
^' — (come sopra)
MN€
(I)
MNf
436. R) - SECVRITAS REIPVBLICE
rB^ — FL HELENA AVGVSTA (BMD)
(I);
I ;
MN€ ' M., 9 em. V.
SMNf
7;
MNr MNA
NA
M., 9 em. VI.
MNS^
NICOMEDIA 330-333.
437. 9 — GLORIA EXERCITVS con due insegne.
^' — CONSTANTINVS MAX AVG (BMDd)
SMNr^' SMNA ■"'
M., IO em. I, I.
438.3' — CONSTANTINVS IVN NOB C (BCLd)
SMNr
i;
2;
SMNS
M.. IO em. I. 2.
439- ^ — Vittoria.
i& — CONSTANTINOPOLI (M ; ELs ; Se).
SMNA ' SMNB
2;
M., IO em. II.
i87
440. 1$ — La Lupa coi Gemelli.
f^' — VRBS ROMA (M ; ECs)
-• (o) ■ • I •
SMNB^'^^' SMN€ ' M., io eni. III.
ANTIOCHIA 317-319.
441. 9' — lOVI CONSERVATORI AVGG
3' - IMP CONSTANTINVS AVO (MLs ; G ; Se ; F)
I S
SMANT^^^' M., 7 em. I, i.
442.3' — IMP LICINIVS AVO- (MLs; G ; Se ; F)
I A . : B ! r I A le
4; ^^MA^,-r3; ^n^TTTT^^; ^,^^^.^1; ^.,,,.^2;
SMANT SMANT" SMANT ' SMANT ' SMANT
SMANT "^" SMANT'" M, 7 em. 1, 2.
443. y - lOVI CONSERVATORI CAESS
3' — D N FL IVL CRISPVS NOB CAES (MLs; G; Se; F)
SMANT SMANT
M., 7 eiiK li, I.
444. 3^ — D N VAL LICIN LICINIVS NOB C (MLs; G; Se; F)
I A_ I r^. 1 A
3 ; 7i^)rz,^ 3 ; e>.>i.*...-r 2 ;
SMANT^' SMANT" SMANT
I S,. I Z^. I H
SMANT^' SMANT ' SMANT^^' M., 7 em. II, 3.
ANTIOCHIA 324—?
445. I^ — PROVIDENTIAE AVGG eon due torri.
f& — CONSTANTINVS AVO (1 Ld)
SMANTA 'SMANTB'^'SMANTr^'SMANTA'^'SMANTe '
M., 9 em. I, I.
• • • •
3 ; ^^M^K.-r-r. 3 ;
SMANTA"'SMANTB"'SMANTr ' SMANT6
A • €
4 ; ^--i-..^ I ;
SMANTS SMANTZ"' SMANT
446. (D' (comu sopra) (TDd)
f* ^' SMANTr^' SMAflTc"*'
SMANTZ ' M., 9 em. I, i.
i88
447. 9 — PROVIDENTIAE CAESS con due torri.
^^ - FL IVL CRISPVS NOB CAES (BMLs)
SMANTZ
3;
SMANT€"
M., 9 em. II, I.
SMANTA
448. ^^ — CONSTÀNTINVS IVN NOB C (BMLs]
\ (,).
SMANTr^ ^'
SMANTS
M., 9 eni. II, 2.
SMANTB
5 ;
(0;
SMANTA
3;
7;
SMANTS"' SMANTH"' SMANTI
449.^ ~ FL IVL CONSTANTIVS NOB C (BMLs)
SMANTH '
450. V^ — SALVS REIPVBLICAE
i& — FLAV MAX FAVSTA AVG (BM ; Td)
SMANTI '
M., 9 eni. II, 3.
SMANTI
i;
SMANT6 ^^'
M., cf. 9 ei7i. III, I.
451. ^ - SPES REIPVBLICAE
,^ — (come sopra)
452. l^ - SECVRITAS REIPVBLICE
,^ - FL HELENA AVGVSTA (BMDd)
I
SMANT€^'^'
M., cf. 9 em. IV, i.
SMANTS
M., 9 em. V.
•SMANTB
i;
I A€
SMANT SMANTI
ANTIOCHIA 330-333.
453- ^ - GLORIA EXERCITVS con due insegne.
,^ - CONSTÀNTINVS MAX AVG (BMDd)
i;
SMANA SMANB
SMANA ' M.ioem. I, I
i89
454. ^' - CONSTANTIINVS IVN NOB C (BCLd)
SMANS ^ '
455. Ri — Vittoria.
fy - CONSTANTINOPOLIS (M ; ELs ; Se)
SMANI^'
M., IO em. III.
ALEXANDRIA 313-314.
456. li - lOVI CONSERVATORI AVGG-
^' - IMP C VAL LICIN LICINIVS P F AVG (TLd)
ALE M, 5 em. II, i.
ALEXANDRIA 317-319.
457. y> — (come sopra)
,B^ - IMP LICINIVS AVG (MLs ; G ; Se ; F)
^^_^A^. ^J B^.
SMAL ' SMAL ' M., 7 em. I, i.
458. ^^ - IMP CONSTANTINVS AVG- (MLs; G; Se; F)
SMAL ' M., 7 em. I, 2.
459. I^ - lOVI CONSERVATORI CAESS
r^ - D N VAL LICIN LICINIVS NOB C (MLs ; G ; Se ; F)
v^ I B ^.
SMAL ' M., 7 em. IL i.
460. ^' - D N FL IVL CRISPVS NOB CAES (MLs; G; Se; F)
v-M_A_j.
SMAL ' M., 7 em. II, 2.
ALEXANDRIA 324.
461. li; - PROVIDENTIAE AVGG-
rD' - CONSTANTINVS AVG (TLd)
3;
SMALA '^ SMALB " M., 9 em. I, i.
462. i> - PROVIDENTIAE CAESS
fiy - FL IVL CRISPVS NOB CAES (BMLs)
SMALA ' SMALB ' M., 9 em. II, i.
463. 3" - CONSTÀNTINVS IVN NOB C iBMLs)
SMALB '
M., 9 em. II, 2,
9 1 1,.
SMAL '
464. 9 -
SALVS REIPVBLICÀE
FLAV MAX FAVSTA AVGVSTA (BM
' 2-
; a destra)
■
SMALB '
M., 9 eni. Ili, I.
465. 9 -
SPES REIPVBLICÀE
^ -
(come so[)ra)
SMALB ^'
M., 9 em. IV.
466. R) —
SECVRITAS REIPVBLICE
FL HELENA AVGVSTA (BiMDd)
:a^'
SMAL
M, 9 em. V,
FALSIFICAZIONI SINCRONE BARBARICHE.
1 TIPI CONTRAFATTI:
467. I^ — D N CONSTAIMTINI MAX AVG ; VOT XX 5 pezzi.
468. ^ — CAESARVM NOSTRORVM ; VOT V (X) 5 pezzi.
469. 9 — PROVIDENTIAE AVGG (CAESS) 4 pezzi.
piij I pezzo fuso.
470. 9 — VICTORIAE LAETAE PRINC PERP; VOT PR 3 pezzi.
471. ^ — VIRTVS EXERCIT; VOT XX i pezzo.
472. ^ — BEATA TRANQVILLITAS ; VOT XX 2 pezzi.
Pezzo ibrido sopr ab attuto.
a l^ — Non è visibile.
,^ - LICIN (ECs)
^^^' ] b 1^ ~ CAESARVM NOSTRORVM ; VOT X
:& - CONSTÀNTINVS AVG (TLd)
^-
Budapest, Dicembre 1920.
Andrea Alfoldl
LA MONETAZIONE NELL'ITALIA
BARBARICA
{CoHiinuazione: vedi voi. Ili, 3» e 4° trimestre 1920).
Parte II. — La legislazione monetaria
II.
I TIPI E LE EMISSIONI MONETARIE
DEI LANGOBARDI E DI CARLO MAGNO.
La questione che ora debbo trattare, il variare cioè dei
tipi e delle emissioni monetane, è fra le pila oscure ed in-
tricate, anche perchè presuppone in un certo qual modo la
conoscenza di tutta la politica monetaria del tempo, cono-
scenza che trova le sue basi d'altra parte in questa prima
analisi e differenziazione delle emissioni. Questo studio non
può essere quindi se non sommario e provvisorio, prima
raccolta di materiali preparati per una successiva elaborazione.
Quando i Langobardi invasero l' Italia si trovarono da-
vanti al circolante bizantino: impadronitisi delle zecche, vi
coniarono delle rozze imitazioni dell'aureo imperiale, pren-
dendo a modello i tipi di Maurizio Tiberio e dei suoi suc-
cessori. Parlare di emissioni in questo primo stadio è certo
fuori di luogo: si coniava a casaccio, per opera di rozzi ed
inesperti artefici, sì che ogni esemplare dei prodotti usciti
dalle barbare officine si differenzia sempre, almeno per qual-
che dettaglio, da tutti gli altri; tal che non è possibile stabi-
lire una qualsivoglia classifica scientifica. Solo in epoca re-
lativamente avanzata cominciano a comparire delle lettere
nel campo, davanti al busto del sovrano: procedimento che
meglio ricorda la contemporanea monetazione di Eraclio che
non l'antica segnatura delle zecche imperiali romane.
192
La monetazione ufficiale dei Langobardi comincia con
Rothari (636-652). Una moneta aurea di largo modulo, già
nella collezione dell' Erba (D, reca:
^^ — DM ROTE PPV busto a destra.
9^ — Vie ROTAVTORII vittoria; esergo lONOI.
Se la moneta è autentica ed è stata ben letta, essa segna
rntrapasso fra la coniazione di pura imitazione bizantina e
quella propria del regno, introducente il nome del sovrano
langobardo al posto di quello dell'imperatore d'Oriente. In-
fatti è evidente il confronto con le monete contemporanee
di Foca coniate a Ravenna, che hanno :
^ — DN FOCAS PER AVG- busto.
I^ — VICTORIA AVGG- vittoria ; esergo CONOB.
E notevole il fatto che il langobardo prenda quale pro-
totipo della sua monetazione l'aureo di Foca (602-610) e non
quello del contemporaneo Eraclio (610-61 1) o quello di Co-
stanzo Il (641-663), i quali portano non l' immagine della vit-
toria, ma la croce su tre scalini.
Un nuovo passo verso l'indipendenza del conio (e questa
volta definitivo) fa in seguito Rothari con la coniazione di
un aureo che porta (2) :
^' — DM AOTMAIV IVTOR III vittoria di faccia con croce
a lunga asta ; esergo lONOI.
I<) — MARINVS MON retrogradata, attorno al monogramma
di Marinus.
11 diritto evidentemente presenta una barbarica grafia
per DN ROTHARI VICTORIA ; deriva dunque dalle monete bi-
zantine sostituendo la figura della vittoria, che su queste sta
al rovescio, al busto del sovrano che non appare sull'aureo
langobardo. Il rovescio poi è significativo: l'apparire del
(i) Collection de AI. le chevalicr dell' Erba. Parigi, 1900, 11. 558; non
vidi la moneta.
(2) Cai. Morbio. Milano, 1857; Brambilla, Tremissi di Rotati, iSS'j, ecc.
CNI, IV, pag. 455, n. i. Esemplare al Museo di Brescia.
193
nome del monetario attorno al suo monogramma mostra,
ricordando le forme della monetazione merovingica, che il
diritto regio della moneta non era ancora stato sancito : il
nostro aureo può forse ritenersi coniato avanti la promul-
gazione dell'editto. Oppure che il monetario fosse funzionario
regio e il suo nome garantisse la bontà della moneta.
Ai regni successivi di Rodwald (652), Aripèrt I (653-661),
Perctarit e Godepert (661-662), Grimwald (662671) si attri-
buiscono generalmente le imitazioni degli aurei di Costanzo II
(641-668). Vi sarebbe dunque un passo indietro nel processo
evolutivo della regalità monetaria. Però sotto Aripert ab-
biamo due monete che portano il nome regio ; quella già
studiata del duca IfFo e una, già nella raccolta Gnecchi (i),
•che reca :
/B" — DM ARIP€RT RGX busto del re a destra ; sul palu-
damento M.
9( — VIVITklORVI VMTORIAAI vittoria di faccia col globo
crucifero ; esergo COMOR ; nel campo +.
La lettera M che appare al diritto non è una marca di
emissione, ma un segno di zecca, cioè o il nome Mediolanum
o r iniziale del monetario come meglio vedremo in seguito.
A Grimwald si attribuisce (2) una moneta d'oro di un
tipo che esce assolutamente da quelli usati nella serie lan-
gobarda : esso porta sia da un lato quanto dall'altro un mo-
nogramma formato con gli elementi del nome 9R"^0ALDVS
REX. Qui manca assolutamente ogni segno di zecca o marca
d'emissione.
Al suo successore Perctarit (secondo regno 672-688) si
attribuiscono delle monetine d'argento che hanno al diritto
le lettere PE in legatura seguite da RX pure in legatura, e
col rovescio o recante un busto, oppure vuoto. Il tipo è noto
in infinite varianti, ma l'attribuzione è per me incertissima.
Sino al ritrovamento in un ripostiglio sicuro non le credo
(i) Catalogo Gnecchi, n. 3956.
(2) Ipotesi emessa da Boyne, Annuaire Soc. frane, de Numism., X,
1886, pag. 461. La lettura RECIMPER///S emessa da Sambon, Rev.
Numismatiquey 1898, pag. 303 è inainissibile.
194
langobarde. È con Cunincpert (688-700) che finalmente en-
triamo in un campo più sicuro: di questo re si conoscono
molte monete che possono essere divise in due tipi :
a) quello con la vittoria al rovescio, di derivazione
bizantina ;
b) quello con l'arcangelo al rovescio, tipo che diverrà
canonico nella serie langobarda.
Il primo tipo così può essere descritto :
^ — + DN CVNINCPERT oppure + DN CVNINCPERT REX
attorno a un busto a destra ; sul busto RX o le
stesse lettere in legatura ft ; nel campo davanti
al viso la lettera M oppure T.
9 — + DN CVNINCPERT REX seguito da f o FI o da I
o II, il tutto attorno alla figura della vittoria.
Le lettere che appaiono alla fine della leggenda del ro-
vescio potrebbero essere dei segni di officina e, prendendo
la r nel suo valore numerale, dare l = i; Il = 2; r = 3;
n = 3 n I = 4. È questa un' ipotesi soltanto, basata come
si vede su un indice assai poco sicuro, ma che può trarre
appoggio dal confronto con la monetazione bizantina.
Il secondo tipo delle monete di Cunincpert presenta in
confronto col precedente la variazione del rovescio ove alla
vittoria bizantina è sostituita la rappresentazione del santo
protettore dei langobardi, l'arcangelo Miciiele.
^^ — DN CVNINCPER oppure CVNINCPEft attorno al busto
a destra.
1? — SCS MIHAHIL attorno alla figura dell'arcangelo.
Molte volte sia nel campo avanti al volto del Sovrano
quanto sul suo paludamento sono delle lettere. Lo stesso
tipo si riproduce sotto Liutpert (700), sotto Aripert II (701-
712) e sotto Liutprand (712-744). Non si conoscono monete
per i regni di Raginpert, Ansprand e Hildeprand. Tutte le
lettere isolate o i gruppi di lettere che appaiono su queste
monete, al di fuori delle leggende, non possono essere dei
segni di emissione: esse sono troppo numerose, compren-
dendo non solo tutti i segni dell'alfabeto ma anche dei nessi
195
che non si possono ricondurre a numerali (Rr, PL, L '•* , ecc.)»
Debbono quindi indicare qualcosa d'altro, delle zecche o dei
monetari.
Con Ratchis (744-749) siamo davanti ad una nuova tra-
sformazione del tipo. Una prima moneta di questo sovrano ('>
può essere così descritta :
-B^ — DM RATCHIS {M e R in legatura) attorno al busto
del sovrano di faccia ; nel campo a s. A e a d. Tt
sul manto a s. A^T e a d. HI, sul petto Br.
^ — SCS IIIIIL (alterazione di SCS MIHAIL) attorno alla
figura dell'arcangelo ; in basso a d. nel campo
una stella a cinque punte.
A questo tipo ne succede un altro, rivelatoci dal ripo-
stiglio di Mezzomerico. La moneta reca :
B" — + DN RATCHIS PRIN attorno al monogramma (^9r
sotto la seconda lettera del quale sta +D.
9 — SCS llllll ^v attorno alla figura dell'arcangelo (fig. 6).
Fij
La moneta apre un problema assai importante : perchè
Ratchis vi si intitola principe e non re? Si sa che Ratchis,
duca del Friuli, fu acclamato re dei Langobardi alla morte
di Hildeprand nel 744, ma già nel 749 doveva abdicare in
favore del fratello Ahistulf, ben viso al partito nazionale.
Dal chiostro dove si era ritirato, tentò ritornare al potere ai
tempi di Desiderius e dal dicembre 756 al marzo 757 tiene
(i) Ruggero, in là'v. It. di Ntnii., 1908, pag. 137.
196
la Tuscia e il palatium di Pavia. E a questo secondo periodo
che attribuisco la moneta in quanto essa riproduce un tipo
diffuso sotto Ahistulf e Desiderius: se fosse stata coniala
nel primo periodo di Ratchis questi vi si sarebbe intitolato
francamente Rex. Ora l'unica carta a noi giunta del secondo
periodo, la pisana del febbraio 757 (i) reca la sola dicitura
" Guvernante domno Ratchis „ : probabilmente egVi non era
stato riconosciuto per re dopo la fuga dal chiostro e il titolo
non osò mettere sulla moneta accontentandosi di uno ben
minore. È questa la sola spiegazione che so dare e sulla
quale ad ogni modo credo sarà bene richiamare l'attenzione
degli storici, sperando ne trovino una migliore.
Il titolo di " principe „ dato ad un duca langobardo ap-
pare nella Vtfa Cor bimani episc. Baiuwariortim ove al § 16
è ricordato come nel castrum di Trento governasse " Hu-
" singus Longobardorum rege ibi constitutus princeps „,
mentre al § 22 lo dice " comis tribunus „, probabilmente da
leggersi " comes Tridenti „. La vita contratta che pur sempre
chiama Husingus col titolo di comes una volta pure lo dice
princeps (§ xvi). Siamo davanti ad un testo della seconda
metà del secolo Vili (l'autore, il vescovo Arbeone, morì
nel 783) sul quale però bisogna osservare che Tautore chiama
princeps, princeps totius gentis, princeps summus anche il
re Langobardo, come lo stesso titolo usa per il duca di Ba-
viera o per il maggiordomo di Francia. È vero che m una
carta della fine del periodo langobardo il dux di Cremona
è chiamato princeps : ma essa appartiene al più che sospetto
gruppo delle dragoniane. Solo nel IX secolo il titolo è usato
per il duca del Friuli da Andrea Bergomate (ma prima ri-
corre di regola nella Lex romana raetica curiensis che tanti
stretti rapporti ha col Friuli) e per il duca Boso da papa
Giovanni Vili nel suo epistolario. Ma qui siamo troppo lon-
tani dall'epoca che ci interessa.
Gli stessi duchi di Benevento pur così potenti e prati-
camente indipendenti, non si fregiarono del titolo di principe
se non dopo lo sfasciamento del regno langobardo : il che
(i) Trova, Cod. Dipi., n, 707.
197
affermano parecchi testi, dicendo che solo Arichi II osò pren-
dere quel titolo (i).
La nostra moneta non può quindi esser spiegata se non
in due modi : o la batte Ratchis quando era duca del Friuli
prima dell'elevazione al regno e allora rappresenta l'unico
esempio del titolo di principe dato a un duca ; oppure la
battè durante il suo secondo breve ritorno al potere e allora
resta sempre a spiegarsi perchè usò il titolo di principe e
non quello di re.
Malgrado il problema che si deve ancora risolvere credo
la seconda ipotesi preferibile alla prima.
Ritorniamo dunque un passo indietro ad Ahistulf (749-
756). Con lui si inaugura il tipo che vediamo poi adottato
da Ratchis, cioè :
^ — + DN AISTVLF REX intorno al monogramma 9* ^
9Br in legatura. Alcune volte sotto il monogramma
vi è + o una stella, oppure M oppure T oppure ÀV.
Una volta il monogramma sembra formato da
9Br alla quale seconda lettera è collegata una C
9 — SCS IlillL (o varianti grafiche dell'iscrizione) attorno
alla figura dell'arcangelo; nel campo sotto l'ala,.
o un punto o una stella o •*• o una croce, oppure
anche la lettera M.
Un secondo tipo di Ahistulf è quello che i documenti
chiamano " stellato „ :
^ — DN AISTVLF RCX attorno a croce potenziata.
1$ — + FLAVIA LVCA oppure + FLAVIA PIhA C attorno
alla stella.
Ma il re langobardo conia un'altra serie di monete tutto
affatto indipendente dalle precedenti e derivata dai prototipi
bizantini (fig. 7) forse a Ravenna :
-f^' — DN AISTVLF Rr (o con varianti grafiche) attorno al
busto del sovrano, di faccia, che alza con la de-
stra il globo crucifero.
(i) Cfr. la Chronica Sancii Benedicti Casincnsi e la Croii aca di
S. Sofia di Benevento, oltre che le sue monete che portano appunto
nel secondo periodo (dopo il 774) il titolo di principe.
198
^ — i.^ variante. VICTORIA SA attorno ad una croce po-
tenziata con A legata nell'asta verticale; nel
campo 2.
2.* variante. VICTORIA SA^ attorno a croce poten-
ziata, nel campo H e all'esergo CONOB.
Desiderius (757-774) continua i due primi tipi di Ahistulf.
Ha cioè una moneta rivelataci dal ripostiglio di Mezzome-
rico con :
^ .— + D • N DEC/5IDERIVS RX attorno al monogramma
9R' sotto al quale è una croce.
1^ — SCS UHI ^^ attorno alle figure dell'arcangelo.
Ha poi la seconda serie delle monete coi nomi delle
zecche, gli stellati, abbondanti sia per nome di zecche quanto
per varianti, differenziando i tipi con variazioni grafiche o
con r inserzione di segni, cioè punti, gruppi di punti, stelle,
segni lunati. È il tipo che si ripeterà sulla monetazione di
Carlo Magno.
* *
Esposta così per sommi capi la tipologia delle monete
regie langobarde, cerchiamo le ragioni fondamentali delle
loro variazioni.
Se con Rothari comincia una monetazione regia (e la
prova l'abbiamo non nella sua sola moneta ma ancora nel
testo dell'editto), fino a Cunincpert regna una incertezza nella
199
•monetazione: fino a lui ed ancora ai primi tempi del suo
regno è il tipo bizantino della vittoria che si ripete. Ad un
certo punto si sostituisce il tipo dell'arcangelo: metto ciò in
rapporto con la sollevazione di Alahis, duca di Trento, e
con la repressione del moto. E noto come la sollevazione
coinvolgesse non solo i Langobardi del ducato trentino, ma
ancora quelli di Brescia, di Vicenza, di Treviso ed in un
certo qual modo anche quelli di Cividale che furono al campo
di Coronate pur senza combattere contro il re. Un moto
così vasto deve aver avuto delle ripercussioni anche dopo
la sua fine e generata la necessità di una revisione in tutto
Tordinamento del regno, aver cioè anche avuto il suo aspetto
monetario come ebbe quello commerciale, se può essere ri-
tenuta fondata l'ipotesi del Troya che attribuisce ai tempi
di Cunincpert l'ordmamento per il commercio di Comacchio,
confermato in seguito da Liutprando CO. E probabile anche
una trasformazione nell'organizzazione delle zecche, come
vedremo in seguito.
Le monete del secondo tipo di Cunincpert, quelle di Ari-
pert (II) e di Liutprand, portano molte lettere sia nel campo
quanto fra gli ornamenti del paludamento: ma esse, ad una
analisi, si palesano distintivi di zecca e non di emissione,
giacché manca una serie progressiva di numerali o anche
solo gli elementi che la lascino intravvedere. Altrettanto può
dirsi per la monetazione di Ratchis, mentre invece il primo
tipo di Ahistulf coi suoi segni -, .*.,+,* mostra embrio-
nalmente qualcosa di ciò che, per una più tarda monetazione,
i francesi chiamano " un dififérent „. Questi ancora si pale-
sano nel secondo tipo di Ahistulf: prendiamo gli stellati di
Lucca e vi vedremo oltre un variare della grafia, un variare
del numero dei punti o segni e della loro posizione. Ripro-
duco per esemplificazione le diciture del diritto :
DN AISTVLF R€X
DN Al • STVLF R6X
+ D • N Al • STVLX R€
+ D • N AISTVLXP R€
A • N • AITTVLFV
+ VN AISTVLXF R€
(i) Trova, Della condizione de' Romani, pag. Ii8.
200
Quando avvenne il passaggio dal I al II tipo non sap-
piamo dirlo : forse può essere messo in rapporto con la di-
sfatta del 754 e, visto che il tipo è limitato alle sole zecche
della Tuscia, ad un movimento autonomistico di questo ducato.
Il III tipo, prettamente bizantino, può quasi certamente
esser messo in rapporto con la conquista di Ravenna, e ri-
tenersi che la serie sia stata coniata dai monetari di quella
città.
Nella monetazione degli stellati di Desiderio oltreché
ripetersi le medesime varietà di punti o altri segni diversa-
mente distribuiti nelle leggende del diritto, abbiamo ancora
dei gruppi di lettere che seguono il nome della zecca al»
rovescio :
FLA/^IA TICINO C
FLAVIA TICINO € oppure
FL- An • A S • €BRIO I
FL-A- S6PRIOU5
FLAVIA S6BRI0 S
FLUA/IA S€BRIO T
FL- AVIA S6BRIO 9
FL-A S6BRI0 PA/
FL • A • DAC6NTI AG
FLV>0/INC€NCIA F9
FLA/IA TARCISIO C
FL- AVIA TAR/ISIO CI
FL- AVIA RITA CI
FLvA PL-VMBIA H,
un tratto orizzontale
THI in legatura.
FL-A PLVMBIA TE
FL-A FL- VMBIA TI
oppure TI legati da<
in modo da formare
Se si può ritenere sicura la spiegazione già data del
nesso A6 (Augusta) per le monete di Piacenza, e proba-
bile quella di C o CI (civitas) per Ticinum, Treviso e Pisa,
oscuro ci rimane il significato delle lettere che seguono il
nome delle altre città. Pensare a numerali di officina o di
serie è assurdo: il problema dovremo riprenderlo trattando
in seguito l'ordinamento delle zecche.
20I
Osservo che nelle monete di FLAVIA NOVATE il nome
non è invece seguito da nessuna lettera e lo stesso avviene
per quelle di FLA(via) MEDIOLANO.
Osservo ancora che le varianti d'emissioni nella serie
di Desiderius sono marcate con punti o segni speciali nelle
leggende; gli aurei di Milano hanno ad esempio:
+ FL • A'^MCDIOLANO (AM AN in nesso)
+ FL • AM : DIOL • ANO
+ FL'^AM : DIOL • AN3
+ FL • AMDIOL • ANO
+ FL • AM : DIOL : ANO •
+ F • L • AM : DIOI • AN : O
Ma SI appalesa anche un altro procedimento : il nome
del sovrano è scritto al diritto attorno ad una croce poten-
ziata : generalmente gli angoli fra le braccia della croce sono
vuoti, ma alcune volte (come si osserva nelle monete di Pavia,
Sebrio e Treviso del ripostiglio di Ilanz, n. 9, 11, 17, 18,
26, e in una di Milano del ripostiglio di Mezzomerico), vi
sono dei tratti diversamente disposti, o dei punti sopra le
braccia della croce (fig. 8). E un procedimento che qui
appare allo stato embrionale ma che avrà non poca diffu-
sione nel medio evo.
Fig. 8.
Nella monetazione aurea di Carlo Magno in Italia ve-
diamo ripetersi gli stessi procedimenti che qui sopra abbiamo
elencato: nulla quindi è il caso di dire. Una sola osserva-
zione dobbiamo fare: le monete d'oro coniate in Pavia re-
cano la dicitura abituale FLAVIA TICINO, mentre tutte le mo-
nete d'argento che il re e iniperetore [)oi conierà nella stessa
zecca portano il nome PARIA.
Osserviamo che il termine Papia già sostituisce nella
datazione e nel testo quello di Ticino anche nei primi di-
plomi che Carlo rilascia dopo la conquista: ricordo quello
del 19 febbraio 774 e i successivi del 5 giugno e 16 luglio
202
dello stesso anno, nonché quello dell'S giugno 781 (i). Così
una lettera di Cathaulfus del 775 chiama la città Papia (2) e
lo stesso nome sta suirepitaffio di Adelaide figlia di Carlo
Magno morta nel 774 e scritto certamente poco dopo il de-
cesso. Anche i testi del Codice Carolino mostrano chiara-
mente il trapasso: l'epistola XX (forse del 760) e la XXVI
(aa. 764-766) hanno ancora Ticinum, mentre la XLIX e la
LV, rispettivamente del 774 e 775, hanno Papia. Non mi
baso sui testi, prima perchè non sono documenti ufficiali,
poi perchè sugli scrittori l'influsso classico ha fatto conti-
nuare l'uso di Ticinum al posto del nome, che possiamo ri-
tenere divenuto ufficiale della città con la conquista, di Papia.
Ora abbiamo osservato come le monete d'oro continuassero
a portare Ticino, come d'altra parte tale nome si riscontra
nelle carte private relativamente lontane dal cauìbiamenlo del
nome ufficiale: ricordo ad esempio il documento del 792(3).
L'osservazione mi sembra abbia una certa importanza
per questo fatto: non troveremo fra tutte le monete d'ar-
gento dei primi tempi del dominio di Carlo in Italia (almeno
fino all'anno 787 come poi dirò) alcuna che possa attribuirsi
sicuramente alla zecca di Papia : quindi se è accettata l'af-
fermazione del cambiamento di nome ufficiale, dovremo at-
tribuire ad altra città che non sia Ticinum le monete che
portano la semplice lettera T e dovendo scegliere la lettura
fra i pochi nomi di zecca che sappiamo funzionanti in quegli
anni, accetteremo l'interpretazione di Treviso.
Ma della monetazione argentea di Carlo Magno in Italia
ora dovremo parlare distesamente.
* *
La coniazione dell'argento di Carlo Magno in Italia
presenta dei problemi non ancora risoluti e di una certa
(1) M. G. IL, Dipi. Karoliìi., un. 79, 80, 81, 133.
(2) M. G. H., Epist. Karol., II, ep. 7, pag. 502.
(3) Porro, Cod. Dipi. Lang., n. 66. Il nome di Papia appare perla
prima volta all'inizio del VI secolo nel Cosmografo ravennate: qui in-
tendo solo stabilire quando divenne definitivamente ufficiale.
203
importanza. Due tipi fondamentali dei suoi denari si hanno
da noi, come in Francia, lasciando da parte alcuni tipi par-
ticolari di cui dovrò dire in seguito. Il primo di cui debbo
occuparmi offre da un lato la leggenda CAROLVS scritta su
due linee ed ha dei rovesci diversi.
Il più semplice di questi rovesci reca la leggenda ftp
cht^ non può essere letta se non rex francorum ; molte volte
è sola, altre con lettere e monogrammi che sono :
P-R
i) la dicitura A che ci indica chi?.ramente la zecca
M
di Parma ;
2) la lettera E avanti (i) ;
3) la lettera V nel mezzo ;
4) la lettera T dopo la F;
5) le lettere ME in nesso fra loro e con la R (2);
6) le lettere C e E poste una avanti e l'altra in se-
guito della ft ;
7) le lettere RR in legatura, che seguono la F(3);
8) le lettere ME in legatura, fra loro e con la ft (4) ;
la moneta ha una grandezza ed uno stile di-
verso di quella a sigle analoghe al n. 5.
9) le lettere MED in legatura fra loro e con la Rr LS) ;
io) le lettere LR in legatura fra loro e avanti alla Rr (6).
Cerchiamo la spiegazione di queste lettere. Il tipo fon-
damentale ci ha dato la lettura " Rex francorum „ ; credo
(i) Ixevue Num. frane. ^ 1856, tav. V, io e 1868, tav. XIV, 14.
(2) In un denaro di questo tipo della collezione Gonaux, disegnato
nella Revue Numismaiiqiie^ 1856, tav. V, io e 1868, tav. XIV, 14, si po-
trebbe leggere solo E : ma ritengo tale denaro eguale al n. 103 del ri-
postiglio di llanz, che mi serve di base per la descrizione. Cfr. anche
Ilanz, n. 102.
(3) Sarzana, Cai. Remedi, n. 2998; /\ev. Ntifìi., 1915, n. 895 a. Dia-
metro maggiore dei tipi precedenti.
(4) Ilanz, nn. 96-101, 104-105; Sarzana, Cut. Remedi, nn. 3000-3005;
Prou, Monn. Car., n. 895, tutte di diametro maggiore dei tipi 1-5.
(5) Ilanz, nn. 92-93; Sarzana, (ai. Reineiii, n. 2999. Sempre di dia-
metro grande.
(6) Ilanz, un. 94-95. Sempre di diametro grande.
204
che il n. io vada letto " Rex francorum (et) langobardorum „.
e il n. 7 '^ Rex francorum (et) romanorum „.
Il n. I va evidentemente letto Parma; i nn. 2, 3, 4, penso
indichino le zecche di Eporegia, Vincencia e Tarvisio per
la loro esistenza già in epoca langobarda; i nn. 5, 8 e 9 mi
indicherebbero la lettura Mediolanum.
Il n. 6 mi lascia molto dubbio: le lettere CE furono
lette Cenomani e si pensò alla zecca di Brescia, il che è
assurdo visto che il nome del popolo primitivo non aveva
più alcun valore legale nel secolo Vili. Meglio pensare al
nome di qualche città ducale langobarda, perchè evidente-
mente le zecche di Carlo furono in un primo tempo le stesse
che esistevano nel regno langobardo: probabilmente Ceneda.
Ad un secondo periodo appartengono dei denari sui quali,
al rovescio, appare il nome della zecca, scritta in modi
diversi.
Il primo che voglio ricordare è quello trovato a Grono
in Val Mesocco (i) che reca il nome della zecca di Seprio,
già zecca langobarda, scritto in monogramma cruciforme,
forma piuttosto rara, ma già nota sia alla monetazione visi-
gota quanto alla merovingica (fig. 9).
Fig. 9.
Ma più importanti sono i tipi di cui dobbiamo parlare.
Alcuni denari di Carlo Magno coniati a Lucca presen-
tano uno stile così diverso da tutte le altre monete italiane
(i) Non Grosso come scrive Hahn in Revue Nuinism. Suisse^ 1912,
pag. 89. Il denaro è al Landes Musenni di Zurigo e non è ricordato
nel CNl.
205
contemporanee, da insospettire ^li studiosi. Così il Kunz(i)
pubblicando uno di questi pezzi lasciava ben intendere che
egli vi sospettava la falsificazione. La moneta sta nella rac-
colta di Brescia: al diritto essa porta la leggenda CARO LVS
in due linee, separate da un arabesco formato da una
serie di punti terminati ad ogni estremità da una decorazione
che fa sembrare il tutto T immagine di una doppia ancora.
In alto è una piccola croce fiancheggiata da quattro punti e
sotto è il segno ~D che, come vedremo ha una notevole im-
portanza. Al rovescio è un quadrato a linee curve terminate
ad ogni angolo da una specie di giglio di Firenze: corri-
spondono ai quattro lati le quattro lettere del nome della
zecca LVCA. Tanto al diritto quanto al rovescio molti punti
sono sparsi per tutto il campo della moneta (fig. io).
Fio. IO.
Il prototipo di tale moneta bisogna cercarlo fuori d'Italia,
•non nella moneta carolingica d'oltre alpe come ci si atten-
derebbe che essa non conosce un tipo analogo, bensì nella
monetazione anglo-sassone e piìi specialmente in quella di
'Offa re di Mercia, contemporaneo a Carlo Magno. La mo-
neta del Gabinetto di Brescia è assolutamente identica a tre
denari che per il re di Mercia ha coniato il monetario
Alhmund (2). Non si può pensare aU'emJgrazione del mone-
tario anglo-sassone in Italia, prima perchè conosciamo il
(i) KuNZ C, Opere Niimismaticlie. Milano, 1906, pag. 136 e tav. XII, 1.
(2) Cfr. R. C. LocKETT, The Coinage of Offa^ in The Numismatic
Chronicle, 1920, tav. Vili, 4, 5, 6. Il primo e l'ultimo esemplare sono
conservati al British Museum, il secondo sta nella collezione deirautore.
Presentano qualche leggera dififerenza di conio. Essi sarebbero stati
-coniati vivente l'arcivescovo laenberht, cioè innanzi l'anno 790-91.
2o6
nome dei vari monetari lucchesi dell'epoca di Carlo Magno
(Perisindo nel 767, Grasolfo nel 768, Alperto nel 773, Agi-
frido nel 780, Teudipert nel 782, Succulo nel 796, Raprando
nel 798, Asperto nel 813), e il nome del nostro non si trova,
poi perchè un dettaglio della moneta lucchese dà la prova
vidente della copia.
Trascrivo qui a fianco le leggene del diritto lucchese e
del rovescio anglo-sassone :
+ +
CARO TCLH
LVS MUN
11 segno che si vede sotto il nome Carolus non è pro-
prio spiegabile se non pensando che l'incisore italiano avente
innanzi a se l'esemplare anglo-sassone non ha compreso il
(1 corsivo e rovesciato che termina il nome Alhmund e l'ha
copiato come un ornamento.
Così al diritto le tre monete anglo-sassoni portano le
leggende O F ft M, oppure O F Rr CO, oppure O F A Rr ;
cioè quattro lettere, alle quali è stato facile sostituire le
quattro di LVCA.
Il motivo decorativo che sta al rovescio del denaro luc-
chese si riscontra anche su altre monete anglo-sassoni, oltre le
tre citate: così su una quarta dello stesso monetario Alhmund
ma che ha un rovescio diverso, su una del monetario Babba,
su due di Eadhun, su una di Ealmund, su otto di Ibba, su
una di Oethelred, su una di Wihtred, su quattro di Winoth e
su altre monete (i), con la variante di sostituire qualche volta
la croce allo pseudo giglio di Firenze. Il motivo deriva dal
quadrato a linee curve che si trova su alcune monete di
Offa (2), e che non è se non l'alterazione stilistica della croce
celtica assai frequente (3).
(i) LocKETT, Op. cit., tavv. Vili. 7; VI, 3; VII, 11, 12; Vili, 3; X.
5-12; XI, 4 (cfr. mia figura 2 d.) ; XII, 3; XII, 7-10; VII, io e XII, 2.
(2) LocKETT, Op. cir., tav. VIII, 2; Vili, 11.
(3) LocKETT, Op. cit., tavv. V, 4; VI, i; VII, 5; Vili, 12, 13; IX.
8: X, i|; XI, 9-11, 16. Tale croce si trova anche su molte sceatta.
207
La stessa origine ha il motivo decorativo che sta al
diritto del denaro lucchese, che ho definito una doppia an-
cora; esso si trova non solo sui denari di Offa del mone-
tario Alhmund (i) che già ci ha dato il prototipo della de-
corazione del rovescio, ma anche su quello del monetario
Dud, che lo presenta tanto al diritto quanto al rovescio (2) e
su molte altre (3) (fig. 11).
V\<y. II.
Tutto considerato il denaro di Carlo Magno per Lucca
conservato al Museo di Brescia deve essere considerato come
una imitazione del denaro anglo-sassone di Offa battuto dal
monetario Alhmund avanti l'anno 790-91.
(i) LocKETT, Op. cit., tav. vili, 4-5-6.
(2) LocKETT, Op. cit., tav. VII, 4.
(3) L.ocKKTT, op. cit., tavv. V, 1-3 (cleirarcivescovo laenbcrht) ; IX,
12; X, 3; XII, 9.
208
Stabilita questa derivazione ci sarà più facile riconoscere
quella di altri denari della stessa zecca, conservati il primo
nella collezione Vaticana (0, il secondo già nella collezione
Fusco (2) e due altri in quella privata di Sua Maestà. I vari
esemplari presentan fra loro delle leggere varianti. Recano
al diritto la leggenda C/ROLWS su due righe divise da una
linea di punti terminata ad ogni estremità da due croci for-
mate da cinque punti; molti altri punti sono sparsi per il
campo della moneta. Al rovescio le quattro lettere di LVCA
sono scritte nei quattro angoli compresi fra le braccia di
una croce di punti, partente da un circoletto centrale: le
braccia della grande croce terminano pure con delle crocette
e molti punti sono sparsi per tutto il campo ffig. 12).
Fi» 12.
Qui il confronto con le monete anglosassoni di Offa
se pur è meno preciso che non nel caso precedente, è non
di meno convincente. Già una moneta di Ecgbeorht re di
Kent (763-791) mostra le quattro lettere del nome del mone-
tario Babà scritte fra i quattro bracci di una croce che ha
molta somiglianza con quella dei denari lucchesi (3); ma più
sicuro confronto si ha con le monete di Offa di Eadbert,
Etilred e Osmod (4). Una croce tutta a punti sta su una mo-
(i) Massagli, in Memorie Lucchesi, XI, tav. IV, 4.
(2) Massagli, Op. cit., tav. IV, 5; Cai, Fusco, n. 566. Questo esem-
plare è poi emigrato nella collezione Gariel.
(3) LoCKETT, Op. cit., tav. VI, 6. Cfr. anche una del monetario Eoba
edita da Grantley in Numism. Chron., 1900, pagg. 148 e segg.
(4) LocKETT, Op. cit., tavv. VII, 7-8; Vili, 14 e XI, 6. Il nome di
Eadbert è seguito dalla sigia 6P; siamo cioè innanzi non a un nome
di monetario, ma a quello del vescovo di Londra morto fra il 787 e
il 789.
209
neta di Eoba (i) ne altri tipi di croce sono infrequenti sui
tJenari di Offa (2). Anche il dividere le due righe dell'iscri-
zione al diritto con linea a due croci, come riscontriamo sui
denari lucchesi, si osserva su monete di Offa battute da
Ethelvald, Wilhun e Winoth (3).
Anche un rarissimo denaro di Carlo Magno per Parma (4)
ha le quattro lettere PARM poste nei quattro angoli compresi
fra le braccia di una croce, questa volta tracciata a linee
piene, partendo dagli angoli di un quadratalo centrale: il
tipo ci riconduce alla stessa fonte. Dobbiamo escludere l'in-
flusso delle monete del conte Milo e di Carlo Magno per
Narbonna (5), fondamentalmente perchè il tipo della croce è
tutto affatto diverso, poi perchè tale monetazione non ebbe
se non valore locale, senza forza d'espansione; come dob-
biamo escludere l'imitazione del tipo carolingico che porta
una croce semplice al rovescio. Tale tipo è assai diffuso in
Provenza; lo troviamo infatti nelle zecche di Avignone, di
Marsiglia (6), di Besiers (7), a Magon (8), a Usez (9), nella
enigmatica zecca che segna AR DIS (^°): ma non manca nep-
pure nella regione renana, a Worm ("), a Magonza (12)^ a
Verdun (^3) e anche nella Neustria, a Rennes (m) e in Aqui-
(i) LocKETT, Op. cit,, tav. IX, 4.
(2) Cfr. LocKETT, Op. cit., tavv. XII, i; Vili, 8 ; IX, 3 ; X, 13 ; una
doppia croce alle tavv. VII, 5; VIII, 14, XI, 6. Il tipo si ritrova anche
nelle monetazioni di Coenwulf e di CoelwuIfT, I, successori di Ofta.
(3) LoCKETT, Op. cit., tavv. X, 4; XII, 5, 6 e XII, 14. Cfr. anche la
doppia linea su un denaro di Eoba, tav. IX, io.
(4) Cerexhe, n. 80 ; Engel et Serrure, I, fig. 390. Per l'esemplare
del Museo di Berlino cfr. Amtliche Berichle, 19 10-19 11, fig. 146,
(5) Prou, Cat. monti, car., n. 834.
(6) Prou, Op. cit., un. 851 e 884-885; Gariel, V, 10-13; Vili, 76-79.
(7) Cit. da Engel et Serrure, I, pag. 206.
(8) Nevue Niim. Fraiic.^ 1860, pag. 465; Gariel, Vili, 75. L'attribu-
zione non è certissima.
(9) Gariel, XI, 147.
(io) Prou, Op. cit., nn. 887-890; Jecklin, Ilanz, nn. 73-74; la seconda
moneta ha una croce a globnli, come le lucchesi di cui ho parlato innanzi,
(li) Prou, Op. cit., n. 941 ; JECKLl^, Op. cit., n. 83.
(12) Gariel, tav. Vili, 96.
(13) Prou, Op. cit., n. 143.
(14) Gariel, tav. IX, iii.
2IO
tania a Santa Croce di Poitiers ('^). A queste monete caro-
lingiche possiamo trovare i prototipi, se pur anche rari, nella
monetazione merovingica. La disposizione della leggenda
nella moneta di S. Croce di Poitiers richiama molto quella
delle monete di Chalons, alle quali si avvicina anche la stessa
disposizione dei quattro punti negli angoli fra le braccia
della croce (2). Per le altre monete richiamo il confronto con
le merovingiche di Treviri, di Limoges e del suo pago (3) ed
alcune di località indeterminate (4). Ma lo stile è tutto affatto
diverso da quello della moneta parmense, dove la croce de-
riva dal prototipo celtico, quale figura sui denari anglo-sas-
soni, di molto però smagrita.
Le nostre monete lucchesi certamente e, con meno si-
curezza la parmense, derivano da prototipi anglo-sassoni.
Come possiamo spiegarci storicamente tale imitazione?
(i) Garip:l, tav. IX, 116 e Rev. Nuni. frane, 1915. Ho raggruppati
alcuni di questi tipi nella fig. 13.
Fig. 13.
(2) Prou, Calai, monti, inérov.^ tav. IV, [12-14; Touvaille de Bais^
nn. 24-27. Cfr. però anche Lockett, Op. cit., tavv. Vili, 8; IX, 3.
(3) Prou, Op. cit., tavv. XV, 6; XXVIII, 8, 15, 30; XXIX, 18; Troti-
vaille de Bais, nn. 133 e 138.
(4) Cfr. Trouv. de Bais^ n. 280; Prou, Cai. tìionn. niér., XXXIII, 29
Dove però non è un nome di zecca) e XXXVI, 9.
211
Una via si presenta chiara e sicura, i pellegrinaggi che
dai paesi anglo-sassoni si indirizzavano a Roma, pellegri-
naggi tanto frequenti che quando un anno passava senza che
una diretta comunicazione avesse avuto luogo fra le isole
britanniche e Roma, sembrava cosa tanto notevole da men-
zionarla nelle cronache (D: numerosi tanto che S. Bonifacio,
Tapostolo della Germania, scrivendo all'arcivescovo di Can-
terbury^ deve chiedergli di frenare l'entusiasmo di pellegri-
naggio nelle sue pecorelle (2). Partivano in generale dalle
rive del Kent (3), la dove il canale è più stretto, sbarcavano
a Quentovic o sulle spiaggie del Ponthieu e per le vie le
più diverse, secondo i luoghi santi che intendevano visitare,
si indirizzavano alle Alpi. Sia che entrassero in Italia dalla
Borgogna per il S. Bernardo, sia che vi arrivassero dall'Ale-
magna, le due diverse vie che percorrevano nella valle pa-
dana venivano a congiungersi a Piacenza: di la per il monte
Bardone scendevano a Sarzana, poi passavano per Lucca e
di la andavano a Roma. L'itinerario è sicuro e ci è noto
per molte fonti in ogni suo dettaglio. Non solo Lucca è sulla
via che percorrono normalmente i pellegrini anglo-sassoni,
ma anche le sue origini episcopali, nel VI secolo, sono le-
gate al nome di S. Frediano che la tradizione vuole esser
stato uno scoto (4). Intorno alla chiesa da lui fondata sorse
nel VII secolo un monastero, che porta i due nomi di S. Fre-
diano e di S. Vincenzo, e di cui il primo abate noto, nel
685-686, ha il nome anglo-sassone di Babbino o Babino (5).
(i) Cfr. W. D. D. CuNNiNGiiAM, The Groivth of Englisìi Imiiistry and
commerce dtiring the early and middle ages. Cambridge, 1905, I, pag. 85.
Alcune notizie e fonti sni viaggi liegli aiiglu-sassoni e degli irlandesi in
Italia durante l'alto medio evo, le ho raccolte nel mio studio: L'orga-
nizzazione industriale dell'Italia langobarda. Milano, 1919, pagg. 7680.
(2) M. G. H., Epist., III. pagg. 354 e segg.
(3) Cfr. GouGAND, Les chrétientés celtiques. Parigi, 191 1, pag. 162.
(4) Le fonti agiografiche sono oltre a S. Ghigorio pp., Dial.., 111,9
(P. L. LXXVII, 233, 236) le vite edite in Colganus, Acta Ss, Hiherniae,
pagg. 634-641 (sulla data di alcune cfr. Seeuass, in Zeilsch. f. Kirchen-
gescìi.y XIV, 1894, 437-438) e Anal. Boll., XI, 262-263, 78.
(5) Meni. docc. lucchesi, IV, docc. 32-33. Bethmann, M Archiv., Ili,
239, n. 29. I/arrhivio di S. Frediano andò bruciato ne! 1596, quindi,
male oggi possiamo conoscerne la stoiia.
212
Nel secolo Vili un re anglosassone, San Riccardo, in pel-
legrinaggio verso Roma, morì il 7 febbraio 722 in Lucca e
fu sepolto nella chiesa di S. Frediano (i). Le due tombe ri-
chiamano maggiormente i pellegrini delle isole britanniche,
e nel 782 troviamo una carta lucchese (2) dalla quale risulta
che il chierico Magniprando vende ad Adeltruda saxa Dei
anelila filia Adelwaldi qui fuit rex Saxonum ultramarino, la
chiesa di S. Dalmazio in Lucca ove ella si stabilisce. Adel-
wald era stato re di Mercia e fu ucciso nel 757. E quindi
un nuovo focolare di rapporti fra Lucca e la Mercia. Nel
secolo Vili ed al principio del IX il nome Saxo o Saxa di-
viene abbastanza frequente come nome proprio nelle carte
lucchesi, segno che l'afflusso dei pellegrini, e con loro me-
scolati i mercanti (3), si fa pii^i intenso; pellegrini e mercanti
sono il tramite logico per il quale i denari della Mercia ar-
rivavano a Lucca.
L'unico ricco ripostiglio langobardo che noi ben cono-
sciamo, quello di llanz, databile del regno di Carlo Magno,
contiene un denaro di Egeberht re di Kent e due di Offa
re di Mercia, e tutti e tre appartengono a quei tipi crociati
che abbiamo presi come esempi al principio di queste note.
Una moneta di Offa fu anche trovata a Baggiovara nel Mo-
denese (4). E conosciutissimo poi il ricco tesoro anglo-sassone
trovato a Roma nell'atrio delle Vestali.
La genesi dei denari lucchesi diventa così evidente.
In seguito Lucca ebbe essa pure il denaro carolingico
col nome LVCA scritto su una sola linea al rovescio; rientra
cioè nel tipo comune della monetazione di Carlo Magno.
(i) Cfr. i testi raccolti in Aa. Ss. Boll., 11 febbr., pagg. 69-81.
(2) Barsocchini, in Meni, e docc, lucchesi, V, 2 p., n. 186.
(3) Suirintruffolaisi dei mercanti fra le schiere dei pellegrini oltre
ai testi in Inama-Sternegg, D. \V. G. 1-, 593, nota 2, ctr. M. G. H. Epist.,
IV, 145, dell'anno 796. Tanta era l'abbondanza dei mercanti anglo-sassoni
in tutta Europa, che per antonomasia il terniine Saxa finì col significare
semplicemente mercante: così presso i fiumi. Cfr. Jacob, Der nordiscìi-
òaltische Handel der Araber, pag. 112. Per l'abbondanza, sul continente,
di donne anglo-sassoni, che esercitavano il meno onesto mestiere di
meretrici, cfr. l'epistola di Boniiazio del 747, M. G. H. Eptst., Ili, pa-
gina 355.
(4) Riv. della niimism. antica e moderna, A^ti 1864, p.ig. 83.
213
Nella monetazione della Tuscia durante il regno del
primo Carolingio si possono osservare vari fatti che è ne-
cessario raggruppare :
i) la coniazione di monete d'oro di tipo langobardo
senza nome regio ma con un'iscrizione fittizia e coi nomi
delle zecche espresse o con un monogramma o con le di-
citure :
FLAVIA LVCA ;
FLAVIA PIhA oppure GLORIOSA PISA :
FLAVIA PISTVRIA o col nome alterato :
FLAVIV CLIV ;
FLAVIA 9TVNA.
2) la coniazione, nella serie delle monete auree di
Carlo Magno a Lucca, di un tipo particolare ed unico in
Italia, dove la dicitura DN CARLVS REX circonda il busto
del sovrano.
3) la mancanza nella serie dei denari aventi il rove-
scio RrF, di quelli che portino un segno di zecca tale che
permetta di attribuirli a Lucca o ad altra città della Tuscia
langobarda.
4) la coniazione di denari di Carlo Magno in Lucca
di tipo completamente diverso da quello delle altre zecche
italiane e diversificati dai prototipi carolingi, rialtaccantisi
invece a quelli anglo-sassoni. Quest\iltimo fatto è più signi-
ficativo a Lucca che non a Parma, a Seprio o a Treviso
dove pur si verifica una deviazione dalla serie canonica: in
quanto le zecche di Parma e di Seprio hanno avuta lieve
importanza e breve durata, ed i tipi che riscontriamo a Tre-
viso sono quasi una serie di tentativi nel passaggio fra i due
fondamentali, da quello con Carolus su due linee a quello
detto del monogramma. E in quest'ultimo caso una semplice
evoluzione stilistica, mentre per la Tuscia ci troviamo da-
vanti ad una serie di fatti che fanno pensare ad una certa
libertà monetaria.
214
Quello che in Francia è il rovescio comune dei denari
con CAROLVS in due linee, cioè il nome della zecca scritto
su una o su due righe, è assai raro in Italia. Lo troviamo
solo a Lucca, a Parma 'v) e a Milano (2). Debbo escludere il
denaro con la dicitura FLORENT che ritengo una falsifica-
zione (3), come pure quello con SEN che non ha nulla a che
vedere con Siena e nasconde probabilmente una ign(jta zecca
lana la quale altre volte scrive il suo nome SENNES.
I denari della zecca di Treviso hanno invece un tipo
tutto affatto particolare: scrivono cioè il nome della zecca
in cfrcolo attorno ad una croce centrale dapprima, poi in
seguito, mantenendo questo rovescio, mutano il diritto ed
invece del nome CAROLVS scritto su due righe, presentano
il monogramma imperiale. Questi denari, per il loro peso fra
gr. 1,20 e gr. 1,32, a[jpai tengono sempre al primo periodo,
anteriore cioè alla riforma monetaria: è da 1 reviso dunque
che il tipo fu imitato nelle zecche francesi e specialmente a
Melle dove lo troviamo in oboli che pesano fra gr. 0,75 e
gr. 0,94, appartenenti quindi alle emissioni posteriori alla ri-
forma monetaria (4).
L'attaccamento di Treviso a questo tipo dal grande mo-
nogramma si dimostra dal fatto che lo conserva in un primo
tempo dopo la riforma monetaria, intercalando fra le braccia
del monogramma carolingio le lettere R€X FR (5).
(i) Noto in due soli esemplari: Uanz, n. 79 e spiagfiia di Doiiibourg
Bui/. Mensitel d'archéol. et de ntun , 1884, tav. V, io.
(2) Un solo esemplare, llanz, n. 77.
(3) Edito da Tonini, Reviie Niim., 1863, pag. 124.
{4) Prou, op. cir., nn. 703-708, che li attribuisce a Carlo il Calvo;
più rettamente Blanchet, Manuel.^ pag. 348 li da a Carlo Magno; Com-
BROUSE, tav. 158, 6 e 30 bis, 6, pubblica un denaro dello stesso tipo al
diritto, con un rovescio in tre linee illeggibile e tav. 158, 8 e 30 bis, 8,
ne pubblica un altro col Tnonogramma capovolto al diritto e al rovescio
in circolo + VCRIA^IERI non da il peso ne altro ho potuto sapere
intorno a questi denari enigmatici. Il monogramma al ^ si trova anche
sulle monete di Usez e su quella già citata di AVRODIS.
(5) Esemplare del Museo di Trieste di gr. 1,60 (perciò posteriore
alla riforma) in Perini, Monete di Treviso, n. 6. Unico confronto, ma
assai vago, lo trovo nel denaro del I tipo col rovescio + ARFIVF m
Prou, op. cit., n. 6.
215
Le zecche dunque di Carlo Magno, anteriormente alla
riforma, fino ad ora note in Italia, con coniazione argentea
sono :
Tipo con
Kex francorum
Tipi varii
Tipo normale
nome della zecca
Tipo di transizione
al denaro
in monogramma
cruciformi
in una o due linee
a monogramma
V(icenza)
T(reviso)
—
—
Treviso
CEf....?)
—
—
—
PARMA
Parma
Parma
—
IVI(ilano)
—
Milano
—
—
Seprio
—
—
—
Lucca
Lucca
—
E(poregia)
—
—
—
Da questo specchietto risulta evidente un fatto assai
notevole, la mancanza cioè di denari coniati a Pavia, cosa
assai strana.
In un'epoca che cercheremo in seguito di precisare
Carlo Magno modifica il peso ed il tipo delle sue monete:
esse portano d'ora innanzi al diritto + CARLVS REX FR scritto
in circolo attorno ad una croce, e al rovescio il nome della
zecca scritto pure in circolo attorno al monogramma impe-
riale. Le monete di questa nuova emissione escono da cinque
zecche, Pavia, Milano, Treviso, Lucca e Pisa.
A questo periodo, sia per il peso sia per la presenza
del monogramma, appartiene un curioso denaro di cui la
leggenda comincia al diritto con + CARLVS REX FR attorno
al monogramma imperiale, e continua al rovescio con + ET
LAN& AC RAT ROM attorno a un altro monogramma che
non si è mai potuto decifrare con sicurezza (^).
I denari imperiali di Carlo (posteriori cioè certamente
all'anno 800) sono rari in Italia: si usa attribuire alle nostre
(i) Pkou, n. 896.
2l6
zecche quelli che hanno al diritto + DN KARLVS IMP AVO-
REX F ET L attorno al busto del sovrano, e al rovescio
XPICTIANA RELIGIO attorno alla figura del tempio (J), per la
presenza della dicitura " et langobardorum „. Ma faccio os-
servare che essa si trova proprio anche su un denaro di
Carlo imperatore coniato ad Arles (2). Sono certamente ita-
liani i denari dallo stesso rovescio e che hanno al diritto
KAROLVS IMP AVG attorno al busto del sovrano, sotto il
quale sta una delle tre lettere M, V, F. Sono esse certamente
le iniziali del nome delle zecche: ma quali queste siano non
è facile dirlo. M con quasi assoluta certezza è Milano, V fa-
rebbe pensare a Venezia sottomessa da Pipino (3), F fu vo-
luta l'iniziale di Firenze, cosa assai dubbia visto che questa
zecca non era apparsa con sicurezza prima né apparirà mai
pili per molti secoli.
Le diverse emissioni dei denari di Carlo Magno al mo-
nogramma si diversificano con punti o segni come era già
in uso nelle zecche langobarde da tempo. Prendiamo, ad es.^
la zecca di Pavia: in essa riscontriamo le varianti:
-I- PAPIA -I- PAP • lA -J- X PARIA -I- PAP : : lA
+ PAPIA + PAPI -A + PAPIA -I- PA : : PIA
+ PA^PIA -I- PAPIA" -h PAPIA ^ + P-^APIA
+ PAPIA -H PAPIA- +PAPI^A + P / APIA /
A ognuna di queste diciture possono corrispondere di-
verse varianti del diritto: così la forma + PAPIA può avere
+ CARLVS oppure anche + CARL • VS e così via.
Nelle zecche francesi ciò non si osserva. È vero che
Arles ha le varianti + ARELATO ; + A • R • EL • ATO ; + AR •
E • LATO e -«- AR • ELATO (4) : + AR • E • L • ATO (5). Ma ciò
avviene probabilmente per influsso italiano.
Altri segni si trovano ancora sulle monete delle zecche
italiane: un denaro di Milano (6) ha un punto nel primo an-
(i) Cfr. Prou, n. 982.
(2) Gariel, tav. V, 9 ; per una moneta d'oro del tipo cfr. Revite
Numism.y 1837, tav. Vili, 8.
(3) Venezia conia per i successori di Carlo.
(4) Prou, op. cit., nn. 852-855.
(5) Gariel, 187.
(6) Catalogo della race. Romussi, n. 3.
217
golo della croce del diritto; un altro, conservato in doppio
esemplare nella raccolta di Sua Maestà, lo ha invece nel
secondo angolo, e così via. Questo modo di differenziare
le emissioni si osserva anche nella zecca di Dorstat: già un
denaro, se veramente appartiene a Carlo Magno, ha la croce
con quattro punti triangolari (i), il che fa presupporre anche
il tipo normale di una croce senza punti. Più sviluppato il
metodo lo troveremo sotto Hludovicus con le varianti che
raggruppo nella fig. 14 (2). Anche il tipo XPICTIANA RELIGIO
•%• «rP * ^
Fig. 14.
ha alcuni esemplari con un punto nel secondo angolo della
croce. Ora tutte queste coniazioni, posteriori alle italiane,
dimostrano come già sotto Carlo il metodo comune nelle
nostre zecche si diffondesse nel resto dell'Impero.
* *
Il problema importante da risolvere è l'epoca del tra-
passo dal primo al secondo tipo dei denari di Carlo Magno.
II punto di partenza generalmente accettato è il § 9 del Ca-
pitolare di Mantova: esso deve essere datato dall'anno 781 (3)
e come già ho accennato nel precedente capitolo non può
assolutamente servire allo scopo.
Le ragioni fondamentali sono le seguenti :
i) il trapasso dalla circolazione aurea di tipo lango-
bardo a quella argentea del denaro carolingico, quello natu-
ralmente del primo tipo, ci è testificata dal documento ber-
gamasco dell'anno 785, di cui parlai nel I capitolo di queste
note, il quale prova che il fenomeno non era avvenuto molti
anni prima della data. Nelle altre città la data finora ac-
(i) Prou, n. 62.
(2) Esemplari a Parigi, Prou, 1111. 66-66 e Berlino, Menadier. .hn-
tliche Berichte, cit., col. 272, fìij:. 159.
(3) BoRETius A., Die Capitnlarien im Langobardenrcich^ Malie, 1864,
pagg. 108 e segg. La data è accettata anche da BOhmer-MDhlh, Regesta.
2l8
certata è più recente : Asti 788, Milano 789, Lucca forse
787 ma certo 798.
2) i denari col monogramma, cioè del secondo tipo,
sono chiamati " novi denari „ nel § 5 del Capitolare di
Francoforte, che è dell'anno 794, e nello stesso modo da
Alcuino nel 796 : le due date sono troppo lontane da quella
che si deve attribuire al Capitolare di Mantova, perchè i
denari possano essere chiamati nuovi in quegli anni.
3) è poco prmia del 794 che Carlo Magno riforma le
misure di capacità; il già citato Capitolare di Francoforte
parla di un " modium publicum et noviter statutum „ (i).
4) se l'ipotesi emessa da Guilhiermoz (2) è accettabile,
come a me pare, la modifica del moggio non può essere
anteriore all'anno 787, e deve essere stata in rapporto con
la modifica della libbra.
Per queste ragioni credo che si debba logicamente de-
sumere che il Capitolare di Mantova si riferisce alla demo-
netizzazione del circolante langobardo (3): che il trapasso dal
primo al secondo tipo di Carlo Mag-no è avvenuto dopo
l'anno 787 e prima del 794.
Osserviamo ancora che il trapasso dal primo al secondo
tipo va di pari passo con una riforma dell'organizzazione
monetaria, nel senso cioè che non tutte le zecche che hanno
coniato il primo conieranno anche il secondo, mentre delle
nuove zecche si aggiungono dopo la trasformazione.
Inoltre mentre durante tutto il tempo in cui si è coniato
il primo tipo una certa qual larghezza era possibile nella
zecca che sceglieva o variava a suo piacimento (in Italia
specialmente) il disegno della moneta, con l'introduzione del
denaro a monogramma vediamo imperare la piii rigida uni-
formità da un capo all'altro dell'Impero. Tutto quindi è col-
legato in una vasta riforma di cui più tardi preciseremo la
data chiusa nei limiti sopra fissati.
Ugo Monneret de Villard.
(1) M. G. H. Condì. , II, pag. 166; Capii., \, pag. 74.
(2) Bibl. Écol. des Charles, 1906, pagg. 223 e segg., § 61, 62.
(3) E' l'ipotesi già emessa dal Boretius, op. cit., pagg. 110-I12.
RITROVAMENTI
Nuovo ripostiglio di bronzi imperiali romani
rinvenuto in Sardegna.
Un nuovo ripostiglio è venuto in luce in Sardegna nella
silvestre Ogliastra, in località detta Sa Sogargia, presso
Talana, tra i monti che si elevano dalle spiagge del Tirreno
verso il massiccio del Gennargentu, lontano dai centri mag-
giori della civiltà romana nell'isola. La scoperta è perciò
di qualche interesse a documentare la penetrazione della ci-
viltà romana anche in quella parte delT isola che è meno
ricca di avanzi e di elementi attestanti la grande domina-
trice.
Il ripostiglio, quale fu consegnato alle autorità, si com-
pone di 676 monete, in genere di non buona conservazione,
per la natura del terreno granitico in cui erano celate, anzi un
centinaio circa di esse erano consunte ed indecifrabili. Quelle
però che si poterono esaminare abbracciano un periodo di
tempo abbastanza ampio, come avviene per altri ripostigli
sardi, da Traiano a Gallieno, e si riferiscono ad una trentina
di imperatori, con ima varietà abbastanza grande di coni.
In genere però sono tutti molto comuni; ricorderemo solo
qualche buon esemplare di Filippo Padre, di Erennio, di
Ostiliano, di Emiliano ed una Consecratio di Mariniana
(Cohen, n. 7).
Come in altri ripostigli imperiali romani, il più grande
numero di esemplari è dato da Alessandro Severo, da Gor-
diano, da Filippo padre, da Traiano Decio; abbondano anche
gli esemplari di Treboniano, di Volusiano, di Massimino e
di Otacilia; degni di nota anche i grandi bronzi di Gallieno
e di Salonina.
220
Presento qui un particolareggiato elenco dei tipi ricono-
sciuti nel ripostiglio, disposti secondo il rovescio e con rife-
rimento alla classifica del Cohen.
I.
TRAIANO, rappresentato in i moneta consunta
. .
I
2.
ADRIANO, ,; 4
n
.
4
3-
ANTONINO PIO. 1> Moneta Augusti (Cohen
n
556).
I
■
L „ Temporum F elici tas
(C,
n.
8.3).
I
■
* rovesci consunti
18
4-
FAVSTINA. 9 limoni Reginae (C, n. 2:
rovesci incerti ....
(6)
1
2
5-
MARCO AVRELIO. rovesci incerti . .
6
6.
FAVSTINA IVNIORE. I^ limo (C, I2i) .
rovesci incerti
■ • ■
2
6
7-
COMMODO.
5
8.
CARACALLA.
.
I
9-
GIVLIA MAESA.
r
IO.
ALESSANDRO SEVERO.
\jt Aequitas Aug. (Cohen,
n.
20)
I
,; Annona Aug. (
■»
36)
3
„ lovi Conservatori (
»
74)
I
„ Mars Ulior (
})
763)
6
„ P.M Tr. Fot. VI (
»
326)
I
VII (
>f
342)
I
viin
tt
390)
I
idem (
f)
393)
I
XI (
))
429)
3
XII (
»
412)
2
XIII {
»
454)
2
„ „ data incerta
• 5
„ Frovidentia Aug. (
ff
493)
• 3
idem (
V
504)
• 3
„ idem (
V
513)
2
„ Spes Fublica (
n
547)
5
„ Securitas Ferpeiua (
))
538)
I
rovesci incerti
•
• .
. 22
a riportare
112
221
riporto 112
11. GIVLIA MAMMEA.
^ Fecunditas Aug, (Cohen, n. 8)
„ Felicitas Pnhlica ( „ 7)
„ Venus Felix ( „ 69)
,; Venus Vidrix ( „ 78)
„ Veneri Felici ( „ 66)
. Vesta ( „ 83)
rovesci incerti ....
12. MASSIMI NO. f$ Fides Militum (Cohen, n. io)
„ Pax Aug. ( „ 34)
„ Providentia Aug. ( „ 76)
,; Salus Aug. ( „ 88)
>, idem ( „ 92)
„ Victoria Aug. ( „ 100)
„ Victoria Germ. (C, variante n. 109)
rovesci incerti ....
P Pietas Aug. (Cohen, n. 5)
,; Principi luvent. ( „ 12)
rovesci incerti ....
9 Concordia Aug. (Cohen, n. 4)
R) Pax Publica (Cohen, n. 23)
13. MASSIMO.
14. BALBINO
15. PVPIENO.
16. GORDIANO PIO.
9 Aequitas Aug.
„ Aeternitati Aug.
„ Concordia Aug,
„ Felicitati Temporiim
yy Felicit. Tempor,
yy Fides Militum
„ Fortuna Reduci
„ Jovi Statori
yy Laetitia Aug.
„ Libertas Aug.
yy Mars Propugnai,
yy Pax Aeternae
„ P. M. Tr. P. II
III
(Cohen, n. 26)
• 3
( ,; 44)
. 14
( . 56)
2
( . 82)
I
( V 73)
• 5
( . 88)
I
( . 99)
4
( V III)
• 19
( V 132)
. IO
( ,; 153)
• 5
( . 156)
• 3
( . 169)
• 3
( V 209)
I
( V 231)
• 3
a riportare
251
222
riporto 251
17-
(segue G-ORDIÀNO PIO).
^ P. M. Tr. P. Ili (Gordiano) (
Cohen,
n. 241) .
I
ly (
ff
251) .
3
„ ,; IV (Gordiano) (
V
254) •
4
„ „ V (
V
262) .
6
„ „ V (Gordiano) (
»
266) .
3
VI (
}f
273) •
2
VII (
V
280) .
I
data incerta .
2
„ Providentia Aiig. (
V
300) .
I
V ìì y
V
304) •
I
„ Salus Aug. (
V
320) .
I
„ idem (
n
324)
I
„ Securitas Perpet.
f
329)
4
„ Securitas Aug,
»
332) .
2
„ Victoria A eterna
\ V
354)
4
„ Virtits Aug.
■f
384)
2
I ovesci incerti
6
FILIPPO PADRE.
yi Adventus Augg.
(Cohen,
n. 6)
2
„ Aequitas Aug.
i V
13)
1 1
„ Aeterniias Aug.
' M
18)
• 4
,y Annona Aug.
\ f>
20)
. 11
„ Felicitas Temp.
\ '>
44)
• 3
„ Felicit. Temp.
( ^
45)
• 7
„ Fides Exercitus
\ >f
51)
2
j, Fides Militum
\ ìì
59)
• 4
„ Fortuna Redux
\ n
67)
2
„ Laetitia Fundata
\ n
73)
• 3
„ Liheralitas Aug.
\ »
88)
• 3
„ Pax Ai' terna
\ }}
105)
• 4
„ idem
\ V
no)
. 3
„ P. M. Ir. P. II
\ »
121)
• 3
III
\ »
125)
2
mi
\ >f
138)
5
V
\ f)
148)
I
„ „ data incerta .
.
.
2
ì) '/
a
riportare
767
;23
(segue FILIPPO PADRE).
9 Saeadares Aug.
(lupa)
„ Saectilum Novum
„ Salits Atig.
„ Seciiritas Orbis
„ Victoria Aug.
rovesci incerti
i8. OTACILIA. I^ Concordia Aug.
„ idem
„ Pietas Aug.
„ Pudicitia
„ Saeculares
19. FILIPPO FIGLIO.
1>: Liheralitas Aug.
„ Liberalitas Aug. Ili
„ Pax A eterna
„ Principi luvent.
„ Saeculares Aug.
„ Virtus Aug.
20. TRAIANO DECIO.
^ Dacia scettro a testa d'asino
„ idem (insegna)
,; Genius Illyrici
„ Genius Eserc. Illyrician.
„ Pannoniae.
„ Pax Aug.
„ Securitas Aug.
„ Victoria Aug.
riporto 367
Cohen, n. 172;
179)
« 201)
206)
216)
232)
[Cohen, n.
'Cohen, n.
5.)
IO)
40)
65)
65)
15)
18)
25)
55)
73)
89)
Cohen, n. 14)
28)
47)
59)
87)
93)
(variante n. 103)
( ,; Ilo'
rovesci consunti
21. ETRVSCILLA. H' Fecunditas Aug. (Cohen, n. 9)
„ Pudicitia Aug. ( „ 122)
rovesci consunti
22. ERENNIO. r^ Pietas Aug
„ Principi Juvnitiitis (Cohen, n. 3)
23. OSTILIANO
I^ Principi luventutis. Apollo (Cohen, n. 31)
„ idem Ostiliano ( „ 35)
rovesci consunti
a riportare
•24
riporto
511
24.
TREBONIÀNO. 9' ^4pollo Saliitaris
(Cohen,
n. 21) .
I
„ Felicitas Publica
( „
40) .
I
„ lunoni Martiali
(
52).
4
„ Liberalitas Aug.
I
„ Ltbertas Aiig.
7
„ P«a; ^w^.
{ „
78).
5
■
^^H „ P/>/<75 Aìlgg.
( .,
86)
6
■
^^H „ Roma, e Aeternae
( „
106)
2
■
^^H „ SecnrUas Aìig.
( „
123) .
2
1
^^H „ Saliis Aìig.
( „
115)
I
-m
^^" „ Virttis Aiig.
(
134)
• 3
rovesci cons
VOLVSIANO. 9 Aeqiiitas Aitgg.
unti ,
6
25-
(Cohen,
n. 9)
I
„ Concordia Augg.
( „
26)
2
„ Felicitas Publica
(
36)
4
„ lunoni Martiali
( „
4O
5
„ Liberalitas Augg.
( „
49)
I
„ Ltbertas Augg.
( „
56)
. 4
„ p. M, Tr. p. un (
96)
r
„ Pax Augg.
(
74)
. 8
„ Salus Augg.
( „
120)
1
rovesci consunti . .
6
26.
EMILIANO. ^ Votis Decennalibus
(Cohen,
n. 65)
I
27.
VALERIANO. 9' Concordia Exercitus (Cohen
n. 40)
2
„ Victoria Augg.
( „
2j8)
2
„ yirtus Augg.
( „
269)
3
28.
MARINIANA. ,!>' Diva Mariniana
5^ Consecratio, pavone
di fronte (Coli., 7,
) I
29.
GALLIENO 9 Concordia Augg.
(Cohen,
n. 118)
I
„ Securitas Augg.
f
969)
I
„ Victoria Augg.
( .
1140)
I
„ Votis Decennalibus
( „
1342) .
3
rovesci consunti .
3
I
30.
SALONINA. 9 luno Regina (Cohen, n. 62)
.
Monete consunte ed indecifrabih
• 74
.
Totale 676
Cagliari.
Antonio Taramelli.
NOTIZIE VARIE
Il ricupero delle Medaglie e Placchette
rubate al Museo di Schifanoia in Ferrara.
II Corriere della Sera del 15 dicembre 1921 dava la se-
guente notizia : " Come fu ricuperata a Berlino una colle-
zione di medaglioni italiani rubata „.
Berlino, 14 dicembre, notte.
(A. M.). " Una collezione italiana di medaglioni rubata
a Ferrara tempo fa è stata scoperta a Berlino col concorso di
un famoso ex-commissario americano di polizia, Dougherty.
Dougherty, arricchitosi in America, è venuto a passare T in-
verno in Europa, e si trova da qualche tempo a Berlino ove
ha fatto visita ai suoi ex-colleghi della polizia tedesca. Uno
di essi, il commissario criminale Trettin, invitò il milionario
americano a prestargli il piccolo servigio di fingersi amatore
di collezioni antiche, avendo egli ragione di ritenere che i
medaglioni di Ferrara si trovassero a Berlino. Dougherty
aderì e allora il commissario tedesco fece spargere m certi
circoli sospetti la voce che un milionario, abitante all'albergo
tale, era un appassionato collezionista e comprava senza ba-
dare troppo all'origine delle cose propostegli. Nello stesso
tempo fece pubblicare annunzi sui giornali.
" Si presentarono poco dopo all'americano due signori
a descrivergli una collezione di medaglioni di cui dispone-
vano: chiedevano 750.000 marchi. L'americano si disse di-
sposto a giungere sino a mezzo milione. Volle però, come è
naturale, vedere la collezione. Partirono dunque insieme in
15
220
automobile. Ad una certa distanza seguiva quella della po-
lizia in cui si trovavano il commissario e qualche agente.
Dougherty salito all'appartamento dei due collezionisti diede
ad un certo momento il segnale convenuto accendendosi una
sigaretta alla tìnestra. Gli agenti penetrarono nell'abitazione,
arrestarono i due ladri e sequestrarono la collezione che era
intatta nei suoi 3000 pezzi e più „.
Ci siamo rivolti immediatamente all' egregio senatore
Pietro Niccolini, direttore del Museo, per avere notizie più
precise ma lo stesso per quanto si sia rivolto ed al Sotto-
segretario alle B. A. e al nostro Ambasciatore a Berlino
non ha ancora ricevuto alcuna conferma del ricupero.
La notizia come è data dal Corriere ci farrebbe supporre
si tratti del ricupero non delle sole medaglie e placchette
rubate a Schifanoia ma anche delle altre collezioni di monete
forse rimaste sino ad oggi miracolosamente unite.
ATTI
DELLA
SOCIETÀ NVMISMATICA ITALIANA
(Estratto dai verbali).
Assemblea ordinaria del 3 aprile 1921.
Convocata dal Consiglio della Società, 1*8 marzo 1921
per le ore 15 del 3 aprile nei locali sociali col seguente
ORDINE DEL GIORNO '.
I. — Lettura del verbale dell'Assemblea del 25 gennaio 1920;
II. — Presentazione del conto consuntivo al 31 dicembre 1920 e pre-
ventivo 1921 ;
III. — Nomina di tre Consiglieri in sostituzione dei signori Marco Strada
e Guglielmo Grillo scaduti per anzianità e rieleggibili; Lodovico
Laffranchi dimissionario ;
IV. — Relazione in merito ai crediti della Società ed eventuali azioni
per il loro ricupero;
V. — Eventuali.
Alle ore 16 il Presidente dichiara aperta TAssemblea.
Sono presenti i Soci Strada con procura Ricci, Johnson con
procura Corradini, Gavazzi con procura Vicenzi, Tribolati
con procura Cramer, Cag7ioni, Grillo, Bosco, Del Corno e
Sola Cablati.
I. — L'Assemblea delibera all'unanimità di approvare il verbale del-
l'ultima Assemblea del 25 gennaio 1920 omettendone la lettura
essendo già stato pubblicato per intero sulla Rivista dei MI fa-
scicolo 1920 ;
228
li. — Il Tesoriere presenta il conto consuntivo al 31 dicembre 1920 ed
il preventivo 1921 come segue:
Situazione patrimoniale della Società al 31 Dicembre 1920.
Atiività : Cassa esistenza L. 7. 574.85
Mobiglie ^ 1.220. —
Biblioteca 7.838 60
Raccolta Monete ^ i.ooo. —
Pubblicazioni sociali „ i.ooo.—
Scorta carta e clichés , 2.64780
Quote sociali arretrate , 560. —
Crediti vend. pubbl. e abbon. arretrali ..." 2411.55
L. 24 252.80
Passività: Contributi anticipati Soci L. 120. —
„ ^ speciale 200. —
Abbonamenti alla Rivista ,, 89. —
Riserva per svalutazione e quote inesigibili . „ 842.55
I- i-25io5
Patrimonio sodate netto L. 23001.25
L. 24.252.80
Rendiconto dell'esercizio 1920.
Entrata: Contributi Soci annuali L. 1.270.—
„ anticipati 120. —
„ arretrati „ 310 —
Contributo speciale del sig. StefaiiO Carlo Johnson ^ 2.450. —
^ „ anticipato ., 200 —
!.. 4-350>-
Abbonamenti Rivista „ 2.525. —
„ anticipati 89. —
, arretrati „ I-354-—
L. 3968.—
Vendita libri L. 25. —
^ pubblicazioni sociali ^ 1.018.30
„ monete ^ 5.840.30
Realizzo mobili 130. —
L. 7.01360
Interessi su depositi L. 345.25
Sopravvenienze attive ., 5.10
Totale generale L. 15.681.95
li
Uscita
Rivista ed estratti .
Stampati sociali
Affitto ed illuminazione Sede
Spese postali ....
Sconti a Librai ....
Spese generali ....
Acquisto mobili
» libri e rilegature .
Spese anticipate Rivista.
Regolamenti Fornitori 1919 .
229
1 . 9.112.20
330-30
267.95
421.85
211.80
872.95
220. —
838.60
„ 2.647.80
.; I-330-—
L. 16.25345
Eccedenza uscita L. 571.50
L. 15.681.95
Bilancio preventivo 1921.
Entrata: Contributo Soci L. 2.000.—
„ arretrati _ 200. —
Abbonamenti Rivista > 2.000. —
„ arretrati 300. —
Vendita pubblicazioni i.ooc.—
„ monete „ 500. —
Interessi su depositi 300. —
Tota/e entra/a L. 6.300. —
Uscita : Rivista ed estratti L. 5.000. —
Affitto „ 300.—
Spese postali „ 3oo. —
„ generali „ 500.—
Totale uscita L. 6.300. —
Tanto il consuntivo 1920 come il preventivo 1921 vengono appro-
vati all'unanimità;
III. — Vengono acclamati Consiglieri i sigg. Strada e Grillo scaduti
per anzianità, e Vicenzi in sostituzione del dimissionario La/-
f ranchi-,
IV. — Il Presidente prega Gavazzi di riferire sulle pratiche dallo stesso
esperite per il ricupero dei crediti. Gat/a^f^ri riferisce lungament<
Cagnoni presenta il seguente ordine del giorno : " L'Assemblea
della Società Numismatica impressionata dal ritardo che subisce il
ricupero dei crediti della Società rinnova il ^jitt ampio mandato al
Presidente per sollecitarne la soluzione valendosi di tutti quei mezzi
che crederà pili opportuni ^. L'ordine del giorno Cagnoni viene
approvato airiinaniiiiità ;
230
V. — Cagnoni propone un sincero voto di plauso alla Presidenza per
la sua opera costantemente indirizzata al miglioramento della
Società e raccomanda ai Soci di trovare proseliti per rafforzare
la compagine sociale. L'Assemblea unanime si unisce al Cagnoni
nel plauso.
Alle ore 17.15 la seduta è tolta.
Il Presidente 11 Segretario
Marco Strada G. Cornaggia.
NUOVI SOCI.
15 dicembre 1920 — Negriolli Guido.
„ „ ,; — Lentati Giuseppe.
„ „ „ — De Vitt Francesco.
,, „ „ — Stassano Luigi.
„ „ — Vita Michele.
„ ,, „ — Rosasco Giuseppe fu Ag."°
8 marzo 1921 — Vicenzi dott. Carlo.
„ „ „ — Santamaria P. e P.
„ „ „ — Fiorani Gallotta dott. Pier Luigi.
„ „ „ — Boschi avv. Antonio.
„ „ „ — Pogliani gr. uff. Angelo.
29 ottobre „ — Catemario di Quadri duca Enrico.
— Mucci avv. Giovanni.
DONI RICEVUTI AL 30 NOVEMBRE 1921
PUBBLICAZIONI.
Vittorio Giuseppe Salvaro. — La moneta veneziana in Vrrona dal 1421
al 149S' Estratto dagli Atti dell'Accad. d'Agricoltura, Scienze e Let-
tere di Verona. Serie IV, voi. XXII, anno 1920, pagg. 22. Verona,
1920. — Dono dtXVautore.
Istruzione antiquaria numismatica o sia Introduzione allo studio delle
antiche medaglie in due libri proposta dall'Autore deW Istituzione An-
tiquaria-Lapidaria. Roma, 1772, illustrato. — Dono del socio Sola
Cahiati.
231
LuciEN Naville. — Fragments de Metrologie Antique, Estratto RSN.
tomo XXII, pagg. 20. Genève, 1920. — Dono dé[Vautore.
Carlo Arno. — Antichità Mandtirine. Catalogo descrittivo e illustrativo
della mia collezione di oggetti di scavo a cui fa seguito quello delle
monete antiche greche e romane. 130 pagg. con XVI tavole. Lecce,
1920. — // IV Centenario della morte di Raffaello Sanzio. 16 pagg.
Lecce, 1920. — Doni déiVaulore.
G. Majer. — Le medaglie battute dai Veneziani per le alleanze coi Cri-
gioni. Estratto. Misceli. Numismatica, anno II, pagg. 4. Napoli, 1920.
Nuovo contributo alla medaglistica del periodo napoleonico. Londra,
Spink & Son LTD, 1920, pagg. 6. — Le Monete di Venezia descritte
ed illustrate da Nicolò Papadopoli- Aldobr andini. Parte III, da Leo-
nardo Dona a Lodovico Manin (i6o6-iypy). Estratto dal N. C. 1921.
Londra, 1921. — Doni àeWautrice socia.
Luca Beltrami. — Leonardo, Cecilia e la " Destra Mano „ a proposito
di una Nota Vtnciana del prof. Antonio Favaro. Milano, 1920. —
Dono doWauiore.
G. Castellani. — Zecchieri di Fano e loro sigle dal carteggio di Maffeo
Barberini Governatore di Fano (i;g2-iJ9^). Estratto. Misceli. Num.,
anno II, Napoli, 1921, pao^g. 4. — Dono deWautore socio.
Mons. Giuseppe De Ciccio. — Di un tetradramma Siracusano di Eucleida.
Estratto. Boll. Circ. Num. Nap., anno 1921. Napoli, pagg. 8 con ta-
vola zinc. — Dono óeWautore.
Lorenzo Ravajoli. — Di un nuovo quattrino di Astorgio Manfredi di
Faenza. Estratto dal III voi. degli Atti e Memorie dell' Istit. Ital. di
Numismatica, pagg. 8 con ili. Roma, 1919. — Dono àtWautore socio.
Conte Alessandro Magnaguti. — Le Medaglie Mantovane descritte e com-
mentate per opera del conte Alessandro Magnaguti, pagg. 192. Man-
tova, 1921. — Dono d^Wautore socio.
L. Laffranchi. La translation de la monnaie d' Ostie a Arles dans la
Typologie Nitmisntatiquc Constantinienne. Estratto dalla RBN., 1921,
pagg. 16. — Gli ampliamenti del Pomerio di Roma nelle testimo-
nianze numismatiche. Estratto dal Bull, della Comm. Arch. Com.
1919, pagg. 32 con tavola zinc, Roma, 1921. Doni deW autore socio.
Bassano Martani, — Catalogo del Museo Storico Artistico di Lodi com-
pilato con prefazione e schiarimenti epigrafici dal segretario della De-
putazione Bassano Martani. Lodi, 1883, P^'^gg- 84. — Dono del socio
dott. P. L. Fiorani Gallotta.
MONETE.
16 falsificazioni di bronzi romani, i falsificazione di moneta d'argento
romana ed i di piombo. — Doni del socio Lodovico Laffranchi.
232
6o falsificazioni di bronzi romani (i gb. di Brittannicoj, 7 falsificazioni
di monete d'argento romane e i falsificazione di moneta d'argento
medioevale. — Dono del socio dott. Pompeo Bonazzi.
I falsificazione di moneta coloniale romana in argento, — Dono del
signor Ottavio Cornaggia.
17 falsificazioni di monete greche e romane (4 in bronzo e 13 in ar-
gento). — Dono del socio Gianluigi Cornaggia.
I medaglia satirica austriaca in metallo bianco. — Dono del signor
Giorgio Provenzali.
J
INDICE METODICO
D E L l' A N N O I 9 2 T
NVMISMATICA ANTICA-
Iconografia numismatica ciei tiranni sicelioti (con 24 illustra-
zioni). Salvatore Mìrotte ^<'g' 5
Una moneta d'oro inedita di Leontini (con 2 illiistraziciii).
Silvio Sboto „ 65
Ritrovamento di monete consolari a Orzivecchi (Brescia). P. B. „ 67
Ritrovamenti: Lucerà „ 68
Il tesoro di Nagj'-tétèny (con tavola eliotipica), ^«tìfr^rt Aljùldi „ 113
Nuovo ripostiglio di bronzi imperiali rinvenuto in Sardegna.
Antonio Taramelli ......... 219
NVMISIVIATICA MEDIOEVALE.
Monete Saluzzesi della collezione di S. E. il marchese Marco
di Saluzzo (con 37 illustrazioni). Barone A. Cunieiii-
Gonnet Pag. 31
Le prime monete e i primi " aspri „ dell' impero ottomano
(con 22 illustr.). Colonnello Aly » 11
Una nuova moneta della zecca di Solferino (con 4 illustr.).
Guglielmo Grillo ,,107
La monetazione nell'Italia Barbarica: Parte li. La legisla-
zione monetaria. II. I tipi e le emissioni monetarie dei
Langobardi e di Carlo Magno (con 9 illustr.). Ugo Moit-
neret de Villard 191
TESSERE.
Le tessere veneziane dell'olio (con 16 illustr.). G. Majer . Pug. 94
234
MEDAGLISTICA.
Le rivendicazioni Italiane del Trentino e della Venezia Giulia
nelle medaglie. Parte III. L'Italia in guerra (1915-1918)
(seguito) (con 115 illustrazioni). S. C. Johnson. Appendice
da pag. 209 a pag. 266
Idem, Parte IV. L'armistizio (novembre 1918-dicembre 1920)
(con 98 illustr.). S. C Jolinson. Appendice da pag. 267 a pag. 304
Bibliosr:
BIBLIOGRAFIA.
ibliografia Pag. 69
Bibliografia Numismatica delle Zecche Italiane. Casale (se-
guito), Casanova, Cascia, Casole, Castel di Monte, Castel
Durante, Castel Genovese o Castelsardo, Castelleone,
Castello della Fava, Castel Seprio, Castel Vetrajo, Ca-
stiglione de' Gatti, Castiglione del Lago, Castiglione delle
Stiviere, Castro, Catabiasco, Catania, Catanzaro, Cattaro,
Cefalonia, Cellamare, Ceva, Chambery, Charleville o Car-
lopoli, Chiarenza (segue). Appendice da pag. 81 a pag. 96
MISCELLANEA.
Vendite: Roma, Monaco Pag
Notizie Varie: Roma, Milano, Bruxelles, Parigi . . . „
„ ; Il furto al Museo di Schifanoia in F'errara . „
„ ; Il ricupero delle medaglie e placchette rubate
al Museo di Schifanoia in Ferrara „ 225
Atti della Società Nvmismatica Italiana .... Pag. 227
RoMANENGHi Angelo Francbsco, Gerente responsabile.
Industrie Grafiche AMEDEO NICOLA & C* - Milano- Varese.
1>^
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1
CJ Rivista italiana di nuinisma«
9 tica e scienze affini
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